PROGETTI

NewsWire

Analisi

Repost (Copia & Incolla da altri media)

mafia

Il Sacco di Roma e l'odore della mafia - Domenico Bonifaci (editore de Il Tempo)

Il peggio non è mai morto: Settecentocinquanta ettari edificabili nelle campagne.
E sulla capitale si prepara a cadere una nuova ondata di cemento
di Alberto Statera

Tor Pagnotta, Bufalotta, Malafede, Magliana, Casal Boccone, Castellaccio, Murate. Un arcano spregiativo segna nei nomi i confini dell’ormai smisurato impero palazzinaro del terzo millennio, che dalle rarissime e dolci denominazioni come Romanina e Madonnetta non può sperare riscatto. Mentre i nuovi re di Roma, come li ha chiamati Milena Gabanelli in una famosa puntata di stanno finendo in quei luoghi di accerchiare la capitale con una distesa di cemento pari a un’area grande come dieci volte quella di Parigi, accumulando ricchezze immense, il nuovo sindaco post-fascista Gianni Alemanno perfeziona il sacco prossimo venturo della capitale, che va sotto il nome di "housing sociale" e che si aggiungerà a quello già in corso. Venticinquemila nuovi appartamenti, 9 milioni di metri cubi, da costruire per cominciare su altri 750 ettari di quel che resta dell’Agro romano, dopo che 60 mila sono già stati cementati. I proprietari privati cedono terreni agricoli su aree vincolate per fare edilizia convenzionata a destinazione residenziale e in cambio ottengono l’autorizzazione a costruire su altri terreni per vendere a prezzi di mercato. L’"agricoltura d’attesa", come si definisce l’enorme estensione terreni tenuti lì incolti in attesa dell’edificabilità, torna a premiare gli astuti, pazienti palazzinari. Chi poi di pezzi di Agro ne aveva pochi, insediato Alemanno in Campidoglio, è corso a comprare con i soldi in bocca, pregustando lo skyline dei nuovi insediamenti, così fitti di palazzine che non ci passerà nemmeno un autobus.

Diceva Francesco Saverio Nitti: «Roma è l’unica città mediorientale senza un quartiere europeo». Cent’anni dopo nessun quartiere può dirsi europeo tra i dieci chiamati burocraticamente "centralità", sui 18 previsti, che soffocano Roma con una nuova città da 70 milioni di metri cubi, praticamente una nuova Napoli incistata sulla capitale. Né l’europeizzazione è garantita dal piano regolatore, che Alemanno si appresta a sbullonare, varato dal sindaco Walter Veltroni in articulo mortis, esattamente cento anni dopo quello di Ernesto Nathan, il massone di origine inglese che rifiutò di firmare la voce di bilancio "frattaglie per gatti". Da dove il detto romanesco "nun c’è trippa pe’ gatti".

Oggi di trippa ce ne è in abbondanza per i nuovi palazzinari, pudicamente diventati immobiliaristi, che non sono più gli zotici capomastri che nei primi anni Settanta accorrevano al salvataggio della papale "Immobiliare Roma", precettati dal cardinal Marcinkus e dal vicepresidente e amministratore delegato del Banco di Roma Ferdinando Ventriglia, il banchiere democristiano che con i suoi fidi li teneva prigionieri. Oggi sono loro a possedere banche, banchieri, finanza, giornali, giornalisti, partiti politici, ministri, arcivescovi, sindaci e architetti. Sono loro a condizionare, nella crisi dell’economia globalizzata, gli equilibri periclitanti del capitalismo nazionale.

Enrico Cuccia trafficò con la cosiddetta ala nobile del capitalismo ormai estinta, il suo successore in Mediobanca Cesare Geronzi curò soprattutto l’ala ignobile di quel capitalismo cementizio che di un pezzo preponderante dell’economia nazionale si è impossessato, partendo da Malafede e da altri agri romani dalle cupe denominazioni. Fatta salva naturalmente la Madonnetta. Vedere per credere. Ma chi, pur nato a Roma, potrebbe credere in quel che vede se imbocca oggi, poniamo, via della Bufalotta? A Nord Est della capitale, tra la Salaria e la Nomentana, entri in un budello che si snoda per chilometri e chilometri tappezzato di pizzerie, discariche di pezzi di ricambio, tombini saltati, pittoreschi cartelli pubblicitari fai-da-te, solarium, benzinai, effluvi d’incerta natura e improbabili centri estetici. Ti viene da pensare in fondo che soltanto provinciali esteti come Pier Paolo Pasolini potevano amare questa Roma. E persino che andrebbe eretto un monumento equestre a quel palazzinaro milanese che oggi siede a Palazzo Chigi e tanti anni fa edificò Milano-2 e Milano-3 ottenendo, con l’aiuto di Bettino Craxi, non solo le licenze edilizie, persino lo spostamento delle rotte aeree che col rumore avrebbero potuto disturbare i futuri residenti.

Ma non è lungo il serpentone della Bufalotta o nei centri commerciali che lo circondano, alcuni dei 28 che in pochi anni sono spuntati intorno a Roma, che trovi la misura di questa città sovrapposta alla città, grande più o meno come Padova, capace di contenere 200 mila persone. Devi inoltrarti a destra e a sinistra, verso la Nomentana e verso la Salaria, dove verdeggiava il dolce Agro romano, oggi punteggiato dagli uffici-vendite delle palazzine. È lì che comincia un singolare viaggio tra letteratura, cinema e poesia con i toponimi che le giunte comunali hanno scelto, incuranti della scissione tra i nomi e il panorama circostante. Non lontano da viale Ezra Pound impera Pietro Mezzaroma, palazzinaro sostenitore del neosindaco postfascista Gianni Alemanno, caso di convergenza con le simpatie mussoliniane del poeta del toponimo. "Mezzaroma e figli" hanno costruito palazzine larghissime da otto piani appoggiate nel nulla, tra strisce d’asfalto coperte di rifiuti e campi disseccati. Come? "Secondo Mezzaroma", dice un enorme cartello pubblicitario plastificato, in spregio a via Robert Musil. Basta spostarsi un po’ ai lati del budello - sarebbe meglio dire bordello, ci corregge un signore che si è indebitato per comprare un appartamento con terrazzo sul nulla - per aggirarsi tra via Adolfo Celi, via Gian Maria Volontè e via Mario Soldati. Alle spalle di Ikea troneggiano gli immensi parallelepipedi dall’incerto colore di Francesco Gaetano Caltagirone, detto Franco o Francuccio, il re dei re di Roma, l’uomo più liquido d’Italia, come dicono le cronache finanziarie, titolare di un patrimonio di incalcolati miliardi di euro (forse 23) che dalla Bufalotta e da altre location periferiche della capitale è approdato a Siena, Rocca Salimbeni, dove è vicepresidente del Monte dei Paschi, a piazza Unità d’Italia, Trieste, con le Generali, in laguna con Il Gazzettino, a Napoli con Il Mattino, oltre che a Roma, via del Tritone, dove la figlia Azzurra, moglie di Pierferdinando Casini, presidia Il Messaggero, primo giornale della capitale. Non è il solo a dilettarsi con i giornali. Domenico Bonifaci, quello che ha appena imprigionato l’ingresso a Roma dalla via Flaminia con lo scempio degli immensi palazzoni che lambiscono la stretta striscia d’asfalto, controlla l’altro giornale di Roma, Il Tempo, mentre i fratelli Toti sono tra gli azionisti della Rizzoli-Corriere della Sera.

