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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

Analisi

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G8 genova

[Genova] Se la Repubblica e L'Unità scoprono Bolzaneto

autore:
beirut
Sommario:
Dopo sei anni circa, Repubblica e L'Unità hanno scoperto Bolzaneto. Le torture, le violenze, tutto.

Hanno anche intervistato l'infermiere che anni fa ha pubblicato un libro. Pluri intervistato nel corso del tempo. Due, invece, gli anni di processo in corso. Tre, tra memorie e requisitoria, gli atti fondamentali dell'accusa. Centinaia di testi giunti in aula a testimoniare le violenze. Centinaia le occasioni di stigmatizzare quanto accaduto a Bolzaneto.
Eppure, per due anni, limitandoci agli ultimi due, Repubblica confinava la cronaca del processo nelle pagine locali genovesi, l'Unità era troppo persa tra Prodi e neo Pd per dedicarcisi. Ora, improvvisamente la scoperta: c'è stata Bolzaneto. Proprio nel momento in cui il ragionamento sui processi avanza, perché 76 anni di richiesta di pena è una pagliacciata, si discute di tortura e si mette in prima pagina la sofferenza di centinaia di persone. E si torna indietro.
Per scopo elettorale, ma non solo.
La prima traiettoria è sicuramente quella: Repubblica gioca, l'Unità la mette dentro. Oggi titolone in prima pagina: accuse alle destre. Fini nella sala controllo della questura. Ma và?
La seconda traiettoria, ben più grave, secondo me è un'altra. Perché i politici, saranno senza dubbio persone completamente fuori dalla realtà, ma non si può dire non abbiano lungimiranza. E allora, poiché dopo Bolzaneto arriverà alla fine anche il processo Diaz, poiché la teoria del PD è quella della polizia cattiva e di quella buona, poiché nel PD ci sono comunque candidati Serra e un po' di codazzo, poiché Serra fa parte della Polizia anti De Gennaro, bisogna pur fare qualcosa. Ovvero non si può dare addosso alla polizia in generale, ma bisogna sottolinearne una parte malata, possibilmente non quella del proprio nemico, ma anche, interlocutore. Dire a De Gennaro: non ci piaci, ma anche un po' si.
Bolzaneto è perfetta: 45 imputati che contano zero, frilli, due di briscola. Tanti banali torturatori. E allora diamo addosso a Bolzaneto e teniamoci ben ben pronti a dire che Bolzaneto è ok, la Diaz no. Perché no? Perché il pm è un esagitato, un matto, che ha tentato di mettere nel sacco TUTTA la polizia. Invece, ci diranno, doveva limitarsi a portare a processo il VII nucleo, i Canterini Boys, i cattivi di turno, tanto Canterini è un vecchio rintronato ormai, e lasciare perdere Gratteri, Calderozzi e compagnia. Quelli SONO la Polizia, adesso. E Serra e i suoi amici, volere o volare, devono farci i conti. Perché De Gennaro ha fatto centinaia di nomine, ha colonizzato la Polizia ed è ancora lì, in regia, al comando, nonostante la Diaz, nonostante le intercettazioni, nonostante tutto. E allora Bolzaneto è la merce di scambio.
Castelli lo ha già annunciato, e c'è da credere che sia lo stesso pensiero di Uolter: “La storia italiana è piena di pm che sostengono tesi rivelatesi fasulle”. Nella Procura di Genova, tranne per quattro o cinque magistrati, partiranno i festeggiamenti.

Amato: su Bolzaneto colpevole indifferenza

autore:
Giuseppe D'AVANZO
Sommario:
Parla il ministro: si è urlato più per Guantanamo che per Genova. Per accertare la verità meglio affidarsi ai giudici che alle commissioni parlamentari

ROMA - "Bolzaneto è una gran brutta storia...". Giuliano Amato, ministro dell'Interno, non si lascia nemmeno porre la domanda. Ripete ancora: "È una bruttissima storia".

È un'opinione condivisa che sia un gran brutta storia, meno condivise sono le ragioni del perché sia potuto accadere. Qual è la sua opinione?

