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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

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processi

[Genova] Se la Repubblica e L'Unità scoprono Bolzaneto

autore:
beirut
Sommario:
Dopo sei anni circa, Repubblica e L'Unità hanno scoperto Bolzaneto. Le torture, le violenze, tutto.

Hanno anche intervistato l'infermiere che anni fa ha pubblicato un libro. Pluri intervistato nel corso del tempo. Due, invece, gli anni di processo in corso. Tre, tra memorie e requisitoria, gli atti fondamentali dell'accusa. Centinaia di testi giunti in aula a testimoniare le violenze. Centinaia le occasioni di stigmatizzare quanto accaduto a Bolzaneto.
Eppure, per due anni, limitandoci agli ultimi due, Repubblica confinava la cronaca del processo nelle pagine locali genovesi, l'Unità era troppo persa tra Prodi e neo Pd per dedicarcisi. Ora, improvvisamente la scoperta: c'è stata Bolzaneto. Proprio nel momento in cui il ragionamento sui processi avanza, perché 76 anni di richiesta di pena è una pagliacciata, si discute di tortura e si mette in prima pagina la sofferenza di centinaia di persone. E si torna indietro.
Per scopo elettorale, ma non solo.
La prima traiettoria è sicuramente quella: Repubblica gioca, l'Unità la mette dentro. Oggi titolone in prima pagina: accuse alle destre. Fini nella sala controllo della questura. Ma và?
La seconda traiettoria, ben più grave, secondo me è un'altra. Perché i politici, saranno senza dubbio persone completamente fuori dalla realtà, ma non si può dire non abbiano lungimiranza. E allora, poiché dopo Bolzaneto arriverà alla fine anche il processo Diaz, poiché la teoria del PD è quella della polizia cattiva e di quella buona, poiché nel PD ci sono comunque candidati Serra e un po' di codazzo, poiché Serra fa parte della Polizia anti De Gennaro, bisogna pur fare qualcosa. Ovvero non si può dare addosso alla polizia in generale, ma bisogna sottolinearne una parte malata, possibilmente non quella del proprio nemico, ma anche, interlocutore. Dire a De Gennaro: non ci piaci, ma anche un po' si.
Bolzaneto è perfetta: 45 imputati che contano zero, frilli, due di briscola. Tanti banali torturatori. E allora diamo addosso a Bolzaneto e teniamoci ben ben pronti a dire che Bolzaneto è ok, la Diaz no. Perché no? Perché il pm è un esagitato, un matto, che ha tentato di mettere nel sacco TUTTA la polizia. Invece, ci diranno, doveva limitarsi a portare a processo il VII nucleo, i Canterini Boys, i cattivi di turno, tanto Canterini è un vecchio rintronato ormai, e lasciare perdere Gratteri, Calderozzi e compagnia. Quelli SONO la Polizia, adesso. E Serra e i suoi amici, volere o volare, devono farci i conti. Perché De Gennaro ha fatto centinaia di nomine, ha colonizzato la Polizia ed è ancora lì, in regia, al comando, nonostante la Diaz, nonostante le intercettazioni, nonostante tutto. E allora Bolzaneto è la merce di scambio.
Castelli lo ha già annunciato, e c'è da credere che sia lo stesso pensiero di Uolter: “La storia italiana è piena di pm che sostengono tesi rivelatesi fasulle”. Nella Procura di Genova, tranne per quattro o cinque magistrati, partiranno i festeggiamenti.

Amato: su Bolzaneto colpevole indifferenza

autore:
Giuseppe D'AVANZO
Sommario:
Parla il ministro: si è urlato più per Guantanamo che per Genova. Per accertare la verità meglio affidarsi ai giudici che alle commissioni parlamentari

ROMA - "Bolzaneto è una gran brutta storia...". Giuliano Amato, ministro dell'Interno, non si lascia nemmeno porre la domanda. Ripete ancora: "È una bruttissima storia".

È un'opinione condivisa che sia un gran brutta storia, meno condivise sono le ragioni del perché sia potuto accadere. Qual è la sua opinione?

"Mi deve consentire un ricordo personale. Tra i miei primi libri c'è Individuo e autorità nella disciplina della libertà personale. C'era, ricordo, un capitolo sulla tortura dove ne elencavo anche le tecniche. Era il 1968. In quell'Italia pre-pasoliniana, negli anni cinquanta/sessanta, ci sforzavamo di correggere un'interpretazione riduttiva dei principi costituzionali che sentivamo inespressi in una cultura dello Stato non ancora consapevole di dover essere al servizio del cittadino. Quarant'anni dopo, dover prendere atto che, anche se per un breve stagione, siamo tornati là da dove ci siamo mossi è dura da accettare".

