fascismo
Aggressione razzista a Monteverde Nuovo
Sab, 04/07/2009 - 18:58Aggressione razzista nel quartiere di Monteverde Nuovo a Roma. Un uomo del Congo è stato selvaggiamente picchiato da tre italiani, in via di Donna Olimpia, al grido di "sporco negro, noi facciamo la volontà del governo, dovete tornare a casa vostra". Il fatto è avvenuto giovedì pomeriggio.
Il congolese stava distribuendo volantini quando dalle finestre di una palazzina alcune persone lo hanno insultato per il colore della sua pelle. Mentre si allotanava spaventato, dalla palazzina sono usciti tre uomini, tutti italiani tra i 30 e i 50 anni, che lo hanno rincorso. Raggiunto lo hanno bloccato e picchiato, ferendolo al volto. Poi lo hanno derubato del passapoprto passaporto e dei soldi che aveva in tasca.
L'uomo ha chiamato, poco prima delle 15, il 113 raccontando di essersi nascosto in un palazzo di via di Donna Olimpia dopo l'aggressione. All'arrivo degli agenti della polizia di Stato gli aggressori si erano già dati alla fuga mentre l'uomo è stato soccorso dal personale del 118 ed accompagnato in ospedale dov'è stato dimesso con sette giorni di prognosi per un trauma cranico e una ferita al sopracciglio sinistro.
Il congolese è un rifugiato politico in Italia dal 2004, si è sposato in Italia, vive a Roma e ha una bambina di pochi anni. Ha raccontato ai poliziotti che stava distribuendo volantini pubblicitari citofonando agli inquilini della zona quando un cinquantenne infuriato per essere stato disturbato durante il riposino pomeridiana lo ha prima pesantemente insultato dalla finestra e poi è sceso e gli ha rotto una bottiglia in testa. Successivamente sarebbe stato raggiunto da altri due italiani che lo hanno continuato a picchiare.
Il sindaco Gianni Alemanno ha dichiarato: "L'insulto razziale offende persino più della violenza fisica. Indubbiamente quello che rende grave l'aggressione a Monteverde non è tanto l'entità delle lesioni riportate, quanto l'idea che nella nostra città si aggirino personaggi che odiano e assalgono in base al colore della pelle. Esprimo piena solidarietà alla vittima di questa aggressione razzista e chiedo agli inquirenti un'indagine approfondita per individuare e punire i responsabili".
(ca) [Info Paz Ahora] "GOLPE EN HONDURAS": opiniones de Perez Esquivel y de Carlos Taibo
Mer, 01/07/2009 - 21:36(ca) [Info Paz Ahora] "GOLPE EN HONDURAS": opiniones de Perez Esquivel y de Carlos Taibo
Date Wed, 1 Jul 2009 20:45:06 +0200
http://www.pazahora.org
Pérez Esquivel rechaza golpe de Estado en Honduras.
"Carta del Premio Nóbel de la Paz Adolfo Pérez Esquivel al secretario
General de la OEA, a las Iglesias, Movimientos y organizaciones
populares."
EL texto completo en :
http://pazahora.org/novedades/?p=151
y en:
http://www.adolfoperezesquivel.org/
"GOLPE EN HONDURAS"
Por Carlos Taibo
(Publicado en el Diario Público el 1 de julio de 2009).
El Golpe de Estado que se ha verificado en Honduras merece, como poco,
tres consideraciones sumarias. La primera se refiere a algo que, no
por conocido, debemos tener bien presente a la hora de sopesar lo que
ocurre en estos tiempos en toda América Latina: las oligarquías de
siempre se niegan, como gato panza arriba, a abandonar el escenario y
aprovechan la menor oportunidad para sacar sus garras en defensa de
negocios e intereses que explican, desde mucho tiempo atrás, la
miseria de pueblos enteros.
El texto completo en la siguiente link ----->
http://pazahora.org/novedades/?p=146
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[resistenza] Filippo Casaccia, Partigiano Marzo: LA REPUBBLICA DI TORRIGLIA
Mer, 24/06/2009 - 09:54Partigiano Marzo: LA REPUBBLICA DI TORRIGLIA
di Filippo Casaccia
G.B. Canepa, "partigiano Marzo", La Repubblica di Torriglia, Genova, Frilli Editori, 2009, pp. 168, € 4,90.
In anni di revisionismo vigliacco o di celebrazioni insincere e puramente elettorali, un piccolo libro come La Repubblica di Torriglia [ http://www.libreriauniversitaria.it/repubblica-torrigl... ] può aiutare a recuperare la memoria reale di ciò che fu la lotta partigiana. E se ci si ritrova a fantasticare troppo spesso con Hakim Bey su esotiche TAZ, ecco un buon modo per non dimenticare le effimere ma vivaci repubbliche partigiane che durarono pochi mesi ma portarono effettivamente alla liberazione dal nazifascismo.
Questo prezioso volumetto di racconti non ha la prospettiva storica (e un po’ arida, burocratica) del celebre Una repubblica partigiana, in cui Giorgio Bocca documentava l’esperienza della repubblica dell’Ossola, perché più che raccontare la storia, racconta le storie della divisione Cichero, la leggendaria formazione partigiana garibaldina che riuscì a rendere autonoma una vasta porzione di territorio nell’entroterra genovese per 5 mesi, tra l’estate e l’autunno del 1944.
Alle fine di novembre la Repubblica venne meno di fronte ai feroci rastrellamenti tedeschi e alla mancanza di supporto degli Alleati, ma la lotta continuò culminando nella liberazione di Genova il 25 aprile 1945.
Qui trovate le storie di un pugno di uomini, una decina, che dopo l’8 settembre decide di combattere e i racconti, quasi in forma diaristica, come dei veloci schizzi impressionisti, ci restituiscono le sofferenze, la fatica e la sovrumana pazienza della lotta clandestina. Possiamo sentire l’odore di quella vita, il sapore del castagnaccio senza sale, il desiderio di una sigaretta, l’incapacità di alcuni a rassegnarsi a dormire su un letto morbido quando finalmente lo si trovava. Tra i protagonisti della Cichero c’era il leggendario comandante Aldo Gastaldi, detto Bisagno, cui poi verrà intitolata una strada di Genova in cui, durante il G8 s’è consumato il pestaggio senza quartiere dei manifestanti, culminato nell’uccisione di Carlo Giuliani. C’era il russo comandante Fiodor, l’unico straniero ad avere avuto la medaglia al valore militare italiana durante l’ultimo conflitto mondiale. C’erano azionisti, cattolici e comunisti gli uni a fianco agli altri, che cantavano assieme Bandiera Rossa o che osservavano il silenzio per permettere, a chi voleva, di pregare.
