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Umanità Nova, settimanale anarchico fondato nel 1920 da Errico Malatesta - n. 33 del 27 settembre 2009, anno 89

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(((A)))

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*

sommario

Umanità Nova, n. 33 del 27 settembre 2009, anno 89

pagina uno

Guerra non arginabile
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pagina due

Le uniche lotte che si perdono sono quelle che si abbandonano!
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Contrastiamo la spirale autoritaria
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Divieto di resistenza
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pagina tre

Gulag americano
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Una buona/cattiva notizia
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Francisco Ferrer y Guardia
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pagina quattro

Pantegane e scarafaggi
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Cavaliere a briglie sciolte
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pagina cinque

Dibattito. Se diciassette anni vi sembran pochi...
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informAzione - 1
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pagina sei

informAzione - 2
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pagina sette

Artisti nel DBAI
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Marina Giandolfi
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pagina otto

Bel lAvoro
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brevi dal mOndo
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- AA. VV., "Igiene mentale e libero pensiero" - Sul controllo sociale della psichiatria, ed Zero in Condotta
- Ana Delso, "Trecento uomini ed io" - Spagna 1936: autobiografia di una rivoluzionaria, ed. Zero in condotta
- Angel J. Cappelletti, "L'idea anarchica" - Dalle origini ai giorni nostri, ed. Zero in condotta
- Bandiera Rossa e Nera
- "Canzoni di lotta e di anarchia" - 1 CD con 241 interpretazioni di canzoni in formato mp3
- "Non possiamo riposare" - Canti di lotta, di lavoro, d'amore, CD di Paola Sabbatini e Roberto Bartoli e DVD sulla canzone anarchica + libretto di 32 pagine
- "Vivir la utopia/Vivere l'utopia" - Documentario in DVD di testimonianze dalla rivoluzione spagnola del 1936

Umanità Nova, settimanale anarchico fondato nel 1920 da Errico Malatesta • n. 28 del 19 luglio 2009, anno 89

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Come ogni anno, nel periodo estivo, Umanità Nova si ferma per alcune settimane: l’ultimo numero di luglio porterà la data del 19. Si riprende con il numero 29 che porterà la data del 30 agosto.
Avvisiamo i lettori e i diffusori che il numero 26 che avrà la data del 5 luglio sarà a sedici pagine e conterrà il volantone "Abruzzo/G8", pertanto il materiale per le pagine interne dovrà arrivare in redazione entro venerdì 26, per consentirne la regolare stampa e insertazione.
Il collettivo redazionale
sommario

Umanità Nova, n. 28 del 19 luglio 2009, anno 89
pagina uno

* Siamo coatti e baldi
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* La carità e la menzogna
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pagina due

* Loschi affari a tutto gas
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pagina tre

* Il G8 è finito... ma la nostra rabbia è infinita
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* Che vergogna!
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* Mela marcia con vermi
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pagina quattro

* informAzione - 1
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pagina cinque

* informAzione - 2
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pagina sei

* informAzione - 3
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* Berlusconi grande guitto
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pagina sette

* Ali antifasciste
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pagina otto

* Bel lAvoro
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* brevi dal mOndo
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Umanità Nova, settimanale anarchico fondato nel 1920 da Errico Malatesta - n. 27 del 12 luglio 2009, anno 89

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Avvisiamo i lettori e i diffusori che il numero 26 che avrà la data del 5 luglio sarà a sedici pagine e conterrà il volantone "Abruzzo/G8", pertanto il materiale per le pagine interne dovrà arrivare in redazione entro venerdì 26, per consentirne la regolare stampa e insertazione.
Il collettivo redazionale

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Umanità Nova, n. 27 del 12 luglio 2009, anno 89

pagina uno

L'Italia, un paese che normale non è più
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Il tramonto dell'umanità
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pagina due

Cosa significa in pratica
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Il silenzio è complice
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Sicurezza impacchettata
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pagina tre

L'oro nero che distrugge le comunità e l'ambiente
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Per la libertà di espressione
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L'immaginazione (perversa) al potere
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pagina quattro

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pagina cinque

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pagina sei

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pagina sette

La paura fa novanta
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Classe come "solidarietà nella lotta"
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- "Non possiamo riposare" - Canti di lotta, di lavoro, d'amore, CD di Paola Sabbatini e Roberto Bartoli e DVD sulla canzone anarchica + libretto di 32 pagine
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(it) Carrara: festa di Umanità Nova

autore:
(((A)))

(it) Carrara: festa di Umanità Nova
Date Thu, 9 Jul 2009 22:47:48 +0200

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Festa di Umanità Nova a Carrara
Giornata di iniziative e propaganda
a sostegno del settimanale
anarchico
UMANITA' NOVA
Carrara - fraz. Torano
presso l'ex scuiola
18
luglio 2009
Programma
ore 17.30 spazio bimbi
animazione e mercato del
baratto:
portate giochi e quant'altro da scambiare
ore 18.30
presentazione dell'opuscolo
"A come Anarchia" di e a cura del
Gruppo
Malatesta di Roma
ore 20.00 cena con piatti tipici locali e bar

ore
21.00 concerto
dedicato a Fabrizio De Andrè con
- Forastieri
- Marco
Rovelli e LibertAria
- Donato Landini e Piero del Prete

Saranno
presenti anche
"Infopoint Politeama" e stand
con giornali, riviste,
libri,
magliette e altro

Gruppo Germinal FAI - Carrara
Gruppo
Malatesta FAI - Gragnana
Circolo Gogliardo Fiaschi - Carrara
Circolo
"Ludovici Vico" - Torano
Associazione Archivio Germinal - Carrara
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
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[migranti] emmerre, Quando facevamo schifo e paura

autore:
(((A)))

