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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

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fascismo

Fermiamo il decreto della vergogna!

autore:
Roberto Malini - Gruppo EveryOne
Sommario:
Arrivano leggi xenofobe e razziali a cui tutti gli antifascisti devono opporsi: è questa, in Italia, la grande sfida per i Diritti Umani

Fermiamo il decreto della vergogna

Lettera aperta di Roberto Malini del Gruppo EveryOne a tutti gli antirazzisti

E' in arrivo un decreto sulla sicurezza assolutamente iniquo, frutto
dell'ignoranza, dell'incompetenza, ma soprattutto dell'intolleranza,
del razzismo e della xenofobia di chi governa abusivamente l'Italia.
Scrivo "abusivamente" perché il grande broglio della campagna
elettorale che ha condotto alle ultime elezioni non è avvenuto
durante lo spoglio delle schede, ma prima: quando un'informazione
controllata ha perpetrato il più grande inganno nei confronti del
Popolo italiano, convincendolo che il problema della sicurezza in
italia non è costituito dalla criminalità organizzata con le sue
connivenze politiche (che muove ogni anno MILIARDI DI EURO e uccide
con la violenza, la droga e ogni genere di violazione delle leggi
civili), ma dai Rom vestiti di stracci, che muoiono di povertà, fame
e malattie nelle baracche e sotto i ponti.
Il Gruppo EveryOne porterà all'attenzione delle autorità
internazionali i gravi abusi e le violazioni di carte dei diritti
umani e direttive Ue contenuti nel decreto, ma nel frattempo è
importante che ognuno di noi si impegni per evitare che la deriva
razziale in cui l'Italia - imbrogliata da una classe politica
inqualificabile - è caduta non degeneri ulteriormente e non si
affermino ideologie atroci come quella secondo cui i migranti
dovrebbero essere considerati criminali. Stiamo attenti, perché la
libertà degli esseri umani è il valore più alto su cui si basano la
civiltà e la democrazia e la politica degli arresti, detenzioni,
torture ed espulsioni di innocenti (migrante uguale essere umano
innocente, fino a prova contraria) è politica di regime. Riguardo ai
Rom, poi, esistono direttive - oltre che leggi internazionali a
tutela dei diritti degli individui e dei popoli - che impediscono la
loro deportazione, quella deportazione promessa da tanti candidati
durante la campagna mediatica di stampo razzista e xenofobo condotta
nell'àmbito del Grande Inganno elettorale. Noi faremo il possibile
per contribuire a preservare il diritto, il rispetto delle minoranze
e dei valori della civiltà, per evitare che un nuovo crimine etnico
venga messo in atto, per dimostrare all'opinione pubblica
internazionale che in Italia non vivono solo persone intolleranti e
xenofobe, ma anche coloro (i pochi) che hanno ereditato la cultura
dei diritti umani e vogliono che l'Europa di domani sia migliore di
quella del passato. Noi ci impegneremo perché i giovani italiani
crescano in un mondo di diversità etniche e culturali, perché non si
alimentino di odio, perché un giorno si confrontino amichevolmente
con persone e comunità di tutte le razze, perché siano migliori di
chi li governa oggi. Date un'occhiata al nostro sito
www.everyonegroup.com: siamo solo esseri umani, senza finanziamenti
né ricchezze personali né sostegno mediatico, animati solo da ideali
universali (è la follia, è la paura del diverso che li ha gettati
nell'oblio, gli ideali di uguaglianza, che restano tuttavia
universali!). Siamo solo esseri umani, ma abbiamo ottenuto risultati
importanti, modificando la condotta di potenti e di governi, salvando
vite umane e consentendo ad altre di sperare. Se siete vicini ai
valori che ci animano, allora non arrendetevi: costruiamo una rete di
"giusti", continuiamo a diffondere la cronaca di una persecuzione,
esprimiamo una ferma protesta in ogni sede, vigiliamo sui luoghi in
cui sopravvivono le minoranze perseguitate, a rischio violenza,
sgombero ed espulsione. Impediamo che proprio qui, sul suolo del
Paese in cui viviamo e sul quale difendiamo i più alti ideali umani e
civili, si affermi di nuovo la barbarie e i nostri fratelli che ci
raggiungono da lontano, innocenti, simili in tutto a noi e ai nostri
cari, siano privati della libertà e dei loro diritti fondamentalii.
Possiamo dire no. Individualmente o uniti in una rete di solidarietà,
possiamo - forse dobbiamo? - dire no.

info@everyonegroup.com
www.everyonegroup.com
www.annesdoor.com

Ancora aggresssioni fasciste, che dirà Fini?

autore:
pillo
Sommario:
Aggressione fascista in Toscana

Lo scorso martedì sera, a Figline Val D'Arno (Fi), cinque fascisti italiani hanno aggredito con incredibile violenza due cittadini kosovari.

I due, 26 e 28 anni, lavoratori regolari hanno ricevuto 8 e 10 giorni di prognosi, ma poteva andare molto pegggio, visto che i picchiatori si sono serviti di due mazze da baseball per avere a certezza di fare male. Secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine l'aggressione sarebbe motivata da xenofobia e razzismo, visto che hanno aggredito brutalmente i due stranieri senza altro pretesto che la loro "diversità".

A facilitare il lavoro delle forze dell'ordine la circostanza che l'aggressione sia avvenuta nella piazza principale del paese di fronte a diversi testimoni, non è stato difficile quindi arrestare Salvatore Massone (23) e francesco D'Alterio (24) aspettandoli a casa; uno dei due aveva ancora le mani sporche di sangue e nella loro vettura sono state trovate le due mazze da baseball, una delle quali spezzata colpendo gli aggrediti, a testimonianza di una furia che poteva tranquillamente condurre ad un'altra morte per mano di questo genere di improvvisati squadristi.

Ora ci sarà chi, come nel caso di Verona, cercherà di negare la matrice fascista di questa aggressione, ma se a smentire Johnfranco Faini è emerso che uno degli aggressori di verona si era candidato alle elezioni per Forza Nuova, in questo ultimo caso la firma fascista si ritrova sulle armi del delitto: su una delle due mazze era inciso "Dux Mussolini" e sull'altra "Molti nemici, molto onore"; il solito onore di chi aggredisce in gran numero passanti inermi a caso.

Quasi sicuramente alla vicenda sarà data poca evidenza, anche se questo genere di aggressioni si sta moltiplicando; gli aggrediti erano stranieri e non sono neppure morti, non c'è la notizia.

aripijamose la città

08/05/2008 - 22:30
09/05/2008 - 03:00
Indirizzo email:

Giovedì 8 maggio Facoltà di Architettura EX-Mattatoio, ore 22:30 - Aprire gli spazi, liberare le voci, dissentire e creare.

IL RIFORMISMO DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO

autore:
Partito Comunista Internazionale
Sommario:
Da "COMUNISMO" n. 30 – “GLI INSEGNAMENTI DI LIVORNO 1921”

IL RIFORMISMO DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO

L'articolo che segue, pubblicato dal giornale del Partito "Il Partito Comunista" oltre trentanni fa, ma dal quale non abbiamo nulla da togliere o da aggiungere, salvo alcune notazioni legate all'attualità di allora e semmai superate solo per l'incarognimento opportunista, e per la sparizione di gran parte della fungaia pseudorivoluzionaria confusionista e mistificatoria, vogliamo ripresentarlo a chiusura di questo numero "monografico" della Rivista ("COMUNISMO" n. 30 – “GLI INSEGNAMENTI DI LIVORNO 1921” - http://www.international-communist-party.org/Comunism/...) dedicato a documenti fondamentali nella storia del "nostro" Partito, quello di Livorno, sezione italiana della Terza Internazionale, aperta con un "excursus" storico dello stalinismo che distrusse dalle fondamenta il Partito nato a Livorno.