Se capisco bene, è dura da accettare che ancora oggi ci siano servitori dello Stato che hanno dimostrato di disprezzare la disciplina costituzionale della libertà personale. Allora devo chiederle: come e chi forma questi uomini? È nella loro formazione il problema?

"Guardi, io da ministro ho capito che le nostre scuole di polizia hanno processi di formazione che creano tra le migliori professionalità del mondo. Va però detto che è una professione che attira anche gli "istintivamente Rambo". Non ce ne dobbiamo meravigliare. Come non ci dobbiamo sorprendere se, in una situazione di tensione, magari alla 14esima ora del servizio in piazza e dopo ripetuti insulti e lanci di oggetti, ci sia chi non controlla il suo istinto di reazione".

Forse, e non tutti saranno d'accordo, questo può giustificare le violenze nelle strade di Genova, ma non quel che è accaduto alla Diaz. Tantomeno quel che è successo nella caserma di Bolzaneto, luogo chiuso, dove non c'era alcuna emergenza, nessuna minaccia.

"Infatti per la Diaz e Bolzaneto si va al di là di ogni capacità di comprensione. Osservo che questo è vero soprattutto per Bolzaneto dove più che la polizia, c'era soprattutto la polizia penitenziaria che non doveva fare i conti con la pressione della piazza e che, custodendo persone assoggettate, dovrebbe guardarsi dall'abuso di autorità, dovrebbe saper rispettare la dignità umana. Come è stato possibile, dunque? Posso soltanto pensare che bisognerà guardare ulteriormente ai processi di formazione, selezione e avanzamento del personale. Il tema del rispetto della dignità umana è una questione che ho posto ripetutamente nei miei interventi nelle scuole di polizia ricordando che, se è forse agevole un comportamento corretto nei confronti di un bianco con giacca e cravatta, l'obbligo deve essere avvertito ancor di più quando si ha a che fare con disgraziati che possono scatenare quel particolare e violento rapporto che si crea tra il superiore e l'inferiore. So di che cosa si tratta. Sono diventato socialista in una corsia d'ospedale dove gli infermieri e i medici davano il lei ai signori e il tu a mio nonno. Non è un problema irrilevante, però, la disciplina giuridica. Non possiamo giudicare quei comportamenti inumani e vessatori semplicemente come violenza privata o abuso d'ufficio. È qualcosa di più. Deve esserci una severità maggiore quando si esercita violenza contro chi è assoggettato al tuo potere. Intendiamoci: spesso abbiamo la tentazione di risolvere i problemi di ordine pubblico, sicurezza, criminalità con un inasprimento delle pene. E ho detto più volte che inasprire le pene non sempre aiuta a risolvere i problemi. In questo caso - nel caso delle violenze inflitte a chi è assoggettato a un potere - aggravare non tanto le pene ma il tipo di reato è giusto e necessario".

Non aiuta a rimarginare la ferita di Genova la promozione dei funzionari coinvolti nelle violenze.

"Il procedimento disciplinare può seguire l'esito del processo penale con sentenza passata in giudicato. Prima della sentenza penale, è possibile sospendere un funzionario dal servizio soltanto se accusato di alcuni gravi reati, come la collusione con un'associazione mafiosa. Qui, però, davanti a reati trattati come abuso d'ufficio o violenza privata ciò è impossibile. Altro sarebbe il discorso se esistesse una norma che punisse espressamente gli atti di tortura o i comportamenti crudeli e disumani, che ritengo possano essere parificati, per gravità, alla collusione mafiosa".

Capisco, ma c'è una differenza tra non sospendere e promuovere.

"È vero, ma c'è chi è stato promosso dopo un concorso. Chi ha lavorato all'arresto di Bernardo Provenzano e aveva le carte e i tempi giusti per esserlo. E lo dico anche se queste promozioni sono precedenti al mio incarico. Credo che regole e garanzie debbano valere nei confronti di tutti, per chi ha subito le violenze e anche per chi è accusato di essere il presunto violento. Non nego che esiste quel che potremmo definire "un margine di responsabilità oggettiva" che dovrebbe implicare di mettersi da parte, come accade a chi è accusato di reati molto gravi. Diciamo che ritengo questo atteggiamento una "collaborazione rafforzata" con la giustizia. Sono rimasto coinvolto in fatti gravi. Ritengo di non aver colpe e responsabilità. Mi faccio, però, da parte nell'interesse dell'istituzione che rappresento. Se sono poi assolto, ho pagato senza ragione un prezzo. Può accadere. Accade".