"Mi deve consentire un ricordo personale. Tra i miei primi libri c'è Individuo e autorità nella disciplina della libertà personale. C'era, ricordo, un capitolo sulla tortura dove ne elencavo anche le tecniche. Era il 1968. In quell'Italia pre-pasoliniana, negli anni cinquanta/sessanta, ci sforzavamo di correggere un'interpretazione riduttiva dei principi costituzionali che sentivamo inespressi in una cultura dello Stato non ancora consapevole di dover essere al servizio del cittadino. Quarant'anni dopo, dover prendere atto che, anche se per un breve stagione, siamo tornati là da dove ci siamo mossi è dura da accettare".

Se capisco bene, è dura da accettare che ancora oggi ci siano servitori dello Stato che hanno dimostrato di disprezzare la disciplina costituzionale della libertà personale. Allora devo chiederle: come e chi forma questi uomini? È nella loro formazione il problema?

"Guardi, io da ministro ho capito che le nostre scuole di polizia hanno processi di formazione che creano tra le migliori professionalità del mondo. Va però detto che è una professione che attira anche gli "istintivamente Rambo". Non ce ne dobbiamo meravigliare. Come non ci dobbiamo sorprendere se, in una situazione di tensione, magari alla 14esima ora del servizio in piazza e dopo ripetuti insulti e lanci di oggetti, ci sia chi non controlla il suo istinto di reazione".

Forse, e non tutti saranno d'accordo, questo può giustificare le violenze nelle strade di Genova, ma non quel che è accaduto alla Diaz. Tantomeno quel che è successo nella caserma di Bolzaneto, luogo chiuso, dove non c'era alcuna emergenza, nessuna minaccia.

"Infatti per la Diaz e Bolzaneto si va al di là di ogni capacità di comprensione. Osservo che questo è vero soprattutto per Bolzaneto dove più che la polizia, c'era soprattutto la polizia penitenziaria che non doveva fare i conti con la pressione della piazza e che, custodendo persone assoggettate, dovrebbe guardarsi dall'abuso di autorità, dovrebbe saper rispettare la dignità umana. Come è stato possibile, dunque? Posso soltanto pensare che bisognerà guardare ulteriormente ai processi di formazione, selezione e avanzamento del personale. Il tema del rispetto della dignità umana è una questione che ho posto ripetutamente nei miei interventi nelle scuole di polizia ricordando che, se è forse agevole un comportamento corretto nei confronti di un bianco con giacca e cravatta, l'obbligo deve essere avvertito ancor di più quando si ha a che fare con disgraziati che possono scatenare quel particolare e violento rapporto che si crea tra il superiore e l'inferiore. So di che cosa si tratta. Sono diventato socialista in una corsia d'ospedale dove gli infermieri e i medici davano il lei ai signori e il tu a mio nonno. Non è un problema irrilevante, però, la disciplina giuridica. Non possiamo giudicare quei comportamenti inumani e vessatori semplicemente come violenza privata o abuso d'ufficio. È qualcosa di più. Deve esserci una severità maggiore quando si esercita violenza contro chi è assoggettato al tuo potere. Intendiamoci: spesso abbiamo la tentazione di risolvere i problemi di ordine pubblico, sicurezza, criminalità con un inasprimento delle pene. E ho detto più volte che inasprire le pene non sempre aiuta a risolvere i problemi. In questo caso - nel caso delle violenze inflitte a chi è assoggettato a un potere - aggravare non tanto le pene ma il tipo di reato è giusto e necessario".

Non aiuta a rimarginare la ferita di Genova la promozione dei funzionari coinvolti nelle violenze.

"Il procedimento disciplinare può seguire l'esito del processo penale con sentenza passata in giudicato. Prima della sentenza penale, è possibile sospendere un funzionario dal servizio soltanto se accusato di alcuni gravi reati, come la collusione con un'associazione mafiosa. Qui, però, davanti a reati trattati come abuso d'ufficio o violenza privata ciò è impossibile. Altro sarebbe il discorso se esistesse una norma che punisse espressamente gli atti di tortura o i comportamenti crudeli e disumani, che ritengo possano essere parificati, per gravità, alla collusione mafiosa".

Capisco, ma c'è una differenza tra non sospendere e promuovere.