Trentanni, pochi in una visuale storica per avvertire il passo del processo rivoluzionario in una fase totalmente monopolio dell'avversario borghese e della sua ideologia, ma tanti se misuriamo gli avvenimenti accaduti alla scale geopolitica, permettono bene di valutare la traiettoria politica e sociale del primo avversario della rivoluzione sociale, il più pericoloso e corrompente perché agisce nella fila stesse della classe operaia. La tradizione di Livorno è stata cancellata, ma infine anche le insegne, abusate e menzognere del socialismo sono state eliminate dalla bandiera di quel partito che oggi si è spogliato anche dell'usurpato nome di comunista: e allora quel tragitto, dalla democrazia al fascismo, che l'articolo illustra sul piano storico e dottrinale come necessario e determinato per il riformismo nato dalla degenerazione staliniana, è reso ancora più manifesto alla luce dei fatti odierni previsti ed analizzati dalla nostra scuola.

Sotto gli occhi del nostro lettore, di chi segue il nostro lungo, continuo e coerente lavoro, abbiamo voluto mettere un "come siamo nati e cosa sono diventati" per far ancora meglio risultare le ragioni della battaglia per la Rivoluzione, costanti ed immutabili oltre tempo ed accadimenti, e le "ragioni", altrettanto costanti e fisse, anche se travestite a varie riprese da "novità dell'ultim'ora" del tradimento opportunista.

* * *

Oltre 40 anni separano i giorni nostri dalla degenerazione, e poi dalla distruzione di un organismo di battaglia, di un patrimonio teorico e di lotta che sembrava conquista definitiva nella storia del proletariato rivoluzionario; la sconfitta della rivoluzione internazionale; il passaggio del primo Stato della dittatura proletaria nel campo borghese, la bestemmia del socialismo in un solo paese, un secondo carnaio imperialista, l'infamia dei blocchi partigiani. 40 anni di controrivoluzione che pesano sulle spalle di un proletariato ingabbiato nei partiti dell'opportunismo; ed una ripresa che appare ancora lontana malgrado i primi deboli conati di azione autonoma degli operai, le prime spinte antiriformiste.

Con questo bagaglio d'esperienza storica, che il Partito della Rivoluzione ha sintetizzato nelle alterne vicende di vittorie, sconfitte e tradimenti al proletariato, trattare alla luce di questi 40 anni tragici anni trascorsi la forma attuale dell'opportunismo, significa trattare lo stalinismo – con questo nome i comunisti definiscono la modalità con cui si è determinata la controrivoluzione, astraendo dalle vicende individuali di capi traditori – anche se il mosaico di "aggiornamenti", "correzioni teoriche", di "nuove scoperte organizzative" si arricchisce giorno dopo giorno, nella teorizzazione di mille gruppi e ducetti del momento, di nuove intricate tessere tutte però facilmente riconducibili ad errate teorie di tempi lontani. L'avversario opportunista si presenta essenzialmente sotto l'aspetto dello stalinismo, e da un punto di vista storico occorrerebbe analizzare il sorgere, lo svilupparsi ed il primeggiare di questa forma, peculiare della sconfitta e degenerazione del primo Stato a dittatura proletaria della storia. Ma anche se questa è la sua caratterizzazione attuale, è importante per averne una conoscenza, anche parziale, analizzarne i metodi e la natura, sorvolando sulle vicende storiche delle varie forme con le quali si è manifestato nel tempo, considerandone invece solo l'ideologia, come si è determinata cristallizzata, sino alle posizioni "odierne".

Con questo criterio, descrivere i metodi dell'opportunismo, che non è un partito, ma un movimento che comprende più partiti, più correnti, un complesso di dottrine e teorie e le cui radici affondano nella storia anteriore al 1914, richiede una analisi che si spinga agli inizi del secolo. Da un punto di vista generale, quando noi marxisti parliamo d'opportunismo, consideriamo il periodo storico che dal 1914 arriva sino oggi, quasi 60 anni di storia non del movimento rivoluzionario del proletariato, ma di tendenze, forze, che pur richiamandosi all'azione di classe, l'hanno stornato dalla via maestra della rivoluzione l'hanno legato al carro della conservazione borghese. Già da questo cenno una caratterizzazione dell'opportunismo come quinta colonna del capitalismo nella fila del movimento operaio, è – la definizione di Lenin – "socialismo a parole e tradimento nei fatti".

Ma una serie di definizioni non può bastare a spiegare un fenomeno così complesso, che una descrizione delle sue caratteristiche esteriori non renderebbe conto di quanto esso sia differente nella sostanza, pur se riconducibile nel quadro composito dei suoi metodi di azione ed ideologie, ad altri "metodi" di direzione del proletariato, con i quali il marxismo rivoluzionario in tempi diversi, ebbe a scontrarsi sul piano della teoria e poi su quello dell'azione pratica; ed abbiamo detto "metodi di direzione" della classe operaia, che in differenti epoche convissero, perché è necessario chiarire che l'opportunismo, nel riassumerli tutti, sindacalismo, operaismo, riformismo, costituzionalismo pacifismo tipico dell'epoca imperialista, non è un metodo nel senso storico sopra accennato.

Fino alla grande guerra

È quindi necessario ripercorrere alcune tappe della storia della "nostra" classe, anche per sgombrare il campo della visione tipica dell'idealismo radicale piccolo borghese, per cui la teoria, e di conseguenza anche l'azione rivoluzionaria, sorgerebbe dal seno delle "masse", che troverebbero per virtù intrinseca propria la strada della rivoluzione, cosicché il partito si ridurrebbe ad una pura organizzazione il cui solo compito è di stimolare acconciamente questa speciale "ghiandola rivoluzionaria" magari con gesti esemplari, e poi accodarsi al movimento in atto; visione ideologica, che non comprende come la teoria sia un dato esterno della classe, e che la storia "sceglie" tra le varie teorie, la giusta, corretta.

