Comunicati / Volantini

Analisi

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anarchici

Solidarietà a Chiaiano

autore:
Gruppo Anarchico "Senza Patria"
Sommario:
Solidarietà a Chiaiano

Solidarietà a Chiaiano e a tutte le popolazioni in Rivolta!

Contro lo Stato

Contro il Capitale

Gruppo Anarchico "Senza Patria", Benevento, per il momento da nessun luogo

http://gaa.noblogs.org

gruppoantagonistaantiautoritario@autistici.org

Siamo tutti uguali perché ognuno è diverso

autore:
Gruppo anarchico Carlo Cafiero – FAI Roma, Corrispondenze Metropolitane – Roma, Collettivo Autonomo-Libertario Liberidiamare, Vomitoarcobaleno

*Siamo tutti uguali perché ognuno è diverso*

In questo periodo è evidente come si stiano rinnovando vere e proprie persecuzioni da più parti nei confronti di tutte quelle persone che vorrebbero vivere la propria sessualità e, più in generale, la propria vita senza costrizioni religiose o burocrazie statali. Le persone che vengono attaccate nella loro intimità siamo tutti noi, coloro, cioè, che genericamente rappresentano, agli occhi degli aggressori, una qualsiasi “diversità”, spesso con il silenzio/assenso, quando non la complicità, da parte delle istituzioni.

In un panorama in cui si vede morire un ragazzo per la sola colpa di avere avuto dei capelli più lunghi, in cui si assaltano i campi nomadi sotto gli occhi della polizia, in cui si registrano un crescente numero di aggressioni a persone, sedi e luoghi d’incontro di chiunque sia diverso, perchè “zecca”, “capellone”, “frocio”, “immigrato”, “donna”, “drogato”, “baraccato”, “handicappato”, occorre prendere una posizione che non dia immeritati sconti ad alcuno.

Per ogni rara volta in cui i riflettori si sono accesi su questi violenti accadimenti ce ne sono stati molteplici consumati lontani dalle ipocrite deprecazioni dei politici, non ultimo il sequestro e il pestaggio di giovani Transgender sotto gli occhi delle forze del disordine nella Roma cristiana in cui ci si preoccupa più del perbenismo che dei morti sul lavoro.

Quello che sta cambiando sono le parole, i concetti, le espressioni, gli atteggiamenti e il confronto tra le persone, e se ne sta stravolgendo completamente il significato. La parola “diverso” sta diventando sempre più sinonimo di “pericoloso”.

/Mentre vorrebbero che il manganello sostituisse il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo Paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora abbiamo censori e sistemi di sorveglianza, che ci costringono ad accondiscendere a ciò./

In questi giorni, il parlamento si affretta a emanare nuove leggi razziali che ci riportano indietro di 70 anni, “condivide” unanime le misure xenofobe di sgomberi, arresti ed espulsioni, militarizza i territori per devastarli, e, in un Paese di divorziati (compresa la quasi totalità dei parlamentari), la retorica della “famiglia” viene sempre più usata come arma da sguainare per discriminare socialmente individui in base alle loro tendenze sessuali, finendo per negare la libertà di disporre del proprio corpo, della propria sessualità e della libertà di viverli nel modo in cui si vuole e con chi si vuole. Per non dire dell’organizzazione di manifestazioni volte a limitare le libertà degli altri (l'esempio più lampante è il Family-day).

Ma sono molte le sponde che questo, ormai sembra palese, progetto di potere trova: dalle gerarchie Vaticane (che, ideologia a parte, hanno diversi interessi in ballo: dagli affitti delle chiese per i matrimoni cattolici, agli aborti clandestini in cliniche private da loro gestite), all'ignoranza costruita a forza di colpi al sistema d'istruzione (si pensi alla divisione dei ruoli tra i sessi che ancora viene inculcata ai bambini), ai fascismi di vecchia e nuova corrente ideologica (immancabilmente sempre al supporto del potere).

Per queste ragioni, come strutture provenienti da percorsi differenti (anarchici, libertari ed antagonisti) invitiamo tutte le realtà della città di Roma a partecipare il 7 giugno prossimo al Pride (parola che significa orgoglio, l'orgoglio di essere se stessi) con uno spezzone che esprima la partecipazione di tutte le realtà di movimento alla lotta contro il pregiudizio sessuale e a quello per la salvaguardia della libertà di tutti.

Vogliamo costruire un percorso che nasca orizzontalmente e in opposizione a chi è responsabile del misero stato in cui la città di Roma sta progressivamente cadendo. Ciò, muovendo da una precisa consapevolezza: non si può continuare ad invocare uno Stato laico che dovrebbe arginare l’ingerenza clericale. Si rischia di non cogliere il nesso profondo, inscindibile, tra due poteri che, al di là qualche schermaglia, in tutto il mondo convergono sul terreno dello sfruttamento e dell’oppressione. Quel che va ribadito, invece, è che solo ripartire da sé, dai propri bisogni e desideri, rilanciando la prassi della azione diretta, può permetterci di trasformare realmente l’esistente.

Gruppo anarchico Carlo Cafiero – FAI Roma, Corrispondenze Metropolitane – Roma, Collettivo Autonomo-Libertario Liberidiamare, Vomitoarcobaleno

Per contatti ed adesioni fairoma@federazioneanarchica.org

Comunicato per la manifestazione di Verona

autore:
Gruppo Anarchico Carlo Cafiero - FAI Roma | Corrispondenze Metropolitane "roma" | Collettivo Autonomo-Libertario liberidiamare | Vomitoarcobaleno | Circolo libertario Ternano "Carlotta orientale"

Comunicato di adesione alla manifestazione antifascista del 17 marzo a Verona

Rabbia e dolore hanno seguito la notizia dell'ennesima morte per mano fascista.
Nicola Tommasoli è stato assassinato la notte del 1° maggio nel centro di Verona, da una squadraccia di 5 neofascisti.
E' questa la verità, nonostante gli innumerevoli tentativi di mistificazione e copertura, messi in atto dallo stato e dal suo tentacolare apparato.

Le forze dell'ordine sempre pronte a chiudere gli occhi, la magistratura che avvalla le tesi più comode, la chiesa cattolica impegnata quotidianamente nel diffondere grettezza clericofascista, i giornali asserviti, i politici corrotti nascosti dietro la loro ipocrita indignazione, completano la schiera di chi vuole soffocare
l'antifascismo e le lotte sociali riducendoli ad una questione di ordine pubblico.

Tutti loro sono responsabili del retroterra di intolleranza che ha permesso la progressiva diffusione del razzismo, della xenofobia, dell'omofobia e dell'odio verso qualsiasi diversità e che ha portato alla vergognosa deriva securitaria sbandierata da destra a sinistra, che ha come unico obiettivo quello di "assicurare" che nulla cambi.

E' in questo quadro che i neofascisti oggi come in passato svolgono il loro sporco ruolo di braccio armato, sempre pronto a servire
ciecamente l'interesse del potere.

Non vogliamo delegare il nostro essere antifascisti ed antiautoritari al mondo della politica, complice con la sua "equidistanza", del clima di intolleranza che ormai si respira, né delegarlo alle forze dell'ordine troppo spesso complici o conniventi con le scorribande squadriste.
Non possiamo delegare il nostro antifascismo ai mandanti delle infamie fasciste.

Per tutti questi motivi il 17 Maggio saremo nelle strade di Verona a manifestare contro il neo-nazifascismo che nel 2008 a Verona come in tutta Italia continua ad uccidere.
Ma il nostro antifascismo non termina in questa giornata, affiora ogni giorno nell'autorganizzazione delle lotte e nelle attività nei quartieri che viviamo, per ribadire quotidianamente con la nostra presenza, che nessuna agibilità deve esserci per i fascisti.

La nostra voglia di libertà è più forte della loro infamia!

Gruppo Anarchico Carlo Cafiero - FAI Roma | Corrispondenze Metropolitane - Roma | Collettivo Autonomo-Libertario liberidiamare | Vomitoarcobaleno | Circolo libertario Ternano "Carlotta orientale"

Algo huele a diferente en Cuba

autore:
Movimiento Libertario Cubano
Sommario:
Ante la coyuntura vivida en la isla en los últimos tiempos, el Movimiento Libertario Cubano – MLC (grupo de afinidad del anarquismo cubano en el exterior) se hace oír para dar respuesta a interrogantes y retos que hoy se plantea la sociedad cubana.

