Makwan
Caso Makwan. Una voce dall'Iran invita gli attivisti a non arrendersi
Dom, 09/12/2007 - 01:20Un amico di Makwan spiega perché il ragazzo è stato assassinato
Paveh, Iran, 8 dicembre 2007. Seimila cittadini iraniani hanno partecipato in lacrime al funerale di Makwan. La campagna per la vita del ragazzo gay assassinato dal regime della Republica Islamica ha raggiunto ogni angolo del Paese e sta generando la nascita di un movimento di opinione che coltiva l'indignazione per l'ultimo di una serie di efferati crimini di stato. Makwan è diventato una leggenda. Il suo martirio commuove e unisce il popolo iraniano, oppresso da una dittatura feroce. "Noi amiamo Makvan. Makwan vive in noi," dicono a voce sempre più alta i cittadini. Un ragazzo iraniano di Paveh, la città in cui nacque Makwan, ha inviato un messaggio a tutti gli attivisti attraverso il blog "Gays Without Border", nato durante il caso di Pegah e sempre vicino al Gruppo EveryOne.
"Sono un cittadino di Paveh, la cittadina in cui viveva Makwan. Lo conoscevo molto bene e tutti, in città, sanno che era innocente o almeno che non meritava l'inumano verdetto emesso da una banda di criminali che dovrebbero avere quale compito l'amministrazione della giustizia in Iran. Desidero dirvi la verità riguardo ai motivi che hanno condotto alla tragica morte di Makwan. I giovani che vivono a Paveh, che siano curdi o sunniti, sono privati di molti diritti; in maggioranza sono senza lavoro e la città ha sempre subito forme di persecuzione da parte del regime, dopo la Rivoluzione Islamica, per le attività politiche. Ora la gioventù di Paveh è piena di rabbia, un sentimento accumulato in tanti, troppi anni di ingiustizia. Per diffondere un'atmosferea di terrore, il regime ha sacrificato Makwan, in modo che i giovani non protestino più, per nessun motivo. L'hanno giustiziato e useranno questa violenza per raggiungere i loro torbidi fini politici. Questa azione però è stata condannata da tutta la città e ha generato fra di noi un clima di unione e consapevolezza. Siamo accorsi in massa al suo funerale, per protestare contro il regime e le sue politiche repressive. Lancio un appello a tutti i gruppi internazionali per i diritti umani affinché continuino a protestare contro le sentenze del regime, che mette a morte giovani innocenti. Gli attivisti per i diritti umani, in tutto il mondo, devono continuare a operare per la giustizia e fare del loro meglio per mettere di fronte alle loro responsabilità coloro che hanno emesso l'iniquo verdetto e procedono nel loro contegno senza alcuna vergogna. Grazie".
Makwan. Omosessuale giustiziato in Iran
Sab, 08/12/2007 - 16:03Omosessuale giustiziato in Iran
di Farian Sabahi (La Stampa)
Mentre si allenta la tensione sul nucleare, nella Repubblica islamica i falchi cantano vittoria e a farne le spese è un omosessuale di vent’anni, accusato di avere stuprato tre ragazzi quando di anni ne aveva solo tredici. Le presunte vittime hanno ritirato le accuse ma Makwan Moloudzade è stato giustiziato nella prigione di Kermanshah anche se la Convenzione per i diritti del fanciullo, ratificata dall’Iran, vieta l’esecuzione di coloro che commettono reati da minorenni. Il 7 giugno scorso il giudice della prima camera del tribunale penale di Kermanshah aveva definito la sua colpa “una violazione dei precetti islamici e delle leggi morali terrene” e lo aveva condannato a morte. La sentenza era stata confermata il 1° agosto e poi sospesa il 15 novembre dal capo della magistratura Shahrudi dopo la campagna “Fiori per la vita in Iran” organizzata dal Gruppo EveryOne, lo stesso che ha salvato la lesbica Pegah dalla deportazione dal Regno Unito, dove aveva chiesto asilo, a Teheran. Le centinaia di rose bianche e rosse inviate al presidente Ahmadinejad e la mobilitazione del mondo islamico liberale e progressista non hanno avuto successo e sembrano avere addirittura sortito l’effetto opposto: di fronte alla minaccia di ulteriori pressioni– questa volta non per un programma nucleare militare inesistente ma per violazioni dei diritti umani ben documentate – i falchi hanno giustiziato