acrobax
Non vogliamo i fascisti al governo della citta'!
Dom, 20/04/2008 - 13:08Ci troviamo di fronte ad un momento molto delicato della vita sociale,
politica e culturale del nostro paese e della nostra citta'. Riteniamo,
dunque, necessario ed opportuno prendere parola in merito allo scenario
politico che si paventa con il ballottaggio al Comune di Roma.
Il rischio di vedere sindaco Alemanno, rappresentante della destra
populista e fascista all’interno del PDL, ormai forza al governo di
questo paese, rappresenta per noi un allarme sociale e politico fortissimo.
Roma non merita di essere governata da una coalizione formata da
personaggi come Storace, Alemanno e Sabbatani-Schiuma, espressione della
peggiore storia della destra locale e nazionale .
Il candidato sindaco di Roma, Gianni Alemanno, noto esponente del MSI,
vicino a terza posizione, ritenta per la seconda volta di insediarsi a
capo del governo della nostra citta'.
Noi, come tutte le realta' sociali, siamo i primi ad essere attaccati
dalla campagna di diffamazione mediatica e da vere e proprie aggressioni
squadriste con cui, la destra fascista, punta a vincere anche le
elezioni comunali e che rappresenta il vero volto di questa destra
targata Gianni Alemanno.
Riteniamo che la vittoria di Alemanno sia un rischio democratico enorme
che chiuderebbe ogni spazio di agibilita' a tutti quei soggetti,
associazioni e spazi sociali che sono stati negli anni una potenzialita'
ed un valore aggiunto nei termini di trasformazione della realta',
attraverso le tante battaglie sociali ed iniziative politiche.
Esperienze e spazi di liberta' che, in confronto a tutte le capitali
europee, caratterizzano l'unicita' della metropoli Roma e che, dunque,
devono essere messi al centro di una difesa attiva e comune.
Parliamo di tutti coloro che, dalle comunita' migranti ai centri sociali,
dalle case occupate alle realta' di cultura GLBTQ, potrebbero trovarsi
investiti da un clima pesantissimo orchestrato e fomentato ad hoc. Un
clima, questo, che sta gia' portando ad un inasprimento delle misure
repressive e di controllo, nascoste dietro un'idea demagogica di sicurezza.
Facciamo appello a tutte le forze sinceramente democratiche ed
antifasciste di questa citta' al fine di attivarsi nei propri territori
per comunicare il reale pericolo che rappresentano questi signori,
attraverso la costruzione di iniziative pubbliche e campagne di
informazione.
Respingere i fascisti, anche sotto un profilo elettorale scegliendo di
schierarci in questo ballottaggio, non significa assolutamente aderire e
dare consenso al progetto di Rutelli.
Infatti contrasteremo da subito Rutelli sindaco, se vorra' continuare nel
solco tracciato da Veltroni, nel segno dell’equidistanza e nella
legittimazione politica a veri e propri covi neofascisti come quelli di
Casa Pound e del Foro 753. Così come alla rincorsa all'ordine ed alla
sicurezza a tutti i costi.
Diciamo chiaramente che non accetteremo piu' da nessuno questa infame e
pericolosa politica, fatta di equidistanza e di opposti estremismi, che
ha portato all'omicidio di Renato.
Così come rilanceremo le lotte sociali contro la precarieta', per la
casa, per un reddito garantito, per la liberta' di movimento di tutti,
dei migranti, nella difesa degli spazi sociali e delle case occupate che
riteniamo una delle ricchezze sociali di questa citta'.
Oggi, quindi, riteniamo giusto schierarci in quello che, nei fatti, e' un
vero e proprio referendum sulla nostra liberta' e sugli spazi di
iniziativa politica.
Al sindaco fascista, diciamo no.
Enjoy the Silence
Dom, 13/04/2008 - 13:32ENJOY THE SILENCE...
Abbiamo scritto questo documento per condividere il dibattito del collettivo Acrobax su quello che sta accadendo nella nostra città e non solo.