Il proletariato infatti fin dal suo sorgere, conobbe lo svolgersi di due metodi nella conduzione delle sue lotte, quello rivoluzionario e quello pacifista costituzionale; il primo è il nostro marxista, all'altro appartengono i movimenti anarchici e prudhoniani piccolo borghesi. Ancora, il metodo pacifista costituzionale è caratterizzato da due filoni, quello gradualista riformistico, e l'operaismo sindacalista. Da un punto di vista politico, c'è stata al sorgere della prima Internazionale, una precisa opposizione fra i metodi rivoluzionari anarchici e quelli marxisti, nella quale la frazione anarchica si batteva per un federalismo piccolo borghese contro il centralismo dei marxisti; tra i due c'è stata tuttavia convivenza, sino ad un certo momento, nel crogiolo della lotta contingente della classe operaia e ne sono prova le lotte sindacali e di difesa in Inghilterra ed in Francia nelle quali l'elemento anarchico non era in contraddizione con l'elemento scientifico costituito dal pensiero marxista che si stava elaborando nella I Internazionale. La rottura di questa convivenza, la scelta che la storia stessa opera in favore della prassi e del pensiero marxista, a seguito d'avvenimenti che in questa sede non è il caso di percorrere, espelle definitivamente il metodo anarchico dal seno della classe operaia. Un'altra convivenza storica si ha tra il metodo riformista e quello marxista rivoluzionario all'interno della III Internazionale; essi, impiantatisi nel proletariato, e discendenti dalle stesse comuni radici (dirà Turati, al Congresso di Livorno nel 1921 "siamo tutti figli del Manifesto" non si scontrano in un urto così violento da spezzare l'organizzazione, anche se la frazione rivoluzionaria non cessa mai la critica martellante contro quella riformista; tutto ciò sino allo scontro diretto cioè degli Stati capitalistici che "smentisce" storicamente la "ipotesi" gradualistica e addita all'azione proletaria la sola via della rivoluzione violenta; i partiti riformismi nazionali aderiscono, in vario modo, e con sfumature differenti alla guerra, la frazione rivoluzionarie vi si oppongono in nome della guerra tra le classi. L'adesione alla guerra avviene non nello stesso modo per tutti i partiti riformisti; dall'appoggio diretto della socialdemocrazia tedesca, all'equivoco "né aderire né sabotare" del P.S.I., mentre l'altro polo di questa tendenza, che testimonia come essa ancora fosse legata al proletariato, ben può essere caratterizzata del rifiuto di Jan Jaurais, che si dichiara contro le guerre in nome di un pacifismo umanitario non nostro, gesto mobilissimo, ma da iscriversi nella tradizione rivoluzionaria del proletariato; è però sintomatico che un simile atto non si ritrovi più da parte dell'opportunismo alla vigilia della II Guerra mondiale. Il riformismo fu quindi un metodo di conduzione dell'azione proletaria, a sua lode vanno iscritte la formazione di poderose organizzazioni sindacali, l'utilizzo legale dei mezzi che la lotta del proletariato metteva a disposizione per conquistare "nuovi fortilizi" – Engels stesso si esaltava per la elezione di operai nei parlamenti, perché un drappello della classe in essi significava incepparli, intaccarne le fila, sabotarne il funzionamento. Il 1914 segna quindi la fine non d'un metodo ma di tutti i metodi di direzione della classe operaia che non si schierino su un unico fronte che le vicende storiche e le lotte di quasi un secolo hanno indicato, quello del marxismo rivoluzionario. Crollano nel 1914 i miti anarchici (col tragico epilogo della guerra di Spagna del 1936), già scartati all'inizio del '900, crolla la tendenza anarco-sindacalista soreliana, ancora presente come frazione in alcuni partiti socialisti, e che pure aveva avuto un benefico effetto – anche se in senso non corretto – quando si era opposta alla collaborazione aperta con lo Stato che da parte del sindacalismo "ufficiale" veniva attuata, anche se in modo mille volte meno fetido di oggi. In Italia il Congresso di Bologna del 1919 e di Livorno del 1921 segnano bene la cristallizzazione e lo scontro definitivo tra riformismo e ala rivoluzionaria. Cadono tutti i metodi solo rimane il marxismo rivoluzionario; è da questo punto in avanti che si caratterizza il fenomeno dell'opportunismo.

Lasciamo parlare Lenin (lo scritto è del 1913) che martella le caratteristiche di classe di questo "fenomeno storico":

«Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché il revisionismo è più profondo delle particolarità nazionali e dei gradi sì sviluppo del capitalismo? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione. Nuovi numerosi "strati medi" vengono inevitabilmente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria). Questi nuovi piccoli produttori sono pure essi in modo inevitabile respinti nelle file del proletariato. È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà sempre così, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione "completa" della "maggioranza della popolazione"».

Mentre poche righe sopra: «Il complemento naturale delle tendenze economiche e politiche del revisionismo è stato il suo atteggiamento verso l'obiettivo finale del movimento socialista. Il fine è nulla, il movimento è tutto – queste parole alate di Bernstein esprimono meglio di lunghe dissertazioni l'essenza del revisionismo. Determinare la propria condotta caso per caso, adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l'evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali ad un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista. Dall'essenza stessa di questa politica risulta chiaramente che essa può assumere forme infinitamente varie e che ogni problema più o meno "nuovo", ogni svolta più o meno imprevista o inattesa – anche se mutano il corso essenziale degli avvenimenti in una misura infima per un brevissimo periodo di tempo – devono portare inevitabilmente all'una o all'altra varietà di riformismo».

Nello stesso modo niente di nuovo, né da un punto di vista di classe, né da un punto di vista dei contenuti, porta l'opportunismo odierno, nato sulle rovine della III Internazionale, rispetto a quello che Lenin definiva "tradimento nei fatti". L'invarianza storica del programma della rivoluzione, ammette la stessa invarianza nel tradimento opportunista; esso si ripresenta, dopo ogni sconfitta storica del proletariato, con lo stesso bagaglio piccolo-borghese, la stessa visione evoluzionista, la stessa ideologia progressista che vede uno sviluppo ininterrotto dei rapporti sociali, e non il trapasso rivoluzionario da una forma all'altra.

Le "riforme", l'utilizzo di metodi che il marxismo non ha mai per principio respinti, ma che ha visto soltanto come strumenti tattici, vengono usati adesso, insieme a strumenti e modi caratteristici della classe avversaria con la sola funzione di tener legato il proletariato allo Stato borghese; il vecchio riformismo cambia natura, o meglio percorre fino in fondo il cammino che gli avvenimenti lo costringono a percorrere, ed uscito completamente dall'ambito del socialismo, si schiera a difesa delle borghesie nazionali, ponendosi come strumento di armonizzazione nella compagnie statale capitalistica: ed allorquando il proletariato insorto, ad "armonizzarsi" con l'avversario non sarà per niente disposto, come nel 1919 in Germania, non esita ad assumersi in prima persona l'azione repressiva statale.

La guerra imperialistica porta alle estreme conseguenze lo sviluppo e la contrapposizione degli ingranaggi di direzione politica delle due classi storicamente antagonistiche; la classe operaia produce come punto più alto della sua coscienza ed azione rivoluzionaria la Terza Internazionale Comunista, la classe borghese esperisce sino in fondo il suo meccanismo di lotta controrivoluzionaria, il fascismo: tra queste due formidabili guide politiche, nel periodo dal '19 al '25, lo scontro è aperto per la soluzione del problema dello Stato.

Ma anche l'opportunismo ha giocato il suo ruolo controrivoluzionario nel gettare disarmata la classe operaia nella morsa della repressione borghese; ed una volta che si è specificato come esso riunisca in sé tutte le tendenze e le ideologie che hanno caratterizzato il movimento operaio fino al 1914, risulta fertile ed importante spiegarlo attraverso la caratterizzazione del fascismo.

Sull'altro fronte

Distrutta dallo stesso procedere storico l'illusione che il riformismo potesse raggiungere le finalità del socialismo ed avesse un senso prima della conquista del potere politico e la distruzione dell'apparato di dominio della classe avversaria, diventato nelle mani dell'opportunismo un metodo di azione che sfocia in una attività a solo favore dell'irrobustimento dello Stato borghese, come si comporta il fascismo dal punto di vista delle riforme? Esso agisce come il vero riformismo di Stato, gradualismo di Stato, sindacalismo di Stato.

I marci opportunisti odierni, ubriachi della parola "riforme" sotto l'ala statale, fingono di ignorare che il vero movimento "riformatore" è stato il fascismo, nel campo sindacale e in quello politico. La tanto decantata "unificazione sindacale", ovvero il formale definitivo inserimento delle organizzazioni economiche operaie nella compagine statale, proprio il fascismo la realizzò, distruggendo fisicamente, all'esterno la gloriosa CGdL pur minata dall'interno dai bonzi d'allora; oggi, con 40 anni di ritardo è ripercorsa la stessa strada. Ancora, la "riforma dello Stato", ovvero il suo irrobustimento fu opera del fascismo, condotta con la violenza contro il proletariato schiantato dall'azione disgregatrice della socialdemocrazia.

