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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

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processo

Processo al Sud Ribelle: tra pochi giorni la sentenza

autore:
nodops

Il capro espiatorio del Sud RibelleDopo oltre 3 anni di udienze, il processo al Sud Ribelle, che vede
imputati 13 compagni, tra cui molti attivisti di Cosenza, provenienti da
diverse realtà di movimento, arriva al suo epilogo.A sette anni dal suo avvio, la vicenda della "Rete Meridionale del Sud Ribelle", sta per giungere la sentenza di primo grado.

Il 23 aprile è prevista, infatti, l'ultima giornata dedicata alle arringhe difensive, mentre giovedì 24 aprile la Corte d'Assise del Tribunale di Cosenza si pronuncerà in merito ai complessivi 50 anni di carcere e 26 di libertà vigilata richiesti dal PM Domenico Fiordalisi.

L’accusa per i 13 attivisti è quella di "Cospirazione politica mediante associazione, al fine di impedire l’esercizio delle funzioni del Governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001, creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato."

Per ripercorrere le tappe fondamentali del processo Sud Ribelle, svoltosi per tutta la sua durata nelle aule del tribunale di Cosenza, rimandiam all'archivio di IMC Calabria e di Supportolegale.

COMUNICATI
- Appello per il presidio al Tribunale di Cosenza del Coordinamento Liberi Tutti
- "Ripartiamo dal basso, costruiamo conflitto" del C.P.O.A. Rialzo

INIZIATIVE
- giovedì 24 aprile - ore 14.00 - Presidio al Tribunale di Cosenza in attesa della sentenza

CALENDARIO DELLE PROSSIME UDIENZE
- mercoledì 23 aprile - Ultima arringa difensiva
- giovedì 24 aprile - Pronunciamento della sentenza

MANIFESTAZIONE DEL 2 FEBBRAIO
- Sito della manifestazione
- Assolutamente un successone - Comunicato del Coordinamento Liberi Tutti
- Le foto del corteo
- Adesioni

"Io, l'infame della caserma che ha denunciato quelle torture"

autore:
Giuseppe D'AVANZO
Sommario:
Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni. Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".

(18 marzo 2008)

ANSA sul processo di Bolzaneto

autore:
da Ansa
Sommario:
agenzie sulle richieste dei PM al processo Bolzaneto

G8: BOLZANETO; OGGI FINE REQUISITORIA CON LE RICHIESTE PM (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - Sono previste in tarda mattinata o al massimo nel primo pomeriggio le richieste dei pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittoria Ranieri Miniati nei confronti di 45 imputati nel processo per le violenze e i soprusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto, durante il G8. Per uno solo degli imputati verrà richiesta l'assoluzione. Le pene complessive per gli altri 44 imputati sono poco meno di 80 anni di reclusione. I reati contestati sono a vario titolo abuso d' ufficio, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso ideologico, violenza privata, violazione dell' ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. In aula è presente anche il procuratore aggiunto Mario Morisani, a sua volta titolare dell'inchiesta. (ANSA).

G8: BOLZANETO; CHIESTE CONDANNE A OLTRE 76 ANNI ++ (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - Condanne complessive a 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione sono state chieste dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i 44 imputati nel processo per le violenze e i soprusi nella caserma della Polizia di Bolzaneto, durante il G8. Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione. (SEGUE)

G8: BOLZANETO; CHIESTE CONDANNE A OLTRE 76 ANNI (2) (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 come responsabile della sicurezza. È accusato di abuso d' ufficio e abuso di autorità contro detenuti. L'accusa nei suoi confronti è di aver agevolato e comunque non impedito la condotta degli altri come avrebbe dovuto e potuto fare nella sua veste di responsabile alla sicurezza. In particolare avrebbe percosso con calci, pugni, sberle e anche con il manganello in dotazione gli arrestati e i fermati per identificazione. Pena cospicua di 3 anni e 6 mesi di reclusione anche nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Stessa richiesta di condanna per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della Polizia Penitenziaria Oronzo Doria (all'epoca colonnello), responsabile del coordinamento e dell' organizzazione, per gli ufficiali di custodia cap. Ernesto Cimino e cap. Bruno Pelliccia, che devono rispondere degli stessi reati. Complessivamente i capi d'accusa contestati dai pm sono stati 120.