"È vero, ma c'è chi è stato promosso dopo un concorso. Chi ha lavorato all'arresto di Bernardo Provenzano e aveva le carte e i tempi giusti per esserlo. E lo dico anche se queste promozioni sono precedenti al mio incarico. Credo che regole e garanzie debbano valere nei confronti di tutti, per chi ha subito le violenze e anche per chi è accusato di essere il presunto violento. Non nego che esiste quel che potremmo definire "un margine di responsabilità oggettiva" che dovrebbe implicare di mettersi da parte, come accade a chi è accusato di reati molto gravi. Diciamo che ritengo questo atteggiamento una "collaborazione rafforzata" con la giustizia. Sono rimasto coinvolto in fatti gravi. Ritengo di non aver colpe e responsabilità. Mi faccio, però, da parte nell'interesse dell'istituzione che rappresento. Se sono poi assolto, ho pagato senza ragione un prezzo. Può accadere. Accade".

Molti ritengono che il capo della polizia all'epoca del G8, Gianni De Gennaro, avrebbe dovuto fare quel passo indietro di cui lei parla, sentire sulle spalle una responsabilità oggettiva. È un fatto che la permanenza di De Gennaro al vertice della Dipartimento della sicurezza pubblica non abbia aiutato a scolorire le polemiche, a sciogliere il rancore che molti giovani nutrono nei confronti degli uomini in divisa, a restituire credibilità alle amministrazioni coinvolte nelle violenze di Genova.

"Non è che debba volare per forza una testa posta in alto perché altrimenti si dice che sono volati solo gli stracci. Io non credo che immolare il capo della polizia avrebbe risolto il problema. Il capo della polizia ha ritenuto di non dimettersi. Ha con fermezza detto di non essere il responsabile di quanto è accaduto. Le violenze di Genova gli sono apparse così lontane dalla sua cultura professionale, dalla sua storia di poliziotto che ha pensato di restare al suo posto, di difendere se stesso".

E lei che ne pensa? Era la cosa giusta da fare?

"Si voleva mettere al rogo De Gennaro per fare l'incendio più fiammeggiante. Lui era quello più in vista, e poco importa se a Bolzaneto c'era soprattutto la penitenziaria che non dipende certo da lui. Io penso invece che va sempre accertato chi ha fatto che cosa. Anche per questo non vedo l'ora che i processi di Genova si concludano in modo che se ne possa riprendere il bandolo e riportarlo all'interno dell'amministrazione assumendo le decisioni più opportune".

Veltroni chiede di accertare se ci siano state, per Genova, responsabilità politiche. È un'opinione condivisa che se oggi la politica ha a lungo taciuto, allora parlò.

"Guardi, io escludo nel modo più assoluto che Gianfranco Fini, della cui presenza a Genova si è molto parlato, abbia potuto dare l'ordine di picchiare duro. Lo conosco. E so che la sua cultura è altra. È possibile piuttosto che, con un governo di centro-destra, ci sia stato chi tra le forze dell'ordine e nella polizia penitenziaria abbia pensato di dare una lezione ai "comunisti". E d'altronde le frasi che sono state gridate a Bolzaneto non lasciano margini al dubbio che si è voluto colpire e punire i "comunisti"".

Questa conclusione, però, rende ancora più inspiegabile il lungo silenzio della politica. Non le pare?

"Non parlerei di silenzio. Parlerei di indifferenza, o meglio di ritrosia. Sorprendente, se ci pensa: si è strillato molto più per Guantanamo che non per Genova. Siamo più sensibili ai diritti umani nel mondo, che al loro rispetto a casa nostra. Anche per questo sarebbe essenziale che rilevassimo come una macchia l'eccezione del 2001 e attivassimo le difese per evitare che si ripeta".

Ma perché quella ritrosia?

"Per l'incompiutezza della nostra democrazia. Le forze politiche affrontano questioni dell'ordine pubblico con un sentimento da "taci il nemico ti ascolta". Alcune pensano che le forze dell'ordine possano essere un territorio di conquista, altre credono che - facendone un bersaglio di furori polemici - possano guadagnare consensi. Nasce così, tra eccessi e reticenze, una frattura nel sistema politico, diviso tra chi parteggia e chi accusa".

Ancora ieri la "Sinistra Arcobaleno" di Bertinotti ha chiesto una commissione parlamentare d'inchiesta già invocata nella scorsa legislatura e bocciata anche dal centro-sinistra. Lei pensa che una commissione d'indagine possa essere utile?

"Le dico quel che penso e non da oggi, ma dall'epoca in cui scrissi quel libro di cui parlavo all'inizio: per accertare la verità, mi fido della giustizia non della politica. Noi - e non soltanto noi politici - siamo sempre tentati dal deformare i fatti, piegarli alle nostre convenienze e utilità. Il più straordinario frutto della nostra civiltà è stata la creazione della giurisdizione, di quel potere autonomo e indipendente da altri poteri a cui abbiamo affidato il compito di ricostruire che cosa è accaduto e per responsabilità di chi. Per accertare la verità di Bolzaneto conviene affidarsi al lavoro del giudice e lasciar perdere le commissioni parlamentari".