Queste pagine documentano con leggerezza e umiltà le storie di persone normali in circostanze eccezionali. C’è l’eroismo, anche sconsiderato; c’è la dura disciplina e l’umana pietà per il nemico che doveva venir meno di fronte all’esigenza di rispondere colpo su colpo alle rappresaglie, come quella tremenda fatta dai soldati mongoli, ex prigionieri al soldo dei tedeschi per sfuggire al campo di concentramento. Ci sono le pagine strazianti dell’eccidio del Turchino e della strage della Benedicta.
Nel 1944 l’autore aveva quasi cinquant’anni: Giovanni Battista Canepa, detto Marzo, era uno dei comandanti della Cichero, a fianco di Bisagno. Nato nel 1896 e già decorato nella prima Guerra Mondiale, aveva conosciuto il confino negli anni Trenta, per poi andare a combattere in Spagna e rientrare in Italia nel 1943. Scrisse questo libro nell’immediato dopoguerra per l’ANPI di Chiavari. Riedito negli anni Settanta a cura di un editore genovese con una serie di integrazioni, La Repubblica di Torriglia torna ad essere disponibile in un’edizione curata da Giordano Bruschi (Giotto), compendiata dai ricordi della moglie dell’autore.
Già nelle testimonianze di allora si avverte la disillusione per l’Italia che stava nascendo: una Repubblica che, per chi aveva lottato ed era morto per arrivarci, è poi stata una delusione. Marzo è morto nel febbraio del 1994, senza subire l’onta di vedere gli ex fascisti al governo.
RedB, Europa nera
Lun, 22/06/2009 - 08:16Europa nera
Quando andavamo a scuola gli insegnanti affermavano che il fascismo era stato solo una breve parentesi nel luminoso progresso della democrazia europea, da Atene alla Francia illuminista fino all'Italia moderna. Oggi sappiamo che non è affatto così. Oggi sappiamo che le "radici dell'Europa" sono in gran parte nere e marce: il patriarcato, il dispotismo clericale, il potere statale, il militarismo, il capitalismo, il colonialismo. Lo si vede bene anche dai risultati delle recenti elezioni europee, con i successi di formazioni neonaziste, integraliste e xenofobe.
Una rassegna dettagliata risulterebbe monotona. In Olanda il Partito per la libertà (PVV), anti-islamico e anti-europeista, passa dal 5,6% del 2006 all'attuale 17%. Guadagna due seggi anche il British National Party, che rivendica l'espulsione dei "non-bianchi" dall'Inghilterra: uno è per il leader Nick Griffin, amico intimo di Roberto Fiore fin dai tempi della sua dorata latitanza londinese. In Finlandia, il partito nazionalista e xenofobo dei "Veri Finlandesi" passa dallo 0,5% del 2004 a oltre il 10%. In Austria il FPOE, fino a pochi anni fa guidato da Haider, arriva al 13%. In Bulgaria il partito di destra GERB ha ottenuto il 25%, mentre l'estrema destra della "Coalizione azzurra" si attesta all'8% conquistando un seggio. In Romania il partito ultranazionalista della "Grande Romania" ottiene il 7,2% e due seggi: uno per Gigi Becali, discusso patron della squadra di calcio "Steaua Bucureşti", il cui stadio è stato chiuso nel 2007 dopo che i tifosi esposero uno striscione "Morte agli zingari."
Ma il successo elettorale più evidente del neofascismo europeo è quello ungherese, dove il partito di estrema destra Jobbik ("I migliori"), nazionalista xenofobo e antisemita, è diventato la terza forza politica del paese con il 15% dei voti. Né va dimenticato che il partito Jobbik si presentava associato alla forza paramilitare "Magyar Gàrda" ("Guardia ungherese") protagonista di aggressioni ripetute a rom, gay, lesbiche, ebrei e stranieri (e la "Magyar Gàrda" fu inizialmente registrata come "associazione culturale"... ricorda qualcosa?).
I programmi di queste forze politiche sono sostanzialmente omogenei e si possono riassumere in quattro punti: 1) disciplinamento della società attraverso la militarizzazione del territorio (ronde, guardie nazionali, ecc.); 2) superamento del neoliberismo in nome di un nazionalismo razzista e aggressivo; 3) guerra alla globalizzazione vista come complotto finanziario (anzi: "cospirazione giudaico-plutocratica"); 4) battaglia contro l'integrazione dei migranti e a favore dell'ineguaglianza sociale e di nuovi schiavismi (ad esempio il partito Jobbik intende vietare l'acquisto di terra o immobili agli stranieri).
Questi i sintomi, a cui va unito il crollo dei partiti socialdemocratici, socialisti e comunisti europei.
Non si tratta di fenomeni che possano sorprendere e anzi in Italia assistiamo, con il successo crescente della Lega Nord, a qualcosa di analogo: ronde nere, razzismo, xenofobia, finto anticapitalismo su base antisemita, sfruttamento brutale della manodopera migrante, leggi razziali, violenza squadrista. La diagnosi non pare difficile, e s'ingannano quei giornali "progressisti" che imputano la "crisi della sinistra" alla rissosità dei partitini o alla demenza dei loro ceti dirigenti.
Di fatto, in questi anni la sinistra parlamentare europea ha accolto l'ideologia neoliberista cercando di abbellirla e inzuccherarla con trovate fantasiose, ma mandando così al massacro milioni di salariati dentro processi dirompenti di concentrazione economica e finanziaria. Di fatto, in questi anni le socialdemocrazie europee non hanno perseguito alcuna politica riformista e si sono sempre più appiattite sulle direttive di organismi sovranazionali non elettivi né democratici. E per coprire i loro fallimenti non hanno trovato di meglio che fomentare il qualunquismo e la richiesta di ordine e sicurezza per poterli governare a proprio vantaggio. Oggi sappiamo che non ci sono riusciti.