QUANDO FACEVAMO SCHIFO E PAURA

La presunta corrispondenza tra l'immigrazione illegale - ma più in generale alludendo al complessivo flusso migratorio - e la devianza criminale si conferma come uno degli elementi centrali di ogni politica discriminante, riproponendo tesi esposte dall'antropologia criminale di due secoli fa.
Strettamente connessa alla tematica della "sicurezza" questa correlazione - peraltro contraddetta dalle ricorrenti rilevazioni statistiche - non è patrimonio esclusivo delle forze politiche portatrici insane di ideologie antiegualitarie (soprattutto di matrice fascista e leghista), ma coinvolge anche settori della sinistra politica che, nella logica statalista e legalitaria, si ritengono in dovere di "farsi carico" delle crescenti pulsioni xenofobe.
Anche nella recente campagna elettorale, in molte occasioni, è stato possibile udire esponenti del centrosinistra attaccare le destre governative per non essere riuscite a fermare l'immigrazione clandestina, per aver rimesso in libertà i delinquenti, aver tagliato i fondi destinati alle forze di polizia e alle galere.
In altre parole, soprattutto il Pd ha cercato di accreditarsi come partito in grado di attuare una politica securitaria e contro ogni illegalismo in modo ancor più intransigente di quanto ha fatto il governo della destra. Per cui, niente di cui stupirsi se poi nelle urne si è confermata maggioritaria una cultura di destra a cui la ex-sinistra vorrebbe risultare "alternativa". Persino il tragicomico Beppe Grillo, in un comizio a Livorno a sostegno del candidato sindaco della lista civica Città Diversa (sic!), ha criticato la politica dei respingimenti attuata dal ministro Maroni, prendendosela però con l'eccessiva tolleranza governativa verso i rumeni e i rom, definiti come feccia della società.
Contro questa ormai pervasiva xenofobia che si ammanta di presunto realismo ed ipocrita correttezza politica nei confronti del "problema dell'immigrazione" che "necessita d'essere governato e regolato", torna sempre utile qualche ricordo di come anche l'immigrazione italiana negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Francia e Svizzera, fu oggetto di identici meccanismi di criminalizzazione ed esclusione a base razziale, analoghi persino nella terminologia e negli assunti utilizzati a supporto del razzismo di stato.
Gli italiani, infatti, a cavallo tra l'800 e il 900 (ma anche successivamente) furono inseriti tra le "razze inferiori più inclini a compiere omicidi" ed altri reati gravi: negli Stati Uniti, in particolare, era del tutto normale fare riferimento a "gli istinti feroci della razza italiana", legittimando le centinaia di linciaggi di cui furono vittime gli immigrati italiani incolpati ingiustamente d'ogni delitto, così come accadde ad esempio nel giugno 1886 quando a Vicksburg un innocente connazionale venne linciato per il sospetto di aver molestato una bambina.
Nel 1903 un giornale denunciando la "discarica senza legge direttamente dai bassifondi d'Europa" raffigurò come sorci di fogna i mafiosi, i socialisti e gli anarchici che sbarcavano clandestinamente, coltello tra i denti, in territorio americano. Minacciati e perseguitati anche dal Ku Klux Klan, dagli archivi statunitensi risulta in modo inequivocabile che il 90% degli immigrati europei vittime di omicidi razzisti erano formato da italiani.
Innumerevoli furono gli appellativi dispregiativi con cui venivano chiamati i lavoratori d'origine italiana; tra questi il più esplicito fu senz'altro quello di Black dagger o Black dago (negli Usa) con cui venivano equiparati ai "negri". Talvolta, veniva compiuta un'ulteriore differenziazione tra italiani del Sud e quelli del Nord, ma persino il socialista francese Jules Guesde giunse a definire come Sarazins (saraceni) tutti gli immigrati italiani, mentre in Germania venivano definiti con il termine Cincali, con evidente assonanza con la parola Zingari.
Una pagina di storia che oggi rivediamo riproporsi, con le vittime di ieri nel ruolo rovesciato di razzisti senza vergogna né memoria.

emmerre

Per chi vuole approfondire:
- Salvatore Palidda, Mobilità umane, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008;
- Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, Torino 2004;
- Gian Antonio Stella, L'orda, Rizzoli, Milano 2002;
- Alessandro Dal Lago, Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 2004;
- Mary Gibson, Nati per il crimine, Bruno Mondadori, Milano 2004.
- Annamaria Rivera, Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo, Ed. Dedalo, Bari 2009

QUESTO PENSAVANO DEGLI ITALIANI NEL 1912 NEGLI STATI UNITI

"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

[Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912 - Fonte: Rainews 24]

Toni Iero, Economia rimandata a settembre

autore:
(((A)))

