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Il "processo breve"

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A chi conviene il processo breve

Il testo della proposta di legge sul “processo breve” dispone che: “Se vengono superati i limiti di ragionevole durata, il processo è estinto (articolo 2) "nei processi per i quali la pena edittale determinata ai sensi dell'art. 157 del codice penale è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione".
Le eccezioni. Fanno eccezione alle disposizioni sull'estinzione del processo una serie di fattispecie penali. Questo il testo del paragrafo sui reati per i quali i processi non posso essere estinti anche oltre la 'ragionevole durata': "delitto di associazione per delinquere previsto dall'articolo 416 del codice penale; delitto di incendio previsto dall'articolo 423 del codice penale; delitti di pornografia minorile previsti dall'articolo 600-ter del codice penale; delitto di sequestro di persona previsto dall'articolo 605 del codice penale; delitto di atti persecutori previsto dall'articolo 612-bis del codice penale; delitto di furto quando ricorre la circostanza aggravante prevista dall'art.4 della legge 8 agosto 1977, n.533, o taluna delle circostanze aggravanti previste dall'articolo 625 del codice penale; delitti di furto previsti dall'articolo 624-bis del codice penale; delitto di circonvenzione di persone incapaci, previsto dall'articolo 643 del codice penale; delitti previsti dall'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale; delitti previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale; delitti commessi in violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all'igiene sul lavoro e delle norme in materia di circolazione stradale; reati previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286; delitti di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti previsti dall'art 260, commi 1 e 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152".
Cazzo, $meriglio se la cava anche stavolta!

Eurispes smentisce Berlusconi; crolla consenso del Governo.

autore:
da; italianspot
Sommario:
Basta! Stipendi bassi, precarietà, "flessibilità", nucleare, Ratziger...

Oggi a Roma l’Eurispes istituto privato di studi politici, economici e sociali, senza fini di lucro, ha presentato il “Rapporto Italia 2009” che da ventun’anni fotografa la società italiana. Con gli stipendi più bassi d’Europa per gli impiegati e da capogiro per troppi manager il rapporto rileva che più del 70% degli italiani non crede nel Governo in carica. Dunque un dato importantissimo che smentisce categoricamente i dati sul consenso a questo Governo che Berlusconi sbandiera ai quattro venti ogni giorno.

Dal rapporto emerge una una realtà nazionale caratterizzata da stipendi bassi, precariato e assenza di lavoro. Mentre le retribuzioni in Italia risultano le più basse d’Europa, gli stipendi dei livelli dirigenziali risultano quasi quattro volte superiori a quelli degli impiegati che operano nello stesso comparto. Un divario che cresce ulteriormente se si guarda ai top manager con compensi 243 volte maggiori delle retribuzioni medie.

Solo il 12,4% ritiene che la flessibilità nel lavoro sia uno strumento per eliminare la disoccupazione. Per la maggioranza questa peggiora le possibilità occupazionali dei giovani e rende il lavoro più incerto.

Quasi la meta’ degli italiani boccia l’uso dell’energia nucleare. Con motivazioni differenti, affermano di essere contrari alla attivazione di centrali sul nostro territorio il 45,7% dei cittadini, a fronte del 38,3% dei favorevoli. In particolare, le motivazioni di quanti si oppongono al nucleare sono il non ritenere questa una soluzione rapida per risolvere i problemi connessi all’energia (18,4%) e il timore dei rischi che una tale scelta comporterebbe (27,3%).

Inoltre dal Rapporto Italia 2009 emerge che il 58,9% degli italiani si dice favorevole al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali. Un dato importante che rileva come gli italiani siano molto più avanti di coloro che siedono in Parlamento. La maggioranza degli italiani afferma – dice l’Eurispes – di considerare l’omosessualità una forma di amore come l’eterosessualità”, e meno di un italiano su 10 (9,3%) la considera immorale.

La Chiesa di Papa Benedetto XVI, invece, registra un forte calo da un anno all’altro, passando dal 49,7% del 2008 al 38,8% di quest’anno. Le “aree deboli” del consenso, per il Vaticano, sono soprattutto il Nord – Ovest (fiducia al 25,9%) e coloro che si dicono di sinistra (fiducia al 23,1%). Al contrario, il sostegno è più forte tra gli over 65enni (51,7%), nel Sud Italia (60,7%) e tra quanti si dicono politicamente di centro (56,3%).

La notizia sul rapporto Eurispes di oggi è stata già censurata dai principali media on line, Corriere.it e Repubblica.it infatti, sono tra le prime testate on line a non dare la notizia nella loro homepage.

Il Ministro Maroni ha, infatti, rubato la scena dell’attenzione della stampa con il “traffico di organi di bambini” – notizia gravissima – ma che in queste ore sta eclissando tutte le notizie drammatiche che arrivano sulla recessione negli Usa e sicuramente occuperà le prime pagine dei quotidiani di domani e le aperture di tutti i tg di prima sera. E’ una notizia che cerca ovviamente di distrarre gli italiani da tutto il resto.

il peggior prodotto del berlusconismo è l'antiberlusconismo

autore:
rete dei comunisti

Nessuna complicità bipartizan nella crisi del governo Berlusconi.
Non è questa la prospettiva per i lavoratori