G8: BOLZANETO; LE RICHIESTE DI CONDANNE PER I MEDICI (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - I pm hanno chiesto inoltre la condanna dei cinque medici presenti nell'area sanitaria. Per Giacomo Toccafondi, coordinatore, accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni, 6 mesi e 25 giorni di reclusione; per Aldo Amenta 2 anni, 8 mesi e 15 giorni; per Adriana Mazzoleni, 2 anni, e 3 mesi; per Sonia Sciandra, 2 anni, 8 mesi e 25 giorni per Marilena Zaccardi, 2 anni, 3 mesi e 20 giorni. Nei confronti di Massimo Pigozzi, il poliziotto accusato di lesioni personali per l' episodio dello «strappo» alla mano subita dal manifestante Giuseppe Azzolina, poi suturata senza anestesia, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni e 11 mesi di reclusione. Le richieste di condanna sono contenute in 23 pagine e per leggerle il pm ha impiegato circa un'ora. Nei prossimi giorni la pubblica accusa presenterà al tribunale anche una memoria di mille pagine per denunciare le torture subite dagli arrestati nella caserma di Bolzaneto. Nutrito il collegio dei difensori presenti in aula tra cui Sandro Vaccaro e Nicola Scodnik difensori di Gugliotta, Pigozzi, Toccafondi. A decidere ora sulle richiestè sarà il tribunale presieduto da Renato De Lucchi. (ANSA)

G8: BOLZANETO; PM, ITALIA INADEMPIENTE PER REATO TORTURA (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - Nella caserma di Bolzaneto, secondo i pm, furono inflitte alle persone fermate «almeno quattro» delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli anni Settanta, configurano «trattamenti inumani e degradanti». Quello che avvenne a Bolzaneto - hanno sostenuto i pm - fu un comportamento inumano e degradante ma, non esistendo una norma penale (per la quale l'Italia è inadempiente rispetto all'obbligo di adeguare il proprio ordinamento alla convenzione internazionale), l' accusa è stata costretta a contestare agli imputati l'art.323 (abuso d'ufficio) che comunque sarà prescritto nel 2009. L'unico reato per cui sono richieste 10 anni per la prescrizione è il falso ideologico. Altri reati contestati a vario titolo sono: violazione della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, abuso di autorità nei confronti di persone arrestate o detenute, minacce, ingiurie, lesioni. Parlando dei disegni di legge mai tramutati in legge, il pm Petruzziello ha detto che per il reato di tortura e per il trattamento inumano e degradante sarebbe prevista l'imprescrittibilità e le pene varierebbero da 4 a 10 anni. Nel caso in esame, invece, i reati si prescriveranno quasi tutti nel 2009. (ANSA).

G8, i pm chiedono condanne a oltre 76 anni per le violenze della polizia nella caserma Bolzaneto

autore:
dal Messaggero
Sommario:
76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione chiesti dai PM

GENOVA (11 marzo) - Condanne complessive a 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione sono state chieste dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i 44 imputati nel processo per le violenze e i soprusi nella caserma della Polizia di Bolzaneto, durante il G8.

Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione.

La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 come responsabile della sicurezza. È accusato di abuso d' ufficio e abuso di autorità contro detenuti. L'accusa nei suoi confronti è di aver agevolato e comunque non impedito la condotta degli altri come avrebbe dovuto e potuto fare nella sua veste di responsabile alla sicurezza. In
particolare avrebbe percosso con calci, pugni, sberle e anche con il manganello in dotazione gli arrestati e i fermati per identificazione.

Pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione anche nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella
caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Stessa richiesta di condanna per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della Polizia Penitenziaria Oronzo Doria (all'epoca colonnello), responsabile del coordinamento e dell' organizzazione, per gli ufficiali di custodia cap. Ernesto Cimino e cap. Bruno Pelliccia, che devono rispondere degli stessi reati. Complessivamente i capi d'accusa contestati dai pm sono stati 120

Aggiornamento processo 6 novembre

autore:
imc roma

Nulla di fatto.

Stamattina doveva avere inizio la fase dibattimentale del processo per i fatti del 6 novembre 2004. Fuori dal Tribunale era stato indetto un presidio di solidarietà al quale hanno partecipato circa duecento attivist* per ribadire che le lotte sociali non si processano.

Oggi dovevano essere ascoltati i funzionari della DiGos e i testimoni dell'accusa. Ancora un rinvio però.