Molti ritengono che il capo della polizia all'epoca del G8, Gianni De Gennaro, avrebbe dovuto fare quel passo indietro di cui lei parla, sentire sulle spalle una responsabilità oggettiva. È un fatto che la permanenza di De Gennaro al vertice della Dipartimento della sicurezza pubblica non abbia aiutato a scolorire le polemiche, a sciogliere il rancore che molti giovani nutrono nei confronti degli uomini in divisa, a restituire credibilità alle amministrazioni coinvolte nelle violenze di Genova.

"Non è che debba volare per forza una testa posta in alto perché altrimenti si dice che sono volati solo gli stracci. Io non credo che immolare il capo della polizia avrebbe risolto il problema. Il capo della polizia ha ritenuto di non dimettersi. Ha con fermezza detto di non essere il responsabile di quanto è accaduto. Le violenze di Genova gli sono apparse così lontane dalla sua cultura professionale, dalla sua storia di poliziotto che ha pensato di restare al suo posto, di difendere se stesso".

E lei che ne pensa? Era la cosa giusta da fare?

"Si voleva mettere al rogo De Gennaro per fare l'incendio più fiammeggiante. Lui era quello più in vista, e poco importa se a Bolzaneto c'era soprattutto la penitenziaria che non dipende certo da lui. Io penso invece che va sempre accertato chi ha fatto che cosa. Anche per questo non vedo l'ora che i processi di Genova si concludano in modo che se ne possa riprendere il bandolo e riportarlo all'interno dell'amministrazione assumendo le decisioni più opportune".

Veltroni chiede di accertare se ci siano state, per Genova, responsabilità politiche. È un'opinione condivisa che se oggi la politica ha a lungo taciuto, allora parlò.

"Guardi, io escludo nel modo più assoluto che Gianfranco Fini, della cui presenza a Genova si è molto parlato, abbia potuto dare l'ordine di picchiare duro. Lo conosco. E so che la sua cultura è altra. È possibile piuttosto che, con un governo di centro-destra, ci sia stato chi tra le forze dell'ordine e nella polizia penitenziaria abbia pensato di dare una lezione ai "comunisti". E d'altronde le frasi che sono state gridate a Bolzaneto non lasciano margini al dubbio che si è voluto colpire e punire i "comunisti"".

Questa conclusione, però, rende ancora più inspiegabile il lungo silenzio della politica. Non le pare?

"Non parlerei di silenzio. Parlerei di indifferenza, o meglio di ritrosia. Sorprendente, se ci pensa: si è strillato molto più per Guantanamo che non per Genova. Siamo più sensibili ai diritti umani nel mondo, che al loro rispetto a casa nostra. Anche per questo sarebbe essenziale che rilevassimo come una macchia l'eccezione del 2001 e attivassimo le difese per evitare che si ripeta".

Ma perché quella ritrosia?

"Per l'incompiutezza della nostra democrazia. Le forze politiche affrontano questioni dell'ordine pubblico con un sentimento da "taci il nemico ti ascolta". Alcune pensano che le forze dell'ordine possano essere un territorio di conquista, altre credono che - facendone un bersaglio di furori polemici - possano guadagnare consensi. Nasce così, tra eccessi e reticenze, una frattura nel sistema politico, diviso tra chi parteggia e chi accusa".

Ancora ieri la "Sinistra Arcobaleno" di Bertinotti ha chiesto una commissione parlamentare d'inchiesta già invocata nella scorsa legislatura e bocciata anche dal centro-sinistra. Lei pensa che una commissione d'indagine possa essere utile?

"Le dico quel che penso e non da oggi, ma dall'epoca in cui scrissi quel libro di cui parlavo all'inizio: per accertare la verità, mi fido della giustizia non della politica. Noi - e non soltanto noi politici - siamo sempre tentati dal deformare i fatti, piegarli alle nostre convenienze e utilità. Il più straordinario frutto della nostra civiltà è stata la creazione della giurisdizione, di quel potere autonomo e indipendente da altri poteri a cui abbiamo affidato il compito di ricostruire che cosa è accaduto e per responsabilità di chi. Per accertare la verità di Bolzaneto conviene affidarsi al lavoro del giudice e lasciar perdere le commissioni parlamentari".