comunicato della Rete dei Comunisti

La decisione della Corte Costituzionale di bocciare il Lodo Alfano sulla immunità per le più alte cariche dello stato - confermata dai suoi estensori nella sua natura di legge ad personam per porre Berlusconi al di sopra della legge - rivela pubblicamente quella "instabile stabilità" del quadro politico italiano.
Un Berlusconi inviperito chiama al plebiscito popolare contro i poteri che si discostano dalla sua visione oligarchica del governo, le reazioni dei poteri forti invitano a non accelerare la crisi dell'esecutivo.
Confindustria e PD concordano nel dire al governo di andare avanti mentre le frazioni interne e collaterali alla destra (vedi l'asse Fini-Montezemolo e l'incontro Fini-Bossi) fanno barriera contro l'ipotesi di elezioni anticipate.
L'IdV di Di Pietro ha così gioco facile nell'alzare la bandiera della richiesta di dimissioni di Berlusconi - richiesta di per se coerente con la storia e lo sviluppo degli avvenimenti - e nel mettere sulla graticola l'opportunismo del Presidente della Repubblica Napolitano che ha firmato prima il Lodo Alfano e poi lo Scudo Fiscale in nome della governabilità.
L'appello al plebiscito popolare lanciato da Berlusconi ha una natura che va compresa bene.
Il sovversivismo reazionario del blocco sociale costruito intorno al berlusconismo, trae origine dalla storia eversiva delle stesse classi dominanti che hanno gestito nei fatti lo Stato costituzionale nella storia del nostro paese (inclusa la fase della strategia stragista) e che in alcune occasioni sono state costrette al compromesso dalla forza del movimento dei lavoratori, dalla società democratica e dall’esistenza dei paesi del socialismo reale.
Mettere fine a questi compromessi e liquidare i fattori che li avevano determinati, è stato l’obiettivo perseguito ferocemente fin dagli anni Ottanta dalle stesse forze politiche e sociali che oggi compongono il blocco di potere berlusconiano e che si regge sull'odio di classe e l'anticomunismo più viscerale.
La denuncia da parte degli ambiti collaterali al PD del carattere eversivo del progetto berlusconiano, da un lato sembra dimenticare tutto questo, dall’altro depista nuovamente la mobilitazione dell’opinione pubblica democratica non traendo le conseguenze di questa pericolosità.
Delle due l’una: si grida al lupo, si grida al regime, al rischio di un moderno fascismo ma non si adegua l’elaborazione e l’azione politica a questa valutazione. Al contrario, si rinnova quotidianamente il dogma della governabilità e della gestione bipartizan di tutti i passaggi politici decisivi delle sorti del paese, incluse le modifiche costituzionali, istituzionali ed elettorali.
Rompere questa complicità bipartizan, mettere fine ad un antiberlusconismo strumentale ed inefficace, riavviare una ipotesi politica alternativa della sinistra anticapitalista e delle forze democratiche, è oggi un passaggio necessario per riaffermare la centralità degli interessi dei lavoratori e delle istanze democratiche dentro la crisi economica, politica e morale che investe il nostro paese. E’ dentro questa contraddizione che deve e può agire con la credibilità della propria indipendenza politica una sinistra anticapitalista e la soggettività comunista.

La Rete dei Comunisti
www.contropiano.org

Denunciati perchè contestano Berlusconi

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rep
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Portati in commissiariato e denunciati perchè contestano Berlusconi

21:03 In tre contestano Berlusconi, denunciati

Tre persone che avevano urlato frasi offensive all'indirizzo di Silvio Berlusconi, poco prima che il premier entrasse alla mostra in corso a Palazzo Venezia a Roma, sono state denunciate. Secondo quanto si è appreso le tre persone mentre il premier si accingeva ad entrare a Palazzo Venezia, hanno urlato: "In galera, in galera, la legge è uguale per tutti". Le forze dell'ordine hanno in un primo momento bloccato una delle tre persone e successivamente le altre due. I tre sono stati poi accompagnati nel vicino commissariato di polizia dove sono stati denunciati.

Die Weiße Rose - La Rosa Bianca

Assonanze:

« Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte. »

Operativo a Monaco di Baviera, il gruppo pubblicò sei opuscoli, che chiamavano i tedeschi a ingaggiare la resistenza passiva contro il regime nazista. Un settimo opuscolo, che potrebbe essere stato preparato, non venne mai distribuito perché il gruppo cadde nelle mani della Gestapo.

Il gruppo era composto da cinque studenti: Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. Ad essi si unì un professore, Kurt Huber, che stese gli ultimi due opuscoli.

Anche se i membri della Rosa Bianca erano tutti studenti all'Università di Monaco di Baviera, gli uomini avevano anche partecipato alla guerra sul fronte francese e su quello russo, dove furono testimoni delle atrocità commesse contro gli ebrei e sentirono che il rovesciamento delle sorti che la Wehrmacht soffrì a Stalingrado avrebbe alla fine portato alla sconfitta della Germania.

Essi rigettavano la violenza della Germania di Adolf Hitler e credevano in un'Europa federale che aderisse ai principi cristiani di tolleranza e giustizia. Citando estensivamente la Bibbia, Lao Tzu, Aristotele e Novalis, così come Goethe e Schiller, si appellarono a quella che consideravano l'intellighenzia tedesca, credendo che si sarebbe intrinsecamente opposta al Nazismo.

In un primo momento, gli opuscoli vennero spediti in massa verso differenti città della Baviera e dell'Austria, poiché i membri ritenevano che la Germania meridionale fosse più ricettiva nei confronti del loro messaggio antimilitarista.

A seguito di un lungo periodo di inattività, dopo il luglio 1942, la Rosa Bianca prese una posizione più vigorosa contro Hitler nel febbraio 1943, distribuendo gli ultimi due opuscoli e dipingendo slogan anti-hitleriani sui muri di Monaco, e addirittura sui cancelli dell'università. Lo spostamento delle loro posizioni risulta ovvio dalla lettura dell'intestazione dei loro nuovi opuscoli, sui quali si leggeva "Il movimento di resistenza in Germania".

Il sesto opuscolo venne distribuito nell'università il 18 febbraio 1943, in coincidenza con la fine delle lezioni. Quasi tutti i volantini vennero distribuiti in luoghi frequentati, Sophie Scholl prese la coraggiosa decisione di salire in cima alle scale dell'atrio e lanciare da lì gli ultimi volantini sugli studenti sottostanti. Venne individuata da un inserviente che era anche membro del partito nazista, ed arrestata assieme al fratello. Gli altri membri attivi vennero subito fermati e il gruppo, assieme a tutti quelli a loro associati, venne sottoposto a interrogatorio da parte della Gestapo. Gli Scholl si assunsero immediatamente la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di proteggere i rimanenti membri del circolo; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero stupiti per il coraggio e la determinazione dei due giovani.
Busto a Sophie Scholl all'Università di Monaco

I fratelli Scholl e Probst furono i primi ad affrontare il processo, il 22 febbraio 1943 presso il Volksgerichtshof («tribunale del Popolo») presieduto da Roland Freisler. Nel corso di un breve dibattimento, durato cinque ore, furono reputati colpevoli e ghigliottinati il giorno stesso

Gli altri membri chiave del gruppo, processati il 19 aprile 1943, furono anch'essi trovati colpevoli e decapitati nei mesi successivi. Amici e colleghi della Rosa Bianca, che aiutarono nella preparazione e distribuzione degli opuscoli e raccolsero fondi per la vedova e il giovane figlio di Probst, vennero condannati al carcere con una pena oscillante tra i sei mesi e i dieci anni.