Tra i componenti del collegio dell'accusa figurava infatti una certa Fiordalisi, che si è scoperto oggi essere la sorella del più famoso pubblico ministero Domenico Fiordalisi; sì, proprio lo stesso pm che ha istruito il processo contro la rete del Sud Ribelle, che si sta concludendo in questi giorni. Vale la pena ricordare che tra le migliaia di pagine degli atti del processo di Cosenza utilizzati per tentare di dimostrare l'assurda accusa di cospirazione politica e di propaganda sovversiva, sono stati acquisiti tutti gli atti e i video relativi alle indagini sul 6 novembre. Tutto in famiglia quindi, nella migliore tradizione itaGliana.
La signora ha ritenuto più opportuno tirarsi indietro, e da qui la sorpresa del rinvio del processo di stamattina.

Il presidio di solidarietà doveva anche essere un momento di comunicazione per la manifestazione nazionale di sabato prossimo a Cosenza, indetto proprio contro le richieste fatte dal Fiordalisi alle/gli attivist* coinvolt*. Che dire, tempismo perfetto!

Processo al Sud Ribelle: oggi le rihieste dei PM

Sommario:
Tredici militanti accusati di associazione sovversiva davanti alla Corte d'assise di Cosenza. La Procura: "Hanno preparato gli incidenti durante il Global forum a Napoli e i G8 di Genova". No global, requisitoria del pm.

Chiesti 6 anni per Caruso e Casarini
La replica: "Processo politico, argomentazioni vergognose"

L'onorevole Francesco Caruso, al centro, davanti al palazzo di giustizia di Cosenza

COSENZA - Sei anni per Francesco Caruso, parlamentare di Rifondazione comunista, per Luca Casarini, leader delle Tute bianche, e per Francesco Cirillo, "mente" della Rete meridionale del sud ribelle. Sono le richieste di condanna presentate dal pm Domenico Fiordalisi, nel processo contro 13 militanti no global imputati a Cosenza, in Corte d'assise, di associazione sovversiva.

Secondo la pubblica accusa, gli imputati sono colpevoli di aver preparato con scientificità gli incidenti durante il Global forum a Napoli e il G8 di Genova del 2001. "Volevano bloccare i vertici politici ma anche costituire un gruppo sovversivo", ha detto Fiordalisi nella requisitioria durata sette ore. Condanne comprese tra tre anni e sei mesi e due anni e mezzo sono state chieste per gli altri imputati.

Il magistrato ha puntato l'indice contro internet e i siti della contestazione "strumenti informatici che, in questa vicenda, sono stati fondamentali per diffondere idee di violenza. Il programma dell'organizzazione era tale da creare lo scontro e queste forme di resistenza a pubblico ufficiale costituiscono reato".

Le repliche di Luca Casarini e Francesco Caruso non si sono fatte attendere. "E' una requisitoria vergognosa", ha affermato Casarini. "E' basata su un teorema tutto politico che vuole sostanzialmente rendere criminale ciò che ha coinvolto milioni di persone, da Seattle a Genova". Pesanti anche le parole usate da Francesco Caruso, "orgoglioso" di essere accusato di "cospirazione politica": "Fu la stessa accusa rivolta a Pertini e Mazzini. Per questo entriamo in tribunale a testa alta convinti che le nostre battaglie contro le ingiustizie non possono essere fermate da un pm".

L'inchiesta comincia un po' per caso, dalla bomba terrorista di via Brunetti a Roma nell'aprile 2001 e da un volantino di rivendicazione arrivato alla Zanussi di Cosenza. Al centro delle indagini gli aderenti ai Nipr. Invece passa per gli incidenti durante il Global forum di Napoli (marzo 2001). Si concentra sui tre tragici giorni del G8 di Genova, individua "legami degli indagati con i black bloc", analizza le occupazioni nelle agenzie interinali nelle città del sud. Si basa su un lungo lavoro della Digos e dei Ros dei carabinieri che, dai giorni del G8 a Genova, non smettono di filmare, pedinare e infiltrarsi in riunioni e assemblee no global, monitorando centinaia di siti internet, intercettando decine di persone fino alle 359 pagine delle ordinanze di custodia cautelare firmate il 6 novembre del 2002.

APPELLO ALLA MOBILITAZIONE - Il 2 febbraio tutt* a Cosenza

autore:
Coordinamento "Liberi tutti"

Erano passati pochi giorni dalla manifestazione di un milione di persone contro la guerra in Iraq che aveva concluso il Forum Sociale Europeo di Firenze, una delle più importanti esperienze di partecipazione democratica realizzate nel nostro paese.

