autonomia
Bolivia, verso la secessione
Sab, 05/04/2008 - 17:48di Francesco Zurlo
da CamminareDomandando
A un mese esatto dall’incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz.
E’avvenuto l’altro ieri nel corso di un’affollatissima (ahimè) manifestazione tenutasi al Parque Industrial di Santa Cruz de la Sierra. In mezzo a un tripudio di bandiere verde-bianco-verde, Ruben Costas, prefetto dissidente della città orientale, ha affermato coram populo che in caso di vittoria del sì nella consultazione, il governo dipartimentale della regione promulgherà una lunga serie di decreti per scavalcare le leggi e le direttive che arrivano dal Palacio Quemado.
Si comincerà con uno “sciopero fiscale” sui generis: l’IDH, l’imposta sugli idrocarburi voluta da un referendum promosso da Mas e movimenti sociali nel 2004, rimarrà in loco, negando il finanziamento de la Renta Dignidad, la pensione di vecchiaia universale istituita coraggiosamente mesi fa dal governo.
Quindi si procederà a un superamento della proibizione di esportare l’olio, misura recentemente adottata da Morales per proteggere il fabbisogno interno e combattere la speculazione. A seguire si darà il via a una serie di promesse di forte impatto popolare per le classi subalterne di Santa Cruz (perché nessuno le chiama populiste questa volta?), finanziate dalla futura autonomia fiscale e dal mantenimento in loco dell’IDH: un piano di edilizia popolare, aumenti salariali, un assicurazione sanitaria dipartimentale. Il tutto grazie a «los recursos que [el departamento] va a recuperar». Con buona pace del pauperimmo resto del paese, ovviamente.
Il carattere eversivo di queste proposte è sotto gli occhi di tutti. All’origine vi è il rifiuto di prender atto della bocciatura del referendum da parte della Corte Nazionale Elettorale di qualche settimana fa’. Il presidente di quest’ultima, Jose Luis Exeni, noto anche per la sua attività di blogger, ha infatti fatto cadere entrambe le consultazioni che erano in programma: quella “governativa” sul nuovo progetto costituzionale – per l’assenza di un clima adatto – e quella autonomista - per la sua palese incostituzionalità. Ma mentre l’oficialismo ha accettato di buon grado il verdetto della Corte, l’oligarchia cruceñista non si è rassegnata e ha deciso di portare avanti il referendum, costi quel che costi. Anche se a difenderlo – come abbiamo ricordato qui – dovranno essere le ronde neonaziste dell’UJC, la Forza Nuova locale. Il tutto mentre qualcuno continua a vedere nella cricca cruceñista la vera Bolivia democratica, ostaggio del populismo nazionalista (sic!) del governo indigenista di La Paz.
E così nell’indifferenza dei grandi media internazionali, la Bolivia, a due anni dall’elezione di Morales assomiglia sempre più al Cile pre-golpe del ’73. Pochi giorni fa un massiccio sciopero dei sindacati degli autotrasportatori – alleati a doppio filo con l’oligarchia agroesportatrice di Santa Cruz – ha paralizzato il paese, in maniera non dissimile a quanto accadde nei giorni della morente Unidad Popular cilena.
E non finisce qui. La tensione cresce infatti in tutti i dipartimenti governati dai prefetti “autonomisti”, così come a Sucre dove un pretestuoso e strumentalizzatissimo conflitto sulla Capitalia (da riportare nella vecchia ciudad blanca togliendola all’”usurpatrice” La Paz) crea non pochi grattacapi al gabinetto Morales e non pochi disordini e violenze.
Inoltre la guerra di spie scoperta qualche settimana fa’ (gli Stati Uniti pagavano studenti e borsisti nordamericani per spiare cittadini venezuelani e cubani nel paese) ha rivelato che le oscure manovre della diplomazia Usa in Bolivia non sono mai finite – anche se forse ora hanno meno incidenza che in passato.
Infine non dovrebbe rappresentare un segreto per nessuno l’evidente simpatia per gli autonomisti di tutte le multinazionali degli idrocarburi che operano nel paese, per le quali una vittoria della fronda anti-Morales potrebbe significare un rapido ripristino della situazione anteriore all’insediamento del presidente indio.
Tuttavia, come già detto altre volte, la scelta di questa strategia autonomistico-secessionista è già di per sé un ripiego. E’indubbio che fino a dieci anni fa, quando l’ortodossia del Washington Consensus non era ancora stata intaccata dal vento progressista che spazza da anni il vecchio “cortile di casa”, la situazione boliviana sarebbe stata risolta nel più classico dei modi: con un golpe militare, finanziato ad altre latitudini. Ma di questi tempi come ha detto los tesso Evo Morales tempo fa, gli autonomisti “bussano alle porte delle caserme, ma i militari hanno [...] un'altra mentalità”. Anche perché la mutata situazione internazionale – comprensiva di minacce del Venezuela di Chávez di vietnamizzare la Bolivia in caso di rovesciamento di Morales- funge da valido deterrente. Ma non scaccia gli spettri di una crisi di difficilissima soluzione. Nè quelli di una vera “balcanizzazione” del paese. Prospettiva rispetto alla quale la recente e scellerata proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo, potrebbe fungere da pericolosissimo precedente.