Economia rimandata a settembre

Il 24 giugno scorso, la Banca Centrale Europea ha concesso prestiti per 442 miliardi di euro a 1121 banche appartenenti all'eurosistema. Si tratta di un'operazione straordinaria, l'ennesima da quando la crisi scoppiata negli Stati Uniti ha raggiunto i paesi europei. L'eccezionalità di tale misura si rileva bene andando a esaminare le caratteristiche di questo prestito: la scadenza è a 12 mesi, periodo lunghissimo, se si pensa che normalmente le emissioni della Bce non superano la durata di tre mesi; il tasso di interesse è generoso, essendo pari all' 1%, allineato quindi al tasso di sconto ufficiale; la Banca Centrale si è inoltre impegnata ad accogliere tutte le richieste che sarebbero state avanzate, senza alcun limite di importo. Si capisce bene perché tanti istituti di credito europei si siano immediatamente precipitati a sottoscrivere tale emissione, raggiungendo un importo monetario di dimensione così rilevante.
Non paga di questa magnanimità, la Banca Centrale Europea ha annunciato almeno altre due operazioni di questo genere previste in settembre e in dicembre.
Qual è la finalità di tali erogazioni? È presto detto "… l'obiettivo del consiglio direttivo della Bce è di calmare le tensioni sul mercato monetario, rassicurare gli istituti di credito, incitarli a prestarsi denaro con maggiore fiducia reciproca e soprattutto rimettere in moto i prestiti alle imprese e in generale all'economia reale"(1).
Dall'altro lato dell'Atlantico, la Federal Reserve si è guardata bene dall'alzare i tassi sui Fed Funds (che oscillano tra lo zero e lo 0,25%) e ha confermato i piani che prevedono l'acquisto di obbligazioni legate ad operazioni immobiliari (fino a 1250 miliardi di dollari) e di titoli a lungo termine del Tesoro degli Stati Uniti (altri 300 miliardi di dollari). Con la prima azione si intende, con tutta evidenza, intervenire in soccorso di quegli istituti finanziari che detengono i cosiddetti "titoli tossici" dal dubbio valore. Più sottile è invece lo scopo che giustifica l'acquisto di titoli pubblici. Con tale manovra si cerca di conseguire due risultati: da un lato mantenere bassi anche i tassi di interesse a medio e lungo termine, dall'altro, in pratica, creare nuova moneta che il governo può spendere per i suoi interventi di sostegno all'economia.
Il comportamento dei due principali istituti di emissione del mondo rende ben chiaro lo stato della situazione. Si immette liquidità nell'economia nel tentativo di scongiurare la deflazione, si ricorre alla ricetta keynesiana della spesa pubblica per controllare le recessione e si spingono le banche a garantire crediti alle imprese e alle famiglie per tenere in piedi il settore produttivo. Tutto nella ansiosa consapevolezza che, nonostante l'ottimismo di facciata delle tante dichiarazioni sul fatto che il peggio è ormai passato, in realtà il vero esame da cui capiremo se abbiamo evitato il baratro sarà a settembre.

Toni Iero

1 Beda Romano, Dalla Bce 442 miliardi alle banche, Il Sole 24 Ore del 25 giugno 2009

[elezioni] Toni, La scossa

autore:
(((A)))

La scossa

L'aritmetica elettorale applicata all'esito delle recenti elezioni europee non lascia spazi per sotterfugi: siamo di fronte ad una cocente sconfitta politica del primo ministro italiano che puntava ad una sorta di legittimazione plebiscitaria della sua persona più ancora che della coalizione che sostiene il suo esecutivo. Il premier ha ripetutamente dichiarato che il suo obiettivo era raggiungere il 40% – 45% dei voti con il Popolo delle Libertà e, con la Lega, superare il fatidico 50% dei suffragi. Non è andata così.
In realtà, il satrapo di Arcore si presentava a questa tornata elettorale indebolito da una serie di vicende poco edificanti emerse recentemente: ambigue relazioni con ragazzine, festini nelle sue ville con ospiti trasportati in aereo a spese dei contribuenti, condanna dell'avvocato inglese Mills che agì "da falso testimone" per consentire alla Fininvest e al suo proprietario l'impunità giudiziaria. Ma, soprattutto, pesava sulla sua immagine la pubblica (e ben pubblicizzata) richiesta di divorzio che sua moglie ha comunicato direttamente alla stampa. Tra le dichiarazioni della signora ve ne è una, in particolare, che colpisce, laddove invita gli amici del marito a stargli vicini "come si farebbe con una persona che non sta bene"! Affermazione che lascia trasparire quantomeno un giudizio di fragilità psicologica nei confronti dell'inquilino di Palazzo Chigi.
Benché tali avvenimenti siano stati trattati dai media italiani (anche se spesso a favore del presidente del consiglio), sono stati i giornali esteri, spesso americani e inglesi, che hanno aperto il fuoco contro il nostro leader: New York Times, Economist, The Times, Wall Street Journal, Time si sono avventati assetati di sangue su queste notizie senza lesinare giudizi negativi sul premier italiano, classificato come un clown (da The Times di Londra) nel caso più benevolo, fino ad essere paragonato ad un satrapo asiatico dal settimanale americano Time.