La notte del 15 novembre 2002 venti persone che erano state fra gli organizzatori di quel Forum furono arrestate dai reparti speciali dei ROS e dei GOM. Ad altri cinque furono notificati gli arresti domiciliari. Quarantatre persone finirono indagate nel filone di inchiesta. Le irruzioni di uomini armati fino ai denti e con il volto coperto terrorizzarono molte famiglie a Cosenza, Napoli e Taranto.

Tredici persone furono rinviate a giudizio, accusate di aver voluto "sovvertire violentemente l'ordine economico costituito nello stato" per essere stati fra gli animatori delle grandi manifestazioni di popolo in occasione del vertice OCSE di Napoli e del G8 di Genova nel 2001.

Quel processo, iniziato il 2 dicembre 2004 presso la Corte di Assise di Cosenza, è alle sue battute finali. La requisitoria del Pubblico Ministero è prevista per il 24 gennaio, e poco dopo sarà emessa la sentenza.

Solo un mese fa il Tribunale di Genova ha comminato più di un secolo di carcere a ventiquattro manifestanti. Sono stati inflitti fino a 11 anni di carcere utilizzando reati da codice di guerra come l'accusa di "devastazione e saccheggio".

Al contrario, nessuno ha pagato per le inaudite violenze compiute dalle forze dell'ordine sui manifestanti a Genova, giudicate da Amnesty International la più grave violazione dei diritti umani in Europa dal dopoguerra.

Nessuno dei dirigenti responsabili ha dovuto rendere conto degli errori ed orrori commessi: al contrario, sono stati tutti promossi. I processi per la macelleria della Diaz e le torture a Bolzaneto si avviano alla prescrizione per decorrenza dei termini. L'omicidio di Carlo Giuliani è stato archiviato senza un processo. Il Parlamento ha respinto la richiesta di istituzione di una Commissione di Inchiesta. Al contrario, gli imputati di Cosenza rischiano pene severissime.

Ancora una volta c'è bisogno di difendere la dignità calpestata del nostro paese e le garanzie democratiche - nel sessantesimo della Costituzione. Una volta ancora bisogna pretendere verità e giustizia sui fatti di Genova, e difendere il diritto a costruire un "un altro mondo possibile".

Il nostro paese è pieno di lotte, vertenze nazionali e locali, resistenze e proposte per i diritti umani, sociali, civili, politici, ambientali, per la difesa dei beni comuni, contro la guerra e il riarmo. L'attivismo civile e la mobilitazione sociale dovrebbero essere considerati una risorsa di questo paese.

Al contrario, questi conflitti finiscono sotto processo e tante persone rischiano di vedersi rovinata la vita per il loro impegno sociale. Crediamo sia necessario allargare la riflessione, la solidarietà e l'iniziativa unitaria di fronte ai segnali di una deriva securitaria e repressiva contro ogni forma di diversità e di dissenso.

Agli imputati di Cosenza viene contestato di essere protagonisti attivi del movimento altermondialista e delle lotte per il cambiamento, attività che viene quindi considerata sovversiva e cospirativa.

Questo processo riguarda perciò fino in fondo tutti coloro che credono doveroso impegnarsi per una società e un pianeta più giusti e che vogliono per tutti e per tutte il diritto ad agire, ad opporsi, a praticare e vivere alternative.

E' tempo di tornare a Cosenza da ogni parte d'Italia, come facemmo il 23 novembre del 2002 protestando insieme a tutta la città.

Costruiamo insieme una nuova grande manifestazione a Cosenza sabato 2 febbraio per liberare chi è sotto processo da accuse inaccettabili.