Non sono passati tanti anni da quando il centrosinistra italiano pontificava sul "lavoro immateriale" e sulla "new economy". Non aver trovato risposte credibili alla crisi capitalista, all'impoverimento e alla disoccupazione, ha agevolato il protagonismo del neofascismo europeo che una risposta ce l'ha: autoritarismo, gerarchia patriarcale, militarizzazione sociale, alleanza corporativa tra capitale e manodopera nazionale, sfruttamento schiavistico dei migranti fondato su leggi razziste. Razzismo e nazionalismo sono oggi la risposta reazionaria e spietata ai disastri e alla barbarie del neoliberismo. Come già negli anni Trenta, chi vota i partiti fascisti sono lavoratori e ceti medi insidiati dalla crisi: una folle informe, suggestionabile, spaventata, pericolosa (al riguardo va meditato il libro di Andrea Cavalletti, Classe, Bollati Boringhieri, 2009, presentato il 7 giugno al Conchetta).
Per noi non cambia nulla. Non da oggi l'estraneità ai riti elettorali è una pratica rivoluzionaria minima per tutti coloro che ritengono che il problema sia quello di capovolgere la società dalle sue fondamenta attraverso la lotta sociale. E oggi lo spazio per agire è più ampio e aperto che mai: meno della metà dei cittadini europei si è recata alle urne e l'astensionismo ha toccato la punta media del 66%. Si tratta di raccogliere la sfida dei tempi duri e drammatici che ci aspettano. Giustamente gli studenti dell'Onda gridano "Noi la crisi ve la creiamo!". Creare crisi, creare solidarietà fra tutte e tutti gli sfruttati e gli oppressi!
RedB
RedB, Soliti pompieri a CasaPound
Sab, 13/06/2009 - 20:26Soliti pompieri a CasaPound
di RedB
Intorno alle 4.40 del 4 giugno, a Bologna una mano ignota ha appiccato il fuoco al portone della sede dell'associazione neofascista CasaPound. In quel momento, all'interno della sede stavano dormendo il dirigente Alessandro Vigliani e la fidanzata. La Polizia, chiamata subito sul posto da Vigliani, ha spento le fiamme con un estintore prima dell'arrivo dei Vigili del Fuoco. Sul posto sono stati trovati scampoli di stoffa imbevuti di liquido infiammabile e i resti di una tanica in plastica da 5 litri.
Secondo gli inquirenti i piromani hanno organizzato nei dettagli il gesto, ma l'attentato incendiario non avrebbe comunque potuto danneggiare altro che la porta esterna d'ingresso. Ovviamente i neofascisti hanno sfruttato al massimo l'occasione per posare da bravi ragazzi perseguitati, lagnandosi sui giornali di un «attentato alle nostre vite».
Certo fa impressione che un'organizzazione dichiaratamente neofascista e violenta come CasaPound si scandalizzi delle intimidazioni solamente nei rari casi in cui le subisce, mentre in tutt'Italia pratica con sistematicità l'aggressione squadrista e il suo guru indiscusso, Gianluca Iannone, ha una spiccata e documentata attitudine per il pestaggio. «Nel dubbio mena» è uno dei motti preferiti e più applicati dai militanti di CasaPound. Sbarcando a Bologna avevano promesso «panico», e anche recentemente hanno rivendicato il valore del «pugno nello stomaco» e del «calcio nei denti».
Allo stesso modo, pare indecente e ipocrita lo sdegno della destra razzista e xenofoba, che a Bologna non è mai riuscita, in questi anni, a prendere le distanze nemmeno dalle svastiche sui monumenti partigiani, dagli attentati incendiari contro i migranti, dai pestaggi e dalle continue angherie e minacce contro studenti, giovani di sinistra e malvestiti. Una destra neo e/o «postfascista» che non intende davvero tagliare i ponti né con le proprie origini totalitarie e antisemite, né con il proprio passato stragista, né con il proprio presente di violenza legale e illegale.
Non sorprende, del resto, che i giornali di regime diano regolarmente spazio ad Alessandro Vigliani senza mai ricordare il suo curriculum noto e meno noto di nazistoide violento, fra cui spicca una denuncia – e copiamo il pomposo linguaggio dei tribunali – «per associazione per delinquere finalizzata alle lesioni personali, al porto abusivo di armi improprie, alla violenza privata ed alla discriminazione, all'odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» (traduzione: un gruppo organizzato che picchiava migranti). In tempi di crisi i neofascisti vanno coccolati dalla stampa borghese e ogni voce critica va invece criminalizzata. Come sorprendersi? Era già successo negli anni Venti.
Resta il fatto che l'attentato incendiario contro CasaPound non è stato rivendicato da nessuno e può averlo compiuto chiunque. Invece i leader di CasaPound hanno le idee chiare tanto che paiono candidarsi a dirigere la Questura. «Non si tratta di Tpo, Crash o centri sociali. Le forme politiche organizzate non fanno queste cose», dichiara Vigliani al Resto del Carlino. E il responsabile Massimiliano Mazzanti parla allusivamente dei «professionisti dell'antifascismo». Non da oggi i neofascisti di CasaPound usano i giornalisti amici per criminalizzare quella parte del movimento antifascista bolognese che svolge un lavoro permanente di denuncia e inchiesta sul fenomeno neofascista in città e sui suoi appoggi istituzionali. Un lavoro pubblico, alla luce del sole, organizzato in assemblea aperta, da persone che si riconoscono nei valori dell'antifascismo (http://assembleantifascistabologna.noblogs.org). Ed è una conferma che ciò che più irrita e ostacola il neofascismo è la lotta e la contestazione sociale. Oggi si tratta anzitutto di contrastare nella testa della gente ogni spazio per idee nazionaliste e pratiche razziste e sessiste. Si devono chiudere gli spazi di agibilità sociale e mentale per chi predica e pratica, palesemente o meno, l'odio e l'intolleranza.
Intanto, una prima risposta neofascista non si è fatta attendere. Nella notte del 5 giugno è comparsa una grande scritta nera sul sacrario partigiano di piazza Maggiore: «W il Duce! Onore a Gelli!», con due croci celtiche. Ed è una rivendicazione esplicita del totalitarismo fascista e del golpismo e stragismo neofascista. Al vittimismo lamentoso sui giornali si unisce, di notte, la minaccia indiretta, ma inequivocabile.
[strage di stato] Luciano Lanza, Lo Stato ci vede doppio & Pietro Valpreda, Intervista
Mer, 10/06/2009 - 15:00Lo Stato ci vede doppio
di Luciano Lanza
Un nuovo libro sulla strage del 12 dicembre 1969 avanza un'ipotesi che ha dell'incredibile: Pietro Valpreda ha portato veramente una bomba nella Banca nazionale dell'agricoltura. Ma credeva di fare solo un attentato dimostrativo. In realtà era teleguidato dai neonazisti. Ed era affiancato da un sosia che ha deposto nell'istituto di credito un'altra bomba.