Le violenze impunite del lager Bolzaneto

autore:
GIUSEPPE D'AVANZO
Sommario:
Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna". Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni

C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(17 marzo 2008)

RIguardo il processo Bolzaneto

autore:
reporter
Sommario:
Sono ricominciate le udienze della seconda parte della requisitoria del processo sui fatti di Bolzaneto

Nell’aula-bunker del tribunale di Genova è incominciata (e si protrarrà per altre quattro udienze) la seconda parte della requisitoria dei pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello al processo per le violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.

Gli imputati sono 45, tra medici e personale (di vario grado) di polizia Penitenziaria, di Stato e carabinieri.

I Pm hanno elencato le vessazioni subite dagli arrestati, che sarebbero stati costretti a stare in piedi per ore o a fare la posizione «del cigno» e «della ballerina», ad abbaiare come cani per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale; molti avrebbero ricevuto schiaffi a mano aperta e colpi alla nuca, soprattutto quando venivano portati a due a due nelle celle di destinazione.

La presenza di più forze dell’ordine avrebbe comportato due perquisizioni: una nell’atrio e un’altra nell’infermeria; perquisizioni che, secondo i Pm, provocarono ai detenuti ulteriore stress, in aggiunta a quello causato dall’arresto.

I Pm hanno descritto altre vessazioni, come lo strappo di piercing anche dalle parti intime, l’obbligo per alcune ragazze di rimanere nude e girare su se stesse o in tondo, subendo «commenti brutali» da parte di agenti, presenti anche in infermeria: «L’infermeria - ha denunciato il Pm Miniati - che doveva essere un aiuto in caso di sofferenza, è diventata un luogo di ulteriore vessazione».

Sulla scia di Genova condannati a 7 anni 13 fiorentini

autore:
boka
Sommario:
Sulla scia di Genova, condannati a 7 anni 13 fiorentini

Il tribunale di Firenze ha condannato a 7 anni di reclusione a testa i 13 imputati per la manifestazione sotto il Consolato USA del 13 maggio del 1999! Il PM ne aveva chiesti 5!!!
Quel corteo fu il primo in cui, nonostante i tentativi di manipolazione delle immagini da parte dei telegiornali (soprattutto il TG3 regionale), le riprese di alcuni manifestanti fecero emergere che la Polizia caricò e massacrò arbitrariamente dei ragazzi inoffensivi, con tanto di ripresa dello sparo di un lacrimogeno ad altezza uomo e 3 metri di distanza dalla prima fila di manifestanti. I poliziotti investirono anche un ragazzo con le camionette!

Guarda il video delle cariche

E' un fatto di gravità assoluta! Questa sentenza rientra nella scia giudiziaria di Genova! Dare 7 anni ad un ragazzo o una ragazza perchè si difende dalle aggressioni della polizia e 5 a Cuffaro che se la fa con i mafiosi!

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Comunicato del Movimento Antagonista Toscano:

La realta' supera sempre la fantasia.
A Firenze come nella Grecia dei colonnelli.

Il Tribunale di Firenze ha deciso di abolire ogni unità di misura ed ha condannato a sette anni di reclusione i tredici imputati per gli incidenti al Consolato USA del 13 maggio 1999 in occasione dello sciopero/manifestazione indetto dal sindacalismo di base contro la partecipazione dell'Italia alla guerra nei Balcani.

Sette anni per aver preso un sacco di legnate a mani nude. Sette anni a conferma che nella società contemporanea non c'è più misura. Nello sfruttamento come nelle sentenze dei tribunali. Sette anni vengono dati per omicidio (con le attenuanti). Cinque per banda armata. Qualche manciata di mesi per stupro, nulla per gli omicidi sul lavoro. Non parliamo della signora Dini e dei suoi traffici internazionali finiti con una pena abbondantemente sotto l'indulto.

Questi giudici ci fanno tornare in mente i colonnelli greci e lo Shakespeare di "Misura per misura": viviamo la nostra contemporaneità nella svalutazione dei valori, dunque il dramma è quanto mai attuale..

La Magistratura interpreta la crisi verticale della rappresentanza politica, quella società dello spettacolo andata in onda anche pochi giorni fa al Senato, e della sua incapacità di controllare spinte e conflitti sociali.

Non si deve manifestare, tanto meno contro la guerra. E poi, se al governo c'è il centrosinistra è ancora più grave, viene meno ogni "giustificazione politica".

E' il trend giudiziario di Genova e di Cosenza. E' l'altra faccia del delirio securitario che vuole incarcerare tutti i romeni che scappano dalla Romania a causa dei "nostri" imprenditori arrivati a sfruttare la forza lavoro locale per 80 euro al mese.