Sí, algo parece haber comenzado a oler diferente en Cuba; quizás un poco a tono con la aromática de la era post-Fidel. Por lo pronto, aquella elocuencia que ocupaba todos los espacios habidos y por haber hasta el 26 de julio de 2006 ya no está ahí donde estuvo por casi medio siglo. Desde entonces, el postrado “comandante” ha comenzado a escribir, pero ya se sabe que la escritura no ejerce el mismo hechizo que la palabra y menos todavía cuando es elusiva, errática y carente de interés para todo aquel que se sienta por fuera de la celebración del culto. Quizás sea por eso que ya son más de los previstos quienes hoy muestran en calles y plazas, en filmaciones a hurtadillas y en blogs caseros, un sugestivo afán por liberar de sus ataduras la palabra de la gente misma. Incluso, seguramente empujados por aquellos viejos comentarios confidenciales y cautelosos que hoy se están transformando en clamor, hasta los primeros violines del elenco gubernamental no tienen más alternativa que realizar reconocimientos que hubieran sido impensables unos pocos años atrás. El vicepresidente Carlos Lage, por ejemplo, dijo recientemente en el VII congreso de la UNEAC (Unión Nacional de Escritores y Artistas de Cuba): “La doble moral, las prohibiciones, una prensa que no refleja nuestra realidad como queremos, una desigualdad indeseada, una infraestructura deteriorada, son las heridas de la guerra, pero de una guerra que hemos ganado.” (http://www.kaosenlared.net/noticia/siento-hoy-mas-orgu...). Es un lenguaje de transición, sin duda, porque ni siquiera pueden mantenerse por mucho tiempo esos aires finales de triunfalismo bélico luego de admitir heridas que son demasiadas y demasiado importantes para un régimen político que se concibió a sí mismo y se presentó al mundo como “revolucionario” y como “socialista”; incluso aceptando que la victoria guerrera no alude a otra cosa que al mantenimiento de la élite del poder.

Más directo y punzante que el de Lage fue, por ejemplo, el lenguaje utilizado por Alfredo Guevara en el mencionado congreso de la UNEAC, arremetiendo incluso contra baluartes innegables del orgullo “revolucionario” como es el caso de los logros educativos. Sobre el tema, Guevara se preguntó: “¿Puede la escuela primaria y secundaria y el pre, tal y cual han llegado a ser, regenteadas por criterios descabellados e ignorantes de principios pedagógicos, psicológicos elementales, y violadora de derechos familiares, ser formadora de niños y adolescentes, y por tanto fundar futuro?” Contestándose en un mismo acto que “jamás podrá construirse con solidez a partir de dogmas, empecinamiento, desconocimiento de la realidad real o ignorando alertadores de la experiencia y de los ciudadanos”. Una clara muestra de disconformidad y hasta de pesar que Guevara rápidamente extendió al monocorde Instituto Cubano de Radio y Televisión -ubicado bajo la directa supervisión del Departamento Ideológico del Partido Comunista- a cuyas dependencias trató de “medios de comunicación neo-coloniales en su programación estupidizante y dominados por tan descomunal ignorancia que no se saben aliados del capitalismo en su manifestación más soez” (http://www.kaosenla red.net/noticia/peor-enemigo-revoluciones-ignorancia). Discursos éstos que, no obstante, sin perjuicio de su virulencia y de su carga de amargas constataciones, no llegan todavía a penetrar en la crítica a fondo de la entera trama de poder ni a desvelar su supervivencia.

* ¿Perfumes viejos en frascos nuevos?

En efecto, la trama de poder no parece haber cambiado demasiado más allá de la pérdida de su componente carismático. Ya no estará Moisés para conducir al pueblo hebreo a través del Mar Rojo ni para romper irritado las tablas de la ley y todos saben que no habrá operación de marketing capaz de volver seductor a Raúl Castro. Entonces, el discurso estatal, repentinamente privado de sus vuelos más inspiradores, no cuenta con otros recursos que los sinceramientos mínimos y las apelaciones a la eficiencia. Hoy todo el mundo sabe -y ahora por boca de la actual máxima jerarquía del Estado o de su principal órgano de prensa- que Cuba no puede producir los alimentos que necesita su población, que la agricultura se encuentra en una situación ruinosa y sin solución inmediata, que los sistemas de transporte todavía son vetustos, ¡que buena parte de la población de La Habana en condición de trabajar ya ni siquiera se molesta en conseguir empleo porque no vale la pena! (http://www.granma.cubaweb.cu/ 2008/03/21/nacional/artic10.html), que la canalización del agua sigue siendo deficitaria, etc. Y también sabe del “exceso de prohibiciones y medidas legales, que hacen más daño que beneficio” porque, unos meses antes que Lage, el propio presidente entonces en funciones y luego electo, Raúl Castro, lo ha dicho de ese modo y de cuerpo presente en su discurso de fin de año en la Asamblea Nacional del Poder Popular (http://www.granma.cu/espanol/ 2007/diciembre/sabado29/deseo-e.html). Ya nadie duda, entonces, que todo eso tiene que cambiar y quedan muy pocos que todavía no se han percatado que los créditos son a término y las paciencias se agotan. Para la gran mayoría de la gente, los cambios deben ser inmediatos -hic et nunc, dirían los romanos- o no se producirán jamás.

Pero, claro, los cambios están en manos de las mismas figuras repetidas que debieran hacerse responsables de la situación y es por eso que no puede esperarse demasiado de ingenios y predisposiciones que hasta ahora no estuvieron en condiciones de demostrar. Por eso los “cambios” que se han diseñado son hermanos de la trivialidad: permisos para vender ciertos medicamentos en las farmacias del barrio o teléfonos celulares a los que hasta ayer se accedía a través de algún amigo venido de fuera del país, permisos para que los campesinos compren ¡aperos de labranza, semillas y fertilizantes! y también para el usufructo permanente de tierras estatales improductivas, permisos para que aquellos que cuentan con pesos convertibles puedan acceder a computadoras, DVD’s y ¡alarmas de autos! y permisos también para que los cubanos podamos alojarnos en los mismos hoteles que hasta ahora sólo estaban reservados para los turistas extranjeros. ¡Si hasta causa sorpresa, no que se hayan levantado dichas interdicciones sino el hecho de que tantas cosas mundanas hayan estado alguna vez prohibidas! Mientras tanto, sigue estando pendiente un permiso fundamental entre tantos otros y los cubanos tendremos que esperar todavía un tiempo más para que un viaje al exterior o una simple excursión de regreso momentáneo sea algo distinto al via crucis.

El veterano “comandante” se revuelve colérico o angustiado en su lecho de convaleciente y en carta enviada al congreso de la UNEAC pone al tanto del disgusto que le provocaría una eventual avalancha de artefactos electrodomésticos: “¿Puede incluso garantizarse la salud mental y física con los efectos no conocidos todavía de tantas ondas electrónicas para las cuales no evolucionó ni el cuerpo ni la mente humana? Un congreso de la UNEAC no puede dejar de abordar estos espinosos temas” (http://www.kaosenlared.net/noticia/carta-fidel-vii-con...). Y su rugido apocalíptico no deja de llamar la atención; sobre todo porque él mismo ha sido durante todos estos años el cubano más expuesto a “tantas ondas electrónicas”. Además, tiene un cierto tono enigmático su exhortación a que un congreso de intelectuales y artistas aborde un tema para el que, en principio, parecerían estar más capacitados los practicantes de otras disciplinas. ¿Se tratará de una tardía búsqueda de postreros aliados; de un dramático pedido de auxilio en procura de quienes puedan compartir sus atavismos autoritarios y pastorales?

Más allá de estas idas y vueltas, desde ya habrá que hacerse a la idea de que el torrente de “libertades” que se avecina no es genérico y mucho menos prescindente de duras medidas punitivas o de las ya clásicas y absurdas interdicciones: no pagar el boleto en la guagua con los disturbios consiguientes puede ser considerado un “hecho vandálico” y sus autores merecerán pena de cárcel (http://www.noticiasdeautobus.com/tag/sucesos/page/11/), mientras que quienes quieran tener su propio blog serán drásticamente bloqueados por suponerse que, mediante el incentivo de circulación y de uso de ciertos programas, quizás pongan en peligro la “seguridad nacional” (http://www.kaosenlared.net/noticia/potro-salvaje-tumbo...). Algunas prohibiciones consideradas “excesivas” empiezan a caer por su propio peso, pero nada de ello afecta por el momento a la conculcación institucionalizada de las libertades esenciales; algo que el hostigamiento que vienen sufriendo los espacios contraculturales juveniles demuestra sobradamente. Allí están, para ponerlo en evidencia una vez, más las citaciones y “molestias” de que vienen siendo objeto los integrantes de la banda de rock Porno para Ricardo y muy especialmente su vocalista Gorki Águila.