Sono passati cinque anni da quando abbiamo occupato gli spazi dell’ex cinodromo, cercando di animare insieme a tanti altri il conflitto sociale a Roma. Abbiamo lanciato ed accolto una serie di suggestioni, che ci hanno spinto a definire lo spazio che quotidianamente viviamo come “laboratorio”. Spesso dunque abbiamo usato la parola sperimentazione: è accaduto nel caso di vertenze sul lavoro, di campagne di comunicazione sociale o di iniziative politiche nazionali.
Vista la mancanza di luoghi realmente pubblici di dibattito comunichiamo con trasparenza le scelte politiche che abbiamo deciso di intraprendere.
Affermiamo prima di tutto che la maggior parte delle contraddizioni che viviamo in questo angolo di mondo traggono origine, da quei processi economici globali oggetto della critica dei movimenti sociali da Seattle in avanti. Lo sfruttamento e la privatizzazione delle risorse primarie e dei beni comuni, la divisione internazionale del lavoro, la guerra globale e permanente, la devastazione ambientale, la finanziarizzazione dell’economia sono solo alcune delle scelte e delle conseguenze del capitalismo globale. Lo “strapotere dell’economia sulla politica, dell’ economia capitalista sul ruolo della politica, tendono ormai inesorabilmente a fare della prima il modello anche di governo delle contraddizioni, dei processi di sviluppo, finanche dei valori, a scapito della seconda, cioè la politica, ormai sempre più attenta a garantire i profitti dei grandi e medi imprenditori, delle multinazionali, minacciando sempre più spesso gli interessi generali e ancor di più delle classi subalterne. Tanto che il ruolo stesso della politica entra in crisi a partire proprio dalle forme della rappresentanza e prima di tutte quella istituzionale. Come se lo strapotere dell’economia, o meglio dello sfruttamento capitalistico, sembra non avere alcuna frontiera da oltrepassare avendo ormai distrutto o meglio, soggiogato, il ruolo e le finalità stesse della politica sempre più forma di leggittimazione alle scelte del capitale”…
E’ sempre più evidente che le istituzioni internazionali, dal G8 al Fondo Monetario Internazionale, sono le forme del nuovo regolazionismo globale dove il principio di rappresentanza poitica definitivamente soccombe di fronte alla centralità dell'economia e del suo funzionamento, lo strumento che serve a legittimare lo sfruttamento di milioni di persone in tutto il mondo.
L'Italia, a partire proprio dalle trasformazioni produttive avvenute negli ultimi decenni, con la frammentazione del lavoro e l'impresa a rete, risponde a questa doppio livello, del capitale e della politica, riformulando una azione sistemica: passare da un paese che ha sempre visto la rapprensentanza tener conto delle diverse anime anche culturali che si sono rese protagoniste spesso dell'assetto istituzionale, in un paese a carattere bipolare e bipartitico che tende alla soluzione presidenzialista per garantire governabilità alle scelte sia politiche che economiche.
Ma c’è di più: l’accelerazione verso il bipartitismo non solo è sempre più costitutiva dello spazio politico istituzionale odierno, ma i suoi dispositivi, dalla nascita del PD - e del suo simmetrico contro-altare PDL - in avanti, stanno permeando progressivamente lo stesso tessuto sociale sul quale poi si esercitano le prove di democrazia blindata ed eterodiretta.
Un sistema sul quale scommettono quei poteri forti che hanno bisogno della parte sostanziale di ciò che va sotto la denominazione di "governo delle larghe intese", in particolare quando si tratta di governare le contraddizioni sociali. Poteri forti che non cercano tanto la formalizzazione di un esplicito accordo di governo tra le parti, quanto piuttosto, un accordo di sistema che va al di là di chi poi effettivamente governa e vince le elezioni per far fronte ai due scenari che sono indissolubilmente legati: da un lato perseguire l’univoca direzione del neoliberismo globale per le riforme istituzionali, i mercati, il lavoro, il welfare e via discorrendo, dall’altro far fronte alle tensioni e alle conseguenze sociali che tutto ciò comporta e comporterà nel futuro prossimo. Questo intervenendo con un profilo neo-autoritario della governance sulle contraddizioni materiali, sui conflitti sociali e sulle nuove frontiere tecnologiche
Un’accelerazione bipartitica che sta permeando il sociale con un duplice risultato: da un lato conquistare un riverente e mediocre consenso che si moltiplica negli atteggiamenti passivi, senza più consapevolezza e critica e cioè far credere che la semplificazione bipartitica risolva i mali del paese, dall'altro l’abbandono della partecipazione politica come possibile spazio di trasformazione.