subito il condannato. “Le organizzazioni internazionali per i diritti umani avevano diminuito la pressione sull’Iran dopo le dichiarazioni del capo della magistratura”, osserva l’esule iraniano Ahmad Rafat, vice direttore di Adn Kronos International. “L’ayatollah Shahrudi aveva promesso di rivedere il processo e persino di emendare alcune norme del codice penale. Attenuata la pressione internazionale, i falchi hanno invece messo a morte il giovane omosessuale e la stessa sorte potrebbe toccare ai due giornalisti curdi in cella da mesi”. Sostenuti dai pasdaran e finanziati dal petrolio alle stelle, i falchi preferiscono la tensione al dialogo. È infatti la tensione a permettere di punire i dissidenti col pretesto che minacciano la sicurezza nazionale. Scampato il pericolo del bombardamento e sfumato il timore di ulteriori sanzioni economiche da parte del Consiglio di Sicurezza (che incontrerebbero l’opposizione della Cina e della Russia) torna il momento di firmare contratti con Teheran. Ma non bisognerebbe dimenticare il rispetto dei diritti umani. In Iran ma anche in Arabia Saudita, l’altro Paese islamico dove gli omosessuali finiscono sul patibolo ma si fa finta di non sapere a causa dei tanti interessi in gioco.
Cuori per Makwan, cuori per un mondo senza omofobia
Ven, 07/12/2007 - 04:16
I carnefici iraniani hanno ammazzato Makwan. Makwan vive in noi. Da tutto il mondo continuano ad arrivare alle autorità di Teheran e-mail, cartoline e lettere scritte da persone di tutte le età che chiedono clemenza per il ragazzo gay, la cui colpa è quella di aver amato un coetaneo quando aveva 13 anni. Ma il presidente della Repubblica Islamica, il ministro della Giustizia e le altre autorità hanno ignorato ogni richiesta, ogni supplica e hanno esercitato la più spietata crudeltà, in nome di un dio sanguinario che non è certo il dio d'amore che i veri Musulmani adorano, ma solo un prodotto dell'odio, della discriminazione, del pregiudizio. La Campagna dei Cuori non si ferma.
Centinaia di persone hanno disegnato con matite, penne, pastelli o con il computer tanti cuori e li hanno spediti insieme ai loro messaggi che dicevano: "Noi amiamo Makwan", "Makwan è innocente", "Grazia per Makwan". I boia hanno straziato il corpo di Makwan e gli hanno tolto per sempre il respiro. Però Makwan è adesso un simbolo e i simboli non possono morire. Il nome di Makwan riecheggerà da adesso in ogni angolo del mondo e chiederà giustizia; sarà più forte dell'odio, più grande della morte. Vogliamo creare una galleria in memoria del giovane martire, ucciso dall'omofobia. Ora chiediamo a tutti di inviarci disegni di cuori dedicati al ricordo di Makwan. Li raccoglieremo e diventeranno il simbolo di un modo di amare che oggi è in catene, ma che un giorno, anche grazie al sacrificio di persone come Makwan, sarà libero e potrà liberamente e in pubblico "dire il suo nome". Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau
Makwan, giovane gay iraniano, è stato assassinato dal boia. Ricordiamolo
Gio, 06/12/2007 - 11:20
MENTRE CONTINUA LA CAMPAGNA DEI CUORI LANCIATA DAL GRUPPO EVERYONE PER IMPEDIRE L’ASSASSINIO DEL VENTUNENNE IRANIANO MAKWAN MOLOUDZADEH, GIUNGE DA TEHERAN LA NOTIZIA DELLA SUA ESECUZIONE, AVVENUTA IERI MATTINA, SENZA CHE NEMMENO L’AVVOCATO E I FAMILIARI VENISSERO AVVERTITI
Makwan Moloudzadeh aveva ventun anni ed è stato assassinato dai suoi aguzzini all’interno del carcere di Kermanshah, dov’era detenuto, in seguito alla condanna a morte per “lavat” (sodomia). Il ragazzo, secondo l’autorità giudiziaria iraniana, era infatti “colpevole” di aver amato un coetaneo all’età di 13 anni e di aver avuto con lui rapporti sessuali. L’esecuzione è avvenuta nel carcere succitato, nell’ovest dell’Iran, alle 5 del mattino (ora iraniana) di ieri 5 dicembre 2007, nel più totale silenzio di stampa, istituzioni e associazioni. Nemmeno l’avvocato, il padre e lo zio di Makwan – con cui il Gruppo EveryOne (che nelle ultime ore si era mobilitato a livello internazionale con la “campagna dei cuori” per la vita del giovane) è in stretto contatto – erano stati informati.