* Autogestión: aroma de libertad e igualdad en solidaridad

Algo huele a diferente en Cuba, sí; pero no tanto como para hacerse demasiadas ilusiones sobre la estrategia de recomposición que parece conducir los pasos de su fosilizada “vanguardia”. A nuestro modo de ver, la flexibilización en curso responde a algunas razones básicas, políticas y económicas. Entre las razones políticas, cabe señalar en primer lugar la necesidad de dar a entender que está produciéndose un cambio de orientación y que ese cambio constituye el signo de distinción del tránsito entre uno y otro Castro; y, en segundo término, la urgencia por alentar expectativas mínimas en una población que ha comenzado a mostrar con mucho mayor claridad su creciente descontento. Entre las razones económicas, mientras tanto, las medidas están orientadas a una captación adicional de dólares que vigoricen arcas estatales que no están en condiciones de responder a las necesidades de importación del país y para las cuales no es suficiente el cuantioso subsidio venezolano; un aporte de divisas que no todos pueden realizar. En una apuesta de mediano plazo, la búsqueda más afanosa seguramente consiste en encontrar el modo de que el país recupere niveles perdidos de productividad y sustentabilidad alimentaria antes que la situación se vuelva decididamente insoportable. En ese camino, y sin que ello responda a un coherente proyecto de conjunto, se trata de ir adoptando medidas tomadas del “modelo chino” y combinadas con otras procedentes del “modelo vietnamita”, tal como lo ha reconocido recientemente Omar Everleny, profesor universitario y alto directivo del Centro de Estudios de la Economía Cubana (http://news.bbc.co.uk/hi/spanish/latinamerica/ newsid7325000/7325340.stm). Raúl Castro, mientras tanto, fue más elocuente en su discurso de fin de año y junto con sus deseos de un feliz 2008, se despidió con el equivalente “materialista” y de vanguardia del abracadabra gubernamental: “¡Y a trabajar duro!” (http://www.granma.cu/espanol/2007/diciembre sabado29/deseo-e.html)

El régimen político quiere mostrar una cara más flexible, entonces, pero ello no parece ser otra cosa que una operación de conservación; un manotazo de ahogado que la tozudez y la soberbia del “comandante en jefe” impedían dar. La extendida trama de órganos de represión y control del Estado está intacta pero, así y todo, es de celebrar que en Cuba haya una saludable tendencia a la irradiación de un discurso distinto del oficial: con otros contenidos, con otros matices, con otros ritmos y por otros medios que no son aquellos sobre los cuales el gobierno mantiene todavía una estricta disciplina. Por lo pronto, las críticas a la completa estatización de la economía y a los descalabros que ha producido a lo largo de las décadas la planificación centralizada así como el radical sentimiento de ajenidad que los trabajadores cubanos experimentan hacia la estructura productiva “socialista” ha llevado a algunos analistas a la recuperación de propuestas autogestionarias; algo sobre lo cual los anarquistas tenemos bastante para decir.

Y lo primero que hay que decir es que la autogestión no es un adorno ni un paliativo sino una concepción integral antagónica del capitalismo privado o estatal; una concepción que rivaliza con cualquier otro modelo de producción, distribución e intercambio y que existe en régimen de completitud, sin trabas ni mediatizaciones, sólo en la medida que pueda generalizarse a todos los órdenes del quehacer social. En definitiva, la autogestión no puede ser entendida como un bebé de probeta, como una práctica digna de alguna experimentación minimalista y en condiciones de aislamiento sino como un modelo de relaciones entre seres libres, iguales y solidarios ubicados en posición de decidir individual y colectivamente sobre su propia vida. Así como la planificación estatal centralizada y la competencia de mercado característica del capitalismo privado se requieren totales, también la economía autogestionaria cuenta con su propia vocación de plenitud; una vocación que la lleva a manifestarse en planos que no son propiamente económicos y que incluyen la entera vida de la gente. La autogestión no es un decorado sino un principio; no es un modelito de ocasión sino un proyecto emancipador y revolucionario mediante el cual repensar a partir de la gente misma la sociedad cubana.

Siendo así, mucho nos tememos que los sedicentes planteos “autogestionarios” que circulan en Cuba no puedan ir más allá de la búsqueda de una identificación recuperada de los trabajadores con las empresas estatales tanto como de una productividad creciente: cosas que tal vez el gobierno pueda pensar en conceder por cuentagotas a pequeñas cooperativas agropecuarias vinculadas al abastecimiento alimentario. Pero eso no es una autogestión generalizada y genuina sino una nueva vuelta de tuerca gubernamental que le permita a la élite del poder extender sus plazos y renovar su capacidad de instrumentación sobre los trabajadores.

La autogestión tal como la concebimos los anarquistas no puede tan siquiera pensarse si no es a partir del despliegue de las libertades populares y de la autonomía de las organizaciones de base. Dicho en buen romance y a la inversa: los sedicentes “autogestionarios” que hoy se manifiestan en Cuba sólo apreciarán una parte del problema hasta tanto no sean capaces de reconocer que no hay autogestión posible en el marco de una configuración persistentemente represiva, de un predominio exuberante de los órganos militares y policiales, de un control monopólico por parte del partido único de todos los mecanismos de expresión y decisión de la sociedad cubana y de un recurrente alineamiento disciplinario de las organizaciones “de masas” a la élite del poder. Mientras ello no cambie, seguirá siendo cierto que algo ha comenzado a oler diferente en Cuba pero también es cierto que el aparato de gobierno continúa actuando como el desodorante más eficaz. Una vez más habrá que optar no por la fe en el gastado aparato de dominación sino por la confianza en la capacidad de la gente para conquistar y ensanchar sus propios espacios de libertad. Recordar estas cosas en una fecha emblemática como el 1º de mayo es para el Movimiento Libertario Cubano la enésima rúbrica de su vocación anárquica y socialista; es la evocación emocionada de nuestras lejanas raíces y sobre todo la reafirmación consecuente de un horizonte emancipador que nos hermana inconfundiblemente con los pueblos del mundo que luchan por su libertad.

Movimiento Libertario Cubano - Mayo de 2008
movimientolibertariocubano@gmail.com

[Al momento de difundir esta declaración, no está operativa nuestra página web, que esperamos tener de nuevo en Internet a la brevedad. Entre tanto, pueden consultarse un buen número de documentos producidos por o referidos a el MLC en http://www.nodo50.org/ellibertario, particularmente en diversas ediciones de El Libertario, la sección de Textos y en http://www.nodo50.org/ellibertario/cubalibertaria.htm.]

Anarchici contro il Fascismo

24/04/2008 - 20:00
24/04/2008 - 23:59
anarchici contro il fascismo
Sommario:
incontro/dibattito anarchici contro il fascisti
Promotore evento:
gruppo anarchico - carlo cafiero - F.A.I. Roma

Perseguitati fin dall’inizio del regime fascista, gli anarchici non hanno atteso l’otto settembre per combattere contro il fascismo.
L’iniziativa dal basso, l’azione diretta, la pratica di lotta per la libertà hanno fatto degli anarchici parte integrante di un movimento di popolo in rivolta contro l’oppressione.

Nell’anniversario dell’insurrezione del 25 aprile, vogliamo ricordare il lato non ufficiale della Resistenza: quello del popolo e delle borgate, quello dal basso, quello Anarchico.
Riprendiamoci la nostra storia con l'approccio, diretto e critico, alle fonti e alle testimonianze.

Incontro-dibattito con il partigiano anarchico Marcello Cardone

24 Aprile 2008
Blow, h. 20:30

Via di Porta Labicana 24, angolo Via dei Sabelli - San Lorenzo
(Rinfresco sociale a sostegno delle attività del gruppo e stand di libri e saggi libertari.)

Ayer y Hoy del Anarquismo en Venezuela

autore:
El Libertario, Venezuela
Sommario:
* He aquí un apretado bosquejo de la huella libertaria en el proceso histórico de este país, preparado por integrantes del Colectivo Editor de El Libertario. Esperamos que sirva como referencia útil para quienes se interesen en el tema.

La incidencia anarquista en la historia venezolana ha sido menos marcada que en otros lugares de Latinoamérica, donde se manifiesta vigorosamente a través de luchas colectivas, publicaciones, personajes y debate de ideas. Sin embargo, merece evocarse pues no ha dejado de tener influencia en nuestra evolución social y cultural.