Tutto ciò appare ancora più chiaro in questo periodo in cui ci troviamo nel vivo della campagna elettorale. La scelta non è neanche più quella del “menopeggio”, piuttosto è la scelta di non poter, e da parte nostra non voler scegliere, perchè le nostre scelte sono le nostre lotte e i nostri vissuti quotidiani, perchè le nostre scelte guardano altrove.
Si tratta piuttosto di una questione centrale che potremmo definire di onestà intellettuale, culturale e politica. Non si può non leggere la crisi della rappresentanza politica istituzionale di fronte ai movimenti del NO che, con mille difficoltà e contraddizioni dalla Val di Susa a Vicenza passando per la Campania coperta di rifiuti, stanno ponendo con forza una questione dal sapore antico ossia: chi decide delle nostre vite?!
In questa fase non si può, a nostro giudizio, essere contigui con quel mondo prepotente ed arrogante del potere politico che è un potere sempre più corrotto ed attento affinchè si garantiscano quelle forme di sfruttamento e profitto che sono sotto gli occhi di tutti.
Dagli scandali finanziari legati alle speculazioni immobiliari, ai cannoli avvelenati del presidente della regione Sicilia, dalla mondezza di don Antonio Bassolino, alle vergogne ed infamie del g8, dallo scandalo della Banca d'Italia al crak parmalat, dalla corruzione dei servizi segreti alle inchieste insabbiate e dimenticate sui politici collusi con i poteri forti.
Squallido contraltare di questo è la scelta di candidare personaggi simbolici, dall'operaio della Thyessen alla mamma di Valerio Verbano, strumentalizzando cosi' tragedie sociali o storie politiche come pura merce elettorale.
Di fronte a tanto rumore, siamo felici di scegliere il silenzio.
Crediamo che sia necessario un processo costituente dei movimenti che ponga la questione della rappresentanza sociale dei conflitti aperti.
Ma ora, prima di tutto, c'è da fare conflitto, cospirazione, agitazione, individuando le giuste alternative per costruire spazi partecipati, sempre più ampi. Non condividiamo dunque la scelta di chi si candida, anche se solo nelle elezioni locali, perché la nostra prospettiva generale di iniziativa contro la condizione diffusa di precarietà lavorativa e sociale, ci porta a scegliere la strada della riproducibilità, dell'autorganizzazione, del protagonismo sociale.
Lo diciamo alla luce di una quotidianità vissuta in una metropoli come Roma dove, sotto un tappeto di lustrini e abbracci ecumenici, è stata nascosta la vita incerta, in bilico e precaria di migliaia di persone. Le trasformazioni urbanistiche, le speculazioni e la precarietà disegnano giorno per giorno il volto di Roma. Sono frutto di contiguità e interessi milionari, sanciti ormai nel nuovo Piano Regolatore che rappresenta la grande opera conclusiva degli ultimi vent'anni di governo del centro-sinistra. Cemento e ridefinizione della vocazione di interi quartieri e quadranti di Roma, della loro composizione e soprattutto del loro valore di mercato. A fronte di ciò una precarietà abitativa dalle cifre vertiginose, che impone a chi la vive lo strozzo di un mutuo o di un affitto, soluzioni in sovraffollamento o convivenze forzate. Una metropoli che si adegua al modello europeo di gestione e controllo sociale, fatta di espulsione obbligata in territori sempre più periferici da cui ne deriva una vita di pendolarismo, per migliaia di precari e precarie, tra i quartieri di nuova edificazione e la città vetrina e blindata del centro. Come in tutte le metropoli moderne, il modello di governance delle contraddizioni impone la blindatura dei centri della città, destinati ad essere spazio commerciale all’aperto, e riconfigurando gli spazi semi-periferici e periferici come luoghi di produzione e consumo materiale e immateriale.