I palazzoni residenziali targati Caltagirone hanno sette, otto, dieci piani, poggiati tra buche, erbacce, immondizia. Chi comprerà mai l’invenduto ora che i mutui sono cari e vengono erogati dalle banche con il contagocce? Passeggia per via Cesare Zavattini, pace all’anima dell’umorista che viveva nel verde dei Castelli Romani, una giovane signora con il pupo in carrozzina. Non abbiamo il coraggio di interrogarla, ma leggiamo nei suoi occhi la disperazione esistenziale. Un appartamento di 90 metri quadri pagato (anzi da pagare con mutuo indicizzato) 320 mila euro per scarrozzare il neonato in questa landa da pionieri del Far West, una favela che prometteva lusso con le sue terrazze a mezzo melone, con parapetti a intarsio e piscine condominiali vuote, senza collegamenti. Metrò, autobus, strade, asili, scuole, servizi? Un sogno perduto. Dov’è Roma? Dove San Pietro, il Colosseo, il Quirinale? Caltagirone è in ogni dove, ovunque ci siano ettari di Agro da edificare, ma a Bufalotta, dove vende con l’"Inter Media Group" i suoi cuboni a 4 o 5 mila euro al metro, condivide la cementificazione praticamente con l’intera genia dei nuovi palazzinari. Lui è liquido, molti altri costruiscono per farsi con le banche, come si dice, la "leva finanziaria". Scavalchi via Riccardo Bacchelli, l’autore del "Mulino del Po", e t’imbatti in via Olindo Guerrini il poeta scapigliato detto "lo Stecchetti", che poetava: «Quando schizzan le sorche innamorate/ Dalle tue fogne, o Roma».

Bufalotta non è l’unico cuore della speculazione immobiliare di Roma, che ha creato una nuova classe di padroni del capitalismo italiano, è solo uno dei luoghi dove s’incrociano gli interessi di quasi tutte le famiglie palazzinare. Oltre a Franco Caltagirone, capo di una dinastia di origine siciliana di cui fanno parte il fratello Leonardo, che ha costruito il "Parco Leonardo" vicino all’autostrada per Fiumicino, e Edoardo, ci sono i Caltagirone Bellavista, sopravvissuti ai tempi di Andreotti ("a Frà, che te serve", chiedeva Gaetano al factotum andreottiano Franco Evangelisti), impegnati in varie, discusse operazioni immobiliari. E poi Bonifaci, Scarpellini, Mezzaroma, Parnasi, Todini, Erasmo Cinque, Pulcini, Navarra e Toti. Spesso si dividono le torte, ma qualche volta si scannano. Ultimo caso: i fratelli Toti vendono un terreno a Franco Caltagirone e poi dalla giunta Veltroni, che sta per concludersi, cercano di farsi autorizzare una variante per trasformare in residenziali altre aree a Bufalotta vicine a quelle che il re palazzinaro ha pagato fior di quattrini. L’operazione salta. Claudio Toti, il fratello del capoclan Pierluigi, la prende sportivamente e dice che in fondo la sua aspirazione è di andare a fare mozzarelle in Uruguay. Caltagirone, invece, non la manda giù e, eletto Gianni Alemanno sindaco, attacca il centrosinistra che ha governato per quindici anni: «Con Veltroni - sibila - Roma è andata a picco». Ma non concede appoggio preventivo al nuovo sindaco: «Ristoranti e pizzerie con Veltroni, con Alemanno torneremo alla tessera del pane». Persino Erasmo Cinque, intimo di Gianfranco Fini, ha già avvertito Gianni Alemanno: «Il rodaggio è finito» e ha preso di petto il sindaco che ha nominato all’Acea Giancarlo Cremonesi, pur suo collega palazzinaro e antico sodale di destra. L’ala sociale postfascista costringerà i palazzinari a una stagione di digiuno con l’"housing"? Difficile, più probabile che capiti il contrario visto il tono "proprietario" con il quale i potentati del mattone si rivolgono alla nuova giunta capitolina. Alemanno dice di voler riscrivere il piano regolatore veltroniano, che l’urbanista Pietro Samperi, autore di "Mezzo secolo di politica urbanistica romana - Dalle illusioni degli anni ‘60 alle disillusioni degli anni 2000", definisce il viatico per un sacco di Roma "subdolo e strisciante". E ha già provato a mettere i piedi nel piatto, bocciando il progetto di Renzo Piano per le Torri del ministero delle Finanze da abbattere all’Eur per fare 170 mila nuovi metri cubi di Toti, Ligresti, Marchini, con 400 appartamenti di superlusso davanti alla "Nuvola", il centro congressi firmato da Fuksas. Un affronto stilistico al quartiere mussoliniano - dice il sindaco - uno stravolgimento della skyline di Piacentini.

Sorridono i Caltagirone di ogni ramo, sorridono i fratelli Toti della Lamaro con i Parnasi, i Mezzaroma, i Bonifaci. Pensano già ai profitti che metterà in moto la fine dell’attesa per l’"agricoltura d’attesa", a tutto il cemento che coprirà le ultime, dolci colline dell’Agro. Gianni è un ragazzo semplice e appassionato. Ma anche lui capirà. Capirà chi comanda a Roma. E in Italia.

Parla l’urbanista Vezio De Lucia
"I residenti calano crescono solo le case"
intervista di Francesco Erbani

«La dissipazione della campagna intorno a Roma è una delle pagine più tristi dell’urbanistica negli ultimi decenni. Fra quelle alture e quei fossi è custodita la più grande riserva archeologica del nostro pianeta e altissimi sono i pregi paesaggistici». Vezio De Lucia, urbanista, ha vasta conoscenza di come siano cresciute le città italiane negli ultimi cinquant’anni. Di come si stiano trasformando, anche in epoca di bolle immobiliari e di subprime. E di quanto sia stata anomala l’Italia a livello europeo. Ha lavorato a Napoli, il paradigma del sacco speculativo negli anni fra il Cinquanta e il Settanta. Ha studiato, fianco a fianco con Antonio Cederna, lo sviluppo di Roma "a macchia d’olio", lo sviluppo strattonato dagli interessi della Società generale immobiliare e di proprietari fondiari che si chiamavano Gerini, Vaselli, Torlonia. Al quale si è accompagnato l’abusivismo edilizio.

Sulla scorta di queste esperienze, De Lucia osserva come sta cambiando Roma. «L’idea di Gianni Alemanno di costruire circa trentamila appartamenti nell’agro romano senza rispettare alcun disegno complessivo, accentua i difetti che il piano regolatore di Rutelli e Veltroni non ha mai corretto ed anzi ha peggiorato».