“Apprendiamo con immenso dolore la notizia” commentano i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Continuano ad arrivare centinaia dimail al minuto da tutto il mondo di sostegno alla campagna per Makwan, da parte di personaggi della politica internazionale, attivisti e semplici cittadini, mentre la notizia della sua morte lascia incredulo il mondo, perché pochi giorni fa il ministro della Giustizia iraniano, l'Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la condanna, manifestando l'intenzione di concedere la grazia”.
Il Gruppo EveryOne ricorderà Makwan Moloudzadeh e il suo martirio con un premio annuale ricorrente che verrà donato a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia. Il Premio Makwan Moloudzadeh 2007 viene assegnato a Glenys Robinson, cittadina del Regno Unito che vive in Italia e che ha dimostrato particolari sensibilità e coraggio cooperando in modo determinante per la liberazione di Pegah Emambakhsh. Da allora Glenys fa parte del Gruppo EveryOne e si impegna con ogni energia per i diritti umani.
“Hanno ammazzato Makwan, ma il suo ricordo vive in tutti noi e chiede che l'Iran e tutto il mondo abbandonino la discriminazione contro gay e lesbiche. Deve sollevarsi una ferma protesta a livello internazionale che imputi ad Amadinejad e al suo Governo una condanna per crimini contro l’umanità” concludono i leader del Gruppo EveryOne “ma prima ancora deve nascere una potente rete mondiale che sia preparata a denunciare casi simili a questo intraprendendo azioni immediate che possano fermare le esecuzioni. Anche i paesi democratici devono farsi un esame di coscienza e comprendere che la lotta contro l'omofobia inizia con il riconoscimento paritario delle unioni omosessuali, perché senza questo diritto fondamentale i gay e le lesbiche sono condannati all'emarginazione”.
Per il Gruppo EveryOne : Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Arsham Parsi, Christos Papaioannou, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Laura Todisco, Alessandro Matta
Per maggiori informazioni:
Gruppo EveryOne
(+ 39) 334-8429527
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com
Iran, i giovane gay Makwan è stato assassinato dl boia. Non dimentichiamolo
Gio, 06/12/2007 - 11:09COMUNICATO STAMPA
6 dicembre 2007
IRAN, GIUSTIZIATO IL GIOVANE GAY MAKWAN
GRUPPO EVERYONE: “DA UN CRIMINE DI STATO NASCE UN SIMBOLO MONDIALE CONTRO L’OMOFOBIA”
MENTRE CONTINUA LA CAMPAGNA DEI CUORI LANCIATA DAL GRUPPO EVERYONE PER IMPEDIRE L’ASSASSINIO DEL VENTUNENNE IRANIANO MAKWAN MOLOUDZADEH, GIUNGE DA TEHERAN LA NOTIZIA DELLA SUA ESECUZIONE, AVVENUTA IERI MATTINA, SENZA CHE NEMMENO L’AVVOCATO E I FAMILIARI VENISSERO AVVERTITI
Makwan Moloudzadeh aveva ventun anni ed è stato assassinato dai suoi aguzzini all’interno del carcere di Kermanshah, dov’era detenuto, in seguito alla condanna a morte per “lavat” (sodomia). Il ragazzo, secondo l’autorità giudiziaria iraniana, era infatti “colpevole” di aver amato un coetaneo all’età di 13 anni e di aver avuto con lui rapporti sessuali. L’esecuzione è avvenuta nel carcere succitato, nell’ovest dell’Iran, alle 5 del mattino (ora iraniana) di ieri 5 dicembre 2007, nel più totale silenzio di stampa, istituzioni e associazioni. Nemmeno l’avvocato, il padre e lo zio di Makwan – con cui il Gruppo EveryOne (che nelle ultime ore si era mobilitato a livello internazionale con la “campagna dei cuori” per la vita del giovane) è in stretto contatto – erano stati informati.