La nuova città metropolitana attraverso gli accordi tra i poteri forti, i grandi consorzi cooperativi, il terzo settore, il terziario avanzato, l'industria culturale, è espressione della capacità dell’amministrazione di Roma guidata da Walter Veltroni di gestire questa città come un'azienda regalando a piene mani precarietà e sfruttamento a tutti gli altri.
Roma infatti resta la città con la più alta concentrazione di lavoratori precari di tutta Italia, quasi il 15% del dato nazionale, a cui si aggiunge il lavoro sommerso e nero che pur non essendo rappresentabile statisticamente, incide come elemento trainante di diversi settori economici: dall’edilizia all’industria del divertimento fino ai servizi di cura alla persona. Il miracolo romano lo si può leggere anche così: una enorme produzione di ricchezza che si basa su un esercito di lavoro precario.
Il modello Roma, la locomotiva d’Italia, con l’aumento costante del Pil crea il proprio immaginario sulla partecipazione. Roma ogni giorno per le strade vende la finzione del suo marchio. La potremmo definire “la capitale della simulata partecipazione democratica”, in cui esiste una vera e propria verticalizzazione “in alto” del potere politico, chiuso in stanze sempre più appartate, ridefinendo il ruolo del Sindaco come il manager di un'impresa. Il basso serve solo a sostenere l’alto, a portare consenso: non deve avere autonomia e non può avere progetto. In alto, se continua a manifestarsi conflitto dentro la politica esso è di “lobby”, tra fazioni e cordate. In basso, il mondo enfatizzato dell’associazionismo e l’universo variegato e molteplice dei movimenti sociali hanno solo una funzione di “spia” di interessi, bisogni e desideri: se si esprimono e se superano una certa soglia li si intercetta, si trova una mediazione o si reprime nell’invisibilità, con vere e proprie operazioni di polizia.
Chi si candida oggi, nel tentativo di rappresentare le alterità, o a porsi come spazio di gestione e mediazione dei conflitti, rischia di condannare i migliori elementi di originalità ed innovazione propri delle lotte sociali e delle intelligenze di chi le anima ad un meccanismo di sussunzione ad un sistema della compatibilità. Sistema che invece andrebbe una volta per tutte smascherato e deriso, decostruito e abbandonato.
Grandi annunci e operazioni di marketing politico e territoriale ci propongono la ricetta che viene decantata da Veltroni anche come segretario del PD: ripresa e crescita economica da un lato e tagli alla spesa pubblica dall'altro. Poi, in un secondo tempo, si potrà redistribuire. “Dopo, più in là, nel futuro”: i termini del vocabolario dell’incertezza a cui ci hanno abituato. Nella realtà questo si traduce nell’impossibilità di immaginare, progettare e praticare un futuro.
E' per questo che da tempo usiamo definire la vita che ci costringono a fare una vita da pazzi, una vida loca; una vita che, però, potrebbe essere risignificata, una vita vissuta follemente e rivoltata di senso, affermando diritti negati e rivendicando la potenza del rifiuto.
Abbiamo voglia e necessità di consolidare esperienze, sedimentare relazioni, avviare forme di lotta costituenti di società altra.
Il silenzio nei confronti di un mondo, non vuol dire silenzio nei confronti del mondo intero.
Il nostro silenzio, oggi, nella fase politica del supermarket elettorale, non vorrà dire immobilità, non è una scelta passiva. Abbiamo bisogno, al contrario, di agirlo. Lo immaginiamo come una sorta di virus sotterraneo: un movimento lento ed inesorabile che possa trovare dei varchi dove, finalmente, esplodere e dilagare, per noi il senso della politica e' puro piacere e non puo' essere rinchiuso nella tattica e nell'opportunismo.
