lotta di classe
ELEZIONI: LA DESTRA HA VINTO E LA SINISTRA HA PERSO?
Ven, 18/04/2008 - 23:10HA COMUNQUE VINTO LA CLASSE BORGHESE CHE ATTUERA’ INESORABILMENTE
UNA POLITICA DI LACRIME E SANGUE,
IN PERFETTA CONTINUITA’
CON IL GOVERNO DI CENTROSINISTRA!
Proletari,
il primo tempo del teatrino della politica borghese, con tutti gli orpelli che ogni campagna elettorale espone a piene mani, è terminato.
Partiti vecchi e nuovi si sono apparentati o scornati, a seconda delle fazioni, rappresentando per l’ennesima volta lo sconcio spettacolo della più gigantesca presa per il culo che la classe borghese si sia inventata: dare una volta ogni tanto alle masse proletarie l’illusione di “decidere” che vadano al governo forze politiche che faranno qualche cosa per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro!
Ma ogni tornata elettorale finisce per deludere, più o meno pesantemente, tutti coloro che si attendevano che davvero la loro vita cambiasse in meglio. I ricchi sono diventati sempre più ricchi, i proletari sono diventati sempre più poveri, immiseriti, precari nel lavoro e nella vita quotidiana. E sono sempre più numerosi i proletari, giovani, adulti o già pensionati che non arrivano alla fine del mese, che non hanno da mangiare a sufficienza, che non hanno di che vivere! E sono sempre più i proletari che, per un salario da fame, subiscono infortuni gravi sul lavoro e che muoiono assassinati da padroni con sempre meno scrupoli per le misure di prevenzione e di sicurezza.
Con queste elezioni il quadro politico è cambiato; è cambiato nel risultato finale perché il numero di partiti che vanno in parlamento è molto diminuito dalla volta precedente: oggi sono 7 i gruppi parlamentari contro 39 di ieri; davvero una bella «cura dimagrante». Ma il significato sostanziale della tornata elettorale non cambia, anche se i giochi delle alleanze, degli scambi di favori, del do ut des, si sono fatti più semplici. Diminuiscono i partiti che siedono al parlamento, ma non diminuisce la spesa degli apparati politici e burocratici che servono per continuare ad ingannare le masse proletarie sulla vera gestione del potere politico; gestione sempre più centralizzata in mano alle forze della conservazione borghese e capitalistica, che decidono – loro sì – al di fuori del parlamento!.
La tendenza generale del capitalismo, infatti, è quella di centralizzare il più possibile tutte le attività politiche rendendole più rispondenti alla tendenza centralizzatrice dell’economia e della finanza capitalistiche. I famosi “poteri forti” sono appunto la massima centralizzazione capitalistica e finanziaria, quindi la semplificazione politica – il cosiddetto bipolarismo, i due grandi partiti concorrenti – è in realtà una necessità del capitalismo per difendere più efficacemente la sua società, la sua economia, il suo dominio.
Proletari,
i partiti della cosiddetta sinistra radicale, “critica” o “estremista”, hanno subìto una cocente sconfitta elettorale; non avranno più il posto garantito in parlamento, i loro leader non saranno più ospitati nei “salotti della politica”, nelle trasmissioni televisive che fanno “audience”. I gazzettieri al servizio della “vera” democrazia lamentano che in questo modo le fasce “più deboli” della popolazione non saranno più rappresentate in parlamento, e che non avranno più chi li potrà difendere all’interno delle istituzioni!
Ma quando mai sono state difese nelle istituzioni? Le loro misere condizioni di vita, la sempre più vasta precarietà di vita e di lavoro che caratterizza la quotidianità delle masse proletarie, stanno a dimostrare che quei partiti, quelle forze politiche in realtà hanno lavorato per ben altri scopi: hanno difeso la conservazione sociale, il buon andamento delle aziende, il deficit pubblico, gli interessi dei capitalisti e dei capitali, le istituzioni della borghesia, e le briciole che talvolta sono state distribuite a qualche fascia sociale più derelitta non hanno fatto altro che confermare il generale peggioramento delle condizioni di esistenza del proletariato, il generale immiserimento della classe lavoratrice.