DIFENDIAMO IL DIRITTO A VOLER CAMBIARE IL MONDO

Le adesioni collettive e individuali vanno inviate a: liberitutti@inventati.org

Omicidio Renato: Gup respinge richiesta avvocati nuove indagini

autore:
omiroma

BIAGETTI, AVVOCATI: «GUP RESPINGE RICHIESTA DIFESA NUOVE INDAGINI» (OMNIROMA) Roma, 28 giu - «Il Gup del tribunale di Civitavecchia, Giovanni Giorgianni ha respinto la richiesta di integrazione probatoria avanzata dai legali della famiglia di xxx (ilmaggiorenne) per acquisire ulteriori elementi utili alle indagini». Ad affermarlo sono i legali della famiglia Biagetti, Maria Luisa D'Addabbo, Arturo Salerni e Luca Santini, al termine della terza udienza preliminare per l'omicidio di Renato Biagetti avvenuto il 27 agosto del 2006 sul litorale di Focene, svoltasi stamani nell'aula B del Palazzo di Giustizia di Civitavecchia. «Una richiesta giustificata secondo la difesa di xxx (il maggiorenne) - proseguono i legali della famiglia Biagetti - da alcuni elementi da approfondire emersi dalla testimonianza rilasciata dalla vittima poco prima di morire all'ospedale Grassi di Ostia e ricostruita a memoria a quasi un anno di distanza dall'appuntato dei carabinieri della stazione di Ponte Galeria, Maurizio Nafia. Una richiesta che avrebbe portato a riascoltare le deposizioni rilasciate da xxx (l'allora fidanzata di Renato Biagetti) e xxx (presente la sera dell'omicidio) e ad ascoltare l'appuntato dei carabinieri Nafia. Secondo il Gup però - concludono gli avvocati - il materiale probatorio é sufficiente per decidere il rinvio a giudizio perché non ci sono prove, né elementi per decidere il non luogo a procedere. Il 12 quindi si andrà a discussione». E sempre alla Procura della Repubblica di Civitavecchia é stata inoltrata dai legali della famiglia Biagetti una denuncia per favoreggiamento e omessa presentazione di denuncia all'Autorità Giudiziaria relativamente alle deposizioni rilasciate dal Biagetti ai carabinieri nel pronto soccorso dell'ospedale Grassi di Ostia, acquisite negli atti soltanto il mese scorso. «Una denuncia che resta generica, ma sulla quale chiediamo di indagare - aggiunge l'avvocato Arturo Salerni - perché gli elementi ci sono. La deposizione di Renato non faceva parte del fascicolo delle indagini svolte dagli inquirenti e consegnato al Pm, Margherita Pinto, lo stesso vale per i parenti. Qualcuno potrebbe aver agevolato, xxx e xxx (il minore coinvolto nell'omicidio di Biagetti) a nascondersi e ad eliminare prove. I due per 4 giorni non si sono trovati e i vestiti che indossavano la notte dell'omicidio sono spariti».

Omicidio Renato: processo rinviato al 12 luglio

autore:
omiroma

OMICIDIO BIAGETTI, GUP RINVIA UDIENZA AL 12 LUGLIO (OMNIROMA) Civitavecchia, 28 giu - É stata rinviata al 12 luglio l'udienza preliminare per l'omicidio di Renato Biagetti, ucciso il 27 agosto del 2006 sul litorale di Focene, nella quale è imputato xxx, attualmente recluso nel carcere di Rebibbia. Al vaglio del giudice le tre perizie psichiatriche (quella del pubblico ministero Margherita Pinto, quella del gup e quella della difesa) effettuate dai periti su xxx per verificare la capacità di intendere e di volere del ragazzo in merito ad una presunta personalità border line riscontratagli dal personale medico del carcere di Civitavecchia prima e di Rebibbia in seguito. «La perizia ordinata dal gup al medico Stefano Custerman - spiega il legale della famiglia Biagetti, Arturo Salerni - rileva che non ci sono vizi di mente tali da poter incidere sulla volontà di intendere e di volere di xxx al momento del fatto. Nel merito delle perizie psichiatriche il gup deciderà il 12 luglio, sempre nello stesso giorno la difesa dovrà comunicare la scelta di rito abbreviato o il rinvio a giudizio»

GUP RIGETTA COMUNE DI ROMA COME PARTE CIVILE

autore:
omiroma

Omniroma-OMICIDIO BIAGETTI, GUP RIGETTA COMUNE DI ROMA COME PARTE CIVILE (OMNIROMA) Civitavecchia, 28 giu - Il gup (giudice udienza preliminare) Giovanni Giorgianni, dopo la camera di consiglio, ha rigettato la richiesta inoltrata dal legale del Comune di Roma per la costituzione dell'ente come parte civile nel processo per l'omicidio di Renato Biagetti, in corso di svolgimento al tribunale di Civitavecchia, avvenuto il 27 agosto del 2006 sul litorale di Focene. «Il giudice ha ritenuto che la capacità rappresentativa del Comune - spiega l'avvocato Sabato, legale del Comune di Roma - per l'azione giuridica Comune-cittadinanza non avesse una determinazione tale da far insorgere un diritto di risarcimento danni». L'udienza a porte chiuse è appena ripresa nell'aula B del tribunale di Civitavecchia per discutere i risultati della perizia psichiatrica effettuata su Vittorio Emiliani attualmente recluso nel carcere di Rebibbia. Ad attendere l'esito dell'udienza ci sono circa una trentina di ragazzi del centro sociale «Acrobax» e la mamma e l'allora fidanzata di Biagetti.

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