Del Siglo XIX al primer tercio del XX, algunos intelectuales locales fueron simpatizantes o lectores tolerantes del anarquismo, pero sin nada parecido a un Flores Magón, Barret, Oiticica, González Prada u otros de sus exponentes conocidos en el pensamiento continental [Cappelletti 1990]. Los pocos que exploraron la senda libertaria apenas dejaron referencia escrita y luego optaron por el positivismo o el marxismo; sólo valdría mencionar a Pío Tamayo, que en la cárcel instruyó a jóvenes luchadores antigomecistas en el “socialismo de Bakunin y Marx”, hasta poco antes de morir en 1936 [Sananes 1987]. Considerando las luchas populares, historiadores de la Guerra Federal (1859/1863) -la mayor conmoción social en Venezuela entre la Independencia y la era petrolera- destacan la influencia que tuvieron Proudhon y el socialismo francés en Ezequiel Zamora, el General del Pueblo Soberano. El programa del federalismo zamorista es claro: “...horror a la oligarquía, libertad de hombres y tierras, igualación social”, expresando una intención radical que sólo se pudo detener con su asesinato [Brito Figueroa 1981].

A comienzos del Siglo XX, emigrantes anarcosindicalistas europeos contribuyeron a que la organización obrera asomara pese al atraso económico, social y cultural [Rodríguez 1993]. Esos esfuerzos -formación de mutuales y gremios, huelgas, propaganda, etc.- fueron algo más notorios al iniciarse la industria petrolera, pero la dictadura de Juan Vicente Gómez (1908/1935) persiguió con saña toda actividad sindical, impidiéndole desarrollarse como en otras latitudes. Los escasos y acosados militantes sociales dentro del país intentaban con muchas dificultades hacerse de un pensamiento político, mientras la mayoría del exilio antigomecista era ajeno a influencias radicales. Entre la minoría, el atractivo en expansión del bolchevismo ruso resultó demasiado fuerte para que el anarquismo ganase adeptos. Cuando esa fracción marxista regresó tras la muerte del tirano, ocupó totalmente el campo de la izquierda, absorbiendo al puñado de lectores y discípulos clandestinos del ideal libertario, que estuvieron incluso entre los fundadores del Partido Comunista de Venezuela (1936) y Acción Democrática (1941), partidos que controlaron el proceso de organización política de masas en el período posterior. Adicionalmente, la represión anti-anarquista tenía rango constitucional y se instrumentó en la llamada “Ley Lara”, vigente entre 1936/1945.

En los años 40 y 50 llegaron muchos exilados anarquistas ibéricos, que afrontaron no sólo el peso de la derrota en la Guerra Civil Española, sino un medio adoptivo donde sus ideas eran vistas como extrañas. La perentoria necesidad de subsistir y tener que adecuarse al ambiente de cerril autoritarismo fueron obstáculos adicionales para dificultar la organización de potenciales simpatizantes criollos; sin embargo, se hicieron esfuerzos palpables, particularmente tras 1958 al finalizar 10 años de dictadura militar, cuando se estableció la Federación Obrera Regional Venezolana (FORVE) -afiliada a la Asociación Internacional de Trabajadores (AIT-IWA), agrupación mundial anarcosindicalista fundada en 1922-, se formaron algunos grupos específicos, se editaron publicaciones periódicas, folletos y libros, pero poco de esta actividad trascendió fuera de los círculos más concientizados de emigrantes peninsulares [Montes De Oca 2008].

La oleada de impugnación sociopolítica que se vivió mundialmente a fines de los años 60 -especialmente el mayo francés de 1968 con su indudable raíz libertaria- también llegó al país. Su huella fue evidente en la Renovación Universitaria que conmocionó a las principales instituciones de Educación Superior entre 1968 y 1970, para mantenerse presente en movimientos estudiantiles y de cultura alternativa posteriores. Sin embargo, salvo la menguante presencia de los veteranos españoles, pasarán años para que existan agrupaciones que se identifiquen con el ideal y la práctica anarquista, pues en los 70 el marxismo aún se consideraba soporte ideológico insustituible de cualquier propuesta revolucionaria en Venezuela.

Entre 1980 y 1995 emergieron intentos de organización cabalmente anarquistas buscando conectarse con luchas y movimientos sociales, siendo el Colectivo Autogestionario Libertario (CAL) el más visible. Se editaron El Libertario -9 números entre 1985 y 1987, a cargo del CAL- y Correo A -28 números entre 1987 y 1995-, periódicos que fueron referencia y punto de reunión para algunos activistas, donde hubo quienes venían del marxismo, exilados ácratas latinoamericanos, y, principalmente, jóvenes que llegaban al anarquismo desde la escena punk. También se hizo notar la actividad académica y divulgativa de Ángel Cappelletti, anarquista argentino que laboró en Venezuela por 26 años [Méndez y Vallota 2001]. Pese a las dificultades para hacer comprender e impulsar propuestas anarquistas de autogestión y acción directa en un medio donde era casi absoluto su desconocimiento o mala interpretación, poco a poco se despejaron caminos para llegar a diversos ámbitos donde se expresaban iniciativas afines. Además, ocurrió el estallido popular del 27/02/1989, “El Caracazo”, que junto a otros eventos nacionales (en especial, la crisis del rentismo petrolero y del modelo político establecido en 1958) e internacionales (como el derrumbe de las burocracias del Este de Europa), abrieron espacios para propagar el ideal libertario.

El esfuerzo por asociar anarquismo y luchas colectivas concretas se hizo más patente al reaparecer El Libertario desde 1995, cuyo grupo responsable se identificó hasta 2007 como Comisión de Relaciones Anarquistas (CRA), para luego denominarse Colectivo Editor de El Libertario. Es la publicación más perdurable en la historia ácrata local, editando unos 5 números cada año, con una difusión significativa al comparar con empeños semejantes del país o del continente. Junto a ella, hay núcleos e iniciativas anarquistas con áreas de intervención varias y ubicadas en diversas regiones, destacando el funcionamiento de locales específicos (como el CESL en Caracas, el CEA en Mérida y el Ateneo La Libertaria, primero en Biscucuy y después en el área rural al suroeste de Lara), la organización en enero de 2006 del Foro Social Alternativo en Caracas, la actividad de la Cruz Negra Anarquista, la edición persistente de variados materiales de divulgación, y el impulso dado a distintos eventos de protesta social y agitación cultural. Este proceso ha debido superar la prueba de la “revolución bolivariana”, acaudillada por Hugo Chávez, que para los anarquistas representa una tramoya demagógica, corrupta, militarista e ineficiente ante la cual ha alucinado buena parte del socialismo local y mundial, dificultando en mucho el desarrollo de movimientos populares autónomos, línea de acción que promueve el anarquismo venezolano.

Referencias

* Alterforo (2006). –Boletín en español e inglés del Foro Social Alternativo- Caracas.
* BRITO FIGUEROA, F. (1981). _Tiempo de Ezequiel Zamora_, Caracas, UCV.
* CAPPELLETTI, A. (1990). “Anarquismo Latinoamericano”, pp. IX-CCXVI, en A. Cappelletti y A. Rama (Recopiladores): _El Anarquismo en América Latina_, Caracas, Biblioteca Ayacucho.
* Correo A (1987-1995). Caracas (también en: www.geocities.com/samizdata.geo/CorreoA.html).
* El Libertario (1985-1987). Caracas.
* El Libertario (1995-2008). Caracas (también en: www.nodo50.org/ellibertario, con amplia sección en inglés).
* MÉNDEZ, N. y A. VALLOTA (2001). _Bitácora de la Utopía_, Caracas, UCV (también disponible en varios sitios de Internet).
* MONTES DE OCA, R. (2008) “Anarquismo en Venezuela”, Caracas, inédito.
* RODRÍGUEZ, L. (1993). “Conociendo al Anarcosindicalismo Venezolano”. Correo A, Caracas, # 22, pp.16-17.
* SANANES, M. (1987). _Pío Tamayo, una Obra para la Justicia, el Amor y la Libertad_, Caracas, sin editorial.
* UZCATEGUI, R. (2001). _Corazón de Tinta_, Caracas, Naufrago de Itaca.

[El Libertario, # 53, abril-mayo 2008, Venezuela]

Anarchism in Venezuela, past and present

autore:
El Libertario, Venezuela
Sommario:
* This is a brief outline of the libertarian footprint in the history of Venezuela, prepared by members of the Collective Editorship of El Libertario. We hope that this serves as a useful point of reference for those who are inerested in the subject.

The profile of anarchism in Venezuelan history has been less pronounced than in other parts of Latin America, where it has vigorously manifested itself through collective struggles, publications, personalities and ideological debate. It is, however, worth pointing out that it has also influenced our social and cultural evolution.

