crash
Solidarieta' dal Lab. Crash! (Bo)
Mar, 02/09/2008 - 20:43Nella giornata del ricordo dell'assassinio di Renato Biagetti a Roma, proprio all'uscita della iniziativa in sua memoria, mani fasciste tornano a colpire nella piu' completa vilta' nostri compagni. I media cercarono allora, per la morte di Renato, di occultare come rissa da strada quello che fu un agguato fascista, i fatti di oggi fanno risplendere con assoluta evidenza la programmatica volonta' da parte della destra radicale di colpire, di nuovo con le lame in mano, per ferire e uccidere. La complicita' di interi settori istituzionali con chi di queste pratiche costruisce il suo quotidiano si fa sempre piu' evidente a livello nazionale cosi' come in molte amministrazioni cittadine. L'ipocrisia delle dichiarazioni che siamo stati costretti a sentire in questi giorni fa il paio con il sostegno che queste carogne costantemente trovano nel loro agire.
La nostra massima solidarieta' va ai compagni aggrediti di Roma e Bologna, con i quali piu' volte in passato abbiamo condiviso pezzi di percorso. La nostra solidarieta' alle compagne e ai compagni del Laurentino38 e dell'Xm24.
Con la rabbia nel cuore
Laboratorio Crash! Bologna
bologna: crash sotto sgombero
Mar, 27/05/2008 - 17:47Il Laboratorio Crash! di Via Zanardi 106 è in questo momento sotto sgombero da parte delle forze dell'ordine. Dagli attivisti del centro sociale arriva un appello a recarsi quanto prima sul posto.
http://emiliaromagna.indymedia.org/node/2672
http://emiliaromagna.indymedia.org/node/2673
Crash! sotto sequestro - La magistratura all'attacco delle occupazioni
Ven, 08/02/2008 - 14:54Un macigno scagliato contro tutte le esperienze, passate e presenti, di occupazione di centri sociali in Italia e contro la pratica dell'occupazione stessa. Genova, Cosenza, Firenze e ora anche Bologna, diventano teatro di un nuovo ruolo che la magistratura accoglie a sé. Un ruolo tutto politico di ridefinizione degli ambiti di agibilità del movimento, un tentativo di arginare le lotte che si sviluppano nei territori passando non solo dalla criminalizzazione di significativi segmenti passati del movimento contro la globalizzazione e la guerra, ma anche andando ad attaccare nello specifico gli stessi luoghi di produzione e riproduzione di una politica antagonista, necessariamente elementi di ingovernamentabilità dei conflitti nelle metropoli.
Una sentenza che estende nei fatti i presupposti del sequestro cautelare: prima di oggi indirizzata esclusivamente alla confisca dei beni in possesso di organizzazioni mafiose e ad abusi edilizi, ora viene reinterpretata come applicabile a tutte le lotte sociali per la riconquista di spazi autogestiti, per la produzione di cultura e socialità non mercificate, contro i percorsi di costruzione dei conflitti sociali.
All'indomani della caduta del Governo Del Sacrificio Prodi, e dell'incapacità reale della politica istituzionale di risolvere i problemi sociali è dai tribunali che si cerca di mettere ordine per la salvaguardia dello status quo.
E così l'antagonismo espresso a Genova contro i governi della guerra e della devastazione economica e ambientale, con il suo respirare assieme e le sue molteplici istanze, diventa per la magistratura il pretesto per riaffermare che mai più sarà concesso di tornare ad animare le strade e le piazze delle città per affermare in modo deciso il proprio dissenso. Così il processo di Cosenza diventa punto cardine di nuovi teoremi giudiziari che trasfigurano le lotte autonome portate avanti nei territori, leggendo ovunque complotti e pianificazioni sovversive. Così a Firenze la legittima opposizione alla Guerra Permanente, le cariche ingiustificate, a nove anni di distanza vengono a forza stipate nel cassettone della storia giudiziaria sotto coltri che parlano di violenza e resistenza pluriaggravata. Così la magistratura non solo legge bene la crisi della rappresentanza politica delle istituzioni, ma se ne fa immediatamente sostituto e nuovo protagonista dal pugno di ferro.