La stessa volontà di rendere più saldo lo strumento di dominio della classe avversaria anima oggi l'opportunismo, sotto i belati ad uno Stato più "giusto, morale, democratico". Gridano ad un'economia malata, da risanare, al sovvenzionamento delle piccole industrie, ai capitali che non "vanno in investimenti produttivi", elevano preci alla statalizzazione dell'industria, panacea per vincere ogni malanno che colpisca la loro amata economia, ma proseguono in modo di gran lunga più deteriore, la stessa politica di puntellamento dello Stato borghese. Tolte le effigi nere, sostituite con quelle tricolori, hanno proseguiti fedeli alla degenerazione che ha distrutto l'Internazionale Comunista sul cammino che l'abbattuto regime aveva percorso e che a sua volta aveva ereditato dalla socialdemocrazia.

L'ormai definitivamente raggiunto ambito borghese non offre loro alcuna "soluzione" originale: sotto le mentite spoglie delle vie nazionali al socialismo, rimane l'armamentario del metodo fascista, perché la storia stessa ha sgombrato il campo alle soluzioni intermedie.

È quello fascista in definitiva il metodo più adatto e "moderno" per la direzione dello Stato, cioè il fascismo costituisce la giusta sovrastruttura politica del capitalismo in epoca imperialistica; si potrebbe definire il fascismo come un tipo di opportunismo diretto dallo stesso partito della borghesia contro il proletariato, anziché diretto dai partiti pseudo-operai. Riformismo, gradualismo, sindacalismo, esercitati, anziché da partiti diversi, dallo Stato in prima persona; e questo porta a dire che il fascismo è la manifestazione politica del totalitarismo statale.

Lo sviluppo delle forze del capitale segue la direttrice irreversibile della massima concentrazione e della massima centralizzazione della sovrastruttura politica, in tal senso lo Stato, come vertice della piramide del sistema capitalistico non può essere che il totale monopolizzatore delle forze dell'insieme della società capitalistica.

Lo Stato diviene quindi l'elemento polarizzatore di ogni forza e raggruppamento che si ponga l'obiettivo del potere; al di fuori del campo della rivoluzione proletaria e del comunismo, soltanto l'apparato di dominio della classe avversaria esiste e domina ed un segno potente è dato da tutti quei cosiddetti partiti politici, vere escrescenze degenerative che con il loro tentato assalto alla corriera, avrebbero preteso di arrovesciare i rapporti di forze gridando in parlamento "Viva la rivoluzione" ad altissimi stipendi. È perciò naturale che l'opportunismo, in tutte le sue correnti e manifestazioni politiche e sindacali, difenda ad ogni modo la forma democratica del governo statale; non perché in essa l'attività per l'emancipazione del proletariato risulti più facile, ma perché è la sola che gli permetta di esistere all'interno della struttura statale con una precisa funzione, la sola che gli renda possibile accederne al governo; è in questa fase che può svolgere meglio una attività a favore dello Stato, senza intaccarne le fondamenta, senza minarne i principi; è in questa fase che si rende garante con la sua influenza nelle file del proletariato che esso non si ponga come forza antagonistica organizzandosi per l'attacco diretto. Una conferma di questa costante storica la possiamo vedere nei fatti passati se consideriamo che il partito fascista, fin dalle sue origini, aderiscono esponenti del sindacalismo rivoluzionario; anzi lo stesso partito socialista tentò debolmente l'imbarco nel governo per salvare la faccia ad una democrazia ormai inesistente.

Abbiamo detto che il fascismo porta tutte le stigmate tipiche della socialdemocrazia; questo significa, tra l'altro, che assomma le caratteristiche delle organizzazioni politiche di massa: quello che in più possiede è un'organizzazione militare autonoma. La socialdemocrazia, anche la più truce e sanguinaria, nella sua battaglia contro il proletariato insorto, non l'ha mai posseduta, ma ha dovuto usare quella dello Stato.

Basandosi anche su questo elemento, la messa in campo di un apparato autonomo, l'opportunismo spaccia lo Stato sotto il governo fascista come diverso dal vecchio Stato liberale; lo Stato "fascista" come dicono loro sarebbe uno Stato dittatoriale; una forma diversa di Stato, ancora, sarebbe sorto dopo la seconda guerra mondiale. Uno Stato conquistabile,democratico: il modello di lor signori in questo senso è il celeberrimo e truce "Stato popolare nato dalla resistenza".

È viceversa antica tesi del marxismo rivoluzionario che la natura dello Stato organo di dominio di una classe, e di una sola, non cambia, non si muta; solo è da distruggere per la sostituzione con una altra forma di Stato, che corrisponda agli interessi di un'altra classe. Lo Stato della dittatura proletaria è Stato totalitario; totalitario è malgrado le laide menzogne dell'opportunismo, lo Stato della borghesia, quale che sia la mano, o le mani che ne reggono il timone, ovvero sia la forma di governo democratica o fascista.

Senza volerci addentrare nella teoria marxista dello Stato, basta osservare che mentre è la stessa concentrazione delle forze produttive a richiedere una sovrastruttura politica "totalitaria", è un'ironia – confermante però la potenza del nostro metodo – che proprio gli assertori sfegatati dello Stato bilaterale, conquistabile, sotto la vernice demagogica siano anch'essi dei feroci statolatri, tutto vedano risolto nello Stato, sintetizzatore, nelle loro dementi intenzioni, del contrasto storico capitalismo proletariato. È paradossale, ma soltanto formalmente, che l'opportunismo abbia in definitiva come obiettivo storico una forma mascherata di corporativismo.

Tutte le teorizzazioni odierne dei partiti stalinisti nell'area occidentale, e l'azione che quotidianamente svolgono, mirano appunto a questo. Cos'altro sono in definitiva i "compromessi storici", le "vie nazionali al socialismo" se non il sanzionamento, nei fatti, anche se a parole se ne fanno i più strenui paladini, della liquidazione d'ogni dinamica parlamentare? Nell'abbraccio della Grosse Koalition sparisce ogni dialettica democratica opposizione-maggioranza, anche se tutto questo viene chiamato da costoro "sviluppo ad un gradino più alto della democrazia", e dovrebbe costituire un passo ulteriore verso il socialismo.

Sul termine "sviluppo" si può anche concordare, solo si precisi che è l'ultimo sviluppo della democrazia: quello della sua morte, come metodo di governo; i vari compromessi storici, nelle forme particolari che le condizioni nazionali dettano, sono l'epigrafe sulla tomba di questo cadavere. Di pari passo, sul piano ideologico, si assiste – ed a volte anche con un certo divertimento, data la miseria intellettuale, l'imbarazzato dilettantismo di queste ponzate – a teorizzazioni sempre più accentuate della dissoluzione del corpo sociale della classe operaia, passata da "forza egemone nel blocco nazionale", sostituzione gramsciana della formula della "dittatura del proletariato" sulla falsariga dei fronti unici, governi operai, governi operai e contadini, all'odierno "blocco storico" secondo il quale la classe operaia perde anche la funzione "egemone" che pure Gramsci le destinava, per trovarsi gruppo statistico di individui in una specifica posizione nel processo produttivo, accanto ad altri strati, ad essi equivalente come "peso" sociale, ai cui interessi ha da spiegarsi ove l'economia nazionale o regioni elettorali lo impongono.