Quali difetti?
«A Roma si è realizzata una condizione abitativa terribile. Gli insediamenti si disperdono, la città si sta spappolando. Si aggravano i disagi per gli spostamenti e si rende più onerosa la costruzione di un sistema di trasporto pubblico efficiente, costretto a inseguire i brandelli di città».

Ma perché la città non si espande in maniera più regolata?
«Intanto va detto che i residenti a Roma diminuiscono. Crescono solo le case. E solo le case a libero mercato. Si consuma suolo. Non si interviene dove ci sarebbe più bisogno, per esempio per rimettere in sesto le periferie, come si sta facendo largamente in Europa. Insomma, si costruisce dove vogliono i possessori delle aree: restano loro i veri regolatori della crescita di Roma e di altre città italiane».

Dunque si costruisce male?
«La gran parte dei 15 mila ettari su cui a Roma si è edificato e si sta edificando presentano densità bassissime: si spreca molto spazio. Ma la gente in questi nuovi insediamenti non ha servizi, non ha mezzi pubblici efficienti. Si stanno creando dormitori inospitali. Si perpetua il meccanismo della "macchia d’olio", si costruisce in tutte le direzioni e non si interrompe, se non in minima parte, l’anomalia per cui la gente va ad abitare nelle zone periferiche e ogni mattina va a lavorare, in macchina, nelle aree centrali e semicentrali della città, che a loro volta si svuotano di residenti. E così abbiamo strade intasate e inquinamento insopportabile».

Si accentua anche l’anomalia di Roma, e non solo di Roma, rispetto alle grandi città europee?
«In Germania, in Francia, in Inghilterra hanno conosciuto prima di noi il fenomeno della dispersione abitativa. Ma stanno cercando di porvi rimedio, con interventi che limitano, anche drasticamente, il consumo di suolo. Basti osservare la Catalogna. C’è però un’altra differenza: la diffusione degli insediamenti nel Nord Europa segue prevalentemente i tracciati dei trasporti pubblici su rotaia. Vengono prima i treni, le metropolitane e dopo le case. Da noi abbiamo sempre seguito la strada inversa».

Camorra, chiesta "misura cautelare" per Cosentino, sottosegretario all'economia in "Concorso esterno in associazione mafiosa"

Sta per essere inoltrata alla Camera la richiesta di autorizzazione per l'esecuzione di una misura cautelare nei confronti di Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia e coordinatore regionale del Pdl. Non è chiaro al momento se è stato chiesto l'arresto o gli arresti domiciliari o una misura cautelare alternativa. La notizia viene dagli ambienti giudiziari, anche se i magistrati titolari dell'inchiesta si sono rifiutati tutti di confermare l'indiscrezione. Cosentino risulta indagato per presunti contatti con il clan dei Casalesi nell'ambito di un procedimento scaturito dalle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Il nome di Cosentino è anche dato in corsa per la poltrona di presidente della Regione Campania.

La misura cautelare sarebbe stata emessa dal gip Raffaele Piccirillo, su richiesta dei pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci. Da indiscrezioni, i magistrati ipotizzerebbero a carico di Cosentino un concorso esterno in associazione camorristica. Trattandosi di un deputato, il gip - come stabilisce la legge - ha disposto la notifica dell'ordinanza al Presidente della Camera, con richiesta di autorizzazione all'esecuzione del provvedimento. La documentazione sarà poi inviata alla giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio, che dovrà formulare una proposta per l'Aula. La posizione di altri indagati coinvolti nello stesso procedimento, sui quali pendono richieste di misure cautelari, sarebbe stata stralciata.

«Alla Presidenza della Camera non risulta pervenuta, allo stato, alcuna richiesta dall' autorità giudiziaria». È quanto afferma, riferendosi al caso Cosentino, Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera.

Il Pdl campano «non consentirà la strumentalizzazione politica dell'iniziativa intrapresa dalla magistratura». Lo sottolinea in una nota il Popolo della Libertà della Campania, che esprime anche «fraterna solidarietà» al sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, «nella convinzione che presto si dimostrerà la sua assoluta estraneità rispetto alle ipotesi di reato che gli sono
contestate».

San Martino al Cimino (Vierbo) - Giovanni Impastato racconta Peppino

Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso Bar. Alla fine ti sembrano come te…e invece sono loro i padroni di Cinisi. Mio Padre, la mia famiglia, il mio paese!!!…io voglio fottermene, io voglio scrivere che la Mafia è una montagna di merda!!!

http://www.tusciawebtv.it/index.asp?filmato=09_10_10im...

Relazioni Pericolose - Ciancimino jr: «Fu Provenzano a indicare il nascondiglio di Riina»

Le ultime rivelazioni di Massimo Ciancimino confermano quanto anticipato da l'Unità lo scorso 31 luglio, in un articolo firmato da Nicola Biondo: "Fu Bernardo Provenzano a tradire Totò Riina, svelando il nascondiglio in cui poi fu catturato. Ha consegnato lui le mappe della locazione dove poi è stato trovato Riina". Il figlio del boss lo ha detto entrando nell'aula bunker di Pagliarelli a Palermo, aggiungendo di poter dire poco per rispetto dei magistrati coi quali sta collaborando.

Secondo la ricostruzione fatta agli inquirenti di Palermo, nel periodo delle stragi mafiose del '92 l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre Vito Ciancimino e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perchè la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'emissario del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 fini' in manette.

Ciancimino ha anche consegnato nuovi documenti e carte, ai pm di Palermo Nino Di Matteo e Paolo Guido. Si tratta di una serie di appunti e lettere di suo padre Vito, sindaco mafioso del capoluogo siciliano, morto nel 2002. Tra questi, materiale definito di interesse investigativo che potrebbe servire per riscontrare precedenti dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, ma anche per datare alcuni fatti. Massimo Ciancimino si è poi spostato nell'aula bunker di Pagliarelli per rendere nuove dichiarazioni spontanee nel processo d'appello in cui è imputato di riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni, dopo essere stato condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado. Il processo si svolge a porte chiuse.

In serata arrivano però le dichiarazioni di Sergio De Caprio, il 'capitano Ultimo' che, insieme al generale Mori, condusse le indagini che nel 1993 portarono all'arresto di Riina. «Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che Riina sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave - aggiunge il 'capitano Ultimo' - è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino».