«Sulla tomba di Pino Pinelli c'è proprio una poesia di quell'antologia che, un natale, il commissario Calabresi regalò all'anarchico». Siamo a pagina 621 de "Il segreto di Piazza Fontana" (Ponte alle grazie, Milano, 2009) scritto da Paolo Cucchiarelli, giornalista dell'agenzia di stampa Ansa. Un libro da non sottovalutare. Con ricostruzioni e indagini approfondite, ma capace di affiancare a queste indagini anche ipotesi senza fondamenti oggettivi, o svarioni... Uno di questi errori, irrilevante, certo, però indicativo di un modo di procedere, è proprio la frase riportata. Perché, come lo stesso Calabresi aveva dichiarato al processo contro Lotta continua, lui aveva regalato a Pinelli "Mille milioni di uomini" di Enrico Emanuelli e Pinelli, per non sentirsi in debito con un commissario di polizia, aveva contraccambiato con il suo libro preferito: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.
Ma questo, lo ripeto, è un dettaglio di poco conto. Quello che conta è la nuova tesi: alla Banca nazionale dell'agricoltura il pomeriggio del 12 dicembre non scoppiò una sola bomba, ma ne scoppiarono due. Una portata da Pietro Valpreda, anarchico, un'altra da Claudio Orsi, neonazista e sosia di Valpreda. E così la storia di quell'assurdo viaggio di Valpreda che prende un taxi in piazza Beccaria per farsi portare in via Santa Tecla, scendere dicendo al tassista di aspettarlo e poi farsi portare in via Albricci diventa il doppio di un altro viaggio, sempre in taxi, di Orsi. Con destinazione la Banca dell'agricoltura. Come ho già sottolineato nel mio libro "Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli", Valpreda avrebbe preso un taxi per risparmiarsi 135 metri di percorso (da piazza Beccaria alla banca) per farne 234 (da via Santa Tecla alla banca e ritorno). Con in più il concreto rischio di lasciare una traccia su un tassista a cui si chiede un tragitto così strano. Ma per Cucchiarelli questo non è di ostacolo: c'è un altro attentatore, Orsi, che prende un taxi per andare a deporre la seconda bomba alla Banca dell'agricoltura.
Il motivo? «In questo caso, quale doveva essere il ruolo da assegnare a un sosia di Valpreda? Solo un ruolo aveva un senso: doveva incastrare il ballerino. Ma se la prima cosa che può venire in mente è che il sosia avesse agito in suo luogo, ora tutti gli elementi che dimostrano la presenza di una doppia bomba a piazza Fontana ci indicano un'altra soluzione: il sosia doveva incastrarlo agendo in parallelo con lui, su un altro taxi. A questo punto è chiara la ragione di una così macchinosa messa in scena. Se due bombe parallele dovevano arrivare alla BNA, si doveva avere la certezza che sempre e comunque uno sarebbe risultato l'uomo incriminato. E due uomini diventano uno, se sono molto somiglianti» (p. 207).
Ma come poteva sapere il sosia che Valpreda avrebbe preso un taxi? E quali sono gli elementi per dire che Valpreda fosse quel giorno in piazza Fontana? Solo la testimonianza di Rolandi che già nei lunghi processi su piazza Fontana ha perso ogni credibilità.
Ma Cucchiarelli non si ferma di fronte a queste «banalità» e a pagina 315 scrive: «Quando lasciò Roma l'11 dicembre, Valpreda aveva una certezza, ferma, concreta: doveva collocare a Milano una borsa con un ordigno non destinato a uccidere, una bomba di protesta. Era un'operazione semplice, lineare: doveva andare a prendere la borsa in un certo posto, portarla alla banca e andarsene in fretta. Forse non stava molto bene e comunque non poteva rimanere troppo tempo in giro: doveva tornare a casa dalla zia. Doveva avere un alibi.
Quando aveva ritirato la borsa a Milano, attorno a lui c'erano volti che l'anarchico riteneva sicuri. Il timer aveva – apparentemente – due ore di corsa prima che il circuito si chiudesse (…) La vera corsa del temporizzatore invece era di un'ora. (…) Pietro non seppe, non vide o non capì. Il risultato fu identico: doveva essere solo un gesto esemplare; fu la strage».
Qui siamo al romanzo. Ma le inchieste devono basarsi sulla ricostruzione dei fatti, su fonti attendibili, su circostanze riscontrabili. In questo caso c'è solo un'ipotesi, fantasiosa certo, ma che non ha riscontri. Un'ipotesi che cerca di ridare dignità, in fondo, a quella maldestra messa in scena che quarant'anni fa cercava di coprire i veri responsabili e, soprattutto, i loro mandanti. Troppo facile inventare storie che in questa stagione di «revisionismo» i giornali sono pronti a rilanciare.
***
PIETRO VALPREDA, INTERVISTA
http://www.youtube.com/watch?v=QnDddY1JE40
[parte 1]
http://www.youtube.com/watch?v=twBcdd6n_-U
[parte 2]
***
Risultato elettorale europeo: la Sinistra è fuori anche dal Parlamento Europeo
Lun, 08/06/2009 - 14:00Bene, la sinistra ora è fuori anche dal Parlamento Europeo. La Casa delle Libertà ha vinto, quindi quando vi dico che è da cretini credere che Berlusconi perda consensi facendo i soliti pettegolezzi che invece lo rafforzano non offendetevi. Il PD per i miei gusti ha preso anche troppi voti, Di Pietro anche. E l'UDC non perde mai, anzi ha premiato i suoi elettori mandando in Europa il Principe Emanuele Filiberto, non è meraviglioso?
L'Italia mi fa ancora più schifo, la sinistra si è oramai estinta e a nessuno interessa nulla. Qualcuno ha detto che ci sia da lezione questo risultato elettorale, no mi dispiace ma io non prendo lezioni dalla massa addormentata e soprattutto rincretinita che presto andrà a votare come un branco di pecore "si" al prossimo referendum.
Ma è un motivo in più per lottare lo stesso, prepariamoci a scendere solo noi in piazza e difendere il più debole dai soprusi che presto riceverà senza alcun freno e a scontrarci con la repressione che si avventerà su di noi. I pochi rimasti, un estrema minoranza che potrebbe dare molto fastidio, e subiremo come non mai.
Prepariamoci ad un dopo Berlusconi molto simile al ventennio fascista, forse ancor più peggiore perchè a ispirazione popolare.
Non ci rimane che Resistere...