La democrazia "si sviluppa", il proletariato affonda; come avanzata verso il socialismo non c'è male.

Del resto non rimane loro gran ché da inventare; la vecchia formula democratica, ripetiamo è morta col tramonto del liberalismo dopo la prima guerra mondiale, le attuali democrazie nulla più avendo a che vedere, se non per aspetti fallaci esteriori, con la democrazia liberale. In questo senso noi comunisti diciamo che il fascismo, sconfitto alla scala militare non da movimento di classe – come vogliono farci intendere costoro, – ma delle "democrazie" che allora essi chiamarono progressiste, ironia dei nomi!, ha vinto in tutto il mondo alla scala sociale come sistema per la conduzione statale. Scomparso nelle sue forme esteriori, scomparsa la sua milizia armata, passate nelle mani del braccio armato statale i "santi manganelli" scomparso nella caratteristica di partito unico, ha continuato a vivere e prosperare in una forma che non aveva più nulla in comune se non il nome, con la democrazia dei parlamenti borghesi, ma a cui hanno dato tutto l'appoggio i traditori di una fulgida storia di battaglia proletarie mistificandola nel seno della classe operaia come la prima tappa, la premessa indispensabile della strada verso il socialismo.

Il primo provvedimento che in Italia il governo di coalizione prese, fu la restaurazione del dissolto esercito nazionale, per lanciarlo non in una lotta contro l'internazionale nemico borghese ma per la continuazione di una guerra tra capitalismi che da 4 anni martirizzava l'umanità intera. L'irrobustimento poliziesco dello Stato fu immediato, non appena le funzioni statali passarono dalle mani delle truppe di occupazione anglo-americana (eccellente strumento di repressione antiproletaria, che suppliva assai bene uno Stato italiano "momentaneamente assente)" a quelle del governo di coalizione nazionale, quando i comandi alleati compresero che potevano fidarsi di tale organismo, il cui primo esordio fu un atto di subordinazione nei confronti del capitalismo internazionale. E la ricostruzione dei sindacati cosiddetti di classe avvenne su provvedimenti che negavano alla classe operaia ogni lotta che non fosse compatibile col piano di ricostruzione nazionale – prima ricostruire, poi rivendicare – quasi si trattasse di costruire il socialismo dopo la rivoluzione proletaria.

E ancora la più terribile vergognosa lotta indicata agli operai, per la repubblica contro la monarchia "che aveva portato allo sfacelo l'Italia", per dare una vernice di nuovo e di sopportabile al sistema parlamentare rinverdendo un metodo che già nel '19 aveva minato l'azione rivoluzionaria proletaria: negazione assoluta della distruzione dello Stato capitalistico, conquista legale del potere col solo metodo parlamentare, negazione della difesa economica del proletariato legata alla lotta politica per la conquista del potere. È proprio questo il programma della piccola borghesia, delle aristocrazie operaie che è stato imposto dai partiti traditori al proletariato, reduce da quella sconfitta terribile che fu la distruzione dall'interno del suo partito unico internazionale prima, e dalla spietata azione repressiva della borghesia poi, fiaccato nel secondo massacro imperialista.

Vittoria teorica del marxismo

Fisicamente priva della sua organizzazione di indirizzo teorico e di lotta, del suo partito, la classe operaia si è espressa per bocca dell'opportunismo con ideologie, metodi d'azione che non sono i suoi; ridotta a classe statistica non ha retto alla pressione fisica della piccola borghesia che ha contrabbandato nel suo seno gli interessi del capitalismo. L'opportunismo è proprio il rappresentante dell'ideologia di questi strati intermedi, l'alleanza che esso spaccia con la piccola borghesia, è una alleanza a senso unico, è il dominio di mezze classi e forze che tendono soltanto al mantenimento dello "stato di cose attuale". Oggi che si vanno nuovamente costituendo i motivi deterministici, materiali, perché il proletariato ritrovi le condizioni anche fisiche per rimettersi sulla strada della preparazione rivoluzionaria, e il mostruoso apparato produttivo capitalistico comincia ad avvisare i primi intoppi che preludono alla sua crisi generale, l'eliminazione di questa terribile infezione che affossa la nostra classe è il primo obiettivo che si pone per ogni ripresa; e se all'appuntamento storico che noi marxisti vediamo certezza immancabile, l'opportunismo non sarà stato battuto e liquidato, il proletariato perderà ancora. Su questa strada solo la nostra organizzazione sta salda, fedele la metodo rivoluzionario del comunismo, gelosa custode delle conquiste storiche, teoriche e pratiche della III Internazionale, tesa alla ricostruzione di quella organizzazione internazionale unica che i maestri del comunismo additarono al proletariato come strumento indispensabile della sua emancipazione, il Partito Comunista Internazionale.

icparty@international-communist-party.org

La "questione sicurezza", inganno della destra

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Gruppo EveryOne
Sommario:
Non vi è dubio che il popolo italiano sia stato tradito dalla propaganda fascista.

La "questione sicurezza" è un grande inganno

I proclami di Alemanno, Fini, Bossi, Berlusconi & Co. sulla "sicurezza" testimoniano l'inganno perpetrato dalla destra nei confronti del popolo italiano. Solo una lunga campagna razziale condotta con il sostegno dei più importanti media italiani ha consentito ai paladini della xenofobia di trasferire (mistificandolo) il problema-sicurezza dalla piaga della criminalità organizzata - che produce delittuosamente miliardi di euro ogni anno, in Italia - alle categorie più deboli e indifese della società: i mendicanti, i senzatetto e soprattutto i Rom. Il 99% dei delitti che avvengono intorno a noi e che terrorizzano la cittadinanza italiana sono opera della mafia - suddivisa nelle sue diverse denominazioni - e solo una falsificazione in totale malafede dei dati e dell'informazione ha permesso ai movimenti razziali - che si identificano ormai in alcune delle principali forze politiche - di condizionare l'opinione pubblica inducendo in essa una percezione distorta della realtà in cui viviamo. Il partito nazionalsocialista promulgò le leggi razziali di Norimberga e preparò il popolo tedesco ad assistere indifferente all'Olocausto con la stessa tecnica. Ci sorprendiamo e ci scandalizziamo a causa delle violazioni dei Diriti Umani perpetrate dai regimi islamici, senza renderci conto che i più gravi crimini contro l'umanità avvengono nelle nostre città, appena dietro l'angolo, dove si rifugiano nell'estremo tentativo di sopravvivere la famiglie zingare, famiglie innocenti che i nostri occhi, abbagliati dai segnali razzisti che ci raggiungono continuamente, vedono attraverso il filtro della paura come bande di malviventi. Gli eredi dei carnefici di Hitler affermano il loro potere perverso di fronte a noi, testimoni di nuovi Olocausti e spesso indifferenti come lo furono i nostri nonni, quando treni carichi di ebrei e di Rom lasciavano le nostre città per condurre esseri umani senza colpa verso le camere a gas. Oggi non è lo Zyklon B a uccidere i nostri fratelli Rom, ma sono il freddo e il caldo, la fame, le infezioni, la violenza, la segregazione. I grandi abusi, i delitti di stato si consumano all'interno delle democrazie e non solo nei regimi dittatoriali: abbiamo la pena di morte, il razzismo, le persecuzioni, le guerre inique, le disuguaglianze sociali, sessuali e razziali. La democrazia si è ammalata e si sta trasformando in una "dittatura della maggioranza", pericolosissima, perché i regimi più disumani si sono sviluppati, nel passato, in situazioni politiche simili a quella attuale. Una democrazia incapace di tutelare i principi primi della giustizia civile e sociale, una democrazia incapace di preservare il valore della vita umana, una democrazia in cui germogliano i semi di nuove persecuzioni è una democrazia perduta. Qui in Italia, per esempio, di parla dei valori della Democrazia, ma le violazioni istituzionali dei Diritti Umani sono sempre più gravi. Non esiste democrazia in un Paese dove un popolo soffre e muore nell'indifferenza, umiliato, calunniato, ridotto in condizioni tragiche. Non esistono Diritti Umani in un luogo dove non vi è rispetto per i loro bambini, per le donne, per i deboli che appartengono a un'altra razza e a causa della povertà e del pregiudizio vengono respinti dalle città e sono costretti ad accamparsi in luoghi inospitali, dove sopravvivono (fino alla loro speranza di vita media, che è di soli 35 anni, ormai) in attesa della fine, ponendo solo nei figli la loro speranza in un futuro meno drammatico. Le Istituzioni hanno fatto dei poveri, dei Rom il capro espiatorio della loro inefficienza e della loro disonestà; li combattono in nome della "sicurezza", mentre la criminalità organizzata prospera indisturbata, uccidendo migliaia di giovani con la droga, con la violenza, con la prevaricazione, con la corruzione. E' la criminalità organizzata il vero mostro ed è un mostro "made in Italy": né Rom né lavavetri né mendicante né clandestino. Criminalizzare i poveri serve a una classe politica corrotta e collusa con la vera delinquenza per ottenere e mantenere potere politico ed economico. Un fiume di sangue e denaro - miliardi di euro ogni anno - consente ai vampiri senza scrupoli che tengono le redini dell'Italia di nutrirsi e di alimentare chi li sostiene e giustifica: i giornali, le televisioni e le radio, le organizzazioni che si occupano di diritti umani in modo strumentale. Detto questo, noi continueremo a impegnarci ogni giorno perché si riaffermi la Democrazia vera, quella in cui il Popolo, tutto il Popolo, è sovrano e i Diritti Umani sono le basi della vita della società. Solo la Democrazia vera può opporsi al terrorismo e alle persecuzioni, per ricondurre l'Uomo sulla via del progresso sociale, materiale e spirituale. R.M.