A Firenze c'è la mano precisa dei DS in questa sentenza. Dopo aver riesumato le ordinanze (1933) del Podestà per deportare i lavavetri, hanno dichiarato la guerra ai poveri colpevoli di avere cattiva incidenza sul turismo – come se Firenze non fosse una città internazionale e cosmopolita. Ed ora indicano nelle case occupate, nei richiedenti asilo che esodano dalle guerre il prossimo nemico da colpire.

La città va affidata a guardie pretoriane che devono esercitare il controllo assoluto non solo sui movimenti, ma sui corpi e sulle menti, perchè cresce la marea dei senza reddito, senza casa, senza cittadinanza e che devono rimanere anche senza voce.

Queste sentenze vogliono sancire lo slittamento del conflitto sociale all'interno della normativa penale. Imputate/i capri espiatori, diversificati per provenienza ed estrazione, per poter esercitare su di loro una giustizia altrettanto diversificata. Per sperimentare la tenuta di "nuovi" reati, quali devastazione e saccheggio, mantenendo i "vecchi" resistenza e danneggiamento.

Daremo vita ad una campagna nazionale su questa sentenza capace di coinvolgere tutto quanto si muove nella società italiana per garantire la libertà di movimento e la demolizione di questa e delle altre sentenze.

SOLIDARIETA' AGLI IMPUTATI LIBER@ TUTT@

RICORDIAMO I FATTI

Il 13 maggio 1999 lo sciopero delle organizzazioni di base fu un grande successo (a Firenze 3.000 in piazza). Lo sciopero dimostrò la possibilità di lottare contro la guerra NATO nei Balcani, guerra sostenuta dal governo di allora, guidato da D'Alema, e definita da CGIL-CISL-UIL "una contingente necessità". A corteo concluso davanti al Consolato Americano partirono, senza preavviso, durissime cariche poliziesche: candelotti sparati ad altezza d'uomo, 5 manifestanti costretti alle cure ospedaliere, mentre tanti altri contusi evitarono gli ospedali. L'atteggiamento delle forze dell'ordine fu conseguente alla circolare D'Alema-Iervolino ("perché non vengano tollerate manifestazioni contro basi militari e sedi governative"). Un paese in guerra adegua il comportamento della propria polizia alla situazione bellica. Un video mostrò l'esatta dinamica delle cariche - video ripetutamente fatto vedere dalla trasmissione "Striscia la notizia", anche, strumentalmente, nei confronti del centrosinistra al governo.

Già le richieste del pubblico ministero apparivano SURREALI: dai 4 ai 5 anni per "resistenza a pubblico ufficiale.

La sentenza dimostra che ancora una volta la realtà supera la fantasia!

MA NON FINISCE QUI!

Movimento Antagonista Toscano – Confederazione Cobas

Genova 2001 - Sit-in sotto il Ministero di Grazia e Giustizia

Sommario:
Dopo le sentenze del processo ai 25, mercoledi 19 Dicembre e' stato indetto un sit-in sotto il Ministero di Grazia e Giustizia dalle ore 17:30 in via Arenula

DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO A CHI?

G8: una sentenza tutta politica.

Venerdi' 14 Dicembre e' stata emessa l'attesa sentenza per i 25 capri espiatori delle giornate di Genova 2001. Dieci persone condannate per devastazione e saccheggio, con pene dai 6 agli 11 anni e le restanti quattordici per danneggiamento con pene dai 6 mesi ai 2 anni e mezzo. Una sola assoluzione.

Devastazione e saccheggio e' un reato risalente all'immediato dopoguerra e che, da Genova in poi, sta diventando un capo di imputazione esemplare. La punizione ideale per chi "si macchia di reati politici". Punirne 24 per schiacciare la storia di 300.000; quei 300.000 che sei anni fa, con forme e modalita' diverse, decisero di scendere in piazza contro le politiche degli otto grandi, quelli che devastano e saccheggiano la terra sul serio.

Queste condanne, pesanti come un macigno, sono in assoluta continuita' con la stretta securitaria intrapresa da questo e dai precedenti governi.

Strano paese il nostro, nel quale non è considerato criminale chi crea armi e basi per esportare la guerra, chi devasta il territorio con grandi opere utili solo al profitto di chi le realizza, chi uccide i lavoratori privandoli della necessaria sicurezza, chi pesta e spara arbitrariamente "protetto" dalla propria divisa, ne' chi usa violenza contro le donne con cui vive. In questo paese, invece, e' considerato criminale chi ancora trova la forza di opporsi allo stato delle cose, chi rivendica i propri diritti, chi esprime dissenso sui muri con una bomboletta spray, o chi non ha un passaporto italiano e cerca di sbarcare il lunario come puo', elemosinando, vendendo cianfrusaglie o lavando vetri al semaforo.