From the end of the 19th Century to the first third of the 20th Century, some local intellectuals were either sympathizers or tolerant readers of anarchism, but nothing like a Flores Magón, Barret, Oiticica, González Prada or other exponents of Latin American anarchist thought (Cappelletti 1990). The few who did explore libertarian pathways produced hardly any written material, and then veered towards positivism or Marxism; it is only worth mentioning Pío Tamayo, who taught the ‘socialism of Bakunin and Marx’ to young anti-Gómez activists in prison until shortly before his death in 1936(Sananes 1987). In terms of popular struggle, historians of the Federal War (1859-63) – the biggest social upheaval between Independence and the petrol era- point out the influence of Proudhon and French socialism on Ezequiel Zamora, General del Pueblo Soberano (General of the Sovereign Nation). The zamorist federal program was clear, “…horror of the oligarchy, freedom for men and lands, social equality”, expressing a radical intent that was only halted by his assassination. (Brito Figueroa 1981)

At the beginning of the 20th Century, European anarcho-syndicalist immigrants contributed towards the emergence of worker organisations despite economic, social and cultural backwardness (Rodríguez 1993). These efforts – formation of mutual societies and guilds, strikes, propaganda etc – gained them a certain notoriety in the era of the oil industry, however the dictatorship of Juan Vicente Gómez (1908-35) viciously repressed all syndical activity, preventing it from developing as it did at other latitudes. The few hounded social militants that remained in the country tried with great difficulty to generate political thought, whilst the majority of the anti-Gómez exiles were not open to radical thought. Amongst the radical minority, the attractiveness of the expansion of Russian bolshevism proved too strong and effectively stemmed the flow of anarchist thought. When this Marxist faction returned after the death of the tyrant, it occupied the entire field of leftwing politics, absorbing the handful of readers and clandestine disciples of the libertarian ideal, who were even among the founders of the Venezuelan Communist Party (PCV- 1936) and Acción Democrática (1941), the two parties that would subsequently control the process of the political organisation of the masses. Additionally, the anti-anarchist repression had a constitutional footing and was implemented in the so-called Ley Lara (Lara law) which was in effect between 1936-45.

Many exiled Spanish anarchists arrived in Venezuela during the 1940’s and 1950’s, and had to deal, not only with the weight of defeat in the Spanish Civil War, but also an adoptive environment where their ideas were seen as strange. The urgent need to subsist and the imperative to adapt to the atmosphere of brutal authoritarianism were additional obstacles to the organisation of potential local sympathizers. Their efforts were not, however, in vain, particularly after 1958 when, after ten years of military dictatorship, the Federación Obrera Regional Venezolana – FORVE (Venezuelan Regional Workers Federation, affiliated to the International Workers Association, a global anarcho-syndicalist movement founded in 1922) was established. Too, some specific groups were formed, newspapers, pamphlets and books were produced, but little of this activity transcended beyond the most politically aware circles of Spanish immigrants (Montes de Oca 2008).

The wave of socio-political contestation that was experienced globally at the tail end of the 1960’s – especially May 1968 in France with its indubitable libertarian roots – also took hold in Venezuela. Its mark can be clearly seen in the Renovación Universitaria (University Renewal) that profoundly shook the principal institutions of higher education in Venezuela between 1968-70, and maintained its presence in subsequent student movements and alternative culture. However, apart from the diminishing presence of Spanish veterans, years would pass before groups that identified themselves with the ideal and practice of anarchism would exist, this is because in the 70’s Marxism was still considered the irreplaceable ideological support for any revolutionary proposal in Venezuela.

Between 1980 and 1995 there were clearly anarchist attempts to connect with social struggles and movements, the Colectivo Autogestionario Libertario - CAL (Libertarian Self-managing Collective) being the most visible. Two journals, El Libertario (published by CAL – 9 editions between 1985-87) and Correo A (28 editions between 1987 and 1995), were points of reference and reunion for activists, exiled Latin American libertarians, and, principally, young people who came to anarchism through the punk scene. Also noteworthy at this time was the academic and informative activity of Angel Cappelletti, an Argentinian anarchist who worked in Venezuela for 26 years (Méndez & Vallota 2001). Despite the difficulties inherent in trying to propagate and push forward anarchist proposals of self-management and direct action in an environment where they were either unknown or poorly interpreted, little by little routes towards diverse spaces where such projects could be expressed became apparent. And then on 27/02/1989 the popular rising known as the ‘Caracazo’ occurred, which together with other national events (particularly the crisis of near total dependency on the oil industry and of the political model that was established in1958) and international events (such as the fall of the Eastern European bureaucracies), opened spaces where the libertarian ideal could be propagated.

The attempt to fuse anarchism with concrete collective struggles was made more apparent by the reappearance of El Libertario in 1995, whose working group called itself first, the Comisión de Relaciones Anarquistas - CRA (Commission of Anarchist Relations), and after 2007 the Collective Editorship of El Libertario. It is the most lasting publication in local libertarian history, publishing 5 editions every year and with a significant circulation compared with other local and continental publications. Side by side with El Libertario are numerous core groups and initiatives with various areas of intervention and which are located in diverse regions, highlighting the working of specific spaces( such as the CESL in Caracas, the CEA in Mérida and the Ateneo La Libertaria, first in Biscucuy and then in the rural area to the southwest of Lara), the organisation in January 2006 of the Alternative Social Forum in Caracas, the activity of the Anarchist Black Cross, the persistent publication of various informative materials, and the impulse given to distinct events of social protest and cultural agitation. This process has had to overcome the test of the ‘Bolivarian revolution’, led by Hugo Chávez, which for anarchists represents a demagogic, corrupt, militarist and inefficient swindle which has deceived a large sector of local and international socialists, making the development of autonomous popular movements, a course of action promoted by Venezuelan anarchism, more difficult.

Bibliography

* Alterforo (2006). –Bulletin in Spanish and English of the Alternative Social Forum- Caracas.
* BRITO FIGUEROA, F. (1981). _Tiempo de Ezequiel Zamora_, Caracas, UCV.
* CAPPELLETTI, A. (1990). “Anarquismo Latinoamericano”, pp. IX-CCXVI, in A. Cappelletti & A. Rama (Eds.): _El Anarquismo en América Latina_, Caracas, Biblioteca Ayacucho.
* Correo A (1987-1995). Caracas (Also at: www.geocities.com/samizdata.geo/CorreoA.html).
* El Libertario (1985-1987). Caracas.
* El Libertario (1995-2008). Caracas (also at: www.nodo50.org/ellibertario, with an extensive English section).
* MÉNDEZ, N. & A. VALLOTA (2001). _Bitácora de la Utopía_, Caracas, UCV (Also available at various internet sites).
* MONTES DE OCA, R. (2008) “Anarquismo en Venezuela”, Caracas, unpublished.
* RODRÍGUEZ, L. (1993). “Conociendo al Anarcosindicalismo Venezolano”. Correo A, Caracas, # 22, pp.16-17.
* SANANES, M. (1987). _Pío Tamayo, una Obra para la Justicia, el Amor y la Libertad_, Caracas.
* UZCATEGUI, R. (2001). _Corazón de Tinta_, Caracas, Naufrago de Itaca.

[El Libertario, # 53, April-May 2008, Venezuela]

South American anarchists and anti-militarists say NO to war

autore:
Anarquistas y antimilitaristas
Sommario:
* The threat of armed conflict involving the governments of Colombia, Ecuador and Venezuela has mobilized anarchists and anti-militarists across the continent, in words and in action, to repudiate what would be a monstrous aggression by state powers ...

* The threat of armed conflict involving the governments of Colombia, Ecuador and Venezuela has mobilized anarchists and anti-militarists across the continent, in words and in action, to repudiate what would be a monstrous aggression by state powers against our peoples. Below there are two documents that call for struggle against this evil.

__Declaration of Latin American antimilitarists: We don’t need another war__

We don’t need another war. We, conscientious objectors and antimilitarists from Ecuador, Colombia, Venezuela and the whole of Latin America and the Caribbean together, categorically refuse to participate in belligerent escalades that will lead to a war that, again, will attempt to divide us. We have enough with hunger, corruption, rampant militarism, the obscene military budget, insecurity, the continuous violations of human rights by our governments, for them to give us yet another armed conflict.