Abbiamo trovato infatti, in questi anni, delle risposte ai nostri quesiti, ma le trasformazioni e la condizione di precarietà diffusa ci hanno posto delle nuove ed incalzanti questioni. La certezza che abbiamo è che queste condizioni vadano affrontate in una dinamica comune.
Questo significa leggere le pulsioni spontanee espressione del sociale e capire come si conquistano nuovi territori di cospirazione e conflitto, mentre rifiutiamo la politica spettacolo, dei media mainstream e delle decisioni ristrette della politica di palazzo.
Vogliamo valorizzare le specificità dei percorsi che viviamo e poter trovare il difficile equilibrio tra l’attivazione e la precarietà che segna i ritmi delle nostre giornate.
Vorremmo poter scegliere di camminare in autonomia perché continuiamo a pensare ad una società altra e consapevole in cui gli uomini e le donne siano libere di compiere le proprie scelte all’interno di garanzie sociali collettive che in questo paese sono negate. Vorremmo paragonare questa fase in cui entriamo al silenzio degli zapatisti: ritirarsi dagli spazi, a tratti privatizzati, del cielo della politica per poterci dedicare agli spazi, sicuramente più interessanti, della politica nella società, dal basso.
Non a caso pubblichiamo questo documento nel giorno in cui viene imposto il silenzio elettorale
vorremmo remixare un vecchio slogan:
“SOTTRARSI, MOLTIPLICARSI E RILANCIARE”.
LOA Acrobax
www.acrobax.org
enjoy the silence
Sab, 12/04/2008 - 23:38Abbiamo scritto questo documento per condividere il dibattito del collettivo Acrobax su quello che sta accadendo nella nostra citta' e non solo.
Sono passati cinque anni da quando abbiamo occupato gli spazi dell’ex cinodromo, cercando di animare insieme a tanti altri il conflitto sociale a Roma. Abbiamo lanciato ed accolto una serie di suggestioni, che ci hanno spinto a definire lo spazio che quotidianamente viviamo come 'laboratorio'.
Spesso dunque abbiamo usato la parola sperimentazione: e' accaduto nel caso di vertenze sul lavoro, di campagne di comunicazione sociale o di iniziative politiche nazionali.
Vista la mancanza di luoghi realmente pubblici di dibattito comunichiamo con trasparenza le scelte politiche che abbiamo deciso di intraprendere.
Affermiamo prima di tutto che la maggior parte delle contraddizioni che viviamo in questo angolo di mondo traggono origine, da quei processi economici globali oggetto della critica dei movimenti sociali da Seattle in avanti. Lo sfruttamento e la privatizzazione delle risorse primarie e dei beni comuni, la divisione internazionale del lavoro, la guerra globale e permanente, la devastazione ambientale, la finanziarizzazione dell’economia sono solo alcune delle scelte e delle conseguenze del capitalismo globale. Lo 'strapotere dell’economia sulla politica, dell’ economia capitalista sul ruolo della politica, tendono ormai inesorabilmente a fare della prima il modello anche di governo delle contraddizioni, dei processi di sviluppo, finanche dei valori, a scapito della seconda, cioe' la politica, ormai sempre piu' attenta a garantire i profitti dei grandi e medi imprenditori, delle multinazionali, minacciando sempre piu' spesso gli interessi generali e ancor di piu' delle classi subalterne. Tanto che il ruolo stesso della politica entra in crisi a partire proprio dalle forme della rappresentanza e prima di tutte quella istituzionale. Come se lo strapotere dell’economia, o meglio dello sfruttamento capitalistico, sembra non avere alcuna frontiera da oltrepassare avendo ormai distrutto o meglio, soggiogato, il ruolo e le finalita' stesse della politica sempre piu' forma di leggittimazione alle scelte del capitale'…
E’ sempre piu' evidente che le istituzioni internazionali, dal G8 al Fondo Monetario Internazionale, sono le forme del nuovo regolazionismo globale dove il principio di rappresentanza poitica definitivamente soccombe di fronte alla centralita' dell'economia e del suo funzionamento, lo strumento che serve a legittimare lo sfruttamento di milioni di persone in tutto il mondo.