Arrivano eurodeputati negazionisti, razzisti, omofobi: è allarme

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EveryOne Group
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Il centrodestra getta la maschera e mostra una faccia inquietante

Il Gruppo EveryOne lancia l'allarme: no alle cariche di eurodeputati per i negazionisti Fiore e Romagnoli. Preoccupazione per la deriva razzista e omofobica in corso in Italia

Il Gruppo EveryOne esprime la più ferma protesta contro la decisione del PDL, vincitore delle elezioni politiche 2008, di mandare al Parlamento Europeo, in sostituzione di eurodeputati eletti per il centrodestra, i due neofascisti, propugnatori di ideologie razziali e negazionisti dell'Olocausto Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, e Luca Romagnoli (La Destra-Fiamma Tricolore). L'ideologia xenofoba ed estremista di Roberto Fiore è nota universalmente. Ecco alcune recenti dichiarazioni di Romagnoli: "Le camere a gas? Devo dire francamente che non ho elementi per dire che siano esistite o no"; "Hitler? Fu uno statista che commise degli errori". E riguardo al suo partito: "Chiamarci fascisti è molto riduttivo. Ma del fascismo siamo portatori di alcuni valori, come la socializzazione. Poi, se fascismo significa onestà, dirittura morale, capacità di riconoscere prima lo Stato e poi l'individuo...". Il Gruppo EveryOne protesta con altrettanta decisione contro la candidatura di Antonio Tajani quale sostituto di Franco Frattini, vicepresidente della Commissione Europea. Antonio Tajani è infatti noto sia per le sue posizioni omofobe che per la sua avversione nei riguardi dei Rom, ideologie che contrastano con le convenzioni internazionali per i diritti umani e con la Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea. "E' davvero inquietante che il centrodestra favorisca irresponsabilmente l'inserimento di personaggi legati a ideologie pericolose in ruoli di grande responsabilità politica e civile," affermano i leader del Gruppo EveryOne, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau "ed è altrettanto inquietante l'ipotesi, avanzata quest'oggi dal leader del PDL Silvio Berlusconi, di affidare il Ministero italiano dell'Interno alla Lega, un partito che non ha mai nascosto posizioni xenofobe e razziali: sarebbe come dare il via a purghe etniche e campagne di discriminazione razziale incontrollabili, proprio quest'anno, in cui il Parlamento Europeo e la Commissione contro le discriminazioni razziali delle Nazioni Unite hanno ammonito ufficialmente e ripetutamente l'Italia per le sue politiche intolleranti, in violazione di tutte le Convenzioni che proteggono gli individui e i popoli. La Lega, inoltre, con il suo accanito antimeridionalismo, non rappresenta tutto il Popolo italiano, condizione essenziale per un ministero come quello degli Interni". Esprimendo viva preoccupazione per la deriva fascista, xenofoba, omofoba, antizigana e antisemita in cui le Istituzioni italiane stanno scivolando, il Gruppo EveryOne chiede alle Organizzazioni per la tutela dei diritti delle minoranze, alle Comunità ebraiche e a tutti coloro che ritengono di portare la fiaccola dei valori dell'antifascismo, della Memoria dell'Olocausto e della solidarietà sociale di unirsi alla nostra protesta e di chiedere che a rappresentare il Popolo italiano presso le Istituizioni nazionali e internazionali siano scelti candidati esemplari, in possesso di comprovati requisiti di integrità, civiltà e tolleranza.

Per adesioni:
Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 334-8429527
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

Casilino 900: presidente del Municipio VIII risponde al Gruppo EveryOne

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EveryOne Group
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Abbiamo avviato un dialogo con le istituzioni, ma i Rrom del Casilino 900 sono oppressi, circondati, umiliati, minacciati dalle forze dell'ordine. Si è trasformato l'insediamento in un ghetto, un luogo di orrore in cui ogni diritto è negato

Casilino 900: Annamaria Addante, Presidente del Municipio VIII, risponde al Gruppo EveryOne

Roma, 7 aprile 2008. Annamaria Addante, Presidente del consiglio del Municipio VIII risponde alla "Lettera aperta" inviatale l'altro ieri da Roberto Malini a nome del Gruppo EveryOne. Ecco il testo della risposta: "Io non mi macchio di nessun crimine, la prego di andare a visitare il Casilino 900 prima di parlare. I Rom sono rimasti una minoranza e non ci hanno mai dato fastidio visto che il campo esiste da 40 anni. Solo che oggi oltre i Rom c'è di tutto, spaccio, rapine, furti e inoltre bruciano notte e giorno materiale tossico per ricavarne il rame e facendo respirare diossina sia a noi cittadini che a queglii innocenti bambini che vivono in quel campo. Io mi adopererò per far trasferire il campo in una situazione di vivibilità, chiedendo di arrestare o rimpatriare tutti coloro che delinquono. La sua organizzazione, perché non va al campo a dire di non bruciare, non spacciare droga, non rubare? Non tutti i poveri sono brava gente. Inoltre mi permetta di dirle che i nuovi aguzzini sono quelli che cercano di mettersi in pace la cosceienza difendendo i Rom dai salotti buoni e si muovono solo quando si parla di sgombrare. Ritengo che come si vive oggi nel Casilino 900 vi dovrebbe fare indignare, io ci sono andata a vedere e farò di tutto affinché quella gente non viva più in quel modo, ma certo non difenderò né gli spacciatori né i deliguenti. Il nostro Municipio sta facendo tutto il possibile per aiutare i Rom e per l'inserimento scolastico: vada a vedere il campo di Salone e non confonda chi vuole la legalità e il rispetto dei diritti umani per tutti e non solo per i Rom, perché anche i cittadini hanno diritto a non respirare diossina. Cordiali saluti, Annamaria Addante".