Grande stupore ha suscitato il fatto che molti operai del centro-nord questa volta hanno votato per la destra, e soprattutto per la Lega di Bossi, voltando le spalle ai partiti che hanno sempre parlato in nome della classe lavoratrice. Appunto, hanno sempre parlato in nome degli operai, ma hanno sempre praticato una politica opportunista, una politica antioperaia, a partire dalle indicazioni date ai sindacati nei quali agiscono con la propria influenza. Quei partiti avrebbero potuto fare una politica diversa, una politica effettivamente a favore degli interessi operai? NO, non avrebbero potuto perché la loro visione della società, il quadro entro il quale intendono mantenere la situazione sociale è una visione del tutto borghese; l’unica differenza tra loro e le altre forze politiche della borghesia sta nel fatto che queste ultime dichiarano apertamente il proprio schieramento a favore degli industriali, del capitale, dell’economia capitalistica.
Tutti parlano di democrazia, di “vera” democrazia, di democrazia “diretta”, e tutti si accusano vicendevolmente di non essere “veri” democratici. Ma la democrazia borghese non è altro che un metodo di governo che la classe capitalistica dominante usa per ottenere il consenso della maggioranza della popolazione (che è proletaria) alle proprie scelte di campo, economiche, politiche, istituzionali e militari, e per attenuare al massimo la possibilità da parte del proletariato di ribellarsi alla situazione di sempre maggiore sacrificio che gli è imposta. Questo metodo di governo prevede (e sovvenziona profumatamente) che vi siano consistenti forze politiche, e sociali, che esprimano l’interclassismo, ossia quella politica riformista che tende a confondere gli interessi delle differenti classi in un unico interesse generale, del “popolo”, del “paese”.
Proletari,
i governi che si sono succeduti in questi decenni avevano il compito di sviluppare e difendere gli interessi dell’economia nazionale, del prestigio internazionale del paese, a costo di qualsiasi vostro sacrificio in termini di condizioni di esistenza, di posti di lavoro, di precariato, di salari con sempre minore potere d’acquisto, di aumentata concorrenza tra proletari e non solo tra proletari italiani giovani o vecchi, uomini o donne, ma anche tra proletari italiani e stranieri giocando in modo bieco la carta dell’immigrazione sia come “pericolo” per la sicurezza dei cittadini italiani, sia come “risorsa” per il miglior andamento economico delle aziende, quindi per i profitto padronali!
Lo spostamento elettorale di una parte della classe operaia verso un partito come la Lega Nord (fondamentalmente razzista, intriso dei più triviali pregiudizi piccoloborghesi sulla difesa del piccolo orticello, della famiglia, della chiesa), partito che ha saputo interpretare anche se rozzamente l’anima cruda dello spontaneismo operaio, pauroso per il futuro e di perdere quel poco di riserva che “dopo tanti anni di lavoro” ci si è fatti (la casa, l’orto, il risparmio in banca o in posta), quello spostamento è l’espressione di un disagio reale che la classe operaia attraversa. Disagio provocato da decenni di assenza di lotta di classe, di quella lotta che dimostra la vitalità politica di una classe che è alla base della produzione di ricchezza di ogni paese, ma che sotto il dominio della classe borghese vive in condizioni di schiavitù salariale, dunque alla mercé degli alti e bassi del mercato, della concorrenza capitalistica, a livello nazionale e internazionale.