Con la caduta del regime nazista, la Rosa Bianca divenne una rappresentazione della forma più pura di opposizione alla tirannia, senza interesse per il potere personale o l'autocelebrazione. La loro vicenda divenne così popolare che il compositore Carl Orff (che era rimasto in Germania durante la guerra) sostenne, per fugare da sé i sospetti di collusione con il regime nazista di fronte agli alleati che lo interrogavano, di essere stato uno dei fondatori della Rosa Bianca e venne rilasciato. Benché fosse personalmente in contatto con Huber, non ci sono prove che Orff fosse stato in alcun modo coinvolto nel movimento e probabilmente fece quella dichiarazione per sfuggire alla carcerazione.

La piazza dove è ubicato l'atrio principale dell'Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata battezzata "Geschwister-Scholl-Platz" (piazza fratelli Scholl) in onore di Hans e Sophie Scholl.

http://weisse-rose-stiftung.de/

Berlusconi denuncia l'Unità

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Dopo le minacce dei cameratti alla direttrica de l'Unità (http://isole.ecn.org/antifa/article/2770/scritte-e-telefonate-contro-la-de-gregorio), arriva puntuale la denuncia del loro padrone/padrino

ROMA - Il direttore, due giornaliste, un'opinionista e una scrittrice, tutte donne e tutte accusate di lesa dignità per avere scritto delle frequentazioni del premier con la escort Patrizia D'Addario, per avere messo in discussione i suoi rapporti con il Vaticano, per averlo sospettato di controllare l'informazione in Italia e anche per una battuta sull'impotenza sessuale".

L'ultimo atto della guerra intrapresa da Silvio Berlusconi nei confronti della stampa non allineata è la citazione per danni al quotidiano l'Unità. Una "denuncia", che segue di pochi giorni quella a Repubblica scatenata per tacitare le famose 10 domande: una causa civile per colpire economicamente l'editore e le giornaliste.

La direzione dell'Unità informa di avere ricevuto questa mattina due citazioni per danni per un totale di due milioni di euro. Il capo del governo chiede inoltre la condanna a una pena pecuniaria di 200mila euro ciascuna per il direttore responsabile Concita De Gregorio, per le giornaliste Natalia Lombardo e Federica Fantozzi, per l'opinionista Maria Novella Oppo e per la scrittrice Silvia Ballestra.

I motivi. La richiesta, informa la nota della direzione del quotidiano, "si riferisce a tutti i servizi dedicati allo scandalo sessuale che ha coinvolto il premier pubblicati sui numeri del 13 luglio e del 6 agosto del quotidiano: gli editoriali del direttore (intitolati "l'etica elastica" e "iniezioni di fiducia"), i servizi di cronaca e i commenti. I due atti di citazione, lunghi complessivamente 32 pagine, contestano le critiche rivolte al premier a proposito della sua mancata partecipazione a impegni internazionali per la contemporanea partecipazione a incontri con la escort Patrizia D'Addario".

Inoltre, si legge ancora nella nota, nei due atti di citazione del premier nei confronti dell'Unità, "viene anche giudicata diffamatoria la ricostruzione dei rapporti tra gli ambienti vicini al premier e le gerarchie vaticane affinché queste ultime assumessero un atteggiamento indulgente nei confronti del premier. Ritenuta diffamatoria anche la ricostruzione dei rapporti tra Rai e Mediaset in funzione anti-Murdoch. Viene indicata come lesiva dell'onorabilità del premier l'attribuzione del controllo dell'informazione in Italia e il suo abuso.

Contestata pure la citazione di battute di Luciana Littizzetto a proposito dell'utilizzo, da parte del premier, di speciali accorgimenti contro l'impotenza sessuale". Il legale di Berlusconi, Fabio Lepri, le giudica "affermazioni false e lesive dell'onore" del premier del quale "hanno leso anche l'identità personale presentando l'on. Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con problemi di erezione".

Insorge il Pd. La prima a intervenire è Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato: "Dopo la Repubblica oggi anche l'Unità ha ricevuto alcune citazioni per danni dal presidente del Consiglio a causa dell'esercizio, da parte del quotidiano, della libertà di stampa e di critica sui comportamenti del premier. Non vogliamo entrare nel merito della vicenda, ma ancora una volta osserviamo come la reazione al dissenso nei confronti del suo operato sia tanto violenta, quanto incapace di rispondere alle domande e alle critiche che i media nazionali e stranieri gli rivolgono. Eppure, un capo del governo che si rispetti dovrebbe sapere che il suo operato può essere oggetto di critiche da parte della stampa, dell'opposizione, degli organismi sovraordinati, come è giusto e legittimo che sia in democrazia".

Il circo degli 8

Finalmente è calato il sipario sul G8. Mai come quest’anno il vertice internazionale è stato un evento prettamente mediatico.

Come in ogni circo che si rispetti, sotto i riflettori è passato un po’ di tutto. Sulla polvere dell’arena abbiamo visto esibirsi first lady commosse tra le macerie, presidenti ecotrasportati su automobiline elettriche (all’ambiente ci tengono, loro), George Clooney e colleghi in trasferta da Hollywood (che all’ambiente ci tengono un po’ meno e si spostavano in macchina), Gheddafi – ormai è di casa – con annesso codazzo di amazzoni, i soliti show improvvisati dal padrone di casa e soprattutto la popstar Obama al suo primo G8. Assenti ingiustificati: la donna cannone e mangiafuoco.

E i contenuti? Questi non si sono visti, nonostante il padrone di casa abbia passato tutto il giorno a decantare la meravigliosa riuscita del suo G8 (”il vertice è andato benissimo”), se stesso (”premiata la mia lucida follia”) e la sintonia con il presidente americano (infatti mentre Obama parlava della creazione di posti di lavoro con la green economy, Berlusconi illustrava il ritorno del nucleare in Italia).

