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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

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immigrati

Italia. Carabinieri e vigili urbani condannati: rubavano droga e pestavano immigrati

autore:
Aduc

tto condanne, due proscioglimenti e altri otto rinvii a giudizio. E' il verdetto emesso ieri mattina dal giudice per l'udienza preliminare del tribunale di Bergamo, Bianca Maria Bianchi, al termine del processo con rito abbreviato a carico dei 21 presunti componenti della cosiddetta banda della Panda nera, il gruppo di carabinieri e vigili urbani che avrebbe imperversato nella Bassa Bergamasca tra il novembre 2005 e il giugno 2007, rendendosi responsabile di pestaggi nei confronti di immigrati, ma anche di sequestri non verbalizzati di droga, telefoni cellulari e soldi. Per altri tre e' stato concesso invece il patteggiamento.
Tutti i personaggi di spicco della vicenda sono stati ritenuti colpevoli, a partire dall'ex comandante della stazione dell'Arma di Calcio, Massimo Deidda, considerato dalla procura il leader carismatico della banda, e condannato a cinque anni e due mesi. Per lui il pubblico ministero Enrico Pavone aveva chiesto quattro anni e mezzo per associazione a delinquere, tentata concussione e peculato.
La condanna piu' pesante e' stata inflitta al collega Viviano Monacelli, cui non sono state concesse neppure le attenuanti generiche. Anche per lui il pm aveva chiesto una pena minore, a cinque anni. Il giudice lo ha ritenuto colpevole di alcuni degli episodi piu' gravi dell'inchiesta. Oltre a figurare nell'associazione a delinquere, sarebbe stato coprotagonista della cessione di un chilo di hashish a uno spacciatore, dopo che era fallita una trappola per incastrare la persona che glielo aveva venduto. In piu', avrebbe partecipato a diversi raid con botte e sequestri di soldi e cellulari, non menzionati nei successivi verbali.
Tre anni e otto mesi sono stati inflitti invece al maggiore Massimo Pani, ai tempi comandante della Compagnia dei carabinieri di Treviglio: l'ufficiale era finito nei guai non per aver preso parte alle spedizioni punitive, ma per una tentata concussione (aveva cercato di costringere due carabinieri di Martinengo a non deporre a processo contro un collega) e per la cessione del chilo di hashish per cui e' stato condannato anche Monacelli. Il carabiniere di Romano di Lombardia Fabio Battaglia - finito sotto inchiesta per l'episodio del chilo di hashish e per uno dei raid - e' stato condannato a tre anni. Tre anni e sei mesi sono stati inflitti invece a Gian Paolo Maistrello, l'agente della polizia locale di Cortenuova, che per la Procura avrebbe partecipato ad alcuni pestaggi e detenuto cocaina e hashish negli uffici del comando dei vigili.
Altre pene minori sono state inflitte al maresciallo Michela Francesconi (due anni), Vincenzo Di Gennaro (un anno e sei mesi) e Gerardo Villani (un anno), tutti con la sospensione della pena. Hanno patteggiato invece l'agente della polizia locale di Cortenuova Andrea Merisio (tre anni), il carabiniere di Calcio Danilo D'Alessandro (un anno e undici mesi) e il trentacinquenne trevigliese Giovanni Capozzi (due anni e otto mesi). Prosciolti, invece, Marco Bettarello, agente della polizia locale di Chiari (Brescia) accusato di favoreggiamento, e lo studente Roberto Amato. Altre otto persone sono state rinviate a giudizio.

QUANDO SI DICE UN PAESE RAZZISTA!

autore:
Laura - INsensINverso

www.insensinverso.org

L’ONU dichiara che l’Italia non mantiene gli accordi per l’eliminazione delle discriminazioni razziali.