L’unica possibilità che la classe proletaria ha di difendere le sue condizioni di esistenza sta in una lotta del tutto indipendente dagli interessi dei padroni, perciò dagli interessi aziendali o nazionali; e questa indipendenza se la deve conquistare, organizzandosi sul terreno di un antagonismo sociale che non si può “scegliere”, perché deriva dalla struttura economica della stessa società capitalistica. Il disagio sociale che colpisce una parte consistente della classe lavoratrice deriva dalle conseguenze di un’economia destinata ad entrare ciclicamente in crisi, a causa della concorrenza internazionale e della saturazione dei mercati. Ma se questo disagio trova come risposta il solito ritornello di un paese che deve raddrizzare la propria economia, di un paese che chiede sacrifici a fronte dei quali si promettono sempre e solo palliativi, mentre è sempre più evidente che i ricchi diventano più ricchi e le classi lavoratrici cadono sempre più in miseria, è logico che nell’espressione elettorale si trasformi in una ripicca, una specie di rivalsa individuale contro chi o coloro che hanno avuto per anni fiducia da parte degli operai ma che non hanno fatto in realtà nulla sul piano della effettiva ed efficace difesa delle condizioni di esistenza proletarie.
Proletari,
il vero compito delle forze cosiddette di sinistra, ma in realtà democratiche borghesi e opportuniste, è sempre stato quello di confondere i vostri interessi di classe con quelli della piccola e media borghesia e dei grandi borghesi, facendovi credere che la vita politica democratica del paese – rappresentata in particolare dal parlamento - avrebbe permesso di ottenere stabilmente reali miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro.
State constatando direttamente in questi anni che non è questa la strada.
La politica collaborazionista dei sindacati e dei partiti cosiddetti operai vi ha indotto a delegare, sempre e comunque, a istanze istituzionalizzate la difesa dei vostri interessi immediati e futuri. Ciò ha prodotto in voi una tremenda paralisi di classe. Vi fanno credere che non si può lottare per obiettivi di interesse proletario se non attraverso le organizzazioni esistenti che conciliano i vostri interessi con quelli delle aziende e dei padroni!
NON E’ VERO!
Anche se solo episodicamente, come nel caso dei grandi scioperi dei ferrovieri in Francia e in Germania, gli operai stanno dimostrando che la spinta di classe non è spenta e che è possibile, se si lotta decisamente e con metodi di classe, imporre un freno al continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Queste lotte devono incoraggiare i proletari di ogni categoria e settore a prendere nelle loro mani, direttamente, la lotta di difesa sul terreno immediato perché soltanto lottando con obiettivi, mezzi e metodi di classe sarà possibile riconquistare il terreno della lotta politica, più generale, della lotta per un rivoluzionamento completo di una società che non solo non è più in grado di dare un futuro dignitoso alla classe dei lavoratori, ma che conduce inesorabilmente verso crisi sempre più acute ed estese che si tramuteranno, inevitabilmente, in crisi di guerra generalizzata!
Per una prospettiva di vita futura è necessario tornare a lottare sul terreno dello scontro di classe!
Per difendersi sul terreno immediato è necessario riorganizzare le forze proletarie in associazioni classiste, indipendenti dagli apparati statali e dal collaborazionismo sindacale e politico!
Viva la ripresa della lotta di classe!
No alla democrazia borghese, Sì alla lotta di classe!
Viva la solidarietà fra tutti i proletari, di ogni età, sesso e nazionalità!
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (il comunista)16 Aprile 2008
Corrispondenza:
Il Comunista, cp. 10835, 20110, Milano
Al lavoro como in guerra !
Gio, 06/03/2008 - 00:08Anche a Molfetta si muore di lavoro
La continua strage di lavoratori si può fermare solo
con la lotta di classe ad esclusiva difesa delle condizioni proletarie di lavoro, di vita e di salario!
Non bastavano i 7 proletari bruciati alla ThyssenKrupp di Torino, i due operai che pulivano la stiva di una nave a Porto Marghera, i due operai romeni travolti dalla ghisa fusa in una Fonderia di Camposampiero, un operaio travolto dal crollo di un muro a Diano Marina, un altro che controllava una cisterna di letame nel bergamasco, per citare gli episodi di cui hanno parlato tutti i giornali. Più di 1000 morti sul lavoro nel 2007, più di 1200 nel 2006; ogni giorno vengono assassinati sul lavoro tre-quattro operai! E la strage continua! Dall’inizio del 2008 i morti sul lavoro accertati sono 180!!!, ma ne sono stimati molti di più.