Gentile Annamaria, innanzitutto, grazie della risposta e dei toni civili, che si prestano all'apertura di un dialogo, la via meaestra per conseguire, insieme, la migliore soluzione a un'emergenza che si presenta difficile. Al Casilino vi sono circa 900 Rrom, fra cui circa 250 bambini. Lei vuol dire, con la Sua cortese risposta, che vi è una maggioranza di potenziali criminali o "asociali", fra quei bimbi infreddoliti, affamati, emarginati, bisognosi di cure e di affetto? E' questo che significa la Sua frase: "Non tutti i poveri sono brava gente"? Lei vuol dire che quei piccoli, vessati e umiliati dalla Sua Roma, non sono "bravi bambini"? No, Annamaria, non credo che Lei intendesse questo. Sarebbe disumano e di certo Lei ama i bambini ed è una donna di buona volontà e delicati sentimenti. Oltre ai 250 bimbi, vi sono 250 ragazzini, ragazzini che i loro coetanei italiani - non certo per colpa Sua, Annamaria! - trattano come esseri diversi e inferiori e che parte della "brava gente" di Roma insulta, minaccia, umilia fino all'annientamento morale, a lacrime che nessun fazzoletto potrà mai asciugare. Lei vuol dire, con la Sua frase, con il Suo messaggio, che quei fanciulli, quegli adolescenti macilenti - alcuni di loro mi ricordano le foto dei giovanissimi Rrom rinchiusi ad Auschwitz, nello Zigeunerlager - sono cattive persone, esseri umani la cui indole è geneticamente votata al crimine, allo spaccio, al furto, alla truffa, alla violenza? Non penso neanche che Lei alludesse a questo. Il "potenziale criminale" di natura atavica, genetica è un grave pregiudizio e non ha ovviamente alcun fondamento nella società civile né nella natura umana. La pensavano così gli aguzzini di Hitler, amica mia, e non certo Lei: lo so o almeno voglio crederlo. Al Casilino 900 vivono inoltre 200 donne, fra cui molte mamme che versano in condizioni drammatiche: mamme senza latte, senza pane, senza neanche un bicchiere d'acqua pura per i loro figli, proprio nella Capitale, città di opulenza e buona cucina. Sono quelle donne, molte delle quali giovanissime, molte delle quali in uno stato di salute assolutamente precario, sono quelle donne che "non vogliono la legalità o il rispetto dei Diritti Umani"? Sono quelle donne (donne che una società civile dovrebbe assistere con amore), quelle mamme (che dovrebbero essere messe in condizioni di crescere i loro bambini), sono loro il terribile problema del Casilino 900, la spaventosa minaccia per gli onesti cittadini? Sono convinto che Lei concordi con noi: quei 250 bambini, quei 250 fanciulli, quelle 200 donne sono persone in difficoltà: i poveri che le religioni e le leggi morali cii chiedono di aiutare e non di perseguitare. Dunque terminiamo il censimento di quel "covo di criminali" che secondo Lei sarebbe il Casilino. Rimangono circa 70 uomini adulti sofferenti di patologie gravi (inabilità, cardiopatie, infezioni di entità ragguardevole) - che di certo non sono i "mostri " di cui Lei parla - e 130 uomini adulti, per lo più capifamiglia che devono impegnarsi e ingegnarsi ogni giorno per portare ai loro bambini, alle loro donne quell'acqua, quel latte, quel pane che la persecuzione nega loro. Lo sa? quei 130 uomini sono per la maggior parte eroi, come lo erano i padri di famiglia del Ghetto di Varsavia o di quello di Lodz, nella Polonia devastata dalla guerra e dall'Olocausto. Se Lei ritenesse che il 10 per cento di quegli uomini, di quegli eroi è costituito da criminali, Lei affermerebbe qualcosa di gravissimo: affermerebbe che fra i Rrom la percentuale di persone che violano le leggi è superiore a quella delle altre etnie. Sarebbe come affermare, come scritto sopra, che i Rrom sono geneticamente portati al crimine: un'affermazione improntata all'odio razziale, non al buon senso né allo spirito della civiltà. Parleremmo comunque, anche in questa ipotesi estrema e indegna anche solo di essere espressa, di 13 persone. 13 persone, oltretutto, giustificate dalle condizioni di indigenza tragiche, condizioni che hanno portato i loro fratelli, i loro familiari a una speranza di vita media di soli 35 anni, contro gli oltre 80 anni degli altri cittadini europei. La diossina del Casilino 900, cara Annamaria, è il prodotto della persecuzione e del razzismo delle istituzioni. E' diossina - anzitutto - morale, che ammorba cuori, idee e coscienze. E ora, se vuole, ci offriamo noi del Gruppo EveryOne di accompagnarLa in una visita al Casilino 900: venga a vedere la verità, con coraggio e senza alcun codazzo di gendarmi. Venga a vedere, per la prima volta, il Casilino. Poi deciderà se è il caso di proseguire sulla via della discriminazione e di una persecuzione disumana o di intraprendere, al contrario, una via nuova: quella dei Diritti Umani e della desegregazione. Con fiducia, il Gruppo EveryOne

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Casilino 900: una testimonianza dall'inferno, un invito alla RESISTENZA

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EveryOneGroup
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Bambini, donne e uomini sono ormai in condizioni tragiche, senza luce, senza acqua, perseguitati e umiliati; se dovesse avere luogo lo sgombero, il pogrom, saremo lì, a opporci alla violenza delle autorità con lo scudo dei nostri corpi.

Casilino 900: testimonianza dall'inferno

2 aprile 2008. Un sostenitore di Anne's Door e del Gruppo EveryOne si è recato presso il Casilino 900 di Roma e ha assistito a una manifestazione nonviolenta, tenuta per denunciare la condizione disumana cui sono costrette le famiglie Rrom che vivono nel campo e la tragedia di uno sgombero annunciato. Sulle labbra di molti, l'invito promosso dal Gruppo EveryOne: "Resistenza contro il pogrom razzista". Se le autorità romane decideranno di dare seguito alle operazioni di allontanamento coatto delle famiglie, previste per il prossimo mese di giugno, gli uomini e le donne del Gruppo EveryOne saranno in prima fila, per opporsi con lo scudo dei propri corpi alla violenza degli agenti e delle ruspe: un'azione di resistenza passiva, gandhiana, ma senza arretrare di un passo. Intanto carabinieri e polizia sono tornati a far visita al campo, con la scusa di fare un censimento, ma con un atteggiamento gravemente intimidatorio: "Torneremo tutti i giorni, finché non vi cacceremo via una volta per tutte". Ma le parole e i modi usati dagli agenti sono stati molto più duri, minacciosi e ingiuriosi. Alcune baracche del Casilino 900 sono state distrutte. "Al campo hanno tolto la luce e per quanto riguarda l'acqua potabile c’è solo una fontanella a flusso discontinuo," racconta un testimone, "per una comunità di circa un migliaio di persone. Di queste, 250 sono bambini che frequentano le scuole del VII° municipio. Ci sono numerose situazioni di vera disperazione: donne incinte o che hanno appena partorito, debolissime, malate, in situazioni fisiche molto precarie. Si vedono scene da Olocausto, bambini piccolissimi e anziani bisognosi di cure e assistenza. La mancanza di elettricità costringe all’uso di candele, che in ambienti fortemente a rischio possono provocare incendi con conseguenze letali. Una situazione davvero incredibile per una società che continua inspiegabilmente a dichiararsi civile. Le famiglie del Casilino 900 non sono considerate degne di nessun rispetto e si vuole negare loro qualsiasi dignità. Gli animali godono di maggiore tutela. Annientarle fisicamente, violando ogni loro diritto umano, ecco la politica delle Istituzioni romane: procedere pervicacemente secondo una tecnica di annientamento che non ha nulla di diverso da quella dei campi di concentramento. E poi si parla dei diritti violati in Cina… In città abbiamo un luogo che definire ghetto è un eufemismo: è un vero e proprio inferno. Ma l'eventualità dello sgombero potrebbe rendere la tragedia umanitaria in corso ancora più apocalittica".