Dopo un sentenza tutta politica, dopo aver sbattuto il mostro in prima pagina, dopo aver dato in pasto all'opinione pubblica una lettura dei fatti distorta e ingiusta, la vicenda Genova 2001 sembra gia' essere stata liquidata. E la repressione verso i movimenti prosegue imperterrita.

Noi non accettiamo una rilettura cosi' falsa e misera di quelle giornate. Non accettiamo che le montature giudiziarie vengano agitate ed usate per reprimere i movimenti di lotta e per inibire pratiche di piazza e di contestazione. Rispediamo al mittente la sentenza genovese, cosi' come le accuse della procura di Cosenza per altri 13 protagonisti delle giornate di lotta del 2001, alla sbarra con imputazioni tanto gravi quanto infondate, tra cui associazione sovversiva.

A Genova abbiamo scritto una storia, ed e' la nostra storia, la storia di tutte e tutti noi. E' una storia talmente grande che non puo' essere riscritta da tribunali, polizie, veline d'agenzia, o governi. E lo diciamo qui, oggi, cosi', come lo ribadiremo, nei giorni della sentenza per il processo ai 13 a Cosenza, con un appuntamento nella citta' calabrese il prossimo Sabato 2 Febbraio.

Alcun* attivist* Roman*

Genova 2001: in any case no remorse

autore:
(((i))) translator

[EN version]

The sentence of the process against 25 protesters regarding the riots during the demonstrations against the g8 in Genoa, has decided which is the price that must be paid in order to express your own ideas and to make a stand against the state of present things: 110 years of jail. The court of the president Devoto and the judges to latere Gatti and Realini, has not had the courage of contrasting to the ferocious reconstruction of the collective history made by public prosecutors Andrea Canciani and Anna Canepa, who demanded to the judges to endorse the power attached to their roles.
Indeed, it has made it worse. He has chosen of pass judgement that there
is a good way in order to express your dissent and a bad way, that there are
some ways of compatible protest and some others that have to be punished equally to a war crime. In order to complete the work he also supplied a consolation, at the end
of the process, for the defenders and the "honest citizens", asking for the transmission of the actions for the false testimonies of two police officers and two policemen, consolation that does not alleviate the weight of the sentence and whose sense of charity it is of no interest to us.

The court of Genoa has chosen to favour all those political forces, all those right-minded people, all those lawyers, than - consciously - have hoped that little, even less then the 25 defendants, were condemned so to be
able to make a relief sigh, to be able to know where to point their dirty and moral dripping finger. The use of the crime of “devastation and pillage” in order to condemn what happened during a political manifestation opens the road to a dangerous operation, where the individuals are supine to the choices of who governs, defenceless in front of the daily iniquities of a system in full democratic emergency , more than economic. Nobody of those who was at Genoa in 2001 and that it has constructed careers on the words and aims of Genoa, but then betraying them with every vows and necessary means, is willing to line up against this absurd and instrumental operation: nobody, or nearly, in the left centred coalition of the government has been able to say that at Genoa, among those that today have been condemned to years in jail , there it would have to be all the participants to those days.

The same thing has been also performed by many of the social movements, and by many of the persons who have tried to subvert the contents of the manifestation that only three weeks ago, on the 17 of November, has filled up the roads of Genoa: they wanted to mislead the public opinion regarding who were those people who were fighting for a different way of living and society, and who defended the way of living that we live every day on our skin; they wanted to muddle, perhaps because their dignity is also confused. And therefore, dozens of dispatches on the possible
Parliamentarian Commissions, on "Truth" and "Justice", and too many little words on 25 persons who were about to be set off as scapegoats by a power that has had fear.
Nevertheless, Genoa can not be cancelled with the misleading operations operated by the attorney, neither by the dodgy choices nor by the skeletons hidden in the closets. The 80,000 persons who have paraded for the ways of Genoa on the 17 November , did not ask for a Parliamentarian Commission , they did ask that 25 persons did not become the windscreen behind which burying an uncomfortable historical passage, that questioned the present society and its way of life. We are convinced that those 80,000 persons are listening to us and will not allow to a courtroom to dispossess their own memory and having the life of 24 persons destroyed. To greater reason today, with a sentence that tries to crush us and makes us feel ashamed of what we have been and what we have lived, to paint those moments of revolt to gloomy inks rather than with the light and the dignity that would deserve the more genuine moments that express the popular will, we say that we will not repudiate anything, than we will not be sorry for anything, because there is nothing we repent of or which we feel of having to express differently than that of the higher moment of our political life.