Il padrone di Mediaset non ha avuto esitazioni nel denunciare un complotto eversivo che starebbe dietro questi attacchi mediatici. Chissà, magari ha anche ragione. Certo è che qualcosa, o meglio, qualcuno è cambiato rispetto a pochi mesi prima: il presidente degli Stati Uniti d'America. I rapporti tra la nuova amministrazione democratica e il governo italiano non sono più quelli di quando c'era l'amico George (Bush). La gaffe del premier italiano, che ha definito "abbronzato" Barack Osama, è stata solo l'inizio di un'involuzione delle relazioni con il potente alleato d'oltre oceano. Agli Stati Uniti non piace un capo del governo che, per seguire il proprio tornaconto personale, mette in secondo piano l'allineamento geopolitico (come nel caso della guerra Russia – Georgia), strizza l'occhio a personaggi ambigui come il colonnello Gheddafi e mantiene amicizie sospette come quella con Putin. Di tale malumore non sono mancate chiare manifestazioni: dopo l'insediamento della nuova amministrazione americana, il nostro ministro degli esteri è stato ricevuto per ultimo tra gli alleati; gli Stati Uniti hanno rispedito al mittente la proposta italiana di porsi come mediatore con Russia e Iran; è stata cancellata la commessa per l'acquisto dell'elicottero presidenziale Usa da Finmeccanica (azienda controllata dal governo italiano). Poi arriva la campagna stampa sugli scandali, i problemi coniugali e la pubblicazione di alcune tra le migliaia di foto scattate di nascosto durante gli allegri festini sardi che l'Unto del Signore organizza per rilassarsi dopo le tante fatiche (e gaffe) diplomatiche.
Ecco perché il satrapo di Arcore aveva così impellente bisogno di una larga affermazione elettorale. Doveva puntellare il suo potere dall'interno contro le minacce che giungono dall'estero. Gli è andata male.
Lo ha capito D'Alema che, in accordo con la sua natura, si sta subdolamente candidando alla segreteria del Partito Democratico. La sua affermazione secondo cui l'opposizione deve prepararsi per approfittare di una possibile scossa negli equilibri politici lascia intendere che il post comunista salentino abbia fatto sue due considerazioni:
il leader del Popolo delle Libertà è in difficoltà serie. Se gli americani lo scaricano potrebbe non durare fino alla fine della legislatura. Senza di lui lo schieramento di centro destra tenderà a sfaldarsi. È possibile quindi che si possa aprire una nuova fase politica (originata dalla "scossa") anche a livello nazionale; i vincitori delle ultime elezioni sono stati la Lega e Di Pietro, tuttavia anche il Pd ha ottenuto un risultato positivo. Non è crollato, come molti prevedevano, poiché se si sommano ai suoi voti quelli ottenuti dai Radicali si arriva al 30% dei suffragi, risultato non troppo distante da quello ottenuto alle precedenti elezioni politiche. Inoltre il Pd è riuscito a neutralizzare, alla propria sinistra, i nostalgici del comunismo sovietico, che non hanno raggiunto il quorum del 4%, dimostrando così non solo di essere irrilevanti dal punto di vista della proposta politica, ma anche di essere sufficientemente stupidi da non trovare un accordo tra loro. Insomma, questo Pd potrebbe essere qualcosa da non buttare via.
Quindi D'Alema ha cominciato a tessere l'ambiziosa trama di un Partito Democratico pronto a tornare al potere, cercando alleanze e appoggi. Però c'è qualcuno che ha già preso le distanze dal presidente del consiglio e ha già accumulato ampia ed indiscutibile credibilità istituzionale: dal suo punto di vista, anche Gianfranco Fini ha vinto le elezioni e occorre tenere presente che, da Presidente della Camera, ha dimostrato di agire con equilibrio e lungimiranza, diventando, di fatto, il vero candidato per l'eventuale successione al satrapo di Arcore.
Mentre i nostri politici giocano ai congiurati cercando l'appoggio di potenti all'interno del paese e fuori, gli italiani, come la maggior parte degli altri popoli, combattono la loro battaglia quotidiana contro il rischio di disoccupazione, salari bassi, precariato, degrado ambientale, un livello di convivenza civile minato dal riemergere di tensioni razziste e il ritorno alla luce del sole di organizzazioni fasciste (vietate proprio da quella Costituzione che tutti asseriscono considerare un testo sacro). Ma una classe politica autoreferenziale, ben pagata e con una pensione garantita dopo pochi anni di "lavoro" non sembra seriamente interessata ad occuparsi di questi noiosi problemi. Ci sarebbe bisogno di una scossa al buon senso delle persone affinché prendessero coscienza della realtà e si attivassero per costruire organizzazione dal basso. Solo in tal modo sarà possibile migliorare la qualità della nostra vita e porre argine alla pericolosa deriva autoritaria di una parte importante dell'opinione pubblica italiana.