A Molfetta, il 3 marzo, alla Truck Center, dove puliscono le autocisterne, muoiono in 5, uno dopo l’altro, 4 operai e il titolare della ditta. Stavano pulendo un’autocisterna che trasportava zolfo per un’azienda chimica della zona. Michele Tasca, di vent’anni, Guglielmo Mangano, 44 anni, Biagio Sciancalepore, 24 anni, Luigi Farinosa di 37, e il titolare, Vincenzo Altomare, 64 anni. Un altro operaio, Cosimo Ventrella, di 57 anni, ricoverato in ospedale, coinvolto anch’esso nel tragico incidente, grida il suo dolore: «Dovevo e volevo morire anch’io, insieme con i miei amici, i miei colleghi, durante il mio lavoro che era tutto quello che avevo. Ora tutto il tempo che mi resta lo passerò con la loro immagine accatastati là in fondo alla cisterna. Uno sopra l’altro, tutti morti!».
NO! Non si deve morire di lavoro! Non è una colpa essersi salvati, anche se per pura combinazione!
Si deve invece ricominciare a lottare perché la strage di lavoratori finisca!
Hanno dato la colpa ai fumi di zolfo mescolati con altre sostanze detergenti utilizzate per la pulizia della cisterna, e al fatto che gli operai si sono calati nella cisterna «senza rispettare le norme di sicurezza». Ma dov’erano le maschere antigas? E le scarpe tecniche da lavoro? Non ce n’era la minima traccia! Come il primo operaio, sportosi sulla botola della cisterna per controllare il lavoro fatto, si è sentito mancare ed è caduto dentro, gli altri compagni di lavoro, nel tentativo di tirarlo fuori subito, si sono calati dentro uno dopo l’altro, ma le esalazioni letali non li hanno risparmiati. Erano senza alcuna protezione, e nell’estremo tentativo di aiutare chi era già caduto, ci hanno lasciato la pelle!
Oggi, 5 marzo, la triplice sindacale tricolore ha indetto 2 ore di sciopero generale in tutta la Puglia «per esprimere lo sdegno di tutti i lavoratori pugliesi e sollecitare il Governo all’emanazione urgente del Testo Unico per la sicurezza sui posti di lavoro, evitando che la fine prematura della Legislatura faccia decadere i termini della delega» (“Liberazione”, 4.3.08). I bonzi sindacali non perdono il vizio: lo sciopero operaio viene indetto «per sollecitare» le istituzioni, in questo caso il Governo, affinché emanino l’ennesima leggina, che naturalmente non verrà applicata come non sono state applicate finora tutte le leggi inerenti la sicurezza sul lavoro. Gli infortuni e i morti da lavoro sono lì a dimostrarlo tragicamente!
Gli operai devono rendersi conto che dalle istituzioni, dalle associazioni padronali e dai sindacati collaborazionisti non arriveranno mai le risposte necessarie alla salvaguardia della vita dei lavoratori; arrivano solo dei pallidi palliativi quando le tragiche morti sul lavoro destano grande impressione nella popolazione. Sono decenni che i proletari vengono sacrificati alla produttività crescente, alla competitività delle merci prodotte, al costo del lavoro che per i capitalisti è sempre troppo alto, ai profitti che per i capitalisti sono sempre troppo bassi!
Se mai le istituzioni, a partire dal Governo centrale per finire alle amministrazioni locali più piccole, faranno rispettare leggi e norme che loro stessi emanano e sottoscrivono per tacitare le proteste e le pressioni della stragrande maggioranza della popolazione (sulla sicurezza del lavoro come sulla prevenzione degli infortuni, sui diritti dei migranti come sull’aborto, la sanità, la spazzatura, la disoccupazione ecc.), sarà soltanto sotto la potente e dura pressione che la lotta proletaria di classe eserciterà su di loro.