We think that all those who were in Genoa should have to scream: in any case no remorse. No remorse for the roads occupied from the revolt, no remorse for the powerful people that hidden inside the red zone, no remorse for the barricades, the cracked display windows, the protections of foam rubber, the plastic shields, the black dressed ones, the white hands, for the dances of the Pink, no remorse for the determination with which we have questioned power for some days. We said it the day after Genoa, and we have been saying it throughout these years: Memory is a collective gear that cannot be sabotaged. And for everything that Genoa has represented and meant to us, we will have no remorse. Today, as yesterday and tomorrow, we are going to repeat that “We are the History “. Today, as yesterday and tomorrow, we are declaring again: in any case no remorse.

SUPPORTOLEGALE
info@supportolegale.org

[IT version]

La sentenza del processo contro 25 manifestanti per gli scontri avvenuti durante le proteste contro il g8 a Genova, ha deciso qual è il prezzo che si deve pagare per esprimere le proprie idee e per opporsi allo stato di cose presenti: 110 anni di carcere. Il tribunale del presidente Devoto e dei giudici a latere Gatti e Realini, non ha avuto il coraggio di opporsi alla feroce ricostruzione della storia collettiva ad uso del potere che i pm Andrea Canciani e Anna Canepa gli ha richiesto di avvallare.
Anzi, ha fatto di peggio. Ha scelto di sentenziare che c'è un modo buono per esprimere il proprio dissenso e un modo cattivo, che ci sono forme compatibili di protesta e forme che vanno punite alla stregua di un reato di guerra.
Per completare l'opera ha anche fornito una consolazione a fine processo per i difensori e gli "onesti cittadini", chiedendo la trasmissione degli atti per le false testimonianze di due carabinieri e due poliziotti, un contentino con cui non si allevia il peso della sentenza e il cui senso di carità a noi non interessa.

Il tribunale di Genova ha scelto di assecondare tutte quelle forze politiche, tutti quei benpensanti, tutti quegli avvocati, che - coscientemente - speravano che pochi, ancora meno dei 25 imputati, fossero condannati per poter tirare un sospiro di sollievo, per poter sapere dove puntare il proprio dito grondante morale e coscienza sporca. L'uso del reato di devastazione e saccheggio per condannare fatti avvenuti durante una manifestazione politica apre la strada a un'operazione pericolosa, che vorrebbe vedere le persone supine alle scelte di chi governa, inermi di fronte ai soprusi quotidiani di un sistema in piena emergenza democratica, prima ancora che economica. Nessuno di coloro che era a Genova nel 2001 e che ha costruito carriere sulle parole d'ordine di Genova, salvo poi tradirle con ogni voto e mezzo necessario, ha voluto schierarsi contro questa operazione assurda e strumentale: nessuno, o quasi, in tutto l'arco del centro sinistra al governo ha saputo dire che a Genova, tra coloro i quali oggi sono stati condannati ad anni di galera, avrebbe dovuto esserci tutti quanti hanno partecipato a quelle giornate.

La stessa cosa è stata portata avanti anche da molti dei movimenti, e molte delle persone che hanno cercato di sabotare i contenuti della manifestazione che solo tre settimane fa, il 17 novembre, ha riempito le strade di Genova: hanno voluto annebbiare le persone su chi fossero coloro che si battevano per un modello di vita e di società diverso, e chi difendeva il modello che viviamo sulla nostra pelle tutti i giorni; hanno voluto confondere le acque, forse perché anche la loro dignità è confusa. E allora decine di comunicati sulle possibili Commissioni Parlamentari, sulla Verità e sulla Giustizia, e troppe poche parole su 25 persone che stavano avviandosi a diventare capri espiatori di un potere che ha avuto paura.
Genova però non si cancella con il revisionismo a mezzo procura, né con le pelose scelte di comodo e gli scheletri nascosti negli armadi. Le 80.000 persone che lo scorso 17 novembre hanno sfilato per le vie di Genova, non chiedevano una Commissione Parlamentare, bensì che 25 persone non diventassero il paravento dietro cui seppellire un passaggio storico scomodo, che ha messo in discussione l'attuale sistema di vita e di società. Siamo convinti che quelle 80.000 persone ci ascoltano e non permetteranno a un'aula di tribunale di espropriare la propria memoria e devastare le vite di 24 persone.
A maggior ragione oggi, con una sentenza che cerca di schiacciarci e farci vergognare di quello che siamo stati e quello che abbiamo vissuto, di dipingere quei momenti di rivolta a tinte fosche anziché con la luce e la dignità che meriterebbero i momenti più genuini che esprimono la volontà popolare, noi diciamo che non ripudieremo nulla, che non chiederemo scusa di nulla, perché non c'è nulla di cui ci pentiamo o di cui sentiamo di dover parlare in termini diversi che del momento più alto della nostra vita politica.