I “successi” del G8 sarebbero qualche blanda dichiarazione sul clima, da cui Cina e India hanno preso subito le distanze, e la promessa di stanziare 20 miliardi di dollari di aiuti ai paesi poveri. Le stesse promesse evergreen già ripetute più volte in altri vertici, da quello di Gleaneagles al G20 di Londra. In pratica, a L’Aquila i G8 hanno promesso che manterranno le promesse. Questa sarebbe l’indiscutibile riuscita del vertice.

Adesso che lo spettacolo è finito, si spengono le luci, si ripiega il tendone e il carrozzone è pronto a partire. Ma c’è davvero poco di cui rallegrarsi, perché il circo degli 8 funziona al contrario: il biglietto si paga alla fine e a saldare il prezzo più alto tocca sempre a chi non ha assistito allo spettacolo.

Lo spettacolare G8

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na
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Un grande show

L'ultimo grande spettacolo, prima della pausa che terminerà con la ripresa del campionato di calcio, sta ancora impegnando i nostri schermi, ma ancora nessuno sembra averne indagata la natura. In effetti ci sarà chi si chiede stupito a cosa serva il G8 e perché caspita quest'anno sembri tanto un grande evento. In fin dei conti dei 34 incontri precedenti se ne ricorda forse uno solo proprio nel nostro paese, perché ci è scappato il morto. Questioni importanti, non fosse per l'importanza dei convenuti, scivolano via senza che la grande giostra dell'informazione riesca ad afferrarle e mostrarle ai cittadini che basiti assistono da casa. Si tratta di un summit – informale - perché esistono già sedi sedi - formalizzate - dove ci si riunisce per decidere davvero degli accordi internazionali, eppure è promosso con molta più foga di tanti appuntamenti più importanti.

Il primo concetto da fissare è che questo grande vertice internazionale, trasformato dal solito megalomane in vertice di vertici e infine in vertigine, non serve a decidere niente. Zero, meno di niente. Il principale prodotto del vertice, il risultato ufficiale e ultimo, è la “dichiarazione”. Consiste in un assemblaggio cautissimo di frasi contrattate dagli ormai famosi sherpa, che inevitabilmente enumera una serie di grandi decisioni prese dai “grandi”. Il problema principale con la dichiarazione è che di solito è composta da dichiarazioni di principio e dichiarazioni d'impegno in misura estremamente sbilanciata a favore delle prime. Il problema secondario con la dichiarazione è che gli impegni sottoscritti dagli stati sono di solito simbolici e, ancora più spesso, non vengono rispettati. La “dichiarazione” paradigmatica del senso del G8 è quella con la quale si annuncia che dopo una fruttuosa discussione sul tema del giorno, i “Grandi” hanno deciso di impegnarsi a discuterne tra un anno o anche di più. Ecco perché il G8 ha smesso da tempo di essere un incontro nel quale si fa la storia, se mai lo è stato.

Accertato che l'evento non serve lo scopo a cui è formalmente preposto e appurato che la sua inutilità è confermata da una serie storica impressionante per costanza e coerenza, resta da capire perché un sacco di gente, che ha sicuramente di meglio da fare, si ritrovi periodicamente per questa sceneggiata, ed è proprio il termine sceneggiata che ci porta sulla pista giusta. Alzi la mano chi può negare che questo incontro sia un enorme spot per Silvio Berlusconi.

Mentre aspettiamo, possiamo sicuramente analizzare l'incontro dal punto di vista spettacolare, operazione che sembra avere senso e un discreto radicamento nella realtà. Inteso come spettacolo, il G8 è addirittura trasparente per quanto c’è familiare e non potrebbe essere altrimenti, sono anni che l'impresario che lo organizza si preoccupa di fare lo stesso con la televisione e i media italiani. C'è anche da ricordare, per non fare torti a nessuno, che i leader che si prestano allo spot dell'italiano sono i primi ad aderire e a promuovere questo modello, Berlusconi non è il solo che si sta facendo pubblicità.

Il G8 è puro stile Mediaset, è coperto ossessivamente da Raiset ed è organizzato e allestito seguendo il manuale del Grande Fratello. Niente è lasciato al caso, dalle inquadrature televisive fino ai dettagli più sottili della sceneggiatura. Il format include anche le tipiche “prove” che punteggiano i reality, prove spesso di dubbio gusto, come quella del similatore del terremoto in mezzo alle rovine del terremoto. Lo stile delle location e i colori degli interni sono gli stessi e il programma risente della formazione di Berlusconi nel mondo delle crociere: “Regola numero uno: tienili impegnati”. In effetti il copione originale prevedeva proprio la crociera in Sardegna, ma traslocarlo in Abruzzo è stato più facile del prevedibile, perché in fin dei conti la zona offre le stesse possibilità di segregazione dell'arcipelago della Maddalena.

Così ai leader convenuti, confinati in un ambiente circoscritto e coperto ossessivamente dalle telecamere, è stato proposto un programma di eventi serrati e inclini a un'escalation narrativa che traspare anche dai numeri: G8, G14 e poi G20. I protagonisti arrivano sul palcoscenico con tempi diversi per evitare sovrapposizioni e mantenere la tensione narrativa e l'impressione di un positivo aumento di leader che accorrono a firmare “la dichiarazione” del giorno. È comprensibile che Berlusconi abbia equivocato quando la stampa estera ha accusato l'Italia di non aver preparato l'agenda a dovere, in realtà lui il programma della crociera l'ha spremuto allo spasimo e l'agenda politica è inutile come il vertice. Perché perderci tempo?

Tanto intenso è il programma, che i leader convenuti sembrano avere qualche difficoltà a reggere fisicamente la giostra che si conclude a tarda sera dopo inevitabili cene obbligatorie. Rinchiusi nella G8land come se fossero su Love Boat ( o forse su Fantasy Island), sono prigionieri di un set e esposti alle telecamere del grande impresario, che con quelle riprese ci fa quello che vuole e che è anche quello che vende le riprese che gireranno per il mondo. La star dello spettacolo è indubbiamente il presidente americano Obama, prima di tutto perché è il presidente americano e poi perché “vende” benissimo quasi ovunque. Obama fa gradimento e allora Obama giorno e notte e, quando non c'è, via con la moglie e le figlie. A promuoverlo continuamente, non richiesto, c'è proprio Berlusconi che cerca di raccoglierne ogni barlume di lustro riflesso, così che i suoi stessi giornali possano fare il titolo con “Obama e Berlusconi”: mica fichi, un grande leader mondiale. Obama, per conto suo, ha parecchio da fare, viene da Mosca, andrà in Ghana e poi a casa dove lo attende l'orrore, ringrazia per lo spot cercando di cavarne quel che può e di mostrarsi amico di tutti. Esigenze spettacolari convergenti, comuni a quasi tutti i leader.