Crisi, razzismo e repressione: caratteri dell'offensiva autoritaria in Italia
Mer, 27/05/2009 - 07:32L’Italia vista da fuori: leggi razziste/ali, violazione dei diritti umani dei migranti, militarizzazione del territorio, ronde, e insieme restrizioni del diritto di sciopero e di manifestare… Dove va l’Italia? È ormai evidente che la crisi ha messo in rilievo qualcosa che prima era solo percepibile e non verificabile. La crisi del capitale globale in Italia ha svolto un ruolo catalizzatore di questo “nuovo corso” politico, allo stato d’emergenza permanente (l’ordinaria alimentazione di “tensione securitaria” che è trasversale a tutti i governi e costituzionale dei regimi democratico-rappresentativi occidentali) è stato affiancato uno stato d’emergenza straordinario, attraverso il quale diffondere sempre più “insicurezza” (termine politico-destroide per dire paura, alimentata e costruita dai media) utile a legittimare leggi autoritarie e provvedimenti repressivi. Il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” (curioso acronimo, “PS”…) si configura come il più imponente esperimento normativo di restrizione delle libertà democratiche della storia di questo paese...
A differenza delle leggi speciali e di emergenza utilizzate per fronteggiare il problema specifico dell’emergenza terrorismo e con essa la capacità offensiva sul piano politico-sociale della sinistra extraparlamentare negli anni ’70 (vedi Legge Reale prima e Cossiga poi), questa legge si configura come costituzionalmente liberticida, ossia disegna un quadro repressivo su larga scala senza un obiettivo socialmente determinato. Si tratta di una prova di normalizzazione sociale, un tentativo estremo (per una democrazia formalmente liberale ed europea) di modellare la società, non nella dimensione della assegnazione imperativa di valori dello schema eastoniano integrato nei sistemi rappresentativi, ma in quella di un potere che ricostituisce le basi della società civile in maniera autoritaria secondo un principio ideologico. Naturalmente il Leviatano per farsi concedere i nuovi poteri ha bisogno di un nuovo nemico, dal cui pericolo possa spingere i sudditi a rinunciare alle loro libertà in cambio della protezione necessaria alla loro sicurezza: il nemico è all’esterno, è oltre frontiera, il migrante. Non uomo, bensì extracomunitario o clandestino: lo Stato identifica i migranti secondo un rapporto giuridico e non sotto un profilo sociale. Il risultato è la legittimazione alla costituzione di lager legali (intesi nella loro funzione di campi di concentramento coatto), i CIE (centri di identificazione e di espulsione) al cui interno la nuova legge permette di poter trattenere forzatamente 180 giorni e l’introduzione del reato (penale) di clandestinità con l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria (il vecchio sistema della delazione forzata), ora con l’esclusione dall’obbligo per medici e presidi scolastici. È interessante notare come questa deroga sia stata voluta da settori della destra post-fascista… è il caso di introdurre una valutazione sulla contingenza politica istituzionale: con questa legge finisce il “berlusconismo”, inteso come il processo politico che ha caratterizzato la vita pubblica italiana negli ultimi 15 anni. La costante del berlusconismo è stata la forzatura legislativa atta a neutralizzare le questioni giudiziarie dell’attuale presidente del Consiglio. Protagonista di questa fase è stato l’entourage forzista legato alle sorti del suo leader carismatico, l’avallo di forze esterne come la destra post-fascista, quella separatista-identitaria padana e le restanti componenti partitiche della Democrazia Cristiana, è stato dettato dalla necessità di una loro garanzia rappresentativa nella fase politica della fine delle ideologie e del “pigliatuttismo” di cui Berlusconi si è fatto interprete fondamentale non solo a livello nazionale ma anche internazionale e storico. La fusione della destra con il partito berlusconiano nel nuovo contenitore partitico comporta evidentemente un cambio di rotta dove la centralità del partito di massa maggioritario è evidentemente condivisa tra le due componenti principali, e la destra in questo processo acquisisce sicuramente preponderanza dal momento che si trova in una posizione di vantaggio politico-culturale sull’ex-alleato e nuovo compagno di partito, ancorato alla figura del capo e coeso intorno ad esso. Parallelamente è la destra padana che, in quanto espressione di unico partito esterno alleato per la vittoria elettorale, si vede aumentare notevolmente il suo potenziale ricattatorio e quindi la possibilità di esigere. Berlusconi oggi è interprete e non autore della politica nazionale della destra al potere, e le politiche pubbliche attuali sono l’espressione di una sintesi (come abbiamo visto non sempre lineare) delle posizioni delle uniche due reali culture politiche esistenti in ambito governativo (essendosi autoesclusa la componente democristiana, il che rappresenta anch’esso un sintomo politico del processo suesposto. Oggi le politiche infami sull’immigrazione sono l’espressione della xenofobia della Lega e del razzismo costituzionale della destra nazionalista, e Berlusconi ne è l’interprete pubblico sulla piazza nazionale e internazionale. Ed è tanto forte questa istanza politica del governo che la “linea dura” sull’immigrazione arriva a spingersi alla violazione dei diritti umani sanciti dalla Convenzione di Ginevra in materia di diritto d’asilo, escluso a priori con l’infame respingimento delle navi di disperati in fuga da situazioni di estrema povertà e conflitti armati. E l’aspetto più interessante di questo fatto politico non è l’azione repressiva in sé (tragica e infame come testimoniato dagli stessi militari delle motovedette italiane che hanno eseguito materialmente gli ordini [1]) ma la rivendicazione della sua piena legittimità di fronte all’opinione pubblica e agli organi politici internazionali: alle richieste di sospensione dei respingimenti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati il ministro della Difesa La Russa ha definito l’Unhcr “un organismo che non conta nulla” (confermando indirettamente che la permanenza nei centri CIE è brutale per cui è sicuramente più “umano” rimandare indietro questi poveri disgraziati da dove sono venuti) e il capogruppo del principale partito di governo ha risposto riproponendo il tradizionale motto fascista del “me ne frego” [2]. Ma più rilevanti sono le dichiarazioni del presidente del Consiglio, che giunge ai proclami contro l’”Italia multietnica” (negando un fatto storico e favorendo la retorica xenofoba che ha costretto la debole funzione di garanzia costituzionale impersonata dal Presidente della Repubblica a prendere posizione insieme alla CEI [3]) dichiarando che “nessuno sui barconi ha diritto di asilo” (ignorando evidentemente