War will only strengthen nationalism in the countries involved, increasing the xenophobia already existing in our countries. It will empower the armed forces giving them another excuse to increase their budgets and will hide the problems that plague us even more as Latin American and Caribbean peoples: the out of control exploitation of our resources, the ever so high levels of unemployment, discrimination and gender-based violence, corruption and the mafias in power, whole communities displaced because of war or single crop agriculture, racism and class discrimination, etc. None of these can be solved by war. On the contrary, war will mean that these problems will increase just as they have in every dictatorship and in every civil war.

A war among Latin American states is also a civil war among brothers, driven to slaughter by militarist governments, either of the right or of the left. The only winners in a fratricide war are the global arms merchants who in the United States or in the Russian Federation build their laboratories of war and oppression in our countries under the euphemism of “Plan Colombia”.

We say no to war and its preparations. No to empowering the military, either of the left or of the right. Yes to people’s autonomy and their struggles. Yes to Latin American brotherhood.

We call for massive action against militarism and war, we are committed to working together for justice and solidarity, outside the barracks, in each of our countries.

Latin American and Caribbean Antimilitarists / Antimilitaristas de Latinoamérica y el Caribe

Organizations & persons:

Internacional de Resistentes a la Guerra - IRG/WRI
Grupo de Afinidad Antimilitarista de Asunción GAAA (Asunción-Paraguay)
Pelao Carvallo, consejero IRG
Yeidy Luz Rosa Ortiz, Casa Feminista de Rosa - Quito, Ecuador
Periódico El Libertario - Venezuela
Xavier León, Grupo de Objeción de Conciencia del Ecuador - GOCE
Movimiento Antimilitarista y de Objeción de Conciencia MAOC Chile
Adriana Castaño Román, Red Juvenil de Medellín, consejera IRG
Accciòn Colectiva de Objetoras y Objetores de Conciencia  (ACOOC) Bogotá
Colectivo Antimilitarista de Carabanchel, españa
Movimiento de Objeción de Conciencia de Paraguay Moc Py
Alicia Zárate-artista visual-SOS Tierra. Arte acción. Arg.
Claudia Ruiz Herrera- artista visual
Osmar Arturo Duran
KOLECTIVO UTOPIA ACRATA LIBERTARIO (K.U.A.L.)
Ateneo Autonomo de Contracultura y Estudios Acratas
Elda Munch Comini, Rosario, Santa Fe, Argentina.
Laura Fernández, Argentina
Rafael Cuesta
Colectivo "Libertarixs-Guayaquil", Ecuador
Violeta Franco, feminista antimilitarista
María Luisa Rojas Bolaños, mujer, madre y abuela. Médica, profesora de la Facultad de Medicina de la UADY e integrante de UNASSE una ONG feminista y defensora de los Derechos Humanos, en Mérida Yucatán. México.
Banda "Grito Libertario"
Ernesto Soltero Resistencia Civil, Caracas, Venezuela

Further signatures to antimililat@gmail.com

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__Revolution is not possible without peace__

Castro said it: “The din of war sounds loud in South America”. The verbal escalade between Uribe and Chavez appears to be more than rhetoric. Tanks sent to the border, ambassadors kicked out and heated speeches and public appearances up the ante of confrontation. Maybe it won’t be this time, though there’s no doubt the situation is alarming. Perhaps the waters will return to their level, waiting for a future occasion to unleash the conflict. I wholeheartedly hope this will never happen because I am repelled at the prospect of our peoples killing each other because of state interests, whatever the circumstances may be. But for now everything looks dark.

The truth is that bellicose rhetoric favors both Uribe and Chavez, the latter perhaps more so. The truth is that the Comandante’s revolutionary discourse has seen better days. After the December 2nd defeat, the first electoral thrashing he has got, the floodgates of discontent within chavismo have swung open. Not the discontent seen on TV with high sounding declarations, but that of the people who abstained and caused the constitutional reform defeat, the same people who are tired of empty supermarket shelves and abandoned Missions while the Boli-bourgeoisie drives expensive cars. The same people who denounce corruption and confront the Ministry of Labor bureaucracy and get shot by the National Guard in return. The very same people who those chavistas closest to the presidency accuse of being left deviationists, ultra-left or anarchists, of whom it is said it isn’t ready for socialism after nine years waiting for some real moves, and who get desperate seeing Chavez flirting with the right in the past few months. Not in vain calls to internal discipline by the constituted power multiply, demanding unity for the coming electoral battle. Those who complain within the PSUV (Venezuela’s socialist party) are summarily expelled even when they’re just denouncing corruption, even though said party is not yet formally constituted, has no statutes but it already has a disciplinary committee.

It is not the first time that when the revolutionary rhetoric of a populist movement is exhausted they resort to rancid vociferous and aggressive nationalism. It’s the best remedy against dissent, since when you have an external enemy you can conflate it with any internal threat to the stability of the regime, thus solving the problem of the dissidents, no doubt on the enemy’s payroll. We’ve seen a lot of this in Venezuela: Bill Gates implants chips on people, so and so work for the CIA, same old same old. In reality an open conflict with Colombia will be just another step forward in this game, a life saver for a chavista regime that’s losing its bearings and its base. Thus it is not strange that although the main problem is the Ecuadorian border violation by Colombian troops, the Venezuelan government wastes no time joining the fray and increases tension by sending troops, instead of playing a pacifying role that could really be of diplomatic benefit.

Of course Uribe also feeds off the confrontation. He has done everything possible to sabotage any dialogue with the guerrilla, to impede the freeing of the hostages, in order to advance an armed solution to the conflict (or its continuation for that matter) since he came to power with that discourse and already he’s exploring the possibility of constitutional reform that will allow him re-election. There are frightening coincidences. If not, explain to me why kill the mediator responsible for the liberation of Betancour a few days before his release was announced. He has clearly shown he prefers war to a peaceful accord. His has always been an aggressive and para-military policy that says organizing a lively and active civil society, an urgent necessity in Colombia after sixty years of conflict, equals supporting the guerrilla. Another example of how a known enemy can be used to persecute that which is perceived as a threat. Of course the Unites States supports all this as they stand to be the greatest beneficiary of a conflict that would mire Venezuela in a long war. Nothing pleases the established powers more than consensus, and Uribe exploits it as much as he can, to the point of accusing any critic of the government of being in the guerrilla, to say nothing of union activists, human rights defenders, etc. Uribe has bet on personal power at the expense of all Colombians, who are now threatened with the possibility of war, and because of the resumption on the part of the FARC to a campaign of indiscriminate attacks. There are few people in the world that suffer their governments as much as the Colombian people.

After all a war will only serve to perpetuate both rulers in power, each one waving the colored rags that move the nationalists so much, flags that in this case are painfully similar. Meanwhile the people bleed in a war that’s not their war, not the class war, crying for their children, without justice, bread or peace. Neither the bourgeoisie the politicians nor the bureaucrats will take part.

But in the case of Venezuela there’s an added evil. Let there be no doubt that in case of war the revolution is finished. Once again politicians of every ilk will trade the people’s hope for mirrors and beads, in this case bullets and machete blows. In case of armed confrontation nothing is easier than to intensify the calls to discipline, disqualify those who dare take the initiative apart from the government; nothing easier than to change the priorities of building the socialism for the XXI century for victory in war. Socialism for later, when it will again be possible, if at all. We’ve seen it in Spain, at the end we have no revolution, we lose the war and we’re really fucked.

As usual, the only solution to the governmental madness is the people, a revolutionary tide that will run over the demagogues, the populists and those who sell their mothers on both sides of the border, dedicated to building a strong civil society from below, independent of that power that always tries to perpetuate itself, a self-managed society, revolutionary by vocation and nature, without blinding leaders, internationalist and in solidarity, that recognizes that the people of Colombia, Venezuela and Ecuador are brothers for many reasons, brothers in suffering, brothers in their desire for peace and justice. For starters, nothing would be better than not being deceived by war proclamations and totally rejecting war among states, any war except class war. Mobilizing for peace must begin as soon as the drums of war start beating. Later it will be too late.

Miguel Martin

[More info in www.nodo50.org/ellibertario]

Suramérica: anarquistas y antimilitaristas decimos NO a la guerra

autore:
Anarquistas y antimilitaristas
Sommario:
* Ante la amenaza de conflicto bélico que involucra a los gobiernos de Colombia, Ecuador y Venezuela, anarquistas y antimilitaristas del continente comenzamos a movilizarnos a través de la palabra y la acción para repudiar una monstruosa agresión.

