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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

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rivolta

Megafono Rosso: L'urlo della rivolta studentesca

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MegafonoRosso
Sommario:
Un nuovo anno accademico è iniziato...

Un nuovo anno accademico è iniziato e l'aria che si respira all'interno delle nostre facoltà è sempre la stessa! Lo sgradevole odore di marcio e di aberrante disonestà verso gli studenti spadroneggia. Sfogliando quotidianamente i principali organi di stampa ci si accorge che la linea politica dettata dal governo in carica tende a tenere saldo il legame con i poteri forti, quegli stessi poteri che stanno suggerendo e smussando una nuova finanziaria che renderà permanente sia la precarietà del lavoro salariato che la presenza dei soldati italiani nei teatri di guerra. La sinistra di governo continua intanto con tenacia e disinvoltura, sotto gli occhi spazientiti di lavoratori e studenti, il suo indecoroso ruolo di ammortizzatore delle lotte sociali; pochi giorni fa le due principali forze della "Cosa Rossa" (Rifondazione e Comunisti Italiani) hanno trascinato in piazza con l'inganno migliaia di studenti, precari, lavoratori e pensionati, esibendo uno striscione iniziale contro la precarietà del lavoro, quella stessa precarietà che renderanno permanente votando tra pochi giorni una nuova finanziaria lacrime e sangue!

Stesso copione, stesso sipario, si presenta all'interno delle fabbriche del sapere, dove le due principali organizzazioni studentesche (Unione degli Universitari e Unione degli Studenti), si apprestano a smorzare con tutte le loro forze, i piccoli accenni di rivolta studentesca che sembrano stiano prendendo piede nei nostri atenei e nei nostri licei.

Gli studenti tutti devono aprire gli occhi e intervenire in modo concreto smascherando il gioco sporco delle organizzazioni appena citate; per fortuna qualche collettivo ha cominciato a sottolineare e controbattere lampanti dichiarazioni fatte proprio dall'UdU nelle assemblee in prossimità del 9 Novembre (sciopero generale-generalizzato), dove palesemente si proponeva di boicottare questo sciopero per "non generalizzare le lotte"! Affermazioni di questo tipo ci fanno pensare e riflettere su quanto queste organizzazioni (finanziate e supportate dal principale sindacato italiano, la Cgil) riescano ad arginare ondate di rivolta che di tanto in tanto si ripresentano nelle “fabbriche del sapere”.

Stiamo scrivendo questo articolo nella giornata del 25 Ottobre 2007, proprio due anni dopo quella stupenda manifestazione nella quale migliaia di studenti, hanno invaso le strade di Roma, chiedendo a gran voce che non venisse approvato il distruttivo ddl Moratti. Quelle richieste erano rivolte e indirizzate verso un punto logistico preciso: Montecitorio. Ma sappiamo benissimo che le istanze popolari che vengono portate sulla soglia di quel palazzo padronale non riescono mai ad oltrepassare la porta, a differenza delle richieste -sempre soddisfatte- delle grandi banche e imprese del Paese.

Invitiamo e incitiamo tutti gli studenti a riprendersi l'unico luogo dove poter esprimere senza costrizioni le proprie idee, lamentare i propri disagi, cercare di ribaltare gli ordini esistenti. E' ora che il movimento studentesco si ricompatti, che scenda in piazza determinato, cosciente che lo stato di cose attuali può essere ribaltato solo se tutti insieme ricominciamo a gridare come facevano i nostri compagni 30 anni fa, che il movimento studentesco non ha governi amici!

Megafono Rosso è un’organizzazione formata da studenti e studentesse che stanno unendo le loro forze, per cercare di portare il movimento studentesco verso una nuova manifestazione di massa che sia in grado con la sua radicalità di far abrogare le contro-riforme in materia d'istruzione e anche quelle riguardanti il mondo del lavoro, che stanno distruggendo il nostro futuro e il nostro presente!

Dobbiamo, una volta per tutte, organizzare una mobilitazione coerente e conseguente contro la protervia dei poteri forti; una mobilitazione pari se non superiore a quella vincente portata avanti dai nostri compagni francesi nella lotta contro il Cpe.

Studiando e analizzando il disagio e le varie problematiche che ostacolano quotidianamente gli studenti, tentiamo di sviluppare un'informazione che sia in grado di trasformare il malumore in mobilitazione. Tutto ciò sarà inevitabile perchè il movimento studentesco "se c'è" deve tornare a battere uno e più colpi! Lo strapotere dei governi dell’alternanza va interrotto!