L'Italia, a partire proprio dalle trasformazioni produttive avvenute negli ultimi decenni, con la frammentazione del lavoro e l'impresa a rete, risponde a questa doppio livello, del capitale e della politica, riformulando una azione sistemica: passare da un paese che ha sempre visto la rapprensentanza tener conto delle diverse anime anche culturali che si sono rese protagoniste spesso dell'assetto istituzionale, in un paese a carattere bipolare e bipartitico che tende alla soluzione presidenzialista per garantire governabilita' alle scelte sia politiche che economiche.
Ma c’e' di piu': l’accelerazione verso il bipartitismo non solo e' sempre piu' costitutiva dello spazio politico istituzionale odierno, ma i suoi dispositivi, dalla nascita del PD - e del suo simmetrico contro-altare PDL - in avanti, stanno permeando progressivamente lo stesso tessuto sociale sul quale poi si esercitano le prove di democrazia blindata ed eterodiretta.
Un sistema sul quale scommettono quei poteri forti che hanno bisogno della parte sostanziale di cio' che va sotto la denominazione di 'governo delle larghe intese', in particolare quando si tratta di governare le contraddizioni sociali. Poteri forti che non cercano tanto la formalizzazione di un esplicito accordo di governo tra le parti, quanto piuttosto, un accordo di sistema che va al di la' di chi poi effettivamente governa e vince le elezioni per far fronte ai due scenari che sono indissolubilmente legati: da un lato perseguire l’univoca direzione del neoliberismo globale per le riforme istituzionali, i mercati, il lavoro, il welfare e via discorrendo, dall’altro far fronte alle tensioni e alle conseguenze sociali che tutto cio' comporta e comportera' nel futuro prossimo. Questo intervenendo con un profilo neo-autoritario della governance sulle contraddizioni materiali, sui conflitti sociali e sulle nuove frontiere tecnologiche
Un’accelerazione bipartitica che sta permeando il sociale con un duplice risultato: da un lato conquistare un riverente e mediocre consenso che si moltiplica negli atteggiamenti passivi, senza piu' consapevolezza e critica e cioe' far credere che la semplificazione bipartitica risolva i mali del paese, dall'altro l’abbandono della partecipazione politica come mpossibile spazio di trasformazione.
Tutto cio' appare ancora piu' chiaro in questo periodo in cui ci troviamo nel vivo della campagna elettorale. La scelta non e' neanche piu' quella del “menopeggio”, piuttosto e' la scelta di non poter, e da parte nostra non voler scegliere, perche' le nostre scelte sono le nostre lotte e i nostri vissuti quotidiani, perche' le nostre scelte guardano altrove.
Si tratta piuttosto di una questione centrale che potremmo definire di onesta' intellettuale, culturale e politica. Non si puo' non leggere la crisi della rappresentanza politica istituzionale di fronte ai movimenti del NO che, con mille difficolta' e contraddizioni dalla Val di Susa a Vicenza passando per la Campania coperta di rifiuti, stanno ponendo con forza una questione dal sapore antico ossia: chi decide delle nostre vite?!
In questa fase non si puo', a nostro giudizio, essere contigui con quel mondo prepotente ed arrogante del potere politico che e' un potere sempre piu' corrotto ed attento affinche' si garantiscano quelle forme di sfruttamento e profitto che sono sotto gli occhi di tutti.
Dagli scandali finanziari legati alle speculazioni immobiliari, ai cannoli avvelenati del presidente della regione Sicilia, dalla mondezza di don Antonio Bassolino, alle vergogne ed infamie del g8, dallo scandalo della Banca d'Italia al crak parmalat, dalla corruzione dei servizi segreti alle inchieste insabbiate e dimenticate sui politici collusi con i poteri forti.
Squallido contraltare di questo e' la scelta di candidare personaggi simbolici, dall'operaio della Thyessen alla mamma di Valerio Verbano, strumentalizzando cosi' tragedie sociali o storie politiche come pura merce elettorale.