Toni

Walter Siri, TuttiG8per terra - Speciale Abruzzo. Diffusione e confusione

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TuttiG8per terra - Speciale Abruzzo. Diffusione e confusione

La caratteristica di questa tornata degli incontri al vertice dei "signori della terra" noto come G8 summit è quella della diffusione e sfasatura dei tavoli tematici affrontati dalle diverse delegazioni governative.
Dopo i mega-annunci del governo italiano e del suo presidente Berlusconi che davano la Maddalena e poi L'Aquila come sedi dei summit abbiamo assistito ad una decina di incontri delle delegazioni ministeriali: da Siracusa a Torino, da Lecce a Trieste. La stessa composizione dei summit era, per così dire, a geometria variabile: 8, 12, 20, 4 i paesi rappresentati ai tavoli.
Ma ormai si annuncia l'evento: dal 8 al 10 di luglio le delegazioni si incontreranno al massimo livello nel martoriato Abruzzo. Sede del vertice sarà l'ormai famosa caserma delle Guardia di Finanza di Coppito. Sito del tutto virtuale visto che la massima accoglienza della caserma (già oggi sede di diversi uffici terremotati e quartier generale di Bertolaso) è di circa 2000 posti mentre la sola delegazione statunitense è di un migliaio di persone, i giornalisti accreditati circa 5000 (per lo più, questi, verranno dislocati a Chieti a 100 Km).
E' evidente che anche nel momento clou del summit i capi di stato e di governo si recheranno a Coppito per la foto ricordo mentre le riunioni operative, verosimilmente, si svolgeranno nelle sedi ministeriali e delle ambasciate di Roma.
A parte questo, gli abitanti e gli sfollati abruzzesi hanno bisogno di tutto fuorché di questa pagliacciata.
Interventi di solidarietà alla popolazione colpita dal terremoto fin che si vuole e se si vuole davvero disturbare il vertice, le manifestazioni vanno fatte a Roma e si deve intervenire a rendere problematiche le comunicazioni fra Roma e L'Aquila.
Dalle prime ore che hanno seguito il terremoto si è sviluppato un movimento di solidarietà al di fuori dai circuiti mediatici e istituzionali; i compagni della zona e molti altri (in particolare romani e napoletani) hanno affiancato la risposta alla catastrofe e si pongo nell'ottica di una ricostruzione completa, senza speculazioni e autodeterminata.
Oggi si può dire "compagni a L'Aquila sono tutti benvenuti, gli unici malvenuti sono i potenti della terra".
Le manifestazioni di maggiore senso e spessore sono quelle che, a prescindere dai riflettori del G8, gli abitanti del cratere stanno conducendo, rompendo la cortina mediatica che vorrebbe gli abruzzesi proni e riconoscenti nei confronti del governo che "tanto" sta facendo per loro. Sabato 27 giugno si è svolta una manifestazione dei "comitati" per la ricostruzione "100%" rivendicando criteri di trasparenza e partecipazione. Criteri, evidentemente, non presenti nelle politiche della ricostruzione adottate dal governo e dal commissario straordinario Bertolaso.
Le notizie che si rincorrono sulla rete danno il senso di un "controG8" in tono minore segnato da nervosismi e forzature. La sindrome del riflettore sembra colpire alcuni pezzi del movimento contro la globalizzazione anche se, opportunamente, gli "stranieri" se ne staranno a casa.
Intanto, no-global o meno, le misure di "sicurezza" anti-manifestanti sono in essere: per 20 giorni saranno sospese i diritti della "libera circolazione"; i posti di blocco alle frontiere, nelle stazioni, ai porti e negli aeroporti daranno segno e misura del livello di militarizzazione di cui questo stato è capace. Militarizzazione già espressa nella trasformazioni delle tendopoli in veri e propri campi di concentramento. La linea emergenza-militarizzazione si afferma come soluzione dei problemi sociali.
Le veline del quartier generale adombrano "manifestazioni spontanee" come i più probabili momenti di contestazione.
Nei prossimi numeri daremo conto degli sviluppi.