“Apprendiamo con immenso dolore la notizia” commentano i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Continuano ad arrivare centinaia dimail al minuto da tutto il mondo di sostegno alla campagna per Makwan, da parte di personaggi della politica internazionale, attivisti e semplici cittadini, mentre la notizia della sua morte lascia incredulo il mondo, perché pochi giorni fa il ministro della Giustizia iraniano, l'Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la condanna, manifestando l'intenzione di concedere la grazia”.
Il Gruppo EveryOne ricorderà Makwan Moloudzadeh e il suo martirio con un premio annuale ricorrente che verrà donato a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia. Il Premio Makwan Moloudzadeh 2007 viene assegnato a Glenys Robinson, cittadina del Regno Unito che vive in Italia e che ha dimostrato particolari sensibilità e coraggio cooperando in modo determinante per la liberazione di Pegah Emambakhsh. Da allora Glenys fa parte del Gruppo EveryOne e si impegna con ogni energia per i diritti umani.
“Hanno ammazzato Makwan, ma il suo ricordo vive in tutti noi e chiede che l'Iran e tutto il mondo abbandonino la discriminazione contro gay e lesbiche. Deve sollevarsi una ferma protesta a livello internazionale che imputi ad Amadinejad e al suo Governo una condanna per crimini contro l’umanità” concludono i leader del Gruppo EveryOne “ma prima ancora deve nascere una potente rete mondiale che sia preparata a denunciare casi simili a questo intraprendendo azioni immediate che possano fermare le esecuzioni. Anche i paesi democratici devono farsi un esame di coscienza e comprendere che la lotta contro l'omofobia inizia con il riconoscimento paritario delle unioni omosessuali, perché senza questo diritto fondamentale i gay e le lesbiche sono condannati all'emarginazione”.
Per il Gruppo EveryOne : Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Arsham Parsi, Christos Papaioannou, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Laura Todisco, Alessandro Matta
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Giovane gay iraniano Makwan condannato a morte. Campagna urgente
Lun, 03/12/2007 - 23:12
AL VENTUNENNE OMOSESSUALE ERA STATA SOSPESA LA SENTENZA DI MORTE DUE SETTIMANE FA, DOPO LA CAMPAGNA INTERNAZIONALE “FIORI PER LA VITA IN IRAN” CONDOTTA DA EVERYONE. IL CASO E’ STATO PERO’ RIESAMINATO DAI GIUDICI IRANIANI E LA CONDANNA CONVALIDATA. L’ESECUZIONE E’ FISSATA A GIORNI. L’APPELLO STRAZIANTE DELLA FAMIGLIA: “SALVATE IL NOSTRO MAKWAN”
IL GRUPPO EVERYONE CHIEDE L’INTERVENTO IMMEDIATO DEL GOVERNO ITALIANO E DEL PARLAMENTO EUROPEO, NONCHE’ DI TUTTA LA SOCIETA’ CIVILE, E LANCIA LA CAMPAGNA “CUORI PER LA VITA DI MAKWAN”
Makwan Moloudzadeh ha ventun anni (è nato il 31 marzo 1986) ed è stato condannato a morte per il reato di “lavat” (letteralmente, sodomia) secondo il Codice Penale iraniano, che prevede la pena capitale. Stando alla motivazione addotta dal Governo Iraniano, il giovane, all’età di 13 anni, avrebbe intrattenuto rapporti sessuali con un altro ragazzo.
Makwan, che era stato oggetto della campagna internazionale “Fiori per la vita in Iran” lanciata dal Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com) – con centinaia di rose bianche e rosse inviate al presidente Ahmadinejad e la mobilitazione del mondo islamico liberale e progressista –, aveva ottenuto, il 15 novembre scorso, la sospensione della sentenza di morte dal capo del Dipartimento di Giustizia iraniano, l’Ayatollah Seyed Mahmoud Hashemi Shahrudi. Il giudice aveva definito la sentenza – emessa in prima istanza il 7 giugno scorso dalla prima camera del tribunale penale di Kermanshah, nell’Iran dell’ovest, e successivamente confermata l’1 agosto – “una violazione dei precetti islamici e delle leggi morali terrene”.