Lotta di classe che deve tener conto soltanto ed esclusivamente degli interessi dei lavoratori, sul piano del salario come sulla sicurezza sul lavoro, contro la nocività e l’intensificazione dei ritmi di lavoro, contro l’aumento della giornata lavorativa e la diminuzione del potere d’acquisto del salario, contro ogni sopruso che le aziende attraverso i loro titolari, dirigenti e quadri somministrano sistematicamente ai propri lavoratori salariati. I proletari, non importa a quale categoria o settore appartengano, sono accomunati dalle stesse condizioni di sudditanza alle esigenze delle aziende, alle esigenze dei loro profitti, alle esigenze del mercato.
Il mercato appare come il dittatore, il dominatore della vita di ogni essere umano, l’entità impersonale e impalpabile che, alla stregua di una divinità, detta legge di vita e di morte. Ma la lunga mano della dittatura del mercato è rappresentata dalla classe dei capitalisti i quali non fanno altro che adeguarsi alla legge della concorrenza: si vince la concorrenza solo con la competitività delle proprie merci, dei propri servizi, e la competitività la si ottiene, soprattutto, spremendo i lavoratori salariati al massimo della loro potenzialità lavorativa, fino al loro ultimo respiro, fino alla morte! Questa è la realtà della vita e della morte nella società dominata dal capitalismo. La legge del capitale non è una legge naturale, è imposta con la violenza, con la dittatura economica e politica dell’unica classe che trae tutti i benefici dalla società presente, la classe dei capitalisti, la classe borghese.
I proletari possono cambiare il senso di marcia del capitalismo, della legge del mercato: lottando come classe sociale, unendosi, per incominciare, a difesa della propria esistenza e della propria vita, a difesa di condizioni di lavoro e di vita quotidiana con i mezzi della lotta di classe, mezzi che non tengono conto delle compatibilità di mercato, che non tengono conto della conciliazione degli interessi tra padroni e operai, che non tengono conto del buono o cattivo «andamento» dell’azienda nella quale vengono sfruttati fino alla morte. I capitalisti sono abituati da lungo tempo a unire le loro forze tutte le volte che si tratta di affrontare la «questione operaia»; si muovono in generale come un sol uomo e contano sul fatto che i proletari non solo sono in stato di inferiorità sociale perché obbligati a lavorare sotto padrone se non vogliono morire di fame, ma sono costantemente messi gli uni contro gli altri in una «lotta di concorrenza fra di loro», lotta di concorrenza alla quale non si oppongono tutti quei sindacati operai che della collaborazione, della conciliazione, della partecipazione e del continuo negoziato hanno fatto il perno della loro attività e della loro esistenza.
Quando la lotta operaia, sprigionatasi da condizioni di lavoro insopportabili, esplode e rompe la pace sociale e i metodi della collaborazione e della conciliazione usati dai sindacati tricolore, rappresenta un serio pericolo non solo per il padrone della fabbrica coinvolta da quella lotta, ma per tutti i padroni che, infatti, uniscono le loro forze per spegnere quel possibile incendio sociale. E’ successo con i 35 giorni di sciopero ad oltranza alla Fiat nel 1980, e succede di fronte a qualsiasi lotta operaia che rompe gli schemi imposti dal collaborazionismo sindacale e politico. Resta il fatto che l’unica cosa che fa davvero paura al padronato è la lotta operaia che rompe gli schemi del collaborazionismo interclassista, che rompe la pace sociale e che mette in cima ai propri obiettivi la difesa tenace delle condizioni di lavoro e di vita proletarie utilizzando mezzi di lotta classisti (sciopero senza preavviso, ad oltranza, unificante tendenzialmente tutti i proletari, diretto con i mezzi della lotta e non del dialogo).