__Declaración de antimilitaristas de Latinoamérica: No necesitamos otra guerra más__

No necesitamos otra guerra más. Nosotras/os, objetoras y objetores de conciencia y antimilitaristas del Ecuador, Colombia, Venezuela, y toda América Latina y el Caribe, unidos, nos negamos rotundamente a una escalada bélica que desemboque en una guerra que, nuevamente, nos intente dividir. Ya bastante tenemos con el hambre, la corrupción, el militarismo exacerbado, el impúdico gasto militar, la inseguridad ciudadana, el continuo bofeteo a los derechos humanos por parte de nuestros gobernantes, para que nos quieran regalar un conflicto armado más.

Una guerra sólo fortalecerá los respectivos nacionalismos de los países en conflicto, aumentando la xenofobia instalada en nuestros países. Fortalecerá a las Fuerzas Armadas, que encontrarán otra razón para incrementar sus presupuestos y servirá para esconder aún más los problemas que nos aquejan como pueblos latinoamericanos y del Caribe: la explotación sin control de nuestros recursos, los altísimos niveles de desempleo, la discriminación y violencia de género, la corrupción y las mafias del poder, las comunidades desplazadas por conflictos bélicos o por monocultivos agrícolas y forestales, el racismo y la discriminación por clase, etc. Nada eso se solucionará por la guerra. Al contrario, significará que esos problemas aumentarán como han aumentado en cada dictadura y guerra civil.

Una guerra entre estados latinoamericanos es, al mismo tiempo, una conflagración civil entre pueblos hermanos, conducidos al matadero por gobiernos militaristas, tanto de derecha como de izquierda. Los únicos vencedores de un enfrentamiento fratricida entre hermanas y hermanos son los comerciantes globales de armas, que desde Estados Unidos hasta la Federación Rusa, construyen laboratorios de guerra y opresión en nuestros países bajo eufemismos como el "Plan Colombia".

Decimos no a la guerra y a sus preparativos. No al fortalecimiento de cualquier militarismo, sea de derecha e izquierda. Sí a la autonomía de los pueblos y de sus luchas. Sí al hermanamiento latinoamericano.

Convocamos a una acción conjunta contra el militarismo y la guerra, partiendo desde nuestra convicción de seguir trabajando juntas y juntos por la promoción de la justicia y la solidaridad, fuera de los cuarteles, en cada uno de nuestros países.

Antimilitaristas de Latinoamérica y el Caribe

Organizaciones:
- Internacional de Resistentes a la Guerra - IRG/WRI
- Grupo de Afinidad Antimilitarista de Asunción GAAA (Asunción-Paraguay)
- Pelao Carvallo, consejero IRG
- Yeidy Luz Rosa Ortiz, Casa Feminista de Rosa - Quito, Ecuador
- Periódico El Libertario - Venezuela
- Xavier León, Grupo de Objeción de Conciencia del Ecuador - GOCE
- Movimiento Antimilitarista y de Objeción de Conciencia MAOC Chile
- Adriana Castaño Román, Red Juvenil de Medellín, consejera IRG
- Acción Colectiva de Objetoras y Objetores de Conciencia (ACOOC) Bogotá

Adhesiones a : antimililat@gmail.com

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__Sin paz no hay revolución posible__

Lo ha dicho Castro: “Suenan trompetas de guerra en Suramérica”. La escalada verbal entre Uribe y Chávez alcanza finalmente visos de ser algo más que dialéctica. Se despachan tanques a la frontera, se expulsan embajadores y los discursos y apariciones públicas, ya de por sí caldeados, aumentan un punto la retórica del enfrentamiento. Tal vez no sea esta vez, aunque no cabe duda que la situación es alarmante. Tal vez las aguas vuelvan por ahora a su cauce, en espera de una ocasión futura que desencadene el conflicto. Espero de todo corazón que éste no se produzca nunca, porque me repele la perspectiva de ver a un pueblo matándose con otro por intereses de Estado, sea cual sea la circunstancia. Pero de momento todo apunta al pesimismo.

Porque la verdad es que una retórica belicista favorece tanto a Uribe como a Chávez, y quizás más aún a este último. Lo cierto es que el discurso revolucionario del Comandante está en una de sus horas más bajas. Tras la derrota del 2 de Diciembre, el primer varapalo electoral que recibe, se han abierto las compuertas del descontento dentro del chavismo. Pero no ese que sale en las televisiones haciendo declaraciones altisonantes, sino el del pueblo, ese que se abstuvo y causó la derrota de la reforma constitucional, el mismo que está harto de Mercales desabastecidos y Misiones abandonadas mientras que la boliburguesía se pasea en carros caros. Ese que denuncia los casos de corrupción y se enfrenta a la burocracia del Ministerio del Trabajo y a cambio sólo recibe perdigonadas de la Guardia Nacional. Precisamente el mismo al que el chavismo más cercano al presidente denomina desviación ultraizquierdista o anarquista, o del que se dice que no está preparado para el socialismo después de nueve años esperando a que se mueva ficha de verdad, y que se desespera de ver todos los guiños de Chávez a la derecha en los últimos meses. No en vano se multiplican desde el poder constituido las llamadas a la disciplina interna, a hacer piña para el esfuerzo electorero que se avecina. Todo ello, como no, junto con las expulsiones fulminantes por orden presidencial del PSUV de los que levantan la voz, aunque sea para denunciar un caso de corrupción, y a pesar de que el tal partido aún no está ni constituido, ni tiene estatutos, ni nada, aunque ya tenga comité disciplinario.

No es la primera vez que cuando se agota la retórica revolucionaria de un movimiento populista, se recurre a un nacionalismo rancio, vociferante y agresivo. Es el mejor remedio contra la disensión, porque al tener un enemigo externo, se le puede asociar cualquier amenaza interna a la estabilidad del régimen, y así se resuelve el problema de los críticos, porque sin duda han de estar a sueldo del enemigo. De esto ha habido mucho en Venezuela: que si Bill Gates implanta chips a la gente, que si no se quién trabaja para la CIA, en fin, lo de siempre. En realidad un conflicto abierto con Colombia sería tan sólo un paso más en esa retórica, la tabla de salvación de un chavismo que pierde el norte y la base. Por eso no es de extrañar que aunque el problema principal sea la violación de la frontera ecuatoriana por tropas colombianas, el gobierno venezolano se apresure a participar en la refriega y aumente la tensión movilizando tropas, en lugar de jugar el papel de pacificador del que realmente se podría beneficiar diplomáticamente.

Por supuesto Uribe también vive de la confrontación. Ha dado todos los pasos posibles para sabotear cualquier diálogo con la guerrilla, para impedir la liberación de los secuestrados, para fomentar una solución armada al conflicto (o lo que es lo mismo, su perpetuación), porque con ese discurso llegó al poder, y ya anda sondeando la posibilidad de una reforma constitucional que le permita una nueva reelección. Por cierto, hay coincidencias que asustan.Y si no que me expliquen qué es eso de matar al mediador en la liberación de Betancour unos días antes de que se anuncie su posible liberación. Desde luego, ha dado muestras claras de preferir una guerra en toda regla a un acuerdo pacífico. La suya siempre ha sido una política agresiva y paramilitar, que equipara los intentos de organizar una sociedad civil viva y activa, una necesidad urgente en Colombia después de sesenta años de conflicto, con el apoyo a la guerrilla. De nuevo una muestra de cómo se puede usar el enemigo existente para perseguir lo que se concibe como una amenaza. Por supuesto con el apoyo de los Estados Unidos, que sería el más beneficiado de un conflicto que encenagase a Venezuela en una larga guerra. Desde luego, no hay nada tan grato para el poder establecido como el consenso, y Uribe lo explota todo lo que puede, hasta el punto de que los uribistas ya tachan a cualquier crítico con el gobierno de guerrillero, por no hablar de sindicalistas, defensores de derechos humanos, etc. Uribe ha hecho una apuesta por el poder personal a costa de todos los colombianos, que ahora se ven amenazados por la posibilidad de una guerra, tanto como por la vuelta de las FARC a la campaña de atentados indiscriminados. Desde luego, debe haber pocos pueblos en el mundo que sufran tanto a sus gobernantes como el pueblo colombiano.

Al fin y al cabo una guerra sólo va a servir para perpetuar a ambos dirigentes en el poder, cada uno agitando los trapitos de colores que tanto emocionan a los nacionalistas, unas banderas que en este caso son dolorosamente parecidas. Y mientras tanto el pueblo desangrado, en una guerra que no es la suya, la de clases, llorando a sus hijos, sin justicia, ni pan, ni paz. Seguro que ni los burgueses, ni los políticos, ni los burócratas van.