"Io, l'infame della caserma che ha denunciato quelle torture"

autore:
Giuseppe D'AVANZO
Sommario:
Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni. Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".

(18 marzo 2008)

ANSA sul processo di Bolzaneto

autore:
da Ansa
Sommario:
agenzie sulle richieste dei PM al processo Bolzaneto

G8: BOLZANETO; OGGI FINE REQUISITORIA CON LE RICHIESTE PM (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - Sono previste in tarda mattinata o al massimo nel primo pomeriggio le richieste dei pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittoria Ranieri Miniati nei confronti di 45 imputati nel processo per le violenze e i soprusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto, durante il G8. Per uno solo degli imputati verrà richiesta l'assoluzione. Le pene complessive per gli altri 44 imputati sono poco meno di 80 anni di reclusione. I reati contestati sono a vario titolo abuso d' ufficio, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso ideologico, violenza privata, violazione dell' ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. In aula è presente anche il procuratore aggiunto Mario Morisani, a sua volta titolare dell'inchiesta. (ANSA).

G8: BOLZANETO; CHIESTE CONDANNE A OLTRE 76 ANNI ++ (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - Condanne complessive a 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione sono state chieste dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i 44 imputati nel processo per le violenze e i soprusi nella caserma della Polizia di Bolzaneto, durante il G8. Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione. (SEGUE)

G8: BOLZANETO; CHIESTE CONDANNE A OLTRE 76 ANNI (2) (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 come responsabile della sicurezza. È accusato di abuso d' ufficio e abuso di autorità contro detenuti. L'accusa nei suoi confronti è di aver agevolato e comunque non impedito la condotta degli altri come avrebbe dovuto e potuto fare nella sua veste di responsabile alla sicurezza. In particolare avrebbe percosso con calci, pugni, sberle e anche con il manganello in dotazione gli arrestati e i fermati per identificazione. Pena cospicua di 3 anni e 6 mesi di reclusione anche nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Stessa richiesta di condanna per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della Polizia Penitenziaria Oronzo Doria (all'epoca colonnello), responsabile del coordinamento e dell' organizzazione, per gli ufficiali di custodia cap. Ernesto Cimino e cap. Bruno Pelliccia, che devono rispondere degli stessi reati. Complessivamente i capi d'accusa contestati dai pm sono stati 120.

G8: BOLZANETO; LE RICHIESTE DI CONDANNE PER I MEDICI (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - I pm hanno chiesto inoltre la condanna dei cinque medici presenti nell'area sanitaria. Per Giacomo Toccafondi, coordinatore, accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni, 6 mesi e 25 giorni di reclusione; per Aldo Amenta 2 anni, 8 mesi e 15 giorni; per Adriana Mazzoleni, 2 anni, e 3 mesi; per Sonia Sciandra, 2 anni, 8 mesi e 25 giorni per Marilena Zaccardi, 2 anni, 3 mesi e 20 giorni. Nei confronti di Massimo Pigozzi, il poliziotto accusato di lesioni personali per l' episodio dello «strappo» alla mano subita dal manifestante Giuseppe Azzolina, poi suturata senza anestesia, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni e 11 mesi di reclusione. Le richieste di condanna sono contenute in 23 pagine e per leggerle il pm ha impiegato circa un'ora. Nei prossimi giorni la pubblica accusa presenterà al tribunale anche una memoria di mille pagine per denunciare le torture subite dagli arrestati nella caserma di Bolzaneto. Nutrito il collegio dei difensori presenti in aula tra cui Sandro Vaccaro e Nicola Scodnik difensori di Gugliotta, Pigozzi, Toccafondi. A decidere ora sulle richiestè sarà il tribunale presieduto da Renato De Lucchi. (ANSA)