Noi pensiamo che tutti coloro che erano a Genova dovrebbero gridare: in ogni caso nessun rimorso. Nessun rimorso per le strade occupate dalla rivolta, nessun rimorso per il terrore dei grandi asserragliati nella zona rossa, nessun rimorso per le barricate, per le vetrine spaccate, per le protezioni di gommapiuma, per gli scudi di plexiglas, per i vestiti neri, per le mani bianche, per le danze pink, nessun rimorso per la determinazione con cui abbiamo messo in discussione il potere per alcuni giorni.
Lo abbiamo detto il giorno dopo Genova, e in tutti questi anni: la memoria è un ingranaggio collettivo che non può essere sabotato. E per tutto quello che Genova è stata e ha significato noi non proveremo nessun rimorso. Oggi, come ieri e domani, ripeteremo ancora che la Storia siamo Noi. Oggi, come ieri e domani, diremo di nuovo: in ogni caso nessun rimorso.

SUPPORTOLEGALE
info@supportolegale.org

17 novembre: il COISP organizza a Genova un sit-in in tutte le piazze della città.

autore:
reporter
Sommario:
Sarà il più grande raduno nazionale del COISP, unitamente a quanti Operatori della Sicurezza vorranno partecipare.

Il Coisp, a firma del Segretario Generale Franco Maccari, ha inviato la richiesta al Questore di Genova per manifestare il 17 novembre nelle
piazze della città, attraverso sit-in e momenti di discussione pubblica dal titolo:

“IL SACCHEGGIO IN DIFESA DELLE PROPRIE RAGIONI
BLACK BLOC, NO GLOBAL E DINTORNI”

“Intendiamo offrire il pieno appoggio alla Magistratura – ha detto Maccari – nella ricerca delle responsabilità delle violenze e nella
comminazione delle giuste pene verso coloro che hanno devastato la città di Genova durante il G8 del 2001, quando i poliziotti sono accorsi a
difendere la città e i cittadini da chi esprimeva le proprie ragioni con brutalità, prepotenza e saccheggi.”

“Passasse la linea della sinistra radicale – ha continuato Maccari – ogni dimostrazione si trasformerebbe in atti impuniti di violenza e di
sopraffazione, ritenendo qualunque aleatoria “giusta causa” buona ragione per vandalismi. E chiunque può vantare una “giusta causa”. Sono
sempre più allucinanti e demagogiche le dichiarazioni di chi voleva quanto accaduto al G8 un affare privato, da cavalcare miseramente ancora
una volta sulla testa dei cittadini: Francesco Caruso si indigna contro la criminalizzazione dei movimenti, senza esprimere la banale equazione
che se i movimenti compiono azioni criminose, vanno criminalizzati. O forse, per Caruso, nemmeno le Br andavano e vanno criminalizzate. Se poi Haidi Giuliani esprime l’amaro banale paradosso “Mi aspetto che qualcuno venga da me e Giuliano per chiederci i danni perché il sangue di nostro
figlio ha sporcato la piazza”, dovrebbe chiedersi quale tipo di piazza ha messo un estintore in mano a suo figlio e che piazza gli ha fatto attaccare le Forze di Sicurezza. La stessa piazza che ora lei frequenta come senatrice, ovvero negli ambiti della sinistra radicale.”

“Lo abbiamo scritto molte volte – conclude Maccari – la Polizia è vicina e con i cittadini. Per questo andremo in tutte le piazze di Genova il 17 novembre, per incontrare la gente, per far sentire loro che la sicurezza e la legalità sono valori superiori al crimine e alla demagogia, che Genova sarà sempre difesa contro chi l’ha devastata ed ora vorrebbe farne ghignante simbolo di pseudo coscienza civile e di movimenti criminosi vicini alla dimensione del terrore.”

Con gentile preghiera di pubblicazione e diffusione

Responsabile Ufficio Stampa: Dott. Tullio Cardona
349.6634961 - fax 348.5533330 mail ufficiostampa@coisp.it

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