Quando un operaio subisce un infortunio, o quando muore, è tutta la classe operaia che subisce l’infortunio o la morte. Tutti i proletari si devono sentire colpiti, perché in realtà sono colpi assestati dai capitalisti ai proletari in quanto proletari, in quanto lavoratori salariati, sfruttati fino all’osso per estorcere loro quel pluslavoro che il capitalismo trasforma in plusvalore e in profitto capitalistico. I padroni cominceranno a temere per la loro «disattenzione» sulle misure di sicurezza sul lavoro solo quando gli operai alzeranno la testa e uniti affronteranno lo sfruttamento capitalistico, incominciando anche solo a reagire con la lotta immediata, il più possibile estesa, davanti ad un infortunio e tanto più davanti ad un assassinio sul lavoro. Soltanto con la lotta di classe i padroni si metteranno in regola; temono forse di venire sanzionati da ulteriori e più pesanti leggi? Abbiamo visto in tutti questi decenni che cosa se ne sono fatti di leggi che vengono applicate forse al 10%: basta pensare a quel che succede nelle centinaia di migliaia di cantieri edili, e nelle centinaia di migliaia di piccole e medie aziende!
Il diritto a lavorare in sicurezza o è sostenuto con la forza della lotta classista, o è carta straccia!
5 marzo 2008 Partito comunista internazionale (il comunista)
corrispondenza: IL COMUNISTA cas.post. 10835- 20110 Milano
MANIFESTAZIONE 30 Giugno a GENOVA
Ven, 29/06/2007 - 13:36Sabato 30 Giugno
Manifestazione
Concentramento alle 17 in Piazza de Ferrari (Genova)
Da sempre il fascismo salvaguarda gli interessi del capitale e reprime ogni forma di dissenso, di rivendicazione e di lotta sociale.
Se durante il ventennio gestiva direttamente gli affari dei padroni di casa nostra, dal dopoguerra in poi svolge un ruolo di sostegno ai partiti “democratici” in tutte le fasi in cui da soli non riescono a contenere la lotta di classe.
Chi oggi ci governa sia di destra o di pseudo - sinistra, non differisce sostanzialmente dalle politiche reazionarie di allora.
Guerra, sfruttamento, precarietà, razzismo e un sistema mass-mediatico totalmente asservito alle logiche del potere, sono pilastri delle nostre democrazie.
Chi si ribellava ieri era un bandito, chi si ribella oggi un terrorista.
Occorre continuare la lotta.
L'assemblea antifascista permanente si pone come punto di riferimento per tutti coloro che si riconoscono nell'antifascismo come lotta di classe e li invita in piazza.
Il 30 giugno 1960 la classe operaia genovese scende in piazza per contrastare le istituzioni di allora, apertamente schierate nel sostenere il capitalismo, l'autoritarismo e il rinascente fascismo. Il governo Tambroni è sostenuto anche dai fascisti, costituitisi nel MSI, la celere reparto di polizia creato da Mario Scelba nel 1949 è dislocata nelle città industriali e nelle zone calde del conflitto sociale e i padroni richiedono con forza la pacificazione.
La popolazione di Genova insorge di fronte alla provocazione dei fascisti che vorrebbero tenere a Genova, città medaglia d'oro della resistenza, il loro congresso nazionale e ne designano come presidente onorario il “boia” Basile, prefetto di Genova durante l'occupazione nazista, responsabile della deportazione di 1600 operai dell'Ansaldo, tenace collaborazionista dei tedeschi al tempo delle torture alla casa dello studente e dei massacri della Benedicta, del Turchino, di Barbagelata, di Torriglia, della Val Trebbia e di Cichero.
Una marea umana impedisce lo svolgimento del convegno che dovrebbe tenersi al teatro Margherita, scontrandosi duramente con la polizia e scavalcando le stesse indicazioni dei dirigenti della sinistra ufficiale che volevano riportare la lotta in un ambito di compatibilità legale e di fatto inoffensiva.
Il tentativo di soffocare con la forza le migliaia di lavoratori, antifascisti e studenti, la mobilitazione in altre città e la scia di sangue, provocata dalla repressione governativa, che nei giorni successivi percorrerà la nostra penisola da nord a sud, i dieci operai uccisi a Reggio Emilia, Licata e Palermo avranno come conseguenza la caduta del governo Tambroni.
ASSEMBLEA PERMANENTE ANTIFASCISTA