MEMENTO MORI

Così Alemanno ha pensato bene di affidare l'ufficio extradipartimentale per la sicurezza a un generale e a metà luglio ha incaricato Mario Mori di assumere questo ruolo. Spesa per i contribuenti: circa 150 mila euro all'anno. Esclusa la parcella del Capitano Ultimo (al secolo, Sergio Di Caprio), giunto in Campidoglio al seguito di Mori. Lo stesso tandem di investigatori che avrebbe dovuto sorvegliare il covo palermitano di Totò Riina, svaligiato e ritinteggiato dai boss, ma soprattutto ripulito del maxi elenco (tremila nomi di personalità colluse con la mafia) al quale fa esplicito riferimento lo stesso Ultimo nel corso di un'udienza dibattimentale al tribunale di Milano.
Insieme a Mario Obinu, suo ex braccio destro, il generale Mori è a giudizio per favoreggiamento aggravato alla mafia nell'ambito di un processo che si svolge a Palermo. Per i pm, avrebbe favorito la latitanza di Bernando Provenzano. Grande accusatore al processo è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, oggi in pensione. Sotto i riflettori, in aula, il mancato blitz di Mezzojuso, nel palermitano, che nel 1995 avrebbe potuto portare, in base alle indicazioni del boss Luigi Ilardo, confidate a Riccio, all'arresto di Provenzano. Tra un'udienza e l'altra Mori si occupa di garantire la sicurezza nella capitale.

Il Tempo - “Calcestruzzi spa” - Domenico Bonifaci - Gardini tutto da rifare

Riparte l’inchiesta sulla morte del patron della Calcestruzzi.
E la pista mafia-appalti dietro le stragi