Insomma gli ingredienti per rendere nuovamente la Bolivia la polveriera del Sudamerica ci sono tutti. L’unica speranza è che la volontà distruttiva di qualcuno degli attori in campo (la destra moderata che spalleggia l’oltranzismo di Marinkovic e soci) venga meno prima della catastrofe.
Quel treno del movimento che svuota la Piazza
Mar, 12/06/2007 - 19:28La giornata del 9 Giugno ha saputo tracciare, passando per le strade di Roma, la capacità dei movimenti di agire in completa autonomia, lontani e contro la politica istituzionale di chi oggi con un piede vorrebbe alzarsi a rappresentanza politica dei movimenti e con l'altro rifinanziare le missioni militari, costruire nuove basi americane a Vicenza, calpestare il diritto all'autodifesa dei territori da parte di chi ci vive in Val di Susa, imporre una vita di sacrifici e bisogni insoddisfatti a milioni di precari. Un corteo in cui in oltre 100.000 abbiamo affermato con eccezionale vitalità l'antagonismo alle politiche guerrafondaie del criminale bush, e tutta la nostra distanza dalle politiche del governo prodi (oggi entrambi sempre più minuscoli), in materia estera così come in politica interna. Dalle giornate di Rostock al 9 Giugno romano passa la riaffermazione di una soggettività sociale antagonista capace di conquistarsi passo dopo passo la possibilità di Muoversi Liberamente, di Manifestare, di Resistere nonostante la militarizzazione, il controllo, la repressione preventiva che dalle stazioni di tutta italia alla partenza, fino al tentativo di bloccarci in stazione Tiburtina al rientro, ci hanno accompagnati per tutto il giorno.
Abbiamo saputo riempire le stazioni ferroviarie di decine di migliaia di compagne e compagni determinati ad arrivare a Roma; abbiamo saputo imporre trattative che, nonostante i numerosi tentativi in corso da oltre una settimana, erano state fino a quel momento provocatoriamente negate da Trenitalia. A Bologna, punto di concentramento per numerose città del nord italia, la partenza è stata garantita, al di fuori di ogni rimpiattino istituzionale, dalla determinazione con cui già dalle 10.00 del mattino i compagni e le compagne sono arrivati in stazione, ponendosi fin da subito a ridosso dei binari, violando il blocco fino a quel momento attuato dalle decine e decine di agenti di polizia disseminati agli ingressi, negli atri, sulle banchine di partenza. Un mal riuscito tentativo di "ordine pubblico", delegato da Trenitalia alle forze dell'ordine, che ha sommato all'asfissiante controllo della piazza romana la deterrenza numerica preventiva voluta dal governo. Qui si è giocata anche la partita fra chi in questa piazza ha letto, e voluto scrivere da protagonista, una grande giornata di mobilitazione senza compromessi, e quanti hanno deciso di sottrarsi a questa fondamentale battaglia... optando per qualche bus a basso costo, per una giornata a basso profilo. Questa scommessa l'hanno vinta tutti coloro che hanno scelto di respingere con la propria presenza la decentralizzazione del controllo puntando verso una partecipazione di massa al corteo romano, occupando le stazioni, forzando le trattative, conquistandosi la libertà di muoversi e di manifestare.
Qualcuno aveva fatto appello alla necessità di riunire in un unico momento di piazza il movimento contro le guerre, unilaterali o multilaterali che fossero. Ebbene, questo è avvenuto. Il movimento era tutto nel corteo di piazza della Repubblica, lasciando ad una spopolata Piazza del Popolo l'angusto ruolo di alchemica riconciliazione tra politiche di lotta e di governo... fallimentare esperimento di rappresentazione di sè come qualcosa di più che non dirigenze e funzionari di partito, dimostratisi quanto mai lontani dalle aspettative e dall'immaginario degli oltre 100.000 che hanno manifestato per le vie di Roma. E' questo lo spazio dei movimenti segnato dal corteo del 9 Giungo, uno spazio quantitativamente e qualitativamente significativo marcato dalla crisi di rappresentanza di quei partiti che avevano tentato di attraversare negli anni passati il composito movimento contro la guerra e che oggi rimane terreno esclusivo dell'antagonismo e dell'inconciliabilità con le istituzioni. Chi aveva ad oggi seguito l'impraticabile via della pacificazione e della permeabilità con un presunto "governo amico", il 9 Giugno ha operato invece una scelta di parte quanto mai esplicativa, in un corteo su questo coeso e determinato, che ha anche saputo osare la forzatura del rigido controllo poliziesco impostogli. Chi sulle testate giornalistiche o nelle conferenze stampa ha parlato, in merito al defluire del corteo in Piazza Navona e al tentativo di superare gli sbarramenti di Corso Vittorio, della folle azione di qualche isolato "facinoroso" non c'era, non ha visto, non ha voluto vedere. Alle cariche della polizia, susseguitesi fino ad invadere Piazza Navona stessa di gas lacrimogeni e a circondarla, il corteo ha risposto unitariamente resistendo, senza disperdersi, ma anzi riprendendo il suo cammino fino ad arrivare alla stazione Tiburtina, teatro dell'ennesima provocazione poliziesca e di Trenitalia.