G8: BOLZANETO; PM, ITALIA INADEMPIENTE PER REATO TORTURA (ANSA) - GENOVA, 11 MAR - Nella caserma di Bolzaneto, secondo i pm, furono inflitte alle persone fermate «almeno quattro» delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli anni Settanta, configurano «trattamenti inumani e degradanti». Quello che avvenne a Bolzaneto - hanno sostenuto i pm - fu un comportamento inumano e degradante ma, non esistendo una norma penale (per la quale l'Italia è inadempiente rispetto all'obbligo di adeguare il proprio ordinamento alla convenzione internazionale), l' accusa è stata costretta a contestare agli imputati l'art.323 (abuso d'ufficio) che comunque sarà prescritto nel 2009. L'unico reato per cui sono richieste 10 anni per la prescrizione è il falso ideologico. Altri reati contestati a vario titolo sono: violazione della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, abuso di autorità nei confronti di persone arrestate o detenute, minacce, ingiurie, lesioni. Parlando dei disegni di legge mai tramutati in legge, il pm Petruzziello ha detto che per il reato di tortura e per il trattamento inumano e degradante sarebbe prevista l'imprescrittibilità e le pene varierebbero da 4 a 10 anni. Nel caso in esame, invece, i reati si prescriveranno quasi tutti nel 2009. (ANSA).

G8, i pm chiedono condanne a oltre 76 anni per le violenze della polizia nella caserma Bolzaneto

autore:
dal Messaggero
Sommario:
76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione chiesti dai PM

GENOVA (11 marzo) - Condanne complessive a 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione sono state chieste dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i 44 imputati nel processo per le violenze e i soprusi nella caserma della Polizia di Bolzaneto, durante il G8.

Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione.

La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 come responsabile della sicurezza. È accusato di abuso d' ufficio e abuso di autorità contro detenuti. L'accusa nei suoi confronti è di aver agevolato e comunque non impedito la condotta degli altri come avrebbe dovuto e potuto fare nella sua veste di responsabile alla sicurezza. In
particolare avrebbe percosso con calci, pugni, sberle e anche con il manganello in dotazione gli arrestati e i fermati per identificazione.

Pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione anche nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella
caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Stessa richiesta di condanna per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della Polizia Penitenziaria Oronzo Doria (all'epoca colonnello), responsabile del coordinamento e dell' organizzazione, per gli ufficiali di custodia cap. Ernesto Cimino e cap. Bruno Pelliccia, che devono rispondere degli stessi reati. Complessivamente i capi d'accusa contestati dai pm sono stati 120

RIguardo il processo Bolzaneto

autore:
reporter
Sommario:
Sono ricominciate le udienze della seconda parte della requisitoria del processo sui fatti di Bolzaneto

Nell’aula-bunker del tribunale di Genova è incominciata (e si protrarrà per altre quattro udienze) la seconda parte della requisitoria dei pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello al processo per le violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.

Gli imputati sono 45, tra medici e personale (di vario grado) di polizia Penitenziaria, di Stato e carabinieri.

I Pm hanno elencato le vessazioni subite dagli arrestati, che sarebbero stati costretti a stare in piedi per ore o a fare la posizione «del cigno» e «della ballerina», ad abbaiare come cani per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale; molti avrebbero ricevuto schiaffi a mano aperta e colpi alla nuca, soprattutto quando venivano portati a due a due nelle celle di destinazione.

La presenza di più forze dell’ordine avrebbe comportato due perquisizioni: una nell’atrio e un’altra nell’infermeria; perquisizioni che, secondo i Pm, provocarono ai detenuti ulteriore stress, in aggiunta a quello causato dall’arresto.

I Pm hanno descritto altre vessazioni, come lo strappo di piercing anche dalle parti intime, l’obbligo per alcune ragazze di rimanere nude e girare su se stesse o in tondo, subendo «commenti brutali» da parte di agenti, presenti anche in infermeria: «L’infermeria - ha denunciato il Pm Miniati - che doveva essere un aiuto in caso di sofferenza, è diventata un luogo di ulteriore vessazione».

Torniamo a Genova

Autore:
reporter
Sommario:
il manifesto per genova
Torniamo a Genova

25 persone imputate per devastazione e saccheggio
25 persone che rischiano un totale di 225 anni di carcere
13 persone imputate a Cosenza per associazione sovversiva

E' in gioco la libertà di tutti
E' in gioco il futuro di ogni movimento

UNO, NESSUNO, TRECENTOMILA SOVVERSIVI

Per il diritto di resistenza, per la libertà di movimento

17 Novembre a genova , Manifestazione nazionale

16/11/07 ore 2130 appuntamento alla stazione Tiburtina

Genova 2001: Chi ha paura della verità?