di Anna Petrozzi

Ricominciare da zero. E’ quello che dovranno fare gli investigatori della Dia di Caltanissetta che hanno ricevuto il mandato della Procura per indagare ancora una volta sulla morte di Raul Gardini, il magnate della Ferruzzi morto con un colpo di Walter Pkk alla tempia la mattina del 23 luglio 1993. Si parlò immediatamente di suicidio e ogni altra ipotesi venne scartata.
Oggi invece verrà rimessa in discussione l’intera vicenda a partire proprio dal decesso.
Già la moglie dell’imprenditore Idina Ferruzzi aveva avanzato dubbi sulla drammatica scelta del consorte, e persino il bigliettino ritrovato sul comodino dell’imprenditore su cui erano scritti i nomi dei propri cari seguiti da un semplice grazie non sembra più essere così convincente. Ancor meno il fatto che la pistola esplose due colpi, un po’ improbabile per un suicidio. Per questo la Procura ha ordinato che vengano svolte tutte le perizie balistiche del caso ricorrendo soprattutto alle nuove tecnologie allora non esistenti.
Secondo la ricostruzione quella mattina Raul Gardini, ribattezzato anche “il corsaro” perché con il suo “Moro di Venezia” aveva fatto appassionare milioni di italiani alle regate di vela, si era svegliato di buon’ora. Quando il maggiordomo Franco Brunetti, che è anche l’ultimo a vederlo in vita, gli serve la colazione e gli porta i quotidiani nella saletta adiacente la sua camera da letto sono le 7. Verso le 8,30 uno dei suoi avvocati, Giovanni Maria Flick, lo cerca al telefono, il maggiordomo inoltra la chiamata, ma non ottiene nessuna risposta. Insospettito si precipita in camera da letto e trova Gardini riverso sulle lenzuola con il volto pieno di sangue. Corre in bagno e con gli asciugamani cerca di tamponargli le tempie, gli sembra ancora vivo. Chiama l’ambulanza che arriva qualche minuto dopo ma la corsa verso l’ospedale si rivelerà inutile.
Cosa è accaduto in quell’ora e mezza?
L’ipotesi più accreditata in questi 13 anni racconta che probabilmente quel mattino Gardini rimase scioccato leggendo una pagina di Repubblica che, anticipando un servizio del settimanale Il Mondo, titolava: “Tangenti, Garofano accusa Gardini”. E si è ucciso.
Siamo in piena Tangentopoli e da una settimana Giuseppe Garofano, presidente della Montedison, è in carcere. L’azienda di proprietà della famiglia Ferruzzi si trova sull’orlo del fallimento a causa della spericolata gestione di Gardini, tanto che viene estromesso dagli affari e sostituito proprio da Garofano e dal cognato Carlo Sama. Garofano, soprannominato il Cardinale per i suoi contatti con l’Opus Dei, è un uomo molto potente. In un primo momento, quando le inchieste del pool di Mani pulite di Milano raggiungono la Montedison, si rifugia all’estero, ma nel giro di sei mesi capisce che gli conviene far rientro in Italia e collaborare con i magistrati.
La Montedison ha un debito di 31.000 miliardi dovuto al fallimento della joint-venture con l’Eni che aveva la pretesa di creare uno tra i più grandi colossi del mondo nel campo della chimica: l’Enimont. Costituita nel 1988 con l’assenso del Governo di allora guidato da Ciriaco De Mita era partecipata per il 40% dalla Montedison e per il 40% dall’Eni, l’azienda di Stato. Il restante 20% veniva invece collocato in Borsa in modo da rimanere flottante sul mercato. L’accordo prevedeva che entrambe facessero confluire nella nuova creatura le loro attività nel settore chimico. Per ragioni contabili però Gardini si trova a sborsare una cifra da capogiro in tasse, qualcosa come 800 miliardi, quindi chiede al Governo che intervenga con una defiscalizzazione, ma il decreto non viene convertito in legge e verrà ripresentato altre due volte.
Nel dicembre del 1989 la Borsa si accorge che qualcuno sta cercando di rastrellare il 20% delle azioni flottanti. Da lì a breve si scoprirà che era stato lo stesso Gardini a dare la scalata al gruppo, tramite due fidati finanzieri: Gianni Ravasi e Jean Marc Vernes, per poi presentarsi alla fine di febbraio in posizione di maggioranza e chiedere un aumento del capitale di 1000 miliardi.
Il “corsaro” è convinto di aver assestato un colpo da maestro tanto che arriverà a dichiarare: “La chimica sono io”, ma aveva sottovalutato l’influenza dei partiti che non avevano nessuna intenzione di consegnare la chimica italiana in mano a privati. Gabriele Cagliari, il presidente dell’Eni, invece, sa fare bene i suoi conti e non solo si oppone all’aumento di capitale, ma chiede di compare le azioni Enimont in mano a Gardini. Vista la forte spaccatura, il ministro delle partecipazioni statali Franco Piga decide che venga fissato un prezzo per le quote Enimont e lascia a Gardini la possibilità di vendere o comprare l’intero pacchetto. Il patron della Montedison ha le spalle coperte, le sue garanzie arrivano fino in America e vuole comprare. Ma su richiesta dell’Eni il presidente Vicario del Tribunale di Milano Diego Curtò firma un “fermo provvisorio” di tutti i titoli Enimont, un provvedimento nemmeno previsto dal codice e nomina custode giudiziale Vincenzo Palladino, acerrimo nemico di Gardini. Entrambi verranno poi processati e condannati per aver intascato tangenti.
Con la guerra nel golfo e la crisi petrolifera Enimont perde 90 miliardi al mese, un indebitamento che mentre l’Eni può sopportare, la Montedison no. Non resta che vendere. Eni accetta la proposta di acquisto-vendita con una maggiorazione sul prezzo però di 600 miliardi.
Una tale supervalutazione ingenera velocemente il sospetto che vi sia celata l’esistenza di una maxi-tangente.
Ad investigare sulla questione c’è il pm Francesco Greco del pool milanese che, mentre sta cercando di ricostruire l’impero delle società off-shore del gruppo Ferruzzi, scopre che la Montedison ha creato fondi neri per almeno 140 miliardi di lire grazie ad una operazione immobiliare con il costruttore Domenico Bonifaci.
Garofano racconta che Gardini gli aveva spiegato la necessità di disporre di conti extracontabili poiché doveva rispettare gli accordi assunti con i vertici dei vari partiti in merito alla questione Enimont. A recuperare l’ingente somma era stato Sergio Cusani, finanziere dai contatti importanti e uomo di fiducia di Gardini. Il denaro era però in Bot e Cct e doveva essere riciclato in qualche modo grazie alla compiacenza di banche amiche. Cusani ha un amico che fa proprio al caso suo. Luigi Bisignani, infatti, tessera P2, gode anche di ottime entrature presso un alto dirigente dello Ior, monsignor Donato De Bonis, cui si rivolge, e ottiene di cambiare i titoli in contanti e di girarne il controvalore su conti esteri.
Non tutti miliardi però passano per il Vaticano, “solo” 93. Il resto, secondo la ricostruzione dei magistrati che istruiranno il processo per quella che passerà alla storia come la maxi tangente Enimont, è stato sparpagliato in mille rivoli e soprattutto nelle tasche di politici di primo piano come Craxi cui furono contestati 11 miliardi, Citaristi e Forlani 8 miliardi, Pomicino 5,5 miliardi, Martelli 500 milioni, La Malfa 500 milioni, Bossi 200 milioni e così via a scendere…
Ne aveva parecchie, quindi, di storie da raccontare Garofano, e Gardini certo non si trovava in una bella posizione, ma per quanto grave fosse il problema, chi lo conosceva sostiene che l’avrebbe affrontato. Infatti aveva trascorso il giorno precedente con i suoi avvocati per definire la deposizione che avrebbe reso davanti ai giudici cui aveva chiesto di essere sentito proprio quella mattina. Se non ci arrivò per volontà sua o se non ce lo fecero arrivare lo stabiliranno le nuove indagini.
Il filone dell’inchiesta però, che si propone di non trascurare alcun dettaglio, non riguarderà solo il vorticoso giro di tangenti che aveva inghiottito la Milano da bere, ma anche e soprattutto le relazioni pericolose che Gardini, tramite Lorenzo Panzavolta, aveva intrattenuto con alcune delle famiglie mafiose più potenti della Palermo “bellissima e disgraziata”.
Sono stati per primi i collaboratori di giustizia ad indicare tra i moventi del possibile suicidio anche l’onta che avrebbe potuto subire l’intera famiglia Ferruzzi se fossero emersi gli affari sporchi con la mafia. Una vergogna che Gardini non avrebbe potuto tollerare, anche perché mai come nel 1993 Cosa Nostra, dopo il dramma delle stragi, era l’emblema di tutti i mali.
Secondo il collaboratore di giustizia Angelo Siino, l’ormai noto “ministro dei lavori pubblici di Riina”, la famiglia Ferruzzi era entrata in contatto con la mafia siciliana quando, nel 1987, venne trafugata dal cimitero di Ravenna la salma del patriarca Serafino Ferruzzi. Per cercare di recuperarla Gardini si rivolse alla famiglia Buscemi, storica reggente del mandamento di Passo di Rigano. Benché la ricerca fosse fallita Gardini si mise a disposizione per favorire aggiustamenti processuali sfruttando le sue amicizie politiche.
Buscemi infatti, sempre a detta di Siino, aveva riferito a Riina che non solo Gardini avrebbe portato soldi con le sue aziende, ma anche nuovi e utili contatti politici. Un’informazione fondamentale per il capo di Cosa Nostra proprio in quegli anni in cui si erano fortemente deteriorati i rapporti con i referenti della Dc di Lima e Andreotti e che ora guardava con interesse alla politica garantista del Psi.
La Calcestruzzi spa, guidata da Panzavolta, era l’azienda leader italiana delle opere pubbliche e grazie all’alleanza con i Buscemi che possedevano un’omonima Calcestruzzi, erano riusciti ad ottenere un vero e proprio monopolio nella fornitura di cemento nell’isola. Non solo; l’azienda dei Ferruzzi si era inserita a pieno titolo nel sistema tangentizio siciliano del tutto simile a quello nordico, ma con un ingrediente in più: Cosa Nostra. Cioè oltre ai politici e agli imprenditori, a spartirsi la torta in Sicilia c’erano anche i mafiosi che da un ruolo inizialmente parassitario riescono a compiere un salto di qualità entrando in quel meccanismo che condiziona e dirige l’assegnazione degli appalti sin dalle fasi iniziali.
Ovviamente pecunia non olet e nessuna delle grandi imprese del Nord si è scandalizzata per la compartecipazione del nuovo “socio”. Del resto nessuno può interferire sul territorio se non con l’autorizzazione di Cosa Nostra.
Quando nel 1984 viene spiccato un mandato di cattura ai danni dei Buscemi con il rischio del sequestro dei beni, la famiglia mafiosa chiede aiuto a Panzavolta rappresentato in Sicilia da Giovanni Bini e la Calcestruzzi siciliana viene assorbita dalla sorella ravennate che ne acquista fittizziamente le quote.
Scrivono i magistrati palermitani che si sono occupati delle indagini: “Gardini e Panzavolta ben sapevano di legare le loro sorti a quelle di soggetti di cui conoscevano l’influenza e il carisma nel contesto mafioso palermitano e anzi ritenendo proprio per questo di potere più facilmente introdursi nel difficile mercato siciliano”. In realtà racconterà poi Sergio Cusani, quando Gardini comprese il gioco di Panzavolta cercò di uscirne vendendo la Calcestruzzi, ma il Panzavolta forte dell’antico rapporto che lo legava al patriarca Serafino Ferruzzi glielo impedì.
Dall’altra parte Cosa Nostra aveva due esigenze fondamentali strettamente connesse tra di loro. Investire e guadagnare denaro e trovare in continuazione interlocutori a livello politico e imprenditoriale. E il sistema d’u tavulinu le garantiva entrambe.
Riina e ancor di più il suo inseparabile gemello corleonese al potere: Provenzano avevano quindi ben pensato di sfruttare appieno l’occasione. Suddividendo i compiti. A Siino che aveva fatto sino a quel momento da collettore delle tangenti venne ordinato di occuparsi degli appalti fino a 5 miliardi, mentre per quelli più grossi i due boss di Cosa Nostra avevano scelto un personaggio di eccezione: Pino Lipari. Geometra dell’Anas, ben introdotto negli ambienti palermitani ed esperto consiglieri d’u Zu Binu. Non solo; il collaboratore Nino Giuffré ha spiegato con precisione che i contatti con il mondo politico-imprenditoriale erano da sempre nelle mani del Provenzano il quale, avendo fatto tesoro degli errori del compare, si muoveva seguendo una strategia più prudente e più raffinata e valida a lungo termine e ad ampio raggio.
Gli appalti dunque rappresentavano il fulcro di un sistema di potere di cui Cosa Nostra era parte integrante e che soprattutto andava ben oltre la Sicilia.
Ad intuirlo prima di tutti Giovanni Falcone che quando apprese che Gardini aveva quotato le sue azioni sul mercato disse semplicemente: “La mafia è entrata in borsa”.
Nonostante in quegli anni il giudice viva isolato all’interno di una procura ostile, coordina con il Ros un’indagine aperta nel 1989 proprio su mafia-appalti che consegnerà prima di trasferirsi a Roma presso l’Ufficio affari penali. Il dossier giace nel cassetto di Giammanco per più di un mese per essere poi ripreso da Paolo Borsellino durante gli ultimi giorni della sua vita spesi disperatamente a far luce su moventi, mandanti ed esecutori dell’assassinio dell’amico.
L’anno seguente, nel 1993, il pool di Milano guidato da Saverio Borrelli e il pool di Palermo guidato da Gian Carlo Caselli si incontrano per verificare se ci siano delle convergenze tra tangentopoli e mafiopoli visto che una buona parte delle aziende indagate a Milano hanno filiali in Sicilia.
Una pista, questa degli appalti, che torna oggi alla ribalta non solo per fare finalmente luce sulla morte di Gardini, ma anche perché gli inquirenti, dopo anni di archiviazioni la ritengono quella più probabile per individuare i mandanti esterni delle stragi in cui morirono Falcone e Borsellino. Entrambi infatti avevano concentrato i loro ultimi sforzi sulla connessione tra mafia, politica e imprenditoria, quel grumo di potere che ha arricchito a dismisura corrotti, corruttori e assassini e che ha unito Milano e Palermo come niente mai.
Pensare di poter considerare Cosa Nostra solo come una congrega di criminali che ha cercato di mettere in ginocchio lo Stato a suon di bombe per perseguire unicamente i suoi fini significa voler ignorare la potenza che aveva raggiunto già vent’anni fa e pretendere di ignorare quella di cui dispone ancora oggi, chissà con quanti altri Gardini.
Nino Giuffré, come tanti altri collaboratori di primo piano, ha fornito elementi molto importanti in questo senso. Spiegò infatti che prima delle stragi Cosa Nostra aveva effettuato una sorta di sondaggio negli ambienti ad essa attigui per “tastare il polso” a imprenditoria, politica e massoneria e calcolare vantaggi e svantaggi. Precisò poi che mentre la strage Falcone fu organizzata da Riina, per quella di Borsellino ci pensò Provenzano in persona: lui aveva i contatti, lui li aveva ereditati e mantenuti dalla morte di Bontade in poi. Ora che il grande boss è stato preso, un altro o altri, i suoi consiglieri dal volto pulito, continueranno a gestire gli enormi guadagni che Cosa Nostra ha investito nelle tante imprese apparentemente pulite e lecite che oggi come allora riciclano e reinvestono i grandi soldi sporchi per via di tutti quei canali illegali che la moderna tecnologia offre con maggior generosità rispetto ai brillanti anni Ottanta.