le norme elementari non solo del diritto internazionali ma evidentemente anche i più comuni istituiti di diritto civile che vietano da parte di chiunque una presunzione di malafede sulla condotta di chiunque) e risponde all’ONU con toni di contrasto che, con le dovute differenze, possono trovare un precedente solo con Mussolini e la Società delle Nazioni sulla questione etiope. La situazione italiana resta un unicum sulla condotta dei governi europei in tempo di crisi, e non sorprende che certe politiche finiscano per essere oggetto di apologia da parte di formazioni neofasciste e neonaziste sparse in Europa (vedi il recente caso greco [4]). Un laboratorio di repressione quindi, dove si sperimentano soluzioni legalitarie e forzature autoritarie. Del resto chi governa oggi sono le stesse persone che hanno represso nel sangue il G8 genovese prendendosi la responsabilità di quella che Amnesty International ha definito la più grave sospensione dei diritti umani in occidente dopo la seconda guerra mondiale. Questo rimando ci preoccupa non poco, non solo perché costituisce un precedente di queste forze politiche sulla loro capacità di violare coscientemente le norme costituzionali in termini di diritti umani e civili, ma perché alla luce di una nuova impostazione repressiva ,determinata per mezzo di legiferazione ordinaria per procedura ma straordinaria per contenuti, ci mette in guardia su scenari addirittura imprevedibili del prossimo G8 aquilano… Da qui ci ricolleghiamo ad un nodo centrale di questo processo politico: il razzismo di Stato si configura come elemento diversivo per la creazione di leggi repressive, ma l’obiettivo reale di queste si sviluppa sul piano dei diritti e del conflitto. È fondamentale assumere il dato che vede l’emergenza securitaria funzionale all’introduzione di norme liberticide dei diritti individuali, collettivi e sociali. L’approvazione del pacchetto sicurezza (e degli altri provvedimenti legati all’ordine pubblico) ha permesso la creazione di strumenti di controllo che mirano all’assorbimento e l’inibizione del conflitto sociale in tutte le sue forme. Vogliamo parlare di repressione “multi-piano” perché le situazioni affrontate sono le più molteplici e riconducono la dialettica penale anche a settori per loro natura slegati da questo vincolo. Si parla di ronde (con espressa preferenza di coordinamento di personale militare e pubblici ufficiali a riposo, un fattore che ci spinge a definire queste come “nuovi freikorps”), militarizzazione reale del territorio (militari nelle strade con prospettive di proroghe infinite della loro presenza in ausilio alle forze dell’ordine e libertà per i sindaci di posizionare telecamere ovunque), attacco al diritto di sciopero (revisione delle regole a base di precettazioni facili e forme di sciopero “virtuale”), ridimensionamento attivo (a suon di protocolli e manganello) del diritto a manifestare (senza contare che tutti i cortei per la prima volta saranno videoregistrati da agenti di PS addetti per facilitare identificazioni e denunce), la stretta sulla libertà di associazione autogestita (chiusura progressiva degli spazi sociali del movimento di comune accordo con gli enti locali schierati), il ritorno dell’infame reato di “oltraggio a pubblico ufficiale” e, per la prima volta, provvedimenti per la repressione della libertà di espressione sui mezzi di comunicazione informatici e telematici (vedi articoli proposti nel pacchetto sicurezza sulla “repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet” valida anche per l’istigazione alla disobbedienza alle leggi dello Stato e il pionieristico tentativo di abolizione dell’anonimato su internet del dl Carlucci). Quello che si verifica è appunto è un piano di repressione a più livelli, che colpisce gli aspetti materiali e immateriali della libertà di pensiero e di espressione nel tentativo di codificare un modello comportamentale irreggimentato e socialmente innocuo. Ed è un dato importante è quello che vede questo processo legato al momento della crisi, che accelera la produzione di provvedimenti che vedono contestualmente alle leggi liberticide anche la distruzione del CCNL e il peggioramento delle condizioni contrattuali generali con la prospettiva di vedere presto una controriforma sulle pensioni (terreno ora agibile grazie alla neutralizzazione del sindacato).
Tutto è in gioco, la destabilizzazione sociale provocata dalla crisi sta accelerando i movimenti delle forze di governo e sta aprendo le porte al grande disegno politico che la destra nazionale (dal neofascismo alla P2) ha accarezzato per 30 anni: il fascismo “democratico” e legalitario, attuato tramite una marcia si Roma giuridica e non militare, ben delineata non solo dal quadro complessivo delle politiche pubbliche prodotte da questo governo, ma dalle volontà presidenziali di maggiori poteri e annichilimento del Parlamento attraverso proposte di legge di iniziativa popolare… [5])
Il movimento è a un bivio: accettare la situazione e optare per un processo di pratiche resistenziali (necessarie ma da sole improduttive) o rilanciare l’opposizione sociale forzando gli spazi politici ancora tutelati dal vincolo istituzionale, anche alla luce del fatto che il movimento stesso si configura come l’ultima soggettività in campo capace di produrre un’opposizione politico-sociale reale (vista la neutralizzazione delle forze riformiste del centrosinistra e l’uscita di scena dei partiti comunisti parlamentari). Accendere il conflitto, impegnare la macchina statale della repressione nel disordine sociale per rallentare e arrestare l’avanzata del regime, divenire punto critico.
Prima della resistenza, potrebbe essere utile sperimentare una grande contro-offensiva, sull’onda (è il caso di dirlo) della grande giornata di lotta e conflitto degli studenti contro il G8 dell’università a Torino. Il prossimo appuntamento è quello del 30 maggio del corteo nazionale contro il G8 su immigrazione e sicurezza organizzato a Roma proprio con lo scopo di coordinare la repressione in tempo di crisi su scala globale. Invitiamo tutti a partecipare con determinazione.
MM
Note:
[1] "Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno
Quei disperati ci chiedevano aiuto"
[2] Immigrati: Gasparri, accuse UNCHR? Per dirla con La Russa 'ce ne freghiamo'
[3] Ddl sicurezza, via libera della Camera tra le polemiche. Monito di Napolitano: «Troppa retorica xenofoba», Maroni: via 240 clandestini. La Cei: ''L'Italia è multietnica''
[4] Atene: 350 neonazisti e razzisti manifestano contro i migranti e inneggiano a Maroni
[5] Berlusconi: Parlamento pletorico: sì a iniziativa popolare
Londra come San Marino ?
Ven, 22/05/2009 - 10:34Care teste di capra, adorabili e non solo, come sapete di copia e incolla in questo blog ne avrò fatti due o tre. E quando lo faccio vuol dire che per me merita molto.