Di fronte a tanto rumore, siamo felici di scegliere il silenzio.
Crediamo che sia necessario un processo costituente dei movimenti che ponga la questione della rappresentanza sociale dei conflitti aperti.
Ma ora, prima di tutto, c'e' da fare conflitto, cospirazione, agitazione,
individuando le giuste alternative per costruire spazi partecipati, sempre piu' ampi. Non condividiamo dunque la scelta di chi si candida, anche se solo nelle elezioni locali, perche' la nostra prospettiva generale di iniziativa contro la condizione diffusa di precarieta' lavorativa e sociale, ci porta a scegliere la strada della riproducibilita', dell'autorganizzazione, del protagonismo sociale.
Lo diciamo alla luce di una quotidianita' vissuta in una metropoli come Roma dove, sotto un tappeto di lustrini e abbracci ecumenici, e' stata nascosta la vita incerta, in bilico e precaria di migliaia di persone. Le trasformazioni urbanistiche, le speculazioni e la precarieta' disegnano giorno per giorno il volto di Roma. Sono frutto di contiguita' e interessi milionari, sanciti ormai nel nuovo Piano Regolatore che rappresenta lan grande opera conclusiva degli ultimi vent'anni di governo del centro-sinistra. Cemento e ridefinizione della vocazione di interi quartieri e quadranti di Roma, della loro composizione e soprattutto del loro valore di mercato. A fronte di cio' una precarieta' abitativa dalle cifre vertiginose, che impone a chi la vive lo strozzo di un mutuo o di un affitto, soluzioni in sovraffollamento o convivenze forzate. Una metropoli che si adegua al modello europeo di gestione e controllo sociale, fatta di espulsione obbligata in territori sempre piu' periferici da cui ne deriva una vita di pendolarismo, per migliaia di precari e precarie, tra i quartieri di nuova edificazione e la citta' vetrina e blindata del centro.
Come in tutte le metropoli moderne, il modello di governance delle contraddizioni impone la blindatura dei centri della citta', destinati ad essere spazio commerciale all’aperto, e riconfigurando gli spazi semi-periferici e periferici come luoghi di produzione e consumo materiale e immateriale.
La nuova citta' metropolitana attraverso gli accordi tra i poteri forti, i grandi consorzi cooperativi, il terzo settore, il terziario avanzato, l'industria culturale, e' espressione della capacita'
dell’amministrazione di Roma guidata da Walter Veltroni di gestire questa citta' come un'azienda regalando a piene mani precarieta' e sfruttamento a tutti gli altri.
Roma infatti resta la citta' con la piu' alta concentrazione di lavoratori precari di tutta Italia, quasi il 15% del dato nazionale, a cui si aggiunge il lavoro sommerso e nero che pur non essendo rappresentabile statisticamente, incide come elemento trainante di diversi settori economici: dall’edilizia all’industria del divertimento fino ai servizi di cura alla persona. Il miracolo romano lo si puo' leggere anche così: una enorme produzione di ricchezza che si basa su un esercito di lavoro precario.
Il modello Roma, la locomotiva d’Italia, con l’aumento costante del Pil
crea il proprio immaginario sulla partecipazione. Roma ogni giorno per le strade vende la finzione del suo marchio. La potremmo definire “la capitale della simulata partecipazione democratica”, in cui esiste una vera e propria verticalizzazione “in alto” del potere politico, chiuso in stanze sempre piu' appartate, ridefinendo il ruolo del Sindaco come il manager di un'impresa. Il basso serve solo a sostenere l’alto, a portare consenso: non deve avere autonomia e non puo' avere progetto. In alto, se continua a manifestarsi conflitto dentro la politica esso e' di “lobby”, tra fazioni e cordate. In basso, il mondo enfatizzato dell’associazionismo e l’universo variegato e molteplice dei movimenti sociali hanno solo una funzione di “spia” di interessi, bisogni e desideri: se si esprimono e se superano una certa soglia li si intercetta, si trova una mediazione o si reprime nell’invisibilita', con vere e proprie operazioni di polizia.