Nella serata di oggi 3 dicembre la famiglia di Makwan ha contattato telefonicamente Ahmad Rafat, giornalista di AKI – ADN Kronos International e membro del Gruppo EveryOne, dando l’allarme: il caso di Makwan è stato riesaminato dall’Autorità Giudiziaria di Teheran, e ieri, domenica 2 dicembre, è arrivata la drammatica sentenza presso il carcere di Kermanshah, dove il giovane è detenuto da tempo.
“E’ necessaria un’azione internazionale di protesta immediata, che coinvolga il Governo Italiano, il Parlamento Europeo e tutta la società civile. Dobbiamo far sentire in Iran le nostre voci e chiedere che Makwan viva. Makwan è innocente e la colpa per cui è stato condannato è la sua omosessualità”. E’ l’appello lanciato da Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, i leader del Gruppo EveryOne, che si è battuto, nei mesi scorsi, per impedire la deportazione dal Regno Unito della lesbica iraniana Pegah Emambakhsh. “Abbiamo sperato che l'Iran avesse mostrato compassione per Makwan” continuano “ma la campagna per la vita di Makwan condotta da migliaia di attivisti GLBT in tutto il mondo è rimasta inascoltata. Ci si stupisce inoltre di come qualcuno, anche sulla stampa internazionale, abbia definito ‘child offender’ Makwan, che era egli stesso un bambino quando amò un coetaneo.”
“I familiari di Makwan sono sconvolti” afferma Ahmad Rafat di EveryOne. “Da oggi, ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, per Makwan, perché i giudici iraniani comunicano alla famiglia il luogo e il momento del'esecuzione solo la sera prima della stessa.”
Il Gruppo EveryOne chiede a tutti di inviare cartoline, lettere ed e-mail al Ministro della Giustizia e al Presidente dell'Iran. Su ogni cartolina va disegnato un cuore e scritto “Noi amiamo Makwan. Makwan è innocente e deve vivere”. Una campagna d'amore, quella rilanciata da EveryOne, perché in Iran chi ama in modo diverso – i gay e le lesbiche – è considerato un criminale e subisce le pene più terribili, fino a quella di morte.
“Abbiamo pochissimo tempo” concludono i leader di EveryOne Malini, Pegoraro e Picciau. “Agite subito, chiedete ad amici e conoscenti di inviare alle autorità iraniane quante più lettere e cartoline possibile, perché i giudici e il presidente della Repubblica Islamica devono sapere che uccidono un innocente, che ogni anno imprigionano, torturano e uccidono migliaia di innocenti.”
Per il Gruppo EveryOne : Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Arsham Parsi, Christos Papaioannou, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Laura Todisco, Alessandro Matta
Per maggiori informazioni:
Gruppo EveryOne
(+ 39) 334-8429527
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com
Ecco a chi inviare cartoline, lettere ed e-mail:
Head of the Judiciary
His Excellency Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi
Ministry of Justice, Panzdah Khordad (Ark) Square, Tehran, Islamic Republic of Iran
Email: info@dadgostary-tehran.ir
(In the subject line: FAO Ayatollah Shahroudi)
Fax: 011 98 21 3390 4986
(If the call is not answered first time, please keep trying. When it is answered, say “fax please”.)