13/11/2007 - 17:30
13/11/2007 - 19:30
Indirizzo email:

Introduce:
Luigi Nieri
Coordina:
Stefano Bocconetti, giornalista di Liberazione
Intervengono:
Olga D'Antona, deputata SD, Commissione Affari Costituzionali
Graziella Mascia, deputata PRC, Commissione Affari Costituzionali
Marco Poggi, infermiere a Bolzaneto durante il G8
Alberto Zoratti, Comitato Verità e Giustizia per Genova

Verso Genova

autore:
reporter
Sommario:
Riunione metropolitana per il corteo nazionale del 17 Novembre a Genova - Lunedì 5 Novembre alle ore 18.00 a Strike

Vogliono riscrivere la nostra storia.
I pm genovesi hanno richiesto 225 anni complessivi di carcere per venticinque compagni e compagne accusati di devastazione e saccheggio.
Venticinque compagni e compagne che, insieme ad una moltitudine di uomini e donne, hanno esercitato il loro diritto di resistenza contro il governo abusivo del mondo che il g8 rappresenta e contro la violenza fascista esercitata da polizia e carabinieri in quelle giornate.
Mentre tutti i responsabili dell´ordine pubblico a Genova vengono promossi di grado, l´omicidio di Carlo viene archiviato e venticinque persone rischiano di pagare per tutti.
Sabato 17 Novembre 2007 si torna a Genova per affermare con forza la verità sul g8 del 2001, per affermare con forza che le lotte contro chi devasta il pianeta e saccheggia le nostre vite continuano in ogni angolo della terra.

Convochiamo, come realtà del movimento romano, una riunione cittadina per Lunedì 5 Novembre alle 18.00 a Strike, per discutere e organizzare la partenza,
la comunicazione e la partecipazione alla manifestazione nazionale.

Liberi tutti, Libere tutte

Proposta di discussione e mobilitazione per la sentenza di primo grado per i fatti di Genova 2001

autore:
anonimo
Sommario:
Comunicato dei partecipanti all’ Assemblea del 22 Settembre a Genova

Alcuni/e compagni/e si sono incontrati per la prima volta sabato 22 settembre 2007 per discutere i contenuti e le forme di mobilitazione riguardanti il processo agli imputati per le giornate di lotta contro il G8 del 2001 e non solo.
La discussione oltre ad affrontare le questioni inerenti alla sentenza di primo grado del processo prevista entro fine anno ha portato ad una riflessione più ampia sia sulle varie mobilitazioni e le relative pratiche che sono state adottate dal movimento – sia in occasione dei vari controvertici che delle varie lotte sociali particolarmente incisive -, che sul panorama dei processi "politici" in corso e il significato che hanno assunto alcune sentenze specifiche per "concorso in devastazione e saccheggio" e per "associazione sovversiva".
Sebbene in ritardo rispetto alla tempistica processuale, pensiamo sia possibile, contestualizzando il corso degli avvenimenti e delle lotte degli ultimi 6/7 anni, riconoscere già un percorso che si identifica nella critica e nella pratica di opposizione radicale a questo sistema.
L’azione diretta non delegata, né sponsorizzata da alcuna organizzazione istituzionale, qualunque forma assuma rimane per i nostri fini di trasformazione dell’esistente la più opportuna e la più efficace: è questo il portato dell’opposizione agli ultimi vertici internazionali, cosi come questa estate in Germania, passando per l’11 marzo dell’anno scorso a Milano e a Torino nel 2005.

Riteniamo che in piena continuità con questo percorso si pongano le iniziative da mettere in cantiere contro il prossimo incontro di tutti i ministri della difesa del mediterraneo che si terrà prossimamente a Cagliari e il G8 del 2009 alla Maddalena.
Siamo convinti che un movimento che non si rivendichi i propri compagni sotto processo non possieda gli anticorpi per andare da nessuna parte, non lasciamo che il potere imponga i suoi "giudizi" stravolgendo la natura delle lotte passate e presenti, e ponga delle forti ipoteche su quelle future.

Abbiamo pensato quindi di organizzare un altro incontro per il 14 ottobre a Genova presso il centro di documentazione proletaria Borgorosso, sito in piazza Pinelli a Genova, alle 14.OO per discutere delle seguenti proposte:

- Varie iniziative locali in previsione della sentenza
- Un manifesto stampato
- Un corteo a Genova il giorno della sentenza

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