box1
Nuova inchiesta per la Calcestruzzi spa

Il nome della “Calcestruzzi spa” emerse la prima volta in un pizzino sequestrato a Luigi Ilardo nel 1995 dal quale si scoprì che Bernardo Provenzano era “attento alle sorti” dell’azienda.
La Calcestruzzi torna nuovamente alla ribalta in seguito ad una inchiesta su mafia e appalti che avrebbe indotto la Procura di Caltanissetta a sequestrare gli impianti di Gela e Riesi che fanno capo al gruppo Italcementi. Secondo l’accusa Salvatore Paterna, impiegato della Calcestruzzi spa di Riesi, Giuseppe Ferraro, proprietario della cava “Billiemi”, e Giuseppe Giovanni Laurino “u Gracciato” devono rispondere di associazione mafiosa e falso in bilancio. Avrebbero imposto a mezza Sicilia la fornitura di calcestruzzo. A curare gli interessi di Cosa Nostra era Giuseppe Giovanni Laurino rimasto coinvolto nell’operazione “Odessa”. A raccogliere il testimone sarebbe stato Giuseppe Ferraro al quale era stata intestata fittiziamente la cava. Il dispositivo di custodia cautelare nei loro confronti è stato emesso dal gip del Tribunale di Caltanissetta Giovanbattista Tona su richiesta del procuratore aggiunto Renato Di Natale e dei sostituti Nicolò Marino, Rocco Liguri e Alessandro Picchi. E’ finito in cella anche Fausto Volante, il dirigente per il sud Italia della Calcestruzzi con l’accusa di aver veicolato la cessione di una cava ad un prestanome. La “Calcestruzzi spa” ha sottolineato la sua estraneità alla vicenda. M.L.

ANTIMAFIADuemila N°50

Carabinieri arrestano carabinieri in nome del Presidente Marrazzo e il resto a chi lo dico?

autore:
Doriana Goracci

Piero Marrazzo è uno dei più rappresentativi uomini ponte tra la Comunicazione e il Potere. La mail che i cittadini possono usare per chiedere o segnalare qualche tema…si è tramutata da Mi manda Marrazzo a dilloamarrazzo@regione.lazio.it, nasceva e permane alla Rai, come Mi manda Rai Tre. Quasi tutti i quotidiani romani riportano oggi la notizia, tranne Repubblica cartacea, che ha un disegno tutto suo della Gestione Cronaca di Roma, come fu per il 17 ottobre, per poi rifarsi on line.

Si apprende : “Quattro carabinieri sono stati arrestati a Roma per l’estorsione ai danni delpresidente della regione Lazio, Marrazzo, del Pd. I quattro, arrestati dai Ros, secondo l’accusa avevano messo in pedi una associazione a delinquere specializzata in estorsione a personaggi pubblici. Marazzo sarebbe stato ricattato con la minaccia di diffondere un video in cui Marrazzo era ripreso nella sua vita privata nella sua villa: prezzo, 80 mila euro. Marazzo, interrogato in Procura, ha detto di non avere mai avuto la percezione che i 4 fossero carabinieri. L’inchiesta nata da un’altra indagine giudiziaria con delle intercettazioni telefoniche. «È stato sventato un tentativo di estorsione basato su una bufala. Sono amareggiato e sconcertato per come a pochi mesi dalle elezioni si tenti di infangare l’uomo Marrazzo per colpire il Presidente Marrazzo». È questo il commento del Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo all’arresto dei carabinieri. Il Presidente aggiunge solo che «ringrazia la magistratura e la stessa Arma dei carabinieri per la serietà del loro operato».
Ma veniamo alla cronaca febbrile di questo fine settimana primario,anche a Viterbo: è tutto un invito alle donne e agli uomini democratici che si battono da tempo sul territorio, c’ è anche il “Salotto delle 6” ,venerdì 23 ottobre, al palazzo Doria Pamphilj di San Martino al Cimino, quarto appuntamento della rassegna “La nuova sinistra e le donne”, con in primo piano la politica al femminile e la partecipazione della direttrice del “L’Unità” Concita De Gregorio. Si precisa che l’ingresso è gratuito.