I tempi stringono, il disagio aumenta, la rabbia verso chi ci governa deve straripare, noi studenti possiamo innescare la scintilla, la stessa scintilla che possa portare subito a una stretta alleanza con i lavoratori, con i precari, e gli sfruttati di tutto il mondo: solo allora l'esplosione sarà grande e porterà ad un reale cambiamento!

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Cosa succede in Birmania

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Cosa succede in Birmania www.megafonorosso.it

Negli ultimi giorni abbiamo visto giornali e televisioni interessarsi alla situazione dello stato del Myanmar ( ex Birmania ), portando questo caso alla luce, dal dimenticatoio nel quale era sepolto, insieme a tutti gli altri casi di cui la stampa non si è mai concretamente occupata. Vedi Haiti, Thailandia, Bangladesh, Indonesia, Cecenia, Sri Lanka, Congo, Somalia, Colombia, solo per fare degli esempi.

La storia recente della Birmania

E’ necessario rifarsi alla storia recente di questo paese per comprendere come si sia arrivati alle rivolte di questi giorni.

Nel 1948 la Birmania (ex colonia inglese ma contesa durante la seconda guerra mondiale anche dal Giappone) divenne una repubblica indipendente.

Dopo un periodo di instabilità politica, nel 1962 ci fu un colpo di stato guidato dal generale Ne Win che fino al 1988 governò il paese. La dittatura inserì il paese nell’orbita dell’Unione Sovietica intraprendendo quella che da molti è chiamata “la via birmana al socialismo”. In realtà è da rifiutare questa etichetta, in quanto non si è mai sviluppato in Birmania un reale sistema socialista (fondato sui soviet e sulla democrazia operaia), essendo rimasto il potere nelle mani di una casta militare e burocratica che ha calpestato i diritti delle masse e dei lavoratori. Il regime ha così ridotto in miseria una popolazione di 50 milioni di persone, proibendo inoltre partiti e sindacati indipendenti.

Il 1988 è l’anno delle proteste popolari contro la dittatura, duramente represse nel sangue dall’esercito governativo. Le proteste iniziarono l’8 agosto 1988 (perciò è chiamata “rivolta 8888”) e terminarono il 18 settembre con un colpo di stato che portò alla sostituzione della giunta militare. Rimane emblematica delle brutalità della repressione e ben salda nelle coscienze del popolo birmano la vicenda del ponte rosso, quando i militari spararono sulla folla di studenti in protesta che lo attraversavano.

Nel 1990 il nuovo governo militare indice delle formali elezioni pubbliche (per la prima volta dopo 30 anni). Le elezioni sono vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) capeggiata da Aung San Suu Kyi, ma il voto è subito annullato e molti dei dirigenti del partito arrestati, tra questi anche la leader Suu Kyi. Dal quel momento per lei si sono alternati periodi di detenzione a brevi periodi di libertà, dal 2006 vive agli arresti domiciliari nella sua residenza a Yangon (ex capitale e centro delle proteste).

Questo fu anche il periodo in cui il paese spalancò le proprie porte agli investimenti stranieri, avviandosi verso un’economia di mercato. In particolare da questo momento la sua economia si impernia sull’esportazione di materie prime come gas e petrolio non raffinati, legnami pregiati e pietre preziose.

Infatti la Birmania è un paese molto ricco di risorse naturali, ma allo stesso tempo uno dei paesi meno sviluppati ed in cui la popolazione risulta nel complesso maggiormente sottoalimentata.

Questo avviene anche a causa delle enormi spese per il mantenimento di uno degli eserciti più forniti al mondo ( circa il 40% delle spese sono infatti destinate alla spesa militare).

I principali partner economici della Birmania da quel momento sono Cina e India, ma anche Giappone, Singapore, Thailandia, Indonesia e per quanto riguarda l’arsenale bellico pesante la Russia. Insomma sono in molti i paesi che, sebbene in alcuni casi indirettamente, sostengono la dittatura e sfruttano le risorse del paese e il Myanmar rientra quindi nella sfera di influenza eurasiatica.

Il paese viene ribattezzato con il nome Myanmar durante questa dittatura. Nel 2006 la capitale viene spostata da Yangoon a Naypyidaw (letteralmente "la sede dei re"), una città virtuale all’interno della foresta.

Le proteste degli ultimi giorni

L’innalzamento dei prezzi dei beni di prima necessità a livello mondiale manifestatasi in quest’anno, è stato affrontato dalla giunta militare raddoppiando ed in alcuni casi quadruplicando il prezzo dei carburanti e così portando all’aumento conseguente di tutti i costi, anche dei beni alimentari. Ciò, nella situazione di miseria in cui riversa il popolo birmano, ha contribuito a far bruciare la miccia della rivolta.