Leader of the Islamic Republic
His Excellency Ayatollah Sayed Ali Khamenei, The Office of the Supreme Leader Islamic Republic Shahid Keshvar Doust Street, Tehran, Islamic Republic of Iran
Email: info@leader.ir
President His Excellency Mahmoud Ahmadinejad – The Presidency
Palestine Avenue, Azerbaijan Intersection, Tehran, Islamic Republic of Iran
Fax: 011 98 21 6 649 5880
Email: dr-ahmadinejad@president.ir
E-mail: via web: http://www.president.ir/email/
Speaker of Parliament
His Excellency Gholamali Haddad Adel Majles-e Shoura-ye Eslami
Baharestan Square, Tehran, Islamic Republic of Iran
Fax: 011 98 21 3355 6408
Email: hadadadel@majlis.ir
Presidente del Majlis-e Shoura-e Islami (Assemblea consultiva islamica):
hadadadel@majlis.ir
Direttore della prigione centrale di Kermanshah:
markazi@kermanshaprisons.ir e ahead@kermanshaprisons.ir
L'Iran concede la grazia al ragazzo gay condannato a morte
Ven, 16/11/2007 - 04:18Lettera aperta ai membri del Gruppo EveryOne e agli attivisti della campagna "Fiori per la vita in Iran". Cari amici, dopo essermi informato attentamente riguardo alla grazia ottenuta ieri da Makwan Mouloodzadeh, il ventunenne omosessuale che i giudici di Teheran avevano condannato al patibolo per "lavat", reato di sodomia, ho appreso che oltre alla campagna dei Fiori del Gruppo EveryOne non è stato fatto praticamente null'altro, perché gli attivisti di tutto il mondo erano fermi, incerti se Makwan fosse gay o no (lo è, ma solo noi abbiamo avuto l'intuito di capirlo subito e l'ardire di impostare la nostra azione e la richiesta di grazia proprio in base a una condanna per "lavat"). Il 5 novembre un'organizzazione (The International Gay and Lesbian Human Rights Commission) aveva inviato al presidente dell'Iran una lettera, chiedendo che il giovane non fosse giustiziato. Noi, al contrario, c'eravamo già mossi il 3 novembre, diffondendo la petizione, tradotta tempestivamente in inglese da Glenys Robinson, in tutto il mondo e riscuotendo il consenso del mondo islamico progressista, dalla Turchia all'Arabia Saudita. La petizione el Gruppo EveryOne ha ottenuto 500 firme (più 200 giunte via email) in 10 giorni! Lettere, email, sottoscrizioni e fiori hanno fermato la mano del boia, a Teheran. Noi membri del Gruppo EveryOne e i gruppi di attivisti che hanno lavorato con noi anche in questa grande campagna, ci sentiamo euforici! Sono le 2 e 30 di notte. Quando dal'Iran ci è giunta la notizia della concessione della grazia a Makwan, abbiamo cercato di capire, indagando in rete e presso i nostri referenti, chi avesse salvato il giovane gay iraniano, per fargli i più vivi complimenti e tessere le sue lodi nei comunicati stampa e nei pezzi per i nostri portali. Con sorpresa e orgoglio, ci siamo però resi conto... di essere stati noi! Ancora una volta, come con Pegah, come con Victor e Menji, come con le famiglie Rom. Siamo stati noi: Dario, Matteo, Glenys (grazie Glenys di aver tradotto subito la petizione, nonostante la stanchezza di una giornata dura, il 2 novembre!), Ahmad, Arsham, Lilì (che è in Iran anche per documentare situazioni di vita, per il nostro Gruppo), Salvatore, Fabio, Steed, Laura, Jasmine, Loredana, Aisha, Irene, Alessandro, Stellian, Saimir, Christos, Udila e io, per il Gruppo EveryOne. Gli attivisti iraniani in America per l'Irqo. Dimentico qualcuno, degli EROI che hanno combattuto con armi floreali una delle più grandi battaglie per la vita? Adesso è tempo di celebrare quest'incredibile campagna, una campagna che ha toccato il cuore e la coscienza di tanti musulmani, i quali hanno mandato fiori bianchi e rossi, lettere e suppliche di grazia in nome della fratellanza, della tolleranza, dell'amore reciproco e di un Allah buono e misericordioso; musulmani che hanno sentito un'affinità empatica e immediata con il Gruppo EveryOne e i suoi partner; una campagna che ha indotto organizzazioni, personalità politiche (fra cui alcuni membri del Parlamento svedese), attivisti e persone comuni a schierarsi subito al nostro fianco, sotto il segno della Rosa Bianca e della Rosa Rossa. E non dimentichiamo che la petizione cominciava nel nome di Pegah. "Questa è una senszionale vittoria per i Diritti Umani e una riprova del potere della protesta globale," ha detto Paula Ettelbrick, direttrice esecutiva del gruppo IGLHRC, al nostro fianco in questa campagna. Amici miei, siete grandi, meravigliose, coraggiosissime persone e vi voglio bene! Roberto Malini