Vi riporto un articolo trovato in questo sito, dove molto probabilmente, chi scrive, è un ragazzo italiano che vive e lavora a Londra.
Vi invito a leggerlo e a riflettere sul perchè Londra è un forte centro di riciclaggio di denaro sporco, di società fantasma, di attività mafiose e di raccomandati.
D'altronde basta pensare che in quella città opera in maniera massiccia la 'ndrangheta e in particolar modo la 'ndrina Macrì e Ursini.
Secondo voi è una caso che Calvi fu ucciso proprio là? Impiccato sotto il ponte dei Frati Neri? D'altra parte non è un caso che sia stato consigliato a fuggire proprio a Londra. Il pentito Calcara si confidò con Paolo Borsellino, che prese molti appunti sull'agendina rossa. Quella che hanno fatto sparire quando venne ucciso.
Calcara disse così: "La decisione di uccidere Calvi è stata presa nell'estate dell'81 a Paderno Dugnano nella casa dell'imprenditore Michele Lucchese. C'erano i rappresentanti di cinque Entità: Cosa Nostra, 'Ndrangheta, massoneria, pezzi deviati dello Stato e soprattutto dei servizi segreti, più pericolosi della stessa Cosa Nostra, e personaggi vicini al Vaticano". Tra i presenti cita i boss mafiosi Bernardo Provenzano, Francesco Messina Denaro di Trapani, il sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino, un cardinale assieme al notaio Albano, Francesco Nirta della 'ndrina di San Luca e un noto esponente politico che in passato ebbe incarichi di governo, appunto Andreotti. "Ero presente anch'io con il compito di portare bevande e caffè e non potevo fare a meno di ascoltare certe frasi quando entravo e uscivo dalla stanza. Poi Lucchese e Vaccarino mi hanno riferito i dettagli. Ogni Entità aveva una commissione come quella di Cosa Nostra composta da 12 persone al massimo (tranne Cosa Nostra che ne ha 15), al vertice delle commissioni un triumvirato con il capo assoluto e altri due. Ogni Entità era autonoma, ma quando si doveva decidere un delitto eccellente che poteva danneggiare un'altra Entità i triumvirati si riunivano. Queste cose le ho dette al dottor Borsellino, ha preso appunti su un'agenda e non so dove è andata a finire. A lui lo hanno ucciso e non ha potuto approfondire quelle cose che gli ho riferito".
E ora leggete:
"Il Consolato italiano di Londra è uno smaltitoio di raccomandati, parenti dei parenti, amici degli amici e incompetenti. Vi si giunge nel centro della bellissima Eaton Place, dominata dalle sontuose case vittoriane da tre milioni di sterline. Apre la porta un giovane calvo con forte accento siciliano, che invita con fare diplomatico a mettere il culo a sedere per tre ore e un quarto: è faticoso convincersi di quanti caffè riescano a bere una ventina di dipendenti in tre ore. Si riceve udienza presso un robusto uomo di trent'anni con laurea in dialetto e cultura napoletana, solo per essere invitati ad un nuovo appuntamento fra tre mesi, talmente inefficienti, inutili e parassiti che persino in Italia ci metterebbero meno tempo ad invitarmi. E' questo l'unico modo per essere ospite del Consolato italiano: l'alternativa è rappresentata da bandi di concorso indetti in prossimità delle elezioni per posti a partire da 45.000 sterline all'anno. Questa settimana grazie allo straordinario lavoro di questa gente mi sono arrivate sette lettere, quando erano due anni che non mi scriveva mai nessuno. Mi hanno scritto: - Nulli Manfredi, Italia Dei Valori; - Guglielmo Picchi, Popolo della Libertà, con lo slogan: Il popolo della libertà siamo noi; - Silvio Berlusconi e Walter Veltroni arrivati insieme col postino delle 9; - Raffaele Fantetti di Forza Italia (questo mi aveva scritto anche due anni fa ma non m'aveva convinto. Così, dopo aver pagato l'AIRE - il registro degli italiani all'estero - per farsi dire che avevo cambiato quattro case e tre lavori in due anni di merda, ha immaginato che io sia diventato di colpo incapace d'intendere); - Simona Milo, Partito Democratico; - Di Girolamo Nicola, Popolo della libertà. Slogan: Riformare il Consolato italiano a Londra. Ad un italiano che abbia tre ore da perdere seduto al Consolato da riformare, dove non puoi drogarti, non ti offrono il caffè, non puoi parlare e soprattutto non puoi parlare di politica, non rimane nient'altro da fare che pensare alle cose più improbabili. Pensare ad intere famiglie Di Girolamo, amici dei Fantetti e parenti dei Picchi, pronti ad assistere allo spoglio dei voti con biglietto direzione Consolato, Ambasciata e uffici governativi sparsi. Una vecchia valigia chiusa con lo spago e la speranza di una vita migliore e una buona riforma. Al Consolato d'Italia ogni tanto fa visita anche Roberto Fiore (è quasi mezzo secolo che Londra è un porto sicuro per terroristi e fascisti italiani). Nei primi anni '80 Fiore insieme ad altri giovani patrioti si rifugiò a Londra dopo la strage alla stazione di Bologna e qui, sfruttando le amicizie e la condivisione dei valori col Partito Razzista Inglese (BPN), organizzò un impero economico chiamato Easy London: un migliaio di appartamenti per italiani in partenza per Londra con la promessa di un lavoro sicuro. Il lavoro in realtà non arriva mai, durante un incubo alla "Hostel" gestito da un gruppo di naziskin e finanziato da due organizzazioni di destra ultra-religiosa cattolica, il "St.George's Educational Trust" (Fiore ne è anche amministratore) e il "St.Michael's the Arcangel Trust" (con la ramifizione dei "charity shops" sparsi lungo la città con funzione di copertura legale e afflusso di denaro). Nel 1998 Easy London ospitò anche me in una fogna di Queen's Park che non era il Consolato, e mi ci vollero meno di tre ore per capirlo. All'epoca non ci avrei mai creduto che sarei arrivato a dare le mie tasse a una vecchia regina e a qualche principe utile per la copertina dei giornali scandalistici, piuttosto che regalarle ai politici italiani affinchè si paghino tipografo, francobolli, cocaina e puttane. Roberto Fiore è candidato per il partito "Forza Nuova". Se eletto, ha dichiarato in un'intervista al "Corriere della sera" che non esclude l'appoggio a un governo Berlusconi, che mischia fascisti e mafiosi come se fosse incapace d'intendere, e dove ovviamente è sicuro di non sentirsi solo."