Nel 72° rapporto del CERD (Comitato per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali), a fronte del rapporto presentato dall’Italia, l’ONU ha pubblicato (Marzo 2008) 30 raccomandazioni per il nostro Paese (di cui 7 sono gli aspetti positivi, 20 gli aspetti negativi).
Ne farò un breve riassunto.
L’ONU denuncia la mancanza di accesso ai più basilari servizi per Rom e Sinti, la mancanza di azioni contro le misure adottate dalle autorità locali per negare la residenza ai Rom e la loro illegittima espulsione, la mancanza di prevenzione dell’uso della forza illegale da parte degli agenti della polizia nei riguardi dei Rom, la mancanza di prevenzione e punizione nei confronti degli atti di violenza contro i Rom e altre persone di origine straniera motivati da razzismo.
Denuncia inoltre di essere l’unico Paese in Europa a non avere ancora costituito una istituzione nazionale indipendente per i diritti umani in linea con i Principi di Parigi; il comitato nota che in Italia c’è un basso numero di casi giudiziari per discriminazione razziale, ma non giudica il dato positivo, poiché tale situazione potrebbe essere dovuta ad una informazione inadeguata fornita alle vittime sui propri diritti e ad una inconsapevolezza da parte delle autorità dei reati di razzismo.
Il Comitato si dichiara preoccupato anche per la situazione dei lavoratori senza documenti, sulla violazione dei loro diritti umani, visto che in Italia queste persone hanno stipendi al di sotto dei minimi garantiti, orari di lavoro troppo lunghi, ci sono condizioni di lavoro forzato, e parte dei loro salari vengono trattenuti dai datori di lavoro per pagare le loro sistemazioni in alloggi sovraffollati senza elettricità o acqua corrente.
Il CERD si dichiara fortemente preoccupato per le segnalazioni ricevute di discorsi di odio razziale, incluse dichiarazioni contro cittadini stranieri e Rom attribuite ai politici. In questo punto ci tiene a sottolineare che “l’esercizio del diritto alla libertà d’espressione implica speciali doveri e responsabilità, in particolare l’OBBLIGO di non diffondere idee razziste”. Chiede alla Stato Italiano di contrastare la propaganda razzista per fini politici.
Un punto specifico è dedicato ai CPTA, nello specifico quello di Lampedusa, in cui i migranti hanno subito maltrattamenti, non hanno accesso all’assistenza legale, vivono in condizioni di sovrappopolamento, igiene, nutrizione e assistenza sanitaria insufficienti. I CPTA devono essere conformi agli standard internazionali e devono garantire che i migranti non vengano portati in un Paese in cui possono essere soggetti a serie violazioni dei diritti umani, compresa la tortura.
Infine il Comitato denuncia il fatto che “i mass media continuano a giocare un ruolo nel proiettare un’immagine negativa delle comunità Rom e Sinti” e che lo Stato non ha fatto niente in contrasto con questo. Raccomanda quindi di “incoraggiare i media a combattere pregiudizi e stereotipi negativi che portano alla discriminazione razziale e di adottare tutte le misure necessarie per combattere il razzismo nei media”.
Insomma, entro un anno l’Italia deve dare prova di avere intrapreso misure contro il razzismo, mentre normalmente il rapporto si fa dopo 5 anni, proprio perché la nostra situazione è particolarmente grave. Sono cose che già sappiamo, ma che sicuramente ai nostri politici fanno un altro effetto se detti dall’ONU.

Solidarietà con la lotta degli immigrati bengalesi

autore:
www.megafonorosso.it

La lotta degli immigrati bengalesi prosegue; dopo circa quaranta giorni di presidio in piazza San Giovanni, i combattivi lavoratori del Bangladesh hanno iniziato lo sciopero della fame per sensibilizzare l'opinione pubblica e le silenti istituzioni italiane circa questo caso umanitario. Consapevoli del fatto che solo l'unità dei lavoratori nativi e stranieri potrà permettere il raggiungimento delle basilari conquiste di dignità che questo sistema oggi puntualmente nega loro.
I compagni di "Megafono Rosso - per l'unità degli studenti in lotta" esprimono la loro solidarietà nei confronti degli immigrati bengalesi in lotta per il permesso di soggiorno e denunciano il totale silenzio della stampa sulla vicenda!

Diamo appuntamento a tutti al presidio domani 31 gennaio alle 12,00 in occasione della conferenza stampa e ogni giorno al presidio per dare un aiuto pratico alla comunità bengalese!