Nella Casa del GF di Coppito gli hanno anche messo lì un campo da basket come esplicito gesto di cortesia e tentazione maligna e lui ovviamente si è esibito in favore di telecamere per “far simpatia”, che l'America ne ha bisogno. Non è mancato il ralenty e non sono mancati i commenti “tecnici” sullo stile presidenziale, per fortuna nessuno ha detto che i neri ce l'hanno nel sangue, di questi tempi è già un risultato. Qualche ora se ne va per descrivere i cambi d'abito “della Michelle” e delle sue pupette macerando nell'attesa dell'arrivo di Carlà, che arriva dopo perché di spettacolo se ne intende, evitando sovrapposizioni e competizioni, senza perdersi l'Haute Couture à Paris. Guest star George Clooney, che appare al G8 in un cameo per pubblicizzare il suo film, passava per caso. Molto a suo agio Gheddafi, che ormai è un affezionato dello “Yes I camp” nel nostro paese e che quando c'è da dare spettacolo è una certezza.

Richiamato alla realtà, il leader cinese ha lasciato il G8 sapendo di non perdere molto, i problemi in patria sono seri e il suo non era un ruolo da star. Non che Hu Jintao disprezzi l'uso dello spettacolare; i carri armati e i blindati cinesi schierati in città per arrestare i pogrom reciproci tra han e uyguri oggi sono dipinti di bianco e il governo si preoccupa di offrire al mondo una versione sostenibile dei fatti. Il cambiamento formale nel registro spettacolare cinese è stato netto quanto il suo sprint mercantile che ha investito anche il selvaggio Ovest cinese, che in questo caso coincide con l'estremo e mitico Est delle popolazioni turcofone. La tensione inter-etnica nella regione ha rotto il patto narrativo e con esso il patto sociale, ci vorrà qualcosa di più della propaganda per rimettere insieme i cocci.

A L'Aquila lo show non ne ha risentito. Tempesta perfetta di celebrità, ritmo, lusso contenuto e tanta pubblicità. Pubblicità per Berlusconi; che ne è avido a prescindere dalla sua sfortunata contingenza politica; pubblicità per i prodotti dei gentili sponsor che vengono ricordati ad ogni collegamento senza neanche avvertire che è pubblicità e non giornalismo. Al posto dell'Ikea questa volta c'è l'arredamento italiano di gamma alta, il cibo italiano, l'artigianato italiano, le auto italiane, la biancheria italiana e pure le pacchianate italiane a incrinare un'immagine che si vorrebbe d'eleganza, come nel caso dei bauli che racchiudono le preziosissime penne (italiane) offerte ai leader per firmare “la dichiarazione” del giorno.

Pubblicità anche per gli abruzzesi, che segnano un punto con lo “Yes we camp”, che raggiunge i quattro angoli del globo, ma che non possono sfuggire alla complicità forzata con il premier nel suo numero peggiore: quello del venditore di pentole. Trascinando gli ospiti in un'incursione nella “Tv del dolore”, il geniale organizzatore della crociera costringe i pur scafati colleghi a comprare il pacco predisposto, un cul-de-sac dal quale non si può uscire mostrandosi ingenerosi verso i terremotati che ti raccontano con dignità le loro disgrazie in mondovisione. È ancora troppo presto per fare i conti della colletta, ma sufficientemente tardi per ritenerla poco dignitosa. Un governo micragnoso con i propri cittadini e con gli stessi terremotati, che estorce la carità ai gentili ospiti, non è un bel vedere.

Il demone del venditore bauscia lo possiede e lo ha convinto che potrà vantare la generosità degli altri come un risultato proprio, schiere di fedeli stanno già cercando di convincere noi e i nostri cari di questa bizzarria mentre ascrivono a Berlusconi ogni merito. Lui per parte sua mette la firma su qualsiasi cosa, dalle aiuole al menù, fino a rasentare la psicopatia con il “president parka”, giaccone millesimato di un noto produttore italiano, firmato (davvero, c'è la sua firma sopra) da Berlusconi e regalato a signori e signore leader. Qui ci sarebbe anche l'incongruenza tra l'immagine di un governo che piange miseria sul palcoscenico internazionale per giustificare il tradimento della promessa di aiuti ai paesi poveri, e per chiedere la carità per i terremotati, con quella sfacciatamente ottimista di Berlusconi che nega l'esistenza di un gravissimo stato di crisi, rimuovendola di fatto dal dibattito pubblico italiano, ma a questo punto sono sofismi. Come l'incongruenza di un governo che è accusato diffusamente emanare leggi razziste contro i migranti e di non dare un euro ai paesi poveri, che si spaccia proprio per paladino di quei popoli, ipocrisia mercantile all'ingrosso.

Il grande spettacolo sembra scorrere senza scosse, i set sono blindati e l'unica delusione è per la mancata apparizione dei “violenti”. Ci sono stati alcuni arresti “preventivi” a caso e il fermo di quattro “stranieri” che avevano “mazze da baseball e spranghe” nel loro camper e al telegiornale hanno confermato mentre mostravano le immagini due (2) rami e tre (tre) tubi cromati e forati del genere da campeggio esibiti per i giornalisti. Non c'è proprio niente da fare, dall'altra parte hanno imparato a sfuggire lo scontro provocato e preparato a favore di telecamere dal grande impresario. Fanno finta di niente, ma ci sono rimasti malissimo, non si trova uno straccio di “terrorista” o di “criminale” disposto a fare da sparring-partner.

Hanno provato l'impossibile, comprese le cariche a freddo a manifestazioni assolutamente inoffensive, uguali a decine di altre che non hanno mai attirato la violenza delle forze del (dis)ordine. Hanno anche inscenato la sospensione del trattato di Schengen sulla libera circolazione per niente, una delle tante spese inutili a produrre stupore e allarme spettacolare. Hanno blindato il paese per niente sapendo che non era necessario e che non c'era alcuna minaccia d'invasione. Scontata e già vista anche questa.