In questo modo, nonostante la sospensione dell'esecuzione del sequestro fino all'ultimo grado di giudizio, necessariamente anche i centri sociali, come luoghi di autorganizzazione politica antagonista, ma anche come proposta alternativa e autonoma alla cultura ed alla socialità di regime, vengono messi sotto accusa. Il tentativo è chiaro: mai più in nessun luogo occupazioni, mai più luoghi altri da quelli istituzionali, mai più ambiti non immediatamente sussumibili e riciclabili nelle immediate esigenze dei palazzi del potere. Il teatrino non può crollare, lo show deve andare avanti, e per farlo bisogna creare adeguati precedenti giuridici. E va avanti mostrando, ad esempio, dietro a vetrine infarcite di lustrini l'inquietante e inaccettabile spettacolo di un Salone del Libro a Torino, autoelettosi a migliore espressione della cultura letteraria, che invita come ospite d'onore esponenti di un governo genocida e d'apartheid come quello d'Israele. Prosegue dietro i falsi, e per dirla tutta, scarsi scandali suscitati dalle mostrine naziste dell'Afrika Korps di Rommel sui veicoli delle forze armate italiane impegnate all'estero nelle "missioni di pace" rifinanziate dal decaduto governo. Si riscopre palcoscenico di ammiccamenti e "miracolosi" avvicinamenti tra forze politiche che, stanche dei ruoli loro assegnati dal copione dell'alternanza, si riscoprono possibilisti su intese larghe per il sommo fine di "ridare dignità al Paese"... una dignità inevitabilmente di nuovo fondata sul sacrificio, sull'oppressione, sulla razionalizzazione del sociale a fini produttivi, sulla guerra, sull'assassinio delle libertà individuali e collettive.
In tutto ciò evidentemente i centri sociali, non hanno ruolo. E di questo, diamo atto, siamo assolutamente certi anche noi. I terreni marcati dalle lotte popolari contro le nocività e le devastazioni ambientali, l'ingovernamentabilità dei conflitti sociali, l'essere inevitabilmente dall'altra parte del fronte "interno" di questa Guerra che si vuole Permanente, la vivacità data da una riscoperta capacità di plasmare i nostri territori aldilà delle esigenze produttive, riqualificando dal basso, opponendosi alla segmentazione ed alla desertificazione sociale, combattendo la retorica del degrado e della sicurezza riportandole sul piano della soddisfazione di bisogni e desideri, ostacolando le speculazioni... questo oggi sono i centri sociali, gli spazi autogestiti a Bologna come nel resto d'Italia.
E proprio per questo crediamo che, dopo la manifestazione del 6 ottobre, si debba tornare a progettare lotte e mobilitazioni che attorno a questo sappiano ridare il segno dell'insopprimibilità degli spazi autogestiti, indipendentemente dal dove venga l'attacco. Urgente è la necessità di riaffermare come ciò che pertiene alle lotte sociali, ai loro obiettivi, non possa essere negato spingendolo a forza nelle aule dei tribunali, quando invece sono le strade, le piazze, gli spazi, le periferie delle città i nostri luoghi; e questo anche per garantire la percorribilità futura di esperienze di occupazione. Occorre, crediamo, riaprire tutte le contraddizioni che il nuovo assetto politico cercherà inevitabilmente di sanare per garantirci non solo la sopravvivenza, ma anche lo spazio per esprimere quella nostra capacità di essere forza vitale e prorompente negli altrimenti grigi e ristretti spazi metropolitani.
Laboratorio Crash!
Crash again! In difesa degli spazi sociali e contro il modello cofferatiano
Sab, 29/09/2007 - 00:30Alle 6.45 del 20 Agosto 2007 un atto militare tenta di fermare l'esperienza del Laboratorio Occupato CRASH! Le ruspe cofferatiane entrano nello spazio per demolire tutto quanto costruito e vissuto in un anno e mezzo di occupazione di un vecchio edificio dismesso, a cui si era data nuova vita. Nessun preavviso alla vile delibera a porte chiuse agostana. Lo stabile torna vuoto e chiuso per le volontà dell'amministrazione Cofferati: l'ennesimo scempio di quanto Bologna è ancora in grado di produrre dal basso al di là delle ordinanze proibizioniste, della negazione della socialità, della mercificazione culturale. Un Laboratorio largamente attraversato, catalizzatore di desideri e bisogni di decine di migliaia di persone a Bologna, che ha visto prodursi e riprodursi al suo interno reti sociali in cerca di spazi di vivibilità.
Solidarietà a tutti i compagni vittime di repressione.
No Pasaran!