www.megafonorosso.it
posta@megafonorosso.it

CLANDESTINI INESPELLIBILI

autore:
Laura - INsensINverso

Un presidio permanente di cittadini bangladesi è presente senza interruzioni dal 9 Gennaio in Piazza San Giovanni, per richiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. L’emergenza in Bangladesh è di due tipi, politica e naturale. Per quanto riguarda la situazione politica, il Bangladesh non ha un governo eletto democraticamente da ormai un anno; ha un governo militare che arresta chi manifesta contro la repressione e a favore della libertà di parola. E’ dunque impossibile qualsiasi tipo di attività politica di opposizione, nonché il diritto all’associazionismo. L’altra emergenza, quella naturale, è comparsa anche agli occhi dei nostri giornali a metà Novembre, con i pesanti danni causati dal ciclone Sidr. Tuttavia già a Luglio, Agosto e Settembre c’erano state numerose alluvioni, che avevano allagato ¾ del Bangladesh. I morti del ciclone sono solo approssimativi, perché non c’è un registro dove controllare gli scomparsi. I cadaveri ritrovati sono stati però ben 30.000, 8 milioni di persone si ritrovano senza tetto e senza viveri, 4 milioni di animali sono stati ammazzati, il costo della vita si è raddoppiato, mancano grano e riso. Questo è stato in parte riconosciuto anche dal governo italiano, che infatti manda aiuti economici e beni di prima necessità (cibo e medicine).
Ora i bangladesi presenti in Italia richiedono che venga loro riconosciuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, poiché ritornare in questo momento in Bangladesh significa “una condanna a morte”. Il Bangladesh è un paese sovraffollato, con una popolazione di 150 milioni di persone in un territorio più piccolo della metà dell’Italia, e occupato per il 30% da fiumi. I bangladesi chiedono semplicemente di poter lavorare in Italia, per poter mandare risparmi a un Paese da ricostruire. Ma l’iter sembra infinito.
La mobilitazione inizia il 4 Dicembre, con 500 persone davanti al Senato. Le forze politiche si impegnano a mandare un comunicato entro la settimana. Ma, vista nessuna risposta, la comunità bangladese organizza un presidio il 20 Dicembre, in Piazza Esquilino, che va avanti per tutta la notte. La mattina presto, finalmente, viene ricevuta una delegazione dalla sottosegretario all’interno Marcella Lucidi e dalla sottosegretario alla solidarietà sociale Cristina De Luca, che assicurano di trovare una soluzione subito dopo Natale. Passa Natale, passa Capodanno, passa l’Epifania, ancora nessuna risposta. Allora la comunità bangladese, il 9 Gennaio, organizza una manifestazione, cui partecipano almeno 8.000 persone. Appena il corteo gira per via de Fori Imperiali, arriva una notizia dal Viminale: “La circolare è pronta”. La circolare sospende di fatto le espulsioni dei cittadini bangladesi, fino a quando non cessa l’emergenza, e la polizia non può dare loro il foglio di via ma, se fermati, devono ripresentarsi nel mese di Giugno. Nel frattempo si è in un limbo in cui si tollera la loro presenza a causa dell’emergenza, ma non gli si dà la possibilità di lavorare. Quello che i bangladesi chiedono è semplicemente il rilascio di un riconoscimento, che si chiami permesso umanitario, emergenza Bangladesh, o in qualsiasi altro modo, purchè gli permetta di lavorare liberamente.
E come se non bastasse, in piazza San Giovanni in Laterano, ci si mettono anche i vigili urbani, che giunti sul luogo del presidio con tre pattuglie, intimano ai manifestanti di andarsene, pena l’arresto. Nelle parole delle forze dell’ordine, così come dichiarano i manifestanti, appaiono più volte frasi razziste, come “anche se telefoni al Presidente della Repubblica Italiana i neri devono andare via di qui” o “tutte le vostre facce da neri devono smontare via”.
I cittadini del Bangladesh sono ancora in piazza, con una forza e una volontà invidiabile, a richiedere i loro diritti umani, che dovrebbero essere garantiti da qualsiasi stato civile. Il 28 Gennaio hanno organizzato una assemblea cittadina, per collaborare con le altre forze dei movimenti, politici e non, con i cittadini italiani in generale, con chiunque si dichiari antirazzista, per chiedere aiuto e sostegno in una lotta giusta quanto lunga e difficile.
Gli episodi di razzismo delle forze dell’ordine, il continuo atteggiamento del “non do ma non nego” del Governo, il suo favoreggiamento del lavoro in nero, i continui controlli ai cittadini immigrati a seguito del pacchetto sulla sicurezza, sono buoni e fondamentali motivi contro cui battersi, perché l’Italia non venga più considerata un Paese fascista e razzista come lo è stato in altre buie epoche storiche.
Davanti al silenzio della stampa, che come al solito chiude un occhio di fronte alle questioni spinose del nostro Paese, bisogna essere in tanti per farsi ascoltare.

www.insensinverso.org

Eccolo rispunta Scalfari. Stavolta contro Rodotà

autore:
comiromanord
Sommario:
Ruspe ed espulsioni.La storia ritorna indietro nel tempo alle deportazioni di massa del 42?

Era prevedibile che Scalfari intervenisse come un orologio a difendere le misure adottate dal governo e l'operato del nuovo segretario del neo Partito Democratico. L'aveva già fatto ferocemente contro l'antipolitica di Grillo e dei ragazzi del Vaffaday tacciandoli di favorire svolte autoritarie e fasciste. Oggi si schiera nuovamente per difendere il decreto sulle espulsioni e lo stesso Veltroni dall'attacco di Rossanda e di Sansonetti che hanno definito fasciste le posizioni del sindaco di Roma riguardo al decreto. Ma Scalfari interviene con un lungo editoriale soprattutto per riparare, in qualche modo, alla "ferita" inferta al governo e a Veltroni il giorno precedente dal suo stesso quotidiano, con la pubblicazione di un argomentato articolo severamente critico, firmato da Stefano Rodotà, eccellente giurista......continua

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