Il tempo dedicato alla presentazione discussione dei temi formalmente all'attenzione del vertice è ovviamente una frazione di quello dedicato all'insieme dell'evento, che è così ricco di spunti da mobilitare i media al gran completo, ce n'è per tutti ed è il trionfo del gossip. Tutti i media parleranno del G8 e nessuno saprà dire cosa hanno deciso al G8, se non forse che Obama ha giocato a basket e che per gli abruzzesi hanno raccolto l'elemosina. Intanto il grande impresario danza sugli schermi e saltella accanto a Napolitano mentre riceve gli ospiti per la cena, anche qui la scena è rubata da Fantasy Island con il presidente che fa il direttore e l'altro più basso che fa da spalla spiritosa, saltellando smanioso e assumendo posizioni ed espressioni buffe, ancora l'esigenza di firmare l'istante con la sua presenza ossessiva.

Finito lo spettacolo quando Obama se ne va, il programma prevede di smontare tutto e di andare in vacanza, il ragioniere dello stato staccherà idealmente un assegno da cinquecento milioni di euro (mille miliardi di una volta) e il grande impresario andrà a ritemprarsi, lo ha già annunciato, sperando che tutto questo stupore sparso a piene mani basti a disorientare o a fiaccare gli avversari. Resterà solo Rete4 a mandare in onda, ancora per un po', lunghissime registrazioni integrali in perfetto stile sovietico.

Il grande successo dello show dovrebbe, nelle intenzioni, assurgere a manifestazione auto-evidente della solidità di Berlusconi nel ruolo di somma vedette spettacolare - e quindi trionfante - sulla narrazione pecoreccia che ha minato la sua capacità di sostenere il ruolo. In questo senso si può dire che l'eroe spettacolare (nel nostro caso auto-investito del ruolo), la vera star della narrazione seriale dominante e integrata, sta lottando per non mollare a dispetto dello scandalo e che cerca lucidamente di proiettarsi oltre il format, allontanando le sue disgrazie con una ricca diversione realizzata con un grande dispendio di mezzi.

Diversione alla quale l'opposizione assiste silente, c'è il superiore “bene del paese” in ballo e quindi disturbare l'osceno spot sarebbe da gente che non ha a cuore la patria. Ma questo appartiene a un altro spettacolo, a una vecchia serie in onda dagli anni '70 e dedicata alle sventure della grande famiglia della sinistra italiana, non c'è da stupirsi quindi che gran parte del pubblico italiano non tributi grande attenzione all'epopea dei congressi (ri)fondativi della sinistra. I copioni sempre uguali, il mancato uso dello stupor e la clamorosa scarsità di gnocca, ne fanno un genere riservato a un pubblico di amatori di una certa età.

Compreso il significato spettacolare del G8, non resta che augurarsi che la maratona pubblicitaria di Berlusconi si riveli inutile e incapace di soffocare il nuovo filone soft-porno che si è dimostrato capace di inciderne pesantemente l'immagine di miglior leader che c'è agli occhi di tanti italiani. I gusti sedimentati negli italiani negli ultimi due decenni e la complice rilassatezza estiva, potrebbero al contrario rilanciare la new wave con un classico bombardamento a tappeto in stile Novella2000 sotto gli ombrelloni, vanificando così l'effetto dello spot e riconsegnando a settembre, e alla realtà della crisi del paese, un capo del governo ancora più in mutande di quanto non fosse a giugno.

Il Times e Berlusconi: macché Noemi

autore:
Paolo Barnard
Sommario:
Perchè il Times di Londra arriva a scrivere un editoriale dove chiama il capo di governo di un paese europeo "Clown"

Che il Times di Londra arrivi a scrivere un editoriale dove chiama il capo di governo di un Paese europeo “clown” e “buffone sciovinista”, e ciò solo per motivi di indignazione politica, lo lascio credere ai giornalisti, ma noi persone raziocinanti dobbiamo andare oltre. Un quotidiano della portata del Times, storico bastione del conservatorismo mondiale, voce internazionale dei Consigli di Amministrazione più potenti del pianeta, non si muove così violentemente per così poco (Noemi e festini), né è pensabile che abbiano scoperto solo oggi che Silvio Berlusconi alla guida del G8 è come un orango alla guida di un pullman. La scusante ufficiale per quell’editoriale di fuoco ai danni del Cavaliere è un insulto all'intelligenza. Rattrista, ma non stupisce, che in Italia nessuno dei paludati opinionisti pro o anti ci stia pensando.

Il motivo è altro, non v’è dubbio, ed è assai più importante. Per farvi capire, cito la caduta dal potere del dittatore indonesiano Suharto nel 1998. Uno dei peggiori assassini di massa del XX secolo, nulla da invidiare a Hitler per numero di morti, era il cocco di mamma degli USA e della Gran Bretagna, media inclusi, che lo adoravano perché obbediva puntigliosamente a ogni diktat dell’establishment economico neoliberale d’Occidente e soddisfaceva ogni sua voracità di profitto, naturalmente a scapito dell’esistenza di milioni di disgraziati suoi connazionali. Nel 1997 Suharto fece l’errore delle sua vita: disobbedì al Tesoro americano (leggi Fondo Monetario Internazionale), una sola volta. L’allora Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, gli disse due parole secche. Fine di Suharto.

Torno in Italia. Io sono convinto che lo stesso meccanismo sia in opera col nostro capo di governo. Deve aver fatto qualcosa di non gradito a chi oltrefrontiera aveva scommesso su di lui. Forse non gli sta obbedendo, da troppo tempo, e la corda si è spezzata, dunque l’attacco del Times. C’è un’ipotesi ragionata (e qui documentata) che vale la pena considerare e ve la propongo come riflessione. Naturalmente, seguendo lo schema Suharto, per l’establishment degli investitori internazionali non è altrettanto facile sbarazzarsi di Berlusconi. Un dittatore al tuo soldo lo sciacqui giù dal lavandino con relativa semplicità, basta chiudere i rubinetti che lo foraggiano. Per un leader democraticamente eletto le cose sono molto più complesse. Di mezzo c’è la sua gente (noi) che ahimè lo vota, e continua a votarlo. In quei casi la strategia è altra, e nel mondo anglosassone si chiama ‘character assassination’. Lo si dipinge sui maggiori media compiacenti come uno scandaloso incapace, si fanno cordate con alcuni media dell’opposizione interna, e si spera che in tal modo egli ne riceva un danno elettorale. Ma soprattutto gli si manda un messaggio, chissà mai che non si ravveda. Purtroppo per i manovratori, in questo caso hanno a che fare con gli italiani, e questo non l’avevano previsto. Ma continuiamo.