Chi si candida oggi, nel tentativo di rappresentare le alterita', o a porsi come spazio di gestione e mediazione dei conflitti, rischia di condannare i migliori elementi di originalita' ed innovazione propri delle lotte sociali e delle intelligenze di chi le anima ad un meccanismo di sussunzione ad un sistema della compatibilita'. Sistema che invece andrebbe una volta per tutte smascherato e deriso, decostruito e abbandonato.
Grandi annunci e operazioni di marketing politico e territoriale ci propongono la ricetta che viene decantata da Veltroni anche come segretario del PD: ripresa e crescita economica da un lato e tagli alla spesa pubblica dall'altro. Poi, in un secondo tempo, si potra' redistribuire. “Dopo, piu' in la', nel futuro”: i termini del vocabolario dell’incertezza a cui ci hanno abituato. Nella realta' questo si traduce nell’impossibilita' di immaginare, progettare e praticare un futuro.
E' per questo che da tempo usiamo definire la vita che ci costringono a fare una vita da pazzi, una vida loca; una vita che, pero', potrebbe essere risignificata, una vita vissuta follemente e rivoltata di senso, affermando diritti negati e rivendicando la potenza del rifiuto.
Abbiamo voglia e necessita' di consolidare esperienze, sedimentare relazioni, avviare forme di lotta costituenti di societa' altra.
Il silenzio nei confronti di un mondo, non vuol dire silenzio nei confronti del mondo intero.
Il nostro silenzio, oggi, nella fase politica del supermarket elettorale, non vorra' dire immobilita', non e' una scelta passiva. Abbiamo bisogno, al contrario, di agirlo. Lo immaginiamo come una sorta di virus sotterraneo: un movimento lento ed inesorabile che possa trovare dei varchi dove, finalmente, esplodere e dilagare, per noi il senso della politica e' puro piacere e non puo' essere rinchiuso nella tattica e nell'opportunismo.
Abbiamo trovato infatti, in questi anni, delle risposte ai nostri quesiti, ma le trasformazioni e la condizione di precarieta' diffusa ci hanno posto delle nuove ed incalzanti questioni. La certezza che abbiamo e' che queste condizioni vadano affrontate in una dinamica comune.
Questo significa leggere le pulsioni spontanee espressione del sociale e capire come si conquistano nuovi territori di cospirazione e conflitto, mentre rifiutiamo la politica spettacolo, dei media mainstream e delle decisioni ristrette della politica di palazzo.
Vogliamo valorizzare le specificita' dei percorsi che viviamo e poter trovare il difficile equilibrio tra l’attivazione e la precarieta' che segna i ritmi delle nostre giornate.
Vorremmo poter scegliere di camminare in autonomia perche' continuiamo a pensare ad una societa' altra e consapevole in cui gli uomini e le donne siano libere di compiere le proprie scelte all’interno di garanzie sociali collettive che in questo paese sono negate. Vorremmo paragonare questa fase in cui entriamo al silenzio degli zapatisti: ritirarsi dagli spazi, a tratti privatizzati, del cielo della politica per poterci dedicare agli spazi, sicuramente piu' interessanti, della politica nella societa',
dal basso.
Non a caso pubblichiamo questo documento nel giorno in cui viene imposto il silenzio elettorale vorremmo remixare un vecchio slogan:
“SOTTRARSI, MOLTIPLICARSI E RILANCIARE”.
LOA Acrobax
SUI CENTRI SOCIALI NUOVE REGOLE. EFFETTO VELTROLANDIA?
Ven, 29/06/2007 - 12:57Nuovi sgomberi dei campi rom prima quello del Pineto, l'altro ieri a forte antenne. Oggi l'abbraccio sintonico di Montezemolo a Veltroni per il discorso al Lingotto di Torino.
E' arrivato il Veltronicoffer?
Fatto sta che dall'alto hanno tentato di modificare la delibera 26 del 95 con la 104 che introdurrebbe i centri sociali a termine e a controllo programmatico.
Per approfondimento su www.ciardullidomenico.it