Ad onor di cronaca, in stazione Tiburtina ad attendere i manifestanti una sbarramento imponente di forze dell'ordine, tra polizia e guardia di finanza, che si dividevano il compito di sbarrare gli ingressi della stazione completamente militarizzata, impedendo di fatto ai manifestatnti di andare a prendere quei treni per il rientro che già in mattinata si era riuscito ad ottenere. Per due ore si è aperta una trattativa tra i compagni e i rappresentanti di questura e trenitalia, i quali hanno trascinato la stessa per ore con il chiaro intento di alzare la tensione tra le centinaia di manifestanti guardati a vista dagli agenti in assetto antisommossa. Parallelamente alla stazione termini si assisteva ad una situazione simile di militarizzazione e forze dell'ordine che impedivano a gruppi di manifestanti di accedere ai binari. Era chiaro a tutti e tutte che la nostra libertà di manifestare non è solo quella di non accetare zone rosse, città militarizzate o divieti di ogni sorta, ma anche quella di poterci spostare e muovere liberamente senza restrizioni economiche impossibili da sostenere per tutti i precari e precarie, che sabato erano a Roma ad opporsi alla visita sgradita di Bush. Al ricatto fasullo di trenitalia, verso prefettura e questura, la quale paventando buchi di bilancio dichiarava di non poter far viaggiare senza pagare i manifestanti, la piazza non è stata più disposta ad accettare ricatti di sorta sollevandosi convinta e determinata a prendersi quei treni: compagni incordonati, bandiere che sventolavano, cori e slogan hanno avuto come risposta cariche della polizia. La piazza ha saputo rispondere determinata con barricate su tutti i lati del piazzale della tiburtina presidiato dagli agenti, rimanendo compatti di fronte ai lacrimogeni e ai manganelli. Dopo un'ora la situazione si sblocca per ordine del prefetto che intima a trenitalia, per gravi motivi di ordine pubblico, di mettere a disposizione i treni per riportare i manifestanti a casa: sono due i treni, uno per torino-milano, l'altro per bologna-padova-venezia.
L'essere riusciti a conquistarsi sia alla mattina, che a tiburtina i treni per il "No Bush", è stato un passaggio determinante e decisivo da parte di tutto il movimento, che in caso contrario avrebbe aperto un precedente pericoloso e ingombrante per quanto riguarda la libertà di movimento e di manifestare per tutti e tutte. A maggior ragione nel momento in cui è stata la piazza nella sua interezza a sbloccare la situazione, riportando la trattativa su un piano più contingentemente nostro, superando la relativa disattenzione e la scarsa partecipazione del movimento romano rispetto a quanto in quelle ore si stava svolgendo in stazione Tiburtina, nonostante l'estraneità di quasi tutti i presenti al territorio romano e nonostante la vile, seppur estemporanea, aggressione di stampo fascista che ha provocato il ferimento di un compagno a seguito del lancio di segnaletica stradale dalla sopraelevata che fiancheggia la stazione.
Rimane dunque, a bilancio della giornata, la capacità del movimento di porsi al fianco di quanti nel mondo si frappongono e si oppongono al regime di guerra permanente. E di farlo autonomamente rispetto alle ambigue posizioni espresse da un ceto politico difficilmente interprete delle volontà, delle tendenze e del potenziale espresso da questa piazza fatta di studenti, migranti, precari, comitati di lotta territoriali, espressione dei soggetti sociali reali che non si sentono più rappresentati e rappresentabili da nessuna delle 'sinistre' al governo, e neanche dagli equilibrismi altermondialisti e buonisti di chi vuole riesumare i fantasmi di Porto Alegre. La crisi della politica si è quindi materializzata per le strade di Roma, oltrechè nella diserzione dai seggi elettorali la domenica successiva. E' un vuoto che si è tradotto in partecipazione e consapevolezza nella lotta: incontrare, costruire e organizzare una resistenza comune fra tali soggetti è l'unico modo per riempire ed allargare questo vuoto, per tradurlo nella determinazione di una forza che inverta i processi di devastazione sociale cui questo paese è sottoposto senza soluzione di continuità da più di un decennio.
Infine tutta la nostra solidarietà va a chi per la giornata del 9 giugno è stato arrestato o incorrerà in procedimenti penali. La solidarietà è la nostra migliore arma e non possiamo far finta di dimenticarcela...
Laboratorio Occupato CRASH!
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BAZ.video: http://www.ecn.org/baz/audiovideo/20070609_roma_nobush...