Berlusconi entrò sulla scena politica come il tipico Liberista economico (Liberal Economics), colui cioè che invoca privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Nelle Corporate Boards della City di Londra come a Bruxelles fu un giubilo unico. Era il 1994, Tangentopoli aveva appena eliminato quella fastidiosa classe politica così statalista, popolana, centralista, che non piaceva affatto alla classe dei neoliberisti rampanti di Londra e Washington. L’ipotesi che Tangentopoli sia stata teleguidata dall’esterno proprio per far strada alla Liberal Economics sul modello Thatcher/Reagan, non è cospirazionismo da Internet; ne discussi molto seriamente una sera con l’ex magistrato del pool Gherardo Colombo, che già ne sapeva qualcosa. Torniamo al ’94. Dopo pochi mesi fu chiaro che l’uomo di Arcore era tutto meno che un purista del mercato. Prima cosa, nella sua compagine di governo troneggiavano (ancora oggi) partiti simil-nazionalisti con legami molto radicati con le classi medio-basse, e avversi al concetto di leadership finanziaria sovranazionale incontrastata. Secondo, e ancor più cruciale, Berlusconi non dava segno di voler trasformare la ricca Italia in una trincea del capitalismo speculativo d’assalto, col minor numero di regole possibili, e paradiso degli investitori selvaggi. E mai lo ha fatto. L’Italia dei tre mandati del Cavaliere rimane ancora oggi un Paese tradizionalista nel Capitale, nelle banche, zeppo di zavorre statali, poco profittevole (questo fra parentesi ci ha salvato dal crack finanziario USA, ma agli investitori frega nulla di noi cittadini e dei nostri risparmi, nda). L’ipotesi è dunque che nella stanza dei bottoni i famelici Padroni del Vapore si siano spazientiti dopo anni di frustrazione dei loro piani per l'Italia, ergo l’attacco del Times. Vediamo i fatti.

Siamo nel 2004, la prestigiosa e influente fondazione di destra neoliberale Stockholm Network di Londra pubblica un rapporto dove si legge “Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (due teorici ultra Liberisti italiani, nda) sono delusi dalla differenza fra la retorica del Libero Mercato di Silvio Berlusconi e la sua reale capacità di fornire le tangibili riforme dell’ostinata burocrazia statale italiana” (1). Parole che trovano eco su decine di pubblicazioni della destra economica europea, sigle troppo oscure per questo contesto, ma tutte improntate a un senso di delusione verso le politiche economiche di Silvio. Passano due anni e il noto Economist (che non è quel bastione di progressismo che alcuni sciocchi qui pensano, nda) scrive: “L’Italia necessita urgentemente di riforme radicali, ma la coalizione di Berlusconi, che in teoria doveva essere dedita al Liberismo economico, ha fatto quasi nulla nei suoi 5 anni al governo” (2). Da notare che siamo nel 2006, a poco dall’avvento del governo Prodi, che riceverà in quegli anni il plauso di una ridda di fanatici del Libero Mercato, come il Fondo Monetario Internazionale, e il motivo c’è: Prodi alla Commissione Europea fu uno dei falchi del Liberismo economico, e nella stanza dei bottoni sapevano bene a quel punto che per ottenere le radicali riforme del lavoro e della finanza, in Italia era sui dalemiani che bisognava puntare, visti i tentennamenti di Silvio. Dopo pochi giorni esce il tedesco Der Spiegel: “L’amministrazione Berlusconi non ha mai mantenuto le promesse di taglio alle tasse, ulteriori privatizzazioni, e riforme strutturali necessarie per aumentare la competitività e privare le burocrazie del potere”. (3)

Dopo pochissimo dall’elezione di Prodi, l’università di Harvard negli USA indice un seminario ultra neoliberal sull’economia italiana, presente anche Gianfranco Pasquino (ops!). Nella pubblicazione degli atti si leggono le parole di Alberto Alesina, professore ‘Nathaniel Ropes’ di politica economica nel prestigioso ateneo, che dopo aver ricordato i compiti futuri del bravo Prodi, dice: “L’Italia ha problemi gravissimi, ha bisogno di una iniezione di libero mercato con riforme economiche neoliberali… fra cui ridurre le tasse, tagli all’impiego pubblico e alle pensioni, rafforzare il settore dei servizi, e rendere più facili i licenziamenti”. (4) Cioè una pessima pagella, a suo dire, dei precedenti anni di Berlusconi, che anche l’Economist continuava a definire “assai scarsi di riforme delle insostenibili pensioni e dell’inflessibile (sic) mercato del lavoro”, da parte di un leader “mai veramente interessato alle riforme” (5). Il fuoco di sbarramento contro il ‘disobbediente’ Cavaliere è a questo punto massiccio. Le bordate arrivano anche dagli USA, e proprio guarda caso allo scadere del breve mandato Prodi. Il Wall Street Journal, voce dei falchi fra i falchi della finanza di destra, scrive a pochi giorni dalle elezioni del 2008 che “Berlusconi ci ha deluso in economia durante il suo ultimo mandato”. La vicenda Alitalia sta infuriando, cioè, sta infuriando gli investitori esteri assetati di affari sul cadavere della nostra linea aerea, mentre Berlusconi osa ipotizzare una cordata italiana per il salvataggio. Scrive il WSJ: “Berlusconi la scorsa settimana se n’è uscito contro la vendita di Alitalia, e questo è un segnale di mancanza di dedizione alle riforme”…. “Air France-KLM volevano garanzie che i sindacati e i politici non bloccassero le dolorose ristrutturazioni (per i lavoratori, nda)” E dopo due righe di plauso per il compiacente Veltroni, il quotidiano dà l’affondo: “Berlusconi aveva promesso tagli alle tasse, riforme del mercato del lavoro e liberalizzazioni, ma ha fallito in tutto… Egli si è rivelato più un nemico corporativo del Libero Mercato che un Liberista economico disposto a fare ciò che è necessario” (6)