Walter Siri

Shevek dell'OACN-FAI, TuttiG8per terra - Speciale Abruzzo. Le catastrofi nella strategia del potere

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TuttiG8per terra - Speciale Abruzzo. Le catastrofi nella strategia del potere

I governi di tutto il mondo giustificano la propria esistenza in base all'idea che essi sarebbero la struttura di gestione della cosa pubblica in base alle esigenze collettive, senza riguardo ad interessi particolari. Quanto questo meccanismo di giustificazione ideologica sia lontano dalla realtà fattuale delle cose è cosa ovvia e scontata; il caso dell'intervento governativo in situazioni di catastrofi naturali è, però, esemplare.
Le catastrofi dovute a cause naturali coinvolgono, salvo casi rari, un territorio con una storia, nella quale di solito le popolazioni meno abbienti hanno gradatamente preso possesso di tutta una serie di spazi abitativi e/o produttivi che fanno gola alle parti ricche della popolazione locale e/o nazionale. L'arrivo di una catastrofe naturale rimette in gioco il tutto e qui il potere politico interviene a tutto favore di se stesso e delle classi dominanti: una analisi comparativa delle più recenti catastrofi avvenute all'interno delle nazioni maggiormente industrializzate ci permetterà di evidenziare la strategia del potere politico in questi casi e di comprendere al meglio il comportamento del governo italiano nei confronti della situazione aquilana.
Innanzitutto, vediamo la sottovalutazione apparente del pericolo, anche quando questo mostra segni premonitori. Il caso aquilano potrebbe essere ambiguo, in quanto la previsione – sostanzialmente dimostratasi esatta – di un singolo scienziato si è inquadrata all'interno di una generalmente riconosciuta difficoltà previsionale del fenomeno dei terremoti. In ogni caso, però, essa ci è stata e la reazione del potere politico è stata quella di negare aprioristicamente che i fenomeni premonitori evidenziati potessero comportare un grave terremoto, e che non fossero segnali certi di un tale evento, contribuendo a creare un clima di relativa tranquillità e non mettendo in atto una serie di misure preventive. In altri casi, però, la cosa è stata plateale: prendiamo i casi di New Orleans negli Stati Uniti d'America e di Villahermosa in Messico.
Nella fine di agosto 2005 a New Orleans e dintorni la catastrofe fu causata da un uragano, evento la cui evoluzione e pericolosità è facilmente prevedibile: infatti, il National Hurricane Center ed il National Weather Service previdero perfettamente il rischio cui andavano incontro le zone interessate dal fenomeno meteorologico. Governo e Federal Emergency Management Agency, invece, si mossero con colpevole ritardo, dando quasi l'impressione di "desiderare" l'evento – impressione rafforzata dal fatto che l'altra regione interessata dall'uragano Katrina, la Florida governata dal fratello dell'allora presidente Bush, si mosse con tempestività e ridusse al minimo i danni. La stessa cosa avvenne nel 2007 a Villahermosa in Messico, colpita da una grave alluvione seguita a oltre settanta giorni di pioggia, durante i quali il governo, nonostante i più che tempestivi allarmi, fece ben poco per prevenire quello che poi fu uno dei peggiori disastri della storia recente della nazione centroamericana.
Da notare fin da ora, per ciò che diremo in seguito, che sia New Orleans sia la regione di Villahermosa erano luoghi appetibili per la speculazione: la città nordamericana è situata in un luogo stupendo, ben adatto al turismo, ma "infestata" da una forte e caratterizzante popolazione nera povera; la zona messicana di Villahermosa, invece, era caratterizzata da una agricoltura a base familiare, che rompeva pesantemente le uova nel paniere a chi, invece, voleva sfruttare i giacimenti di petrolio scoperti da poco proprio sotto le piccole e medie proprietà agrarie che, per questo, avevano assunto notevole valore e non erano facilmente espropriabili a prezzi da fame.
A L'Aquila, immediatamente dopo il terremoto, il governo è intervenuto fin da subito secondo sette direttrici: 1. Deportazione delle popolazioni; 2. Chiusura della popolazione che non aveva voluto abbandonare il territorio all'interno di campi-ghetto gestiti militarmente da Protezione Civile e corpi di polizia e militari; 3. "Operazione oblio" nei confronti delle responsabilità del disastro; 4. "Operazione oblio" nei confronti delle necessità della ripresa dell'economia locale e della ricostruzione degli spazi di socialità collettiva; 5. Censura delle notizie rispetto alla situazione reale delle popolazioni; 6. "Operazione distrazione", tramite la diffusione di una enorme massa di informazioni inventate pressoché di sana pianta rispetto al "pericolo sciacallaggio", attribuito in particolare alle fasce extracomunitarie della popolazione per giustificare ideologicamente la militarizzazione del territorio; 7. Ostacolare gli aiuti spontanei delle popolazioni di altre zone della nazione. Una strategia non certo nuova che, con le particolarità del caso, era stata già ampiamente sperimentata nei già citati disastri del continente americano.
Dal momento che questo volantone è dedicato proprio alla rottura del silenzio e della disinformazione mediatica intorno alla situazione reale delle popolazioni abruzzesi terremotate, ci limiteremo a commentare comparativamente gli ultimi tre punti di una tale strategia del potere politico (d'altronde i primi quattro sono sufficientemente chiari per chi ha un minimo di ricordi degli avvenimenti del tempo).
A New Orleans le autorità locali furono costrette a mettere le proprie forze di polizia intorno alle strutture di comunicazione verso l'esterno che erano restate funzionanti, perché la Federal Emergency Management Agency (la Protezione Civile USA), con scuse risibili, le metteva continuamente fuori uso. In Italia, grazie ad un sistema dei media generalmente asservito al potere politico, di ciò non c'è stato bisogno – stampa e TV si sono autocensurate senza grosse pressioni. Per rendersi conto della cosa, è sufficiente leggere in rete i quotidiani della zona, che sembrano bollettini di guerra, mentre il resto dei media nazionali tacciono anche su notizie fondamentali per comprendere la reale situazione delle popolazioni terremotate. Solo negli ultimi tempi, la reazione e le manifestazioni dei comitati spontanei della zona, ha rotto parzialmente il clima di censura.
A New Orleans, le popolazioni rimasero per tre giorni senza acqua né cibo e si appropriarono nell'emergenza di tali risorse nei magazzini accessibili – questi i "saccheggi" di cui il sistema dei media ci riempì la testa per giorni, giustificando così la militarizzazione del territorio ed il brutale intervento delle forze armate nei confronti, soprattutto, della popolazione di colore, "dimenticandosi" poi di pubblicare con altrettanta enfasi le smentite. A L'Aquila la situazione è stata simile: per giorni ci hanno riempito la testa di bufale su pretesi sciacallaggi, che sono risultati inventati di sana pianta: in alcuni casi si trattava addirittura di persone che giungevano spontaneamente a portare soccorsi con i veicoli pieni di materiale raccolto nei loro luoghi di provenienza e che venivano trattenute per ore in questura prima di essere rilasciate senza troppe scuse! Nel frattempo, però, la militarizzazione del territorio era stata giustificata ed anche qui i media che avevano pubblicato tali notizie si sono badate bene dallo smentirle con adeguata enfasi.
Nel continente americano si erano formati spontaneamente gruppi di soccorritori che cercarono di intervenire e che furono letteralmente bloccati dalla Federal Emergency Management Agency: fece scalpore, in particolare, il blocco di numerosi camion di acqua potabile durante i tre giorni in cui la città di New Orleans rimase assetata. A L'Aquila tutto è stato messo sotto il controllo della Protezione Civile ed i campi sono sotto un regime di controllo poliziesco: chi entra lo può fare solo con adeguato permesso e rilasciando alle autorità del campo i propri documenti – in ogni caso sono quasi sempre proibite assemblee e discussioni.
Giungiamo ora al punto chiave: la "ricostruzione". Come nelle situazioni americane prima ricordate, anche per le zone terremotate aquilane il governo ha emesso decreti in base ai quali per la maggior parte della popolazione meno abbiente sarà del tutto impossibile poter ritornare nelle zone che abitavano e dovranno lasciarle in mano agli speculatori, gli stessi, a New Orleans come a Villahermosa come a L'Aquila, che hanno creato il disastro. A New Orleans quelli che avevano costruito il ridicolo sistema di contenimento delle acque che ha ceduto, a Villahermosa quelli che avevano costruito la diga miseramente crollata, a L'Aquila quelli che avevano costruito la gran parte degli edifici con materiali e criteri non propriamente "antisismici". Tutte strutture legate a doppio filo al potere politico ed economico, con sospetti di "infiltrazioni" da parte dei poteri "illegali", che ora vedono nella catastrofe un'occasione d'oro per i loro affari.
L'Aquila è una città stupenda: i decreti governativi la trasformeranno in una città turistica, senza vita, priva delle classi popolari che la hanno animata fino ad oggi: il loro destino sarà la deportazione – agevolata dalla mancata ricostruzione del tessuto produttivo e dei servizi sociali – o la vita ai margini di quella che era la loro città, in quartieri dormitorio.
Solo la nostra solidarietà in appoggio alle loro lotte può strapparli a questo futuro. È interesse di tutti noi agire in tal senso, non fosse altro perché l'Italia è un paese ad altissimo rischio sismico/vulcanico per l'80% del suo territorio e la strategia del potere che abbiamo evidenziato in queste nostre righe può abbattersi in ogni momento su ciascuno di noi.