Quel treno del movimento che svuota la Piazza
Mar, 12/06/2007 - 19:28La giornata del 9 Giugno ha saputo tracciare, passando per le strade di Roma, la capacità dei movimenti di agire in completa autonomia, lontani e contro la politica istituzionale di chi oggi con un piede vorrebbe alzarsi a rappresentanza politica dei movimenti e con l'altro rifinanziare le missioni militari, costruire nuove basi americane a Vicenza, calpestare il diritto all'autodifesa dei territori da parte di chi ci vive in Val di Susa, imporre una vita di sacrifici e bisogni insoddisfatti a milioni di precari. Un corteo in cui in oltre 100.000 abbiamo affermato con eccezionale vitalità l'antagonismo alle politiche guerrafondaie del criminale bush, e tutta la nostra distanza dalle politiche del governo prodi (oggi entrambi sempre più minuscoli), in materia estera così come in politica interna. Dalle giornate di Rostock al 9 Giugno romano passa la riaffermazione di una soggettività sociale antagonista capace di conquistarsi passo dopo passo la possibilità di Muoversi Liberamente, di Manifestare, di Resistere nonostante la militarizzazione, il controllo, la repressione preventiva che dalle stazioni di tutta italia alla partenza, fino al tentativo di bloccarci in stazione Tiburtina al rientro, ci hanno accompagnati per tutto il giorno.
Abbiamo saputo riempire le stazioni ferroviarie di decine di migliaia di compagne e compagni determinati ad arrivare a Roma; abbiamo saputo imporre trattative che, nonostante i numerosi tentativi in corso da oltre una settimana, erano state fino a quel momento provocatoriamente negate da Trenitalia. A Bologna, punto di concentramento per numerose città del nord italia, la partenza è stata garantita, al di fuori di ogni rimpiattino istituzionale, dalla determinazione con cui già dalle 10.00 del mattino i compagni e le compagne sono arrivati in stazione, ponendosi fin da subito a ridosso dei binari, violando il blocco fino a quel momento attuato dalle decine e decine di agenti di polizia disseminati agli ingressi, negli atri, sulle banchine di partenza. Un mal riuscito tentativo di "ordine pubblico", delegato da Trenitalia alle forze dell'ordine, che ha sommato all'asfissiante controllo della piazza romana la deterrenza numerica preventiva voluta dal governo. Qui si è giocata anche la partita fra chi in questa piazza ha letto, e voluto scrivere da protagonista, una grande giornata di mobilitazione senza compromessi, e quanti hanno deciso di sottrarsi a questa fondamentale battaglia... optando per qualche bus a basso costo, per una giornata a basso profilo. Questa scommessa l'hanno vinta tutti coloro che hanno scelto di respingere con la propria presenza la decentralizzazione del controllo puntando verso una partecipazione di massa al corteo romano, occupando le stazioni, forzando le trattative, conquistandosi la libertà di muoversi e di manifestare.
Qualcuno aveva fatto appello alla necessità di riunire in un unico momento di piazza il movimento contro le guerre, unilaterali o multilaterali che fossero. Ebbene, questo è avvenuto. Il movimento era tutto nel corteo di piazza della Repubblica, lasciando ad una spopolata Piazza del Popolo l'angusto ruolo di alchemica riconciliazione tra politiche di lotta e di governo... fallimentare esperimento di rappresentazione di sè come qualcosa di più che non dirigenze e funzionari di partito, dimostratisi quanto mai lontani dalle aspettative e dall'immaginario degli oltre 100.000 che hanno manifestato per le vie di Roma. E' questo lo spazio dei movimenti segnato dal corteo del 9 Giungo, uno spazio quantitativamente e qualitativamente significativo marcato dalla crisi di rappresentanza di quei partiti che avevano tentato di attraversare negli anni passati il composito movimento contro la guerra e che oggi rimane terreno esclusivo dell'antagonismo e dell'inconciliabilità con le istituzioni. Chi aveva ad oggi seguito l'impraticabile via della pacificazione e della permeabilità con un presunto "governo amico", il 9 Giugno ha operato invece una scelta di parte quanto mai esplicativa, in un corteo su questo coeso e determinato, che ha anche saputo osare la forzatura del rigido controllo poliziesco impostogli. Chi sulle testate giornalistiche o nelle conferenze stampa ha parlato, in merito al defluire del corteo in Piazza Navona e al tentativo di superare gli sbarramenti di Corso Vittorio, della folle azione di qualche isolato "facinoroso" non c'era, non ha visto, non ha voluto vedere. Alle cariche della polizia, susseguitesi fino ad invadere Piazza Navona stessa di gas lacrimogeni e a circondarla, il corteo ha risposto unitariamente resistendo, senza disperdersi, ma anzi riprendendo il suo cammino fino ad arrivare alla stazione Tiburtina, teatro dell'ennesima provocazione poliziesca e di Trenitalia.