Il 19 agosto di quest’anno sono scoppiate le prima grandi manifestazioni di protesta che si sono via via succedute e radicalizzate nei termini e nelle rivendicazioni, fino ad arrivare all’imponente manifestazione del 24 settembre, durante la quale sono scesi in strada per protestare nella città di Yangoon ( ex Rangoon ) più di 100mila persone.

Gran parte di queste rivolte sono capeggiate dai monaci buddisti, normale in un paese povero ed arretrato dove la religione ha un ruolo ancora molto importante, ma sappiamo che una parte fondamentale la hanno avuta anche gli studenti e i giovani! Ed è a questi giovani, in alleanza coi lavoratori e contadini poveri, che spetta ora il ruolo principale!

Dal 26 settembre la violenta repressione della giunta militare ha insanguinato le strade.

Una capillarissima censura governativa, con l’intento di non far trapelare all’esterno la reale entità dei fatti, è stata messa in atto. Il metodico controllo dei canali di informazione e la repressione delle voci non conformi (tutti i giornalisti stranieri sono stati cacciati, 2 reporter sono “rimasti uccisi” durante queste giornate) è giunto fino all’oscuramento di internet.

Nonostante questo controllo, le notizie, anche se con difficoltà, continuano ad arrivare da fonti non ufficiali:

Sono stati 6000 gli arresti avvenuti sia tra uomini che tra donne, proseguiti nel giorno e nella notte, setacciando casa per casa. I trattenuti sono stati deportati in veri e propri campi di detenzione (4 nuovi ne sono stati creati) e costretti ai lavori forzati.

Secondo le ultime stime sono circa 200 i morti, della maggior parte dei quali i corpi sono stati prontamente cremati per non lasciare traccia. Notizie agghiaccianti parlano anche di corpi gettati in mare ( a molti torneranno alla mente i metodi repressivi della dittatura argentina ).

I raid governativi hanno lo scopo di intimidire e creare un clima di terrore!

Considerazioni sulle parti in lotta

L’ NLD, con la sua principale portavoce Aung San Suu Kyi, diventata ormai il simbolo agli occhi di tutto il mondo dell’opposizione alla giunta militare, in realtà non porta avanti una politica di rovesciamento del regime militare, ma avanza piuttosto una proposta di accordo con i generali, per una transizione “soft” verso la democrazia, al fine di creare una Birmania “pienamente integrata nella comunità internazionale”. E ci viene da aggiungere, pienamente piegata alla logica imperialista!

Ed ecco qui come entrano in gioco gli Stati Uniti e tutte le potenze economiche occidentali.

Con un ruolo subdolo, ovvero quello di sfruttare le mobilitazioni, sostenere i personaggi e le organizzazioni “di fiducia”, per riempire il vuoto dell’eventuale caduta del governo militare ed infine incorporare il paese, ricco di risorse, sotto l’influenza atlantica ed in questo modo dare una spallata alla Cina e alla Russia, le principali concorrenti economiche a livello mondiale! Allo stesso modo di come è avvenuto in Ucraina e in Georgia negli ultimi tre e quattro anni. E’ per questo che gli USA si sono dimostrati acerrimi oppositori del governo militare, appoggiando Suu Kyi e l’NLD e proponendo per primi le sanzioni al paese (alle quali ovviamente si sono opposte Cina, Russia e Indonesia.). Tutti i conti tornano.

Non dimentichiamo comunque che oltre Cina e Russia, sono molte altre le potenze che fanno tuttora affari con la giunta militare: Francia, Gran Bretagna, India, Thailandia e non ultima l’Italia che intrattiene rapporti commerciali per circa 40 milioni di euro l’anno (dato del 2006).

Il popolo birmano si trova quindi stretto tra le potenze eurasiatiche e quelle atlantiche, che hanno entrambe come unico intento quello di sfruttare il paese, lontanissime in sostanza dal voler concedere al popolo qualsiasi forma di autodeterminazione e democrazia sostanziale.

Ancora una volta l’Organizzazione delle Nazioni Unite si rivela per quello che è, un’organizzazione compromessa governata dai più grandi paesi esportatori di armi, guerra e politiche “neoliberiste”.

La risposta che noi auspichiamo è solo quella della mobilitazione del popolo birmano, dei lavoratori, dei contadini, delle minoranze etniche, degli studenti e di tutti gli sfruttati!

Gli interessi del popolo birmano sono inconciliabili con quelli dell’imperialismo!

Libertà e autodeterminazione per il popolo birmano!
Solidarietà a tutti i popoli in lotta!

Giorgio Meis - MegafonoRosso

www.megafonorosso.it
posta@megafonorosso.it

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