Shevek dell'OACN-FAI

Edo, TuttiG8per terra - Speciale Abruzzo. Appunti per un quadro sulla situazione abruzzese

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TuttiG8per terra - Speciale Abruzzo. Appunti per un quadro sulla situazione abruzzese - 1

Una regione pre-sisma

Pur non prendendo in considerazione il lavoro nero e sommerso, né l'ambiguità insita nei numeri relativi al lavoro atipico e precario (cioè 2/3 dei lavoratori abruzzesi), i dati della rilevazione della forza lavoro ISTAT del primo trimestre 2009 parlano ugualmente da soli. Sottolineando altresì che l'ISTAT considera che le persone in cassa integrazione guadagnino come se fossero occupate, il 2009 si apre per la regione con la seguente situazione: la forza lavoro conta in totale 548.000 persone, quindi 12.000 unità in meno rispetto al primo trimestre 2008. La popolazione occupata ammonta a 495.000 unità, con un calo di 26.000 occupati su base annuale, pari al 5%. In relazione alla fascia d'età 15-64 anni, il tasso di attività scende da 63,9% a 62,2%; il tasso di occupazione scende da 59,6% a 56,0%. Il tasso di disoccupazione sale da 6,9% a 9,7%, posizionandosi ben al di sopra della media nazionale. Per settori di attività, l'occupazione regionale è di 20.000 unità in agricoltura (meno 11.000 rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente, con una diminuzione esclusiva dei lavoratori autonomi del settore), di 156.000 nell'industria (meno 6.000, pari a –3,7%); in questo caso la diminuzione è attribuibile soltanto al lavoro dipendente; di 319.000 nei servizi, in diminuzione di 9.000 unità tutti fra i lavoratori dipendenti. I lavoratori dipendenti nel complesso scendono di 24.000 unità, quelli autonomi calano di 2.000. Le persone in cerca di lavoro risultano essere 53.000 e crescono di 24.000 unità rispetto al primo trimestre 2008. In sintesi, possiamo dedurre che al primo trimestre 2009 la situazione generale regionale si presenta abbastanza difficile, risentendo non solo della crisi economica nazionale e internazionale, ma anche di cause strutturali endogene che, giorno dopo giorno, vengono sempre più a galla.

Un Abruzzo post-sismico

A maggio si contano circa 30.000 sfollati e 160 tendopoli sul territorio. Lo SPI-CGIL denuncia la presenza di 4.000 over75 e 18.000 over65 accampati. Molti di loro non si muovono più dalle tende. Aumentano bronchiti, broncopolmoniti e malattie infettive. Decine di migliaia le persone senza più casa; migliaia le persone che hanno perso il lavoro; migliaia le persone che non percepiscono reddito. Ciononostante, già all'indomani del sisma che il 6 aprile ha devastato il capoluogo di regione e buona parte della provincia aquilana, oltre alla conferma del taglio di 1.500 posti nel settore scuola (1.100 insegnanti e 400 ATA), all'annosa e pesantissima questione del precariato di pubblica amministrazione e sanità (centinaia e centinaia; 1.500 sono solo i lavoratori della casa di cura Villa Pini di Chieti del gruppo Angelini da sei mesi senza stipendio), continuano a registrarsi quotidianamente tagli, chiusure di aziende e di attività produttive, licenziamenti, ricorsi selvaggi a cassa integrazione. Ricordiamo il licenziamento collettivo di 120 operai della Sorgente Santa Croce spa di Canistro Terme, dove i lavoratori avevano chiesto di fermare per un'ora la produzione in occasione dei funerali di Stato e del lutto nazionale. La richiesta scatena le ire del datore di lavoro: pur senza permesso, i lavoratori abbandonano la fabbrica per rendere ugualmente omaggio alle vittime e per questo vengono licenziati. L'improvvisa chiusura della Transcom a L'Aquila e la messa in mobilità dall'oggi al domani di tutto il personale (360 unità). Il taglio dei 70 posti Tils, società di formazione per conto di Telecom Italia, impiegati nel sito della Reiss Romoli. Già in difficoltà i lavoratori dell'Ama (Azienda mobilità aquilana, di proprietà del comune di L'Aquila), le aziende di trasporto Paoli Bus, Sistema e Arpa speculano sulla situazione, facendo immediatamente ricorso alla cassa integrazione in deroga. Utilizzo selvaggio della cassa integrazione anche per i metalmeccanici della Sevel di Atessa e della Val di Sangro (imprese dove sono impiegati circa diecimila lavoratori), che ha provocato un forte impatto sui redditi e sulla condizione sociale dei lavoratori. Complessivamente, l'utilizzo della cassa integrazione ordinaria è in aumento pazzesco, tanto che l'Abruzzo passa nel mese di maggio – a un solo mese dal terremoto – dal settimo al quinto posto tra le regioni italiane nell'utilizzo della CIG per numero di ore e numero di lavoratori. Dopo Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, c'è l'Abruzzo: oltre 3 milioni e 100.000 ore, quasi 19.000 lavoratori in cassa ordinaria, senza contare la straordinaria, gli ammortizzatori in deroga e i contratti a termine non rinnovati alla scadenza. La crisi della Sevel di Atessa getta peraltro ombre di difficoltà sul futuro di tante altre piccole aziende dell'indotto, costrette a fare i conti con i drastici tagli Fiat e con la riduzione della produzione. La Sevel, dopo i licenziamenti e le centinaia di contratti non rinnovati, ha deciso di non prorogare alla società Albasan di Cassino – i cui dipendenti sono tutti abruzzesi – l'appalto di alcuni servizi logistici all'interno dello stabilimento del Ducato, in Val di Sangro. Dal primo luglio i lavoratori Albasan saranno senza lavoro. Difficoltà anche per i dipendenti della Solfer, azienda dell'indotto Honda della Val di Sangro a rischio chiusura. I lavoratori hanno ricevuto la comunicazione dell'azienda che annuncia l'avvio delle procedure di licenziamento per 8 dei 20 addetti. L'azienda, scaricando sui lavoratori i costi della crisi, vorrebbe trasferire la lavorazione in Umbria chiudendo la fabbrica abruzzese.