Ad onor di cronaca, in stazione Tiburtina ad attendere i manifestanti una sbarramento imponente di forze dell'ordine, tra polizia e guardia di finanza, che si dividevano il compito di sbarrare gli ingressi della stazione completamente militarizzata, impedendo di fatto ai manifestatnti di andare a prendere quei treni per il rientro che già in mattinata si era riuscito ad ottenere. Per due ore si è aperta una trattativa tra i compagni e i rappresentanti di questura e trenitalia, i quali hanno trascinato la stessa per ore con il chiaro intento di alzare la tensione tra le centinaia di manifestanti guardati a vista dagli agenti in assetto antisommossa. Parallelamente alla stazione termini si assisteva ad una situazione simile di militarizzazione e forze dell'ordine che impedivano a gruppi di manifestanti di accedere ai binari. Era chiaro a tutti e tutte che la nostra libertà di manifestare non è solo quella di non accetare zone rosse, città militarizzate o divieti di ogni sorta, ma anche quella di poterci spostare e muovere liberamente senza restrizioni economiche impossibili da sostenere per tutti i precari e precarie, che sabato erano a Roma ad opporsi alla visita sgradita di Bush. Al ricatto fasullo di trenitalia, verso prefettura e questura, la quale paventando buchi di bilancio dichiarava di non poter far viaggiare senza pagare i manifestanti, la piazza non è stata più disposta ad accettare ricatti di sorta sollevandosi convinta e determinata a prendersi quei treni: compagni incordonati, bandiere che sventolavano, cori e slogan hanno avuto come risposta cariche della polizia. La piazza ha saputo rispondere determinata con barricate su tutti i lati del piazzale della tiburtina presidiato dagli agenti, rimanendo compatti di fronte ai lacrimogeni e ai manganelli. Dopo un'ora la situazione si sblocca per ordine del prefetto che intima a trenitalia, per gravi motivi di ordine pubblico, di mettere a disposizione i treni per riportare i manifestanti a casa: sono due i treni, uno per torino-milano, l'altro per bologna-padova-venezia.
L'essere riusciti a conquistarsi sia alla mattina, che a tiburtina i treni per il "No Bush", è stato un passaggio determinante e decisivo da parte di tutto il movimento, che in caso contrario avrebbe aperto un precedente pericoloso e ingombrante per quanto riguarda la libertà di movimento e di manifestare per tutti e tutte. A maggior ragione nel momento in cui è stata la piazza nella sua interezza a sbloccare la situazione, riportando la trattativa su un piano più contingentemente nostro, superando la relativa disattenzione e la scarsa partecipazione del movimento romano rispetto a quanto in quelle ore si stava svolgendo in stazione Tiburtina, nonostante l'estraneità di quasi tutti i presenti al territorio romano e nonostante la vile, seppur estemporanea, aggressione di stampo fascista che ha provocato il ferimento di un compagno a seguito del lancio di segnaletica stradale dalla sopraelevata che fiancheggia la stazione.
Rimane dunque, a bilancio della giornata, la capacità del movimento di porsi al fianco di quanti nel mondo si frappongono e si oppongono al regime di guerra permanente. E di farlo autonomamente rispetto alle ambigue posizioni espresse da un ceto politico difficilmente interprete delle volontà, delle tendenze e del potenziale espresso da questa piazza fatta di studenti, migranti, precari, comitati di lotta territoriali, espressione dei soggetti sociali reali che non si sentono più rappresentati e rappresentabili da nessuna delle 'sinistre' al governo, e neanche dagli equilibrismi altermondialisti e buonisti di chi vuole riesumare i fantasmi di Porto Alegre. La crisi della politica si è quindi materializzata per le strade di Roma, oltrechè nella diserzione dai seggi elettorali la domenica successiva. E' un vuoto che si è tradotto in partecipazione e consapevolezza nella lotta: incontrare, costruire e organizzare una resistenza comune fra tali soggetti è l'unico modo per riempire ed allargare questo vuoto, per tradurlo nella determinazione di una forza che inverta i processi di devastazione sociale cui questo paese è sottoposto senza soluzione di continuità da più di un decennio.
Infine tutta la nostra solidarietà va a chi per la giornata del 9 giugno è stato arrestato o incorrerà in procedimenti penali. La solidarietà è la nostra migliore arma e non possiamo far finta di dimenticarcela...
Laboratorio Occupato CRASH!
C.ollettivo U.niversitario A.utonomo
BAZ.video: http://www.ecn.org/baz/audiovideo/20070609_roma_nobush...