E “Le donne sono una risorsa di cui la politica non può fare a meno. Sono pratiche, costruttive. E la mozione Franceschini-Morassut vuole dare loro un ampio spazio”. Ancora attendo una risposta bianca o nera in merito a certi fatti, a margine del 17 ottobre 2009 e non solamente.
E alle domande della stampa, a volte si risponde, è il caso di Mazzoli nel 2008 (Mazzoli è con Bersani e Alessandro Mazzoli è il Presidente della Provincia di Viterbo): ”Qual è la cosa più importante che ha fatto per Viterbo e la provincia?”, ha risposto: “Tra le più recenti l’impegno nei confronti del Governo affinché l’aeroporto si realizzasse a Viterbo.
Insomma alcune cose si sono messe in movimento, grazie alla Regione Lazio e all’Annunciaziò dell’assessore regionale Parroncini, l’aspettavamo da anni, quella firma : “CAPRANICA – 500 MILA EURO PER LA CAVA INQUINATA DI CAPRANICA DALLA REGIONE Un nuovo segnale dalla Regione Lazio, attenta interprete dei problemi del territorio e delle preoccupazioni dei suoi cittadini”.
Persino la FILLEA CGIL Roma e Lazio, si muove ed invita ad un Convegno, il 19 novembre prossimo: ” La mappa delle infiltrazioni mafiose negli appalti laziali è preoccupante. La ‘Ndrangheta la fa da padrona in quattro province della Regione, ma anche la Camorra agisce nelle provincia di Roma, Latina e Frosinone, mentre cominciano ad essere evidenti le presenze anche di Cosa Nostra e Sacra Corona Unita. Questi i dati che emergono dal rapporto sulle presenze della criminalità organizzata a Roma e nel Lazio del 2007 e in questi 2 anni la situazione non è certo migliorata.Per far fronte a quelle che è diventata una vera e propria emergenza, la FILLEA CGIL Roma e Lazio ha organizzato per il 19 novembre prossimo un convegno dal titolo ‘CANTIERI TRASPARENTI: LE MANI GIUSTE SULLA REGIONE’ in cui illustrerà la mappa aggiornata della situazione nella Regione e le proposte della categoria per contrastare le infiltrazioni mafiose negli appalti del Lazio.Il convegno si terrà alle 9,30 presso l’Aula Magna dell’Istituto Superiore Antincendi di Roma, in Via del commercio, 13 e vedrà la presenza di nomi importanti della lotta alla mafia sul territorio.Relazionerà Roberto Cellini, Segretario Generale FILLEA Cgil Roma e Lazio. Interverranno: Vincenzo Bonifaci, Vice Presidente dell’ANCE, Enzo Ciconte, Presidente dell’Osservatorio tecnico-scientifico sulla sicurezza e la legalità della Regione Lazio, Claudio Di Berardino, segretario Generale CGIL Roma e Lazio, Maurizio Fiasco, Sociologo, Luigi De Ficchy, Procuratore Capo di Tivoli, Piero Luigi Vigna, già Procuratore Nazionale Antimafia. E’ stato inoltre invitato Tommaso Cottone, Procuratore Capo Regione Sardegna.Coordinerà Enrico Fierro, giornalista e concluderà i lavori Walter Schiavella, Segretario Generale FILLEA CGIL. ”

Tra tutti i nomi dei relatori, uno lo ricordo bene, Luigi De Ficchy, lo conobbi non ad un Convegno ma ad un appuntamento della ‘Associazione Regionale ’Antonino Caponnetto’, che si svolse lunedì 19 maggio 2008 nella Sala conferenza della Provincia di Viterbo.Ne scrissi come C’è poco da stare allegri nel viterbese.
Oggi, Giornata Qualunque, domani chi vuol esser lieto sia che di doman non v’ è certezza ma ci si muove, si muovono anche i pendolari viterbesi che scrivono alla Regione Lazio, i loro “secondari” problemi, attendendo un treno anche 3 ore per Roma o un autobus del Cotral , stavolta a firma della Lega Tuscia (non ci facciamo mancare niente quì in provincia) che si rivolge invece a Mazzoli per l’attesa senza pensiline e sedute.

Tornando da dove ero partita, sono passate almeno due ore da quando scrivo, apprendo che il video con cui si ricattava Marrazzo, era sexy.
Scusate se non lo sono altrettanto e come diceva De Andrè:” ‘prima pagina venti notizie ventuno ingiustizie e lo Stato che fa si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità’.“
Doriana Goracci

riferimenti su
http://www.reset-italia.net/2009/10/23/carabinieri-arr...

Grasso al Tg3: "La mafia ricattava lo Stato con le stragi. La morte di Borsellino accelerò la trattativa"

Un'intervista del procuratore antimafia Piero Grasso riapre la vicenda della misteriosa trattativa con Cosa Nostra. "Questa trattativa con la mafia nei primi anni '90 c'è stata - afferma il magistrato al Tg3 - ed anzi Cosa Nostra aveva capito di poter ricattare lo Stato".

Le sue parole rilanciano la polemica esplosa in questi giorni dopo l'arrivo alla Procura di Palermo delle copie di quello che il figlio di Vito Ciancimino assicura essere il "papello" elaborato da Riina per avviare la trattativa tra Stato e mafia.

Dice Piero Grasso: "Quando Riina dice a Brusca, come lui ci riferisce, che 'si sono fatti sotto' vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. L'accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni".

Per il procuratore bisogna però contestualizzare la vicenda: "Il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili". La realtà, sostiene Grasso, è che "questo primo contatto ha creato delle aspettative in Cosa Nostra che poi hanno provocato ulteriori conseguenze".

In ogni caso dopo l’arresto di don Vito Ciancimino e Riina «le stragi prendono un’altra strada, ma continuano. Io ritengo - conclude Grasso - che ci sia sempre un unico filo che collega le stragi iniziali, come l’omicidio Lima, a tutte le altre, tra cui quelle mancate dell’attentato all’Olimpico».