Le proposte dei movimenti di base

Nell'arco di un mese, gradualmente si spengono sia l'attenzione dell'opinione pubblica sia i riflettori dei media sul disastro che ha colpito il territorio aquilano, contribuendo volutamente a determinare una pericolosa involuzione delle politiche di intervento in atto. Giustificando il tutto con l'urgenza di gestire una "fase di transizione verso la normalità", alla popolazione e alla comunità sono state sottratte le proprie capacità organizzative, politiche e gestionali, nonché la volontà di essere soggettività attive, partecipi e determinanti nella riorganizzazione della vita sociale e politica. Poi la spaventosa militarizzazione del territorio, quasi da sembrare un laboratorio di repressione, uno stato di polizia. Poi il D.L. 39/09, cioè il "decreto Abruzzo", il "decreto-truffa", che delega a Bertolaso la progettazione e la realizzazione di "moduli abitativi destinati ad una durevole utilizzazione… in attesa della ricostruzione". E non solo. Tutta la gestione dell'emergenza-ricostruzione, "dall'ordine pubblico" all'attuazione di quanto previsto nel decreto-truffa, è nelle mani di Bertolaso-Berlusconi.
La situazione provinciale, se vista nel quadro complessivo, è molto grave, più grave di quanto si possa immaginare: la regione Abruzzo, infatti, con un deficit pubblico che ammonta ad oggi a quasi 4 miliardi di euro, è impegnata con il commissario di governo nella realizzazione di un piano di rientro caratterizzato da una politica di tagli indiscriminati alla spesa sociale che, in relazione alla situazione determinatasi con il sisma, rappresenta un elemento di forte destabilizzazione. Un deficit che – va ricordato – si è fortemente aggravato negli ultimi 10 anni a causa della gestione "familiare" della sanità, sia di centrodestra che di centrosinistra (Pace-DelTurco), che ha concesso, all'insegna di una libertà senza uguaglianza, privilegi ai privilegiabili con immense regalie, determinando il crescente disservizio di cui noi continuiamo a pagare e a subire sulla nostra pelle le conseguenze.
I movimenti di base, nel definire concretamente le priorità e gli aiuti indispensabili per la più veloce ripresa di una quotidianità che si avvicini ad una qualche forma di normalità, e nell'elaborare un piano d'intervento capace di dare risposte concrete alle esigenze e ai bisogni reali dei lavoratori e della popolazione colpita dal sisma, si sono fin da subito messi in moto nel denunciare che il superamento della condizione non passa affatto attraverso l'idea di una new town, quale risposta all'inagibilità di fatto dell'intera città di L'Aquila e dei centri abitati limitrofi, ma necessariamente per quelli che sono i reali bisogni della collettività. Da questo punto di vista si è rimarcata l'assoluta inadeguatezza delle risorse stanziate dal governo con il decreto-truffa per la ricostruzione – diluite, fra l'altro, in 24 (ventiquattro!) anni, e, per di più, subordinate a giochi di prestigio e a "liberi esperimenti creativi" quali lotterie, giochi a premi, crediti d'imposta che non vi sono, innalzamento dei tickets, etc. - che, nonostante il gran da farsi dell'apparato propagandistico governativo, sono risultate agli occhi di tutti evidentemente insufficienti.
Per far fronte a questa fase è stata elaborata e proposta una piattaforma sociale di lotta e mobilitazione, che, nei suoi aspetti essenziali, può essere schematicamente riassunta come segue.
L'azzeramento dell'intero deficit regionale: tale provvedimento permetterebbe al governo regionale di intraprendere le azioni necessarie alla ripresa economica (molte sono le industrie che hanno chiuso e altre rischiano di farlo), di ricostruzione delle abitazioni e degli edifici pubblici distrutti nello stesso luogo, il monitoraggio e la messa in sicurezza di tutti gli edifici della regione stanziando il 3% del bilancio regionale.
Il diritto alla casa per tutti.
L'immediata stabilizzazione di tutti i precari del pubblico impiego: in particolare quelli della sanità impegnati, come tutti, nell'emergenza sanitaria regionale dettata dagli oltre mille feriti del sisma e dalla scomparsa dell'ospedale S. Salvatore dell'Aquila.
L'immediato ripristino delle funzionalità primarie: risposta immediata alla crisi abitativa con l'utilizzo, anche attraverso la requisizione temporanea, di case private sfitte e/o non abitate come prima casa per evitare il fenomeno "deportazione" verso il territorio rivierasco.
Mantenimento prioritario del sistema sanitario e assistenziale che non può essere delegato a ospedali da campo male attrezzati e male organizzati così come non può essere "scaricato" sulle altre Asl che vivono il dramma storico della carenza di personale e che hanno il problema della non assicurazione dei LEA per i loro stessi assistiti.
Attenzione particolare alla ripresa delle attività didattiche nelle scuole e della università (anche per le sue specialità ed eccellenze di rilevanza nazionale).
Il blocco immediato del taglio di circa 1.400 posti di lavoro nella scuola (tra insegnanti ed amministrativi) operati dal Decreto Gelmini nella regione e l'assunzione di altri precari nella scuola, al fine di evitare l'esodo massiccio di studenti dalle scuole aquilane.
Il mantenimento dell'Università degli Studi de L'Aquila nel territorio, la stabilizzazione di tutti i precari e l'applicazione di un vero diritto allo studio, attraverso l'erogazione di borse di studio in termini di gratuità dei servizi quali trasporti, mensa, libri, alloggio, etc. per tutti gli studenti colpiti direttamente e indirettamente dal sisma. L'estensione dell'indennità di disoccupazione di € 800 non solo agli operatori commerciali ma a tutti coloro che a far data dal 6 aprile 2009 erano ufficialmente in attività lavorativa e che attualmente sono senza lavoro. Tale indennità deve essere erogata senza sospensioni fino alla ripresa dell'attività lavorativa.
È opinione condivisa che queste sono le fondamentali emergenze e esigenze, e quindi questi devono essere gli aspetti fondamentali della ricostruzione. È importante ora focalizzare e programmare gli interventi, tenendo conto che i tempi sono sempre più ristretti e che le risorse economiche ci sono: il governo deve solo avere voglia di trovarle.

[seconda parte http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2009/un26/ar... ]

Edo

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