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Medaglia a Quattrocchi: dissento fermamente

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lettera

In piena facoltà mio caro Presidente, le scrivo la presente che spero leggerà.
Le scrivo in merito alla medaglia al valore concessa al cittadino italiano Fabrizio Quattrocchi.
Questi uscì illegalmente dall’Italia con incarichi imprecisati di natura paramilitare, connessi alla guerra in Iraq, ed ivi fu ucciso in circostanze drammatiche.
Qualcuno definisce Quattrocchi vigilante, ma altri credono di chiamarlo a ragion veduta mercenario.
Ha svolto indagini, caro presidente, sulla vera natura della presenza in Iraq di Fabrizio Quattrocchi ed i suoi, prima di assegnargli una delle più alte onorificenze della nostra democrazia?

Egregio Presidente, colpisce che per i cosiddetti “eroi di Nassiriya” non sia stata riservata la stessa medaglia d’oro né lo stesso vitalizio concesso ai familiari di Quattrocchi.
Colpisce che niente di tutto questo sia stato da lei concesso alla memoria del costruttore di pace Enzo Baldoni, assassinato in circostanze del tutto analoghe, né di giornalisti come Maria Grazia Cutuli uccisa in Afghanistan. Colpisce ancora di più che niente di tutto questo sia successo per il servitore dello stato Nicola Calipari. Baldoni, Cutuli, Calipari, forse non sono morti da italiani egregio Presidente?

Voglio sperare, caro Presidente, che il fatto che non siano disponibili filmati su come sono morti gli italiani Baldoni o Cutuli (ma fin troppi dettagli sono noti su come è morto Nicola Calipari), non abbia avuto un ruolo nella scelta di non concedere loro medaglie d’oro alla memoria e invece concederla a Quattrocchi.

Ci sono dei militari italiani morti in azioni di guerra in Iraq, oltre ai 18 di Nassiriya.
Nel morire non hanno dimostrato sufficiente valore, egregio presidente?
Non sono morti da italiani?
Di sicuro lei non ha ritenuto opportuno concedere a questi caduti medaglie alla memoria.
Qual’è signor presidente, il ragionamento che la porta, tra tanto sangue anche italiano versato in Iraq, a concedere al solo Quattrocchi una medaglia al valore?

Caro Presidente, siamo in un paese dove due giornalisti come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, possono essere ammazzati in un paese straniero e, 12 anni dopo, una commissione parlamentare possa con sprezzo del ridicolo raccontare la loro morte come dovuta al caso.

Caro Presidente, siamo in un paese dove la morte di Nicola Calipari può essere spacciata dal Ministro della Difesa, Antonio Martino, come dovuta al fato.

Egregio Presidente, questa medaglia d’oro è motivo di scandalo per milioni d’italiani.
Almeno le chiedo di non far pensare a questi milioni d’italiani che ci siano morti comode, morti fotogeniche, e quindi morti premiabili con medaglie d’oro come quella di Fabrizio Quattrocchi e ci siano invece altre morti scomode, morti oscene, sconvenienti, come quella di Nicola Calipari.

Personalmente ritengo che Fabrizio Quattrocchi fosse un mercenario, andato a combattere per denaro una guerra non solo sbagliata ma criminale.
La sua morte merita rispetto, come tutte le morti, ma non meritava nessuna medaglia.
Sono anche cosciente che il mio punto di vista non possa essere esaustivo della sensibilità di tutti gli italiani né tanto meno della sua.
Ma se così è, egregio Presidente, se Fabrizio Quattrocchi è per lei un eroe, perché mai per lei non sono eroi Baldoni, Cutuli, Alpi, Hrovatin e tanti altri, mio caro Presidente?
In cosa sono difettose le loro morti?

Mi spiega per quale ragion di stato non è un eroe Nicola Calipari?
Non c’è un filmato, Presidente, ma ci sono molte testimonianze su come muore un italiano come Nicola Calipari.
Ci deve delle spiegazioni, signor Presidente.

naziskins: Causa Tomaselli

autore:
antifa hooligan

Causa Tomaselli: Zeugen verhört
Am Bozner Landesgericht begann am Donnerstag die Hauptverhandlung im Schwurgerichtsverfahren gegen die beiden Skinheads, die sich wegen Mordes unter bedingtem Vorsatz an Fabio Tomaselli (26) aus Pergine verantworten müssen.
Wegen Mordes waren insgesamt vier Skinheads angeklagt: Antonio Pasquali (23) aus Catania und Riccardo Masia (24) aus Cagliari, Andrea Bonazza (24) und Nicola Turco (24), beide aus Bozen.

Turco wurde bereits in einem eigenen Verfahren zu sieben Jahren Haft verurteilt.
Turcos Verteidiger werden gegen das Urteil berufen.
Andrea Bonazza (23) aus Bozen wurde hingegen freigesprochen.

Bei der Hauptverhandlung im Schwurgerichtsverfahren im Bozner Gericht wurden am Donnerstag mehrere Zeugen angehört.
Von den beiden Angeklagten war am Donnerstag nur Antonio Pasquali anwesend. Der Prozess wird am Freitag fortgeführt.

Schon im früheren Verfahren wurde von Zeugen bestätigt, dass Pasquali und Masia in der Nacht auf 30.
November 2002 nicht nur am Tatort (Parkplatz vor Bar "Sauguat") präsent gewesen seien, sondern auch zugeschlagen haben.

Die Skinheads sollen laut Staatsanwalt Benno Baumgartner in der Nacht auf 30. November 2002 den Tod von Fabio Tomaselli verursacht haben.
Sie sollen ihn vor der Bar "Sauguat" in Bozen geprügelt haben, bis er zu Boden ging, dann hätten sie ihn getreten.
Schwer verletzt habe sich Tomaselli zu seinem Auto geschleppt.
Kurz vor Frangart war Tomaselli dann auf der Straße in Richtung Eppan mit seinem Auto gegen die Leitplanken geprallt.
Die Autopsie ergab, dass die Schläge und Tritte die Todesursache waren und nicht der Unfall.
Bei der Vorverhandlung hatte auch der Gutachter Horst Wagner erklärt, dass der Fiat Uno des jungen Mannes aus Pergine mit lediglich 40 Stundenkilometern gegen die Leitplanken gefahren war.
Außerdem gebe es keine Erklärung dafür, dass Tomaselli von der Straße abgekommen ist.

Auch der Bozner Pathologe hatte erklärt, dass die Verletzungen am Brustkorb Tomasellis nicht von dem Unfall, sondern von den Schlägen stammen müssten. Folglich muss Tomaselli vor dem Unfall das Bewusstsein verloren haben.

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