Borsellino/ Domani interrogatorio per Martelli e Ferraro

Palermo, 13 ott. - L'ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e Liliana Ferraro, collaboratrice di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia oggi in servizio al Cesis, saranno interrogati domani a Roma dai magistrati della Procura di Caltanissetta e Palermo. Oggetto degli interrogatori le dichiarazioni di Martelli alla trasmissione 'Annozero'. Nel corso della puntata di giovedì, Martelli ha riferito di aver saputo, all'epoca dei fatti, dalla Ferraro di un presunto contatto fra quest'ultima e l'allora capitano dei Carabinieri, Giuseppe De Donno, nel trigesimo della strage di Capaci.
Secondo Martelli, il capitano De Donno avrebbe incontrato la Ferraro informandola della disponibilità a collaborare di don Vito Ciancimino il quale, però, avrebbe chiesto una copertura politica. De Donno, ora colonnello, ha già seccamente smentito l'incontro e il contenuto dello stesso. Secondo il racconto di Martelli la Ferraro avrebbe, poi, informato direttamente di questo episodio Paolo Borsellino, che all'epoca era procuratore aggiunto a Palermo.
Adesso i magistrati di Palermo e Caltanissetta, che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia, vogliono ascoltare Martelli e Ferraro anche per capire perché i due, che sono stati più volte sentiti in fase di indagini preliminari e nel processo per la strage di Capaci, non abbiano riferito tale, non certo irrilevante, episodio.

Fondi, Cdm: elezioni a marzo no allo scioglimento per mafia

Di Pietro invoca già le dimissioni del ministro dell'Interno. Minniti (Pd) parla di "Caporetto dello stato di diritto e della lotta alla mafia". Il Comune di Fondi, da mesi sotto i riflettori per le infiltrazioni mafiose, non verrà a sciolto. E a marzo, tutti, sindaco, giunta, consiglieri potranno ripresentarsi alle elezioni. Così ha deciso il Consiglio dei ministri, dopo mesi di rinvii e ben due relazioni redatte dal prefetto di Latina Bruno Frattasi che, sulla scorta delle indagini della magistratura, suggerivano al governo di andare in tutt'altra direzione.

Lo scioglimento per mafia era appunta una decisione attesa. Da mesi il Consiglio dei ministri avrebbe dovuto pronunciarsi. Da mesi, trovava sempre una ragione per rinviare. Alla fine, quando hanno capito che non era possibile fare altrimenti, il sindaco, la sua giunta, i consiglieri della maggioranza hanno deciso di dimettersi. Hanno avuto tutto il tempo per farlo, in attesa che il Cdm decidesse. La speranza era di potere evitare così lo scioglimento per mafia. E adesso il Cdm dà loro ragione.

Il consiglio dei ministri ha «preso atto oggi dello scioglimento del Consiglio comunale di Fondi. I cittadini andranno a votare a marzo», comunica al termine del Consiglio dei ministri il responsabile del Viminale, Roberto Maroni. «L'amministrazione comunale non c'è più», dunque: «Il problema è stato risolto». Così la vede il ministro dell'Interno: «Io ho proposto di scegliere la via della democrazia, che è sempre meglio di ogni commissariamento. Le prossime elezioni si terranno dunque a marzo e il popolo sovrano sceglierà la nuova amministrazione comunale».

«Al di la delle chiacchiere di Maroni e delle meraviglie illustrate oggi c'è un fatto solo: il mancato scioglimento del comune Fondi per mafia costituisce una Caporetto dello stato di diritto e della lotta contro la mafia», denuncia subito il Pd Marco Minniti, ex numero due di Amato nell'ultimo governo Prodi.

«Decidendo di non sciogliere il consiglio comunale di Fondi, il Consiglio dei Ministri ha scelto di essere oggettivamente colluso con le cosche che controllano gli affari di quella amministrazione», rilancia accuse ancora più forti Claudio Fava (Sl). «Permettere a quel sindaco e alla sua giunta di ripresentarsi compatti al voto a marzo come se nulla fosse accaduto più che una beffa è un gravissimo atto di irresponsabilità politica».

«È vergognoso che questo governo non abbia sciolto il comune di Fondi. È un atto gravissimo che conferma la collusione fra la politica e la mafia», tuona Antonio Di Pietro, che chiede le dimissioni del ministro. E non è lunico.

Maroni è stato «sconfessato dai suoi colleghi», attacca Luisa Laurelli (Pd), presidente della commissione sicurezza della Regione Lazio. «Se Maroni intende rispettare il ruolo di rappresentante dei cittadini è bene che agisca di conseguenza e rassegni, immediate, le sue dimissioni». «Dopo oltre un anno di colpevole impasse, Il Governo prende una decisione gravissima nel metodo e nel merito», spiega: «Una manovra che consentirà, di fatto, agli amministratori uscenti, alcuni dei quali indagati, di potersi ricandidare alla guida del Comune alle prossime elezioni senza che, nel frattempo, il commissario designato abbia ricevuto il mandato di agire in profondità per liberare l'amministrazione comunale dalle infiltrazioni che la infestano».

«Commissariare il Comune per motivi di mafia avrebbe significato il riconoscimento da parte del Governo della gravità della situazione in tutto il sud pontino, dove la criminalità organizzata è ormai una presenza stanziale», avverte Laurelli. E invece «con una manovra tanto paradossale quanto vergognosa, non solo favorisce la ricandidatura degli stessi amministratori locali indagati ma, per giunta, fornisce loro la possibilità di andare al voto a marzo con un argomento politico forte come il mancato riconoscimento di infiltrazione mafiosa». Un «capolavoro».

Porto di Civitavecchia, infiltrazioni malavitose

«Non posso che esprimere soddisfazione per l'esito dell'audizione in Commissione regionale sicurezza, contrasto all'usura, integrazione sociale e lotta alla criminalità. Ringrazio la presidente Luisa Laurelli per aver creato un’importante occasione di confronto, che è servita anche a chiarire gli allarmi sulle infiltrazioni della malavita organizzata nel porto di Civitavecchia». Il presidente dell'Autorità Portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, Fabio Ciani, ha commentato così l'incontro in Regione, al quale hanno partecipato anche il coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura di Roma, Giancarlo Capaldo, il sostituto procuratore della Repubblica di Civitavecchia, Giuseppe Deodato, il sindaco Gianni Moscherini, consiglieri regionali membri della commissione e l'associazione Antonino Caponnetto. «Mi fa piacere - ha aggiunto Ciani - che il procuratore Capaldo e lo stesso dottor Deodato abbiano chiarito la situazione, delineando un quadro che mi trova pienamente concorde: dove ci sono appalti consistenti, come accade in porto, c'è il tentativo di infiltrazione di organizzazioni malavitose che sono sempre più difficili da individuare, per l'utilizzo di prestanome e imprese che all'apparenza non hanno alcun collegamento di tipo mafioso. Diverso è però sostenere che la mafia sia già presente in porto, creando situazioni di allarme che finiscono per danneggiare lo scalo». Ciani ha ricordato le azioni di carattere preventivo poste in essere dall'Autorità Portuale per monitorare le gare di appalto in tempo reale con una banca dati condivisa con le forze dell'ordine, in virtù del protocollo di intesa sottoscritto con il comando regionale della Guardia di Finanza e dell'istituzione dell'ufficio sicurezza e legalità dell'ente. «Nei prossimi giorni - ha concluso Ciani - dando seguito alla lettera che gli avevo inviato, il procuratore Capaldo convocherà un nuovo incontro per affrontare il problema in modo più approfondito, al fine di poter poi porre in essere le iniziative più opportune».

Condividi contenuti