Come saprete alla fine ha vinto l'onorevole Guglielmo Picchi della PDL. Sembrerebbe un uomo molto in gamba, giovane, pieno di buoni propositi, uno dei pochi che è incensurato. Insomma pulitissimo e ciò ci dovrebbe rallegrare.
Ma più in là dovrà darci delle spiegazioni su una particolare amicizia, e forse non se ne sarà accorto. E se non se lo è accorto, ciò è molto grave lo stesso.
Non dimenticatevi di Niki(http://nikiaprilegatti.blogspot.com/)...
Licio Gelli, un miserabile uomo.
Mar, 05/05/2009 - 01:53In questi giorni, spinto dalla curiosità, ho ascoltato con dovizia le varie interviste fatte ultimamente al "signor" Licio Gelli. Basta digitare il suo squallido nome su Youtube e ne compaiono a centinaia. Ormai lo hanno riabilitato.
Lo ammetto, sono rimasto un pochino deluso, pensavo che avrei ascoltato una persona, certamente criminale, ma dotato di cultura. E invece mi son ritrovato ad ascoltare un anziano signore come quelli che incontri nei bar, i quali fanno discorsi rozzi ed estremamente razzisti. Oppure quei discorsi che li senti udire da quei ragazzini viziati che esibiscono le tessere di Forza Nuova come un trofeo. Non sapendo nemmeno di cosa stiano parlando.
Quante volte vi siete ritrovati di fronte a questa gente priva di qualsiasi cultura democratica, senza aver letto nulla nella vita. E quante volte vi è venuta voglia di sparargli un paio di revolverate di Lev Tolstoj, Vladimir Majakovski, Rimabud? Sbattergli in faccia Dante Alighieri, Boccaccio, Tommaso Campanella, i viaggi di Keroach, oppure la grande umanità di Jack London? E se cercano di riempirvi di botte li impallinereste con Marx, Che Guevara, Spinoza, li illuminereste con Kant, Rousseau, Cesare Beccaria, Benjamin Franklin. E se non basta li assalireste fino allo sfinimento con Sciascia,Gramsci, Pasolini, Italo Calvino,Enrich Fromm e tanti altri?
Ecco , il tanto decantato e “grande Vecchio” Gelli è semplicemente un miserabile, un fascista non pentito il quale dichiara che i gay sotto il fascismo non esistevano, e che trova squallido che Luxuria sia stata in Parlamento. Dice che gli immigrati che vengono qua dovrebbero essere messi nei campi di concentramento, che addirittura in America è inammissibile che abbia vinto un nero, perché i neri si potrebbero vendicare perseguendo i bianchi. Ma cosa diavolo dice questo Gelli? Nemmeno i bambini di quattro anni fanno discorsi così. Oppure dice che le donne sono adatte a stare in casa, e non è un bene che facciano politica.
Ti danno fastidio le donne, vero “signor “ Gelli? Alla fine sei stato assolto dalla giustizia, ora sei pulito, ma sai benissimo che c’è stata una Commissione Parlamentare senza precedenti presieduta dalla grande Tina Anselmi. Ti brucia che una donna, in più partigiana che ha contribuito a solo 17 anni a sconfiggere il tuo amato fascismo, grazie ad una commissione ha fatto uscir fuori tutto lo schifo di cui facevi parte?
Lei, “signor” Gelli parla molto bene del fascismo, elogia il fatto che tutti erano tranquilli, non c’era prostituzione per le strade, gli operai, chissà perchè, producevano senza creare problemi.Tutto tranquillo vero? Nel solo biennio 1920-21 quattromila uomini, donne, vecchi e bambini vennero assassinati nelle vie e nelle piazze d’Italia per mano delle vili squadre fasciste nella vigile indifferenza, e con l’appoggio dei prefetti e delle autorità di pubblica sicurezza. E il resto del ventennio era costellato da lunghe scie di sangue: quarantamila bastonati, storpiati, feriti; ventimila esiliati;diecimila confinati…
E lei elogia tutto questo? Non mi sorprende miserabile uomo, d’altronde lei, dopo che è caduto il fascismo, e dopo che si è salvato camuffandoti vilmente da partigiano, ha contribuito alla strategia della tensione. Appena il tempo di piangere i caduti della guerra e via di nuovo fino ai nostri tempi: una lunga catena di stragi. Da Portella della Ginestra, passando da Piazza Fontana, l’Italicus, fino alle stragi di Falcone e Borsellino.
A proposito di Borsellino, lei ha avuto perfino il coraggio di dire che la mafia sotto il fascismo non c’era ! Vorrei essere io l’intervistatore, quante te ne avrei dette “venerabile”!. Nomini il prefetto Mori che sotto il fascismo ha “sconfitto” la mafia? Bè, non è andata esattamente così.
A lui venne data carta bianca per disfarsi della manovalanza della mafia militare della cui opera non c’era più bisogno. La mafia, come ben sai, è fatta di vari livelli. Diciamo che il livello basso, la manovalanza, fu eliminata da Mori con dovizia. Ma quando Mori, chiusa la partita con la mafia militare, inizia a indagare sul livello politico che coinvolge i colletti bianchi immediatamente riceve la comunicazione di essere stato licenziato in tronco dal servizio. Tra le carte di Mori è stato rinvenuto un ritaglio della “Nazione” di Firenze del 26 Giugno 1929 che riportava: “Il capo del governo elogia l’opera di Mori”. Attorno a quell’articolo disegnò una ghirlanda di fiori scrivendogli sotto:”Qui riposa in pace”.
E perchè non dici di quanti contatti con la mafia lei ha avuto dopo il fascismo? La loggia iside che cosa era? E la ’ndrangheta che faceva comunella con l’eversione nera e in principal modo con il tuo amico Borghese?
Per nulla caro Gelli, lei è un uomo che mi ha deluso. Almeno c’è Andreotti che ha una cultura superiore a lei. Ma forse lei è consapevole visto che Andreotti, come dichiarò la moglie di Calvi, è il vero capo della P2. E con questo si capisce tutto, lei è uno squallido burattino come tutti gli altri, amico dei dittatori sanguinari, ha istruito personalmente i vari metodi per torturare le persone. D’altronde lei già a 16 anni è stato addestrato dai Franchisti, vero?
E intanto scrivi poesie, parli d’amore, di pace , di libertà, scrivi frasi quasi commoventi. Gelli, perdonami che non ti apostroferò con una frase originale, ormai inflazionata: ma vaffanculo!