Pero en el caso de Venezuela hay un mal añadido. Que nadie dude, que en el caso de una guerra se acaba la revolución. De nuevo los políticos de todo pelo le van a cambiar al pueblo su esperanza por espejitos de colores, en este caso balas y machetazos. En el caso de un enfrentamiento armado, nada más fácil que intensificar los llamados a la disciplina, descalificar a los que se atrevan a tomar una iniciativa que no parta del gobierno; nada más fácil que cambiar las prioridades, de la construcción del socialismo del siglo XXI a la victoria en la guerra. Eso del socialismo, para después, para cuando se pueda, si es que se puede. Ya se vio en España, y al final uno se queda sin la revolución, sin la guerra y bien jodido.

Como siempre, la única solución a la locura de los gobernantes es el pueblo, una marea revolucionaria que se lleve por delante a los demagogos, populistas y vende madres de ambos lados de la frontera, y se dedique a construir la sociedad civil fuerte, desde abajo, independiente del poder que se perpetúa a sí mismo. Una sociedad auto-organizada, revolucionaria por talante y naturaleza, sin liderazgos cegadores, internacionalista y solidaria. Que reconozca que el pueblo colombiano, el venezolano y el ecuatoriano, son hermanos por muchas cosas, en sufrimiento, y por su deseo de paz y de justicia. Y para empezar, nada mejor que no dejarse engañar por proclamas bélicas y rechazar radicalmente la guerra entre estados, cualquier guerra, excepto la de clases. La movilización por la paz tiene que empezar en cuanto comienzan a sonar los tambores de la guerra. Para luego es tarde.

Miguel Martín

[Mas información en www.nodo50.org/ellibertario]

Venezuela 2008: A libertarian proposal for the current situation

autore:
El Libertario, Venezuela
Sommario:
* The Collective Editorship of El Libertario, expounds its vision of which path to follow in the current situation in Venezuela, summed up in the slogan, “Against the (B)oligarchy, demagoguery and corruption: Autonomous struggle of the underdogs!

Positive transformations in society are produced by the actions of popular movements and not by governments. As has been clearly illustrated in the case of Venezuela, as well in other parts of Latin America, the will for change of the majority has been channelled and co-opted by a new bureaucracy which tries, by all available means, to tighten its grip on power. Since 1999 the survival at any cost of the new government has been its principle aim, and in the centralisation, militarization and personalisation that have been promoted under the euphemism ‘revolutionary process’, one of its principal tasks has been to pacify and co-opt the wide array of power structures and protagonists who, during the 1990’s, struggled to end the domination of Acción Democrática and COPEI, the two political parties who successively governed the country since 1958.

Believing themselves to be represented by the executive bandwagon that came to power at the end of 1998, dozens of social movements who had rejected neoliberalism, the privatisation of public services, the various massacres carried out by the Army (Yumare, El Amparo, etc), and the diverse exploitative and exclusivist policies of previous governments, decided to give president Chavez their full backing, literally handing him a blank cheque. The oppressed peoples of Venezuela decided to set aside their own issues and demands in order to assume, as their own, the policies of the new regime. Thus similarly, community and grass roots organisations abandoned their own reflections and ways of doing things, their autonomy of thought and action, in order to internalize and repeat the discourses and logic of those who proclaimed to be working in the interests of the people.

After nine years of this government, aided by the greatest economic boom in the last thirty years and the support of all public authorities, we start to discover and corroborate the fact that nothing has really changed. That we have changed the names of our leaders but continue to be as oppressed as we ever were. That those that have sullied the word ‘revolution’, and other similar ideas, have managed our misery in order to secure their place in the elite of the rich and privileged. In contrast, others, disenchanted by the ‘Bolivarian’ project and blinded by rage, have moved from supporting today’s oppressors to supporting those who oppressed us yesterday, apply the mistaken strategy of opting for the ‘lesser evil’. And like their Chavista opposites they have mortgaged their freedom in order to be led by another faction who decide, from above, what tasks must be undertaken. We appeal to both groups: It is now time to recuperate our autonomy as a first step towards constructing real change.

- What is Autonomy?

Autonomy is the capacity to create our own working structures and ways of doing things, and to question that which we have inherited from history. The term is constructed by combining two Greek words ‘autos’ and ‘nomos’ which together mean literally to make one’s own law. Autonomy, in political terms, is the possibility that human beings should be capable of defining, in a free way, their own projects in life, that it should be they who organise and decide, in the most democratic way possible, all of the elements that affect their daily lives, from work to sexuality, from how we use our free time to nutrition etc.

The opposite of autonomy is heteronomy, to live under rules that we don’t decide. Authority educates us in servitude, as it is always others who make the decisions, and these measures, as well as the institutions that enforce them, are called sacred and unquestionable. An individual starts to become autonomous when they begin to ask themselves if things must always be as they are, or if they could work better in other forms. Thus it is said that autonomy is an endless interrogation, that it not detained by anything, and that it even constantly questions its preliminary conclusions. If the State, Government, the Army and prisons are unjust, can they not be changed for something better? An autonomous individual never loses sight of the fact that the rules for the functioning of society are created by people, and that they can be substituted at any moment, by the very same people, when they plot against the common good. Individual autonomy is produced through free reflection and deliberation, made concrete through one’s own thought, and through being the sovereign agent of one’s self and one’s actions.

A Russian revolutionary, Mikhail Bakunin, affirmed that the freedom of others infinitely elevates one’s personal freedom. An autonomous individual understands that he/she cannot be independent if they live in an oppressive and unjust society, thus they organise with their counterparts in order to confront those who seek to limit the enjoyment of their rights and freedom. Autonomy proposes self-organisation, rejecting external influences, creating its own forms of organisation, that work for the objectives mapped out by the actual people involved. Thus it is that autonomous social movements are popular organisms that respond to the necessities voiced by their members, and not to the decrees of any authority. Because they develop in the margins of society, and against the institutions that dominate them, they realise practices of self-management and direct action. An autonomous social movement defines its own struggles which it does not defer, negotiate, subordinate or abandon due to any external influence. This doesn’t mean that they can’t coincide with other movements in the search for common objectives, but that these relations must be equal, preserving the identity of the different parts and strengthening, without any dilution, their original objectives. From another perspective, autonomous social movements generate their own resources, through self-management, thus rejecting the mechanism of subordination of subsidies from the government, political parties and businesses.

All governments need to control belligerent forces, thus they know that they need to reduce the autonomy of the group with the potential to generate real change. On creating by decree the so-called ‘popular power’, the current executive assures itself of channelling the efforts of those at the bottom of the heap in favour of reviving, legitimising and perpetuating the situation of domination, disguising it with pretty names. The resultant state organs, due to their fictitious independence and not having been born out of the peoples struggles, reproduce the vices of the State and of other oppressive institutions. All power, (be it State, municipal, military or popular), possesses an instinct for preservation at all costs, and sooner rather than later will create a new bureaucracy, as perverse as the one that has been replaced.

- Autonomous Struggle, now!

The creation of and experimentation with diverse organisational expressions seeks to generate, here and now, a different culture. Thus autonomy opts for a decision making process based in assemblies, direct democracy, in order to guarantee respect for diversity, slow down hierarchical structuring, authority and the loss of independence and sovereignty in the struggle. As we have alternative practices to those in power, the oppressed will struggle against hegemony as we construct, brick by brick, our own independent culture, a shared identity and imagination. In this process of learning the means should always be coherent with the ends.

The proposal for the current situation is for the creation of a constellation of diverse groups and autonomous movements, self governed by those involved, to fight for the conquest of rights that have been hijacked by authority: housing, worthwhile employment, health, education, personal security, public spaces and quality of life amongst other issues. Some recent experiences such as the indigenous and environmental movement against the mining industry in Zulia and the Committee of Victims in Lara are already moving in this direction. Then, for the creation of multiple spaces for survival and resistance that would be autonomous and completely free from the influence of government and private business, and that would be linked in a horizontal way and through leaderless cooperation. The existence of many social movements would counter the false polarization: neither chavistas nor opposition, these would be people struggling for their own rights and not for the privileges of those above.

The institutions of power will try to co-opt, without doubt, the free belligerence of the oppressed. But, on creating successive insurrectional situations through the autonomous movements, their connection, cohesion, amplification and radicalisation- due to the inability on the part of the government to satisfy their demands- will transform the movements of ephemeral revolt into revolutionary moments and generalised self-management. In this way the autonomous movements have the potential to transform themselves, through insurrection, into truly revolutionary movements. In this there are, however, no short cuts: no politicians with populist masks, nor strong leaders with ‘earthen feet’. This is the lesson that we must learn from the disastrous ‘Bolivarian Socialist government’.

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