Alitalia non va giù agli investitori internazionali, e infatti non poteva mancare la regina dei loro quotidiani, il Financial Times, che tenta nel settembre del 2008 di mandare un richiamo all’insubordinato Cavaliere, suggerendogli di “… seguire l’esempio della Thatcher, e di sfidare i sindacati a scoprire le carte, così da far scoppiare l’ascesso (sic) di 30 anni di relazioni sindacali italiane irresponsabili e dannose” (7). E ancora: “Nonostante la sua immagine da imprenditore neoliberale, Berlusconi, dicono i critici, si trova a suo agio a fare il dirigista statale, con l’Alitalia in primis. La compagnia viene consegnata a un gruppo italiano e sottratta ai compratori stranieri” (8) E che il Financial Times avesse anch’egli dichiarato una guerra permanente a Berlusconi, anche se con metodi decisamente più ortodossi di quelli del Times, lo dimostra quanto ha scritto poche settimane fa, con toni sprezzanti: “Il suo primo governo nel 1994 non ha combinato nulla. I suoi cinque anni al potere dal 2001 al 2006 sono stati noti per aver fallito di nuovo nell’introdurre in Italia le riforme Liberiste così essenziali al Paese per essere competitivo nell’eurozona” (9).

Ricordo a questo punto, per chi si fosse perso, che questo coro martellante che pronuncia sempre le parole magiche ‘riforme’ e ‘Liberismo’, altro non chiede se non la solita ricetta precedentemente descritta: privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti (come peraltro leggibile nelle dichiarazioni riportate). La ricetta, cioè, che di noi persone e del nostro sangue versato se ne fotte, e che pretende solo una cosa: Unlimited Corporate Profits. Ne è un esempio brillante una delle raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale (leggi il Tesoro USA) fatte all’Italia allo scadere del 2008, altro rimbrotto al Cavaliere. E’ profferta con un linguaggio omeopatico, ma la si può leggere fra le righe: “Gli autori apprezzano in Italia gli sforzi per diminuire la disoccupazione (nota dell’autore: si preoccupano dei nostri senza lavoro?). Gli autori incoraggiano una seconda tornata di riforme del mercato del lavoro, per rafforzare il legame fra redditi e produttività (nda: vale a dire il valore e la qualità di vita della persona misurato unicamente in termini di contributo al profitto altrui). Gli stipendi devono adeguarsi alle differenze regionali (nda: gabbie salariali, su cui il FMI insiste da tempo), il lavoro a tempo indeterminato deve essere più flessibile (nda: già praticamente non più in offerta, qui si chiede che sostanzialmente scompaia), in tandem con una rete di ammortizzatori sociali maggiorati (nda: ci risiamo, socializzare i danni e privatizzare i profitti, cioè lo Stato paga per la disperazione dei lavoratori, le aziende licenziano e si ri-quotano in borsa).” (10) Questa abiezione sociale è ciò che realmente si cela dietro alla parola ‘riformismo’ (Rutelli, Prodi e D’Alema + seguaci prendano nota).

Ma torniamo a Silvio Berlusconi. L’ultimo avvertimento gli giunge proprio dal Times il 7 maggio 2009, e in toni inequivocabili: “Nei suoi due maggiori mandati Berlusconi ha fallito nelle riforme così disperatamente urgenti in Italia… La UE e l’OECD continuamente rivelano l’eccessiva regolamentazione del business (in Italia, nda)… I lavoratori statali rimangono protetti… e le sue sbandierate riforme del sistema pensionistico sono state minimali… le tasse rimangono alte, e la resistenza del suo governo a tagliare la spesa pubblica è enorme” (11).

Tre settimane dopo, il possente quotidiano britannico perderà di colpo la sua celebrata compostezza dopo 224 anni, e dalle sue pagine partirà un attacco sgangherato e volgare a Silvio Berlusconi. Vi si leggerà che è “un clown”, “un buffone sciovinista”, un playboy patetico, la cui performance con le signorine e nei confronti degli italiani curiosi della vicenda Noemi è inaccettabile, per il bene della democrazia e del mondo intero. Certo, come no.

E così, di nuovo, l’Italia antagonista di sinistra si è fatta infinocchiare degli isterismi dei D’Avanzo, Travaglio e Santoro, Grillo e compagnia, ha di nuovo eletto a suo paladino l’ennesimo baraccone di destra neoliberale (dopo Freedom House), e insiste nell’ignorare che ciò che gli sta corrompendo la vita non è il lodo Alfano, o Emilio Fede, né il burattino Berlusconi, ma sua maestà Il Burattinaio, leggi Liberal Economics and Corporate Power. Eppure Clinton ce l’aveva detto: “It’s the economy, stupid”.

Nota a margine per l’Egregio direttore del Times:

“Sir, non mi risulta che negli anni cha vanno dal 1997 al 2007 il Suo giornale abbia mai usato termini così aggressivi per Mr Tony Blair, PM, mentre si rendeva corresponsabile di crimini contro l’umanità (Turchia, Timor, Ex Yugoslavia, Iraq, Palestina, Afghanistan…) e di alto tradimento della patria mandando a morire truppe britanniche su basi mendaci, oltre ad aver ridotto le classi disagiate della Gran Bretagna a livelli di povertà “pre-Vittoriana” (The Guardian), tanto che l’organizzazione Medecins du Monde ha dovuto aprire delle tende-cliniche di strada in diverse periferie urbane britanniche. Gradirei una spiegazione, Sincerely Yours, Paolo Barnard"

Note:

1) Stockholm Network, THE STATE OF THE UNION: MARKET-ORIENTED REFORM IN THE EU IN 2004

2) The Economist 7/01/2006

3) Der Spiegel 30/01/2006

4) April 20, 2006, Harvard Gazette

5) The Economist, Apr 3rd 2008

6) WSJ MARCH 25, 2008

7) Financial Times, Sep 22 2008

8) FT, October 18 2008

9) FT, May 28 2009

10) INTERNATIONAL MONETARY FUND ITALY: Staff Report for the 2008 Article IV Consultation. Prepared by Staff Representatives for the 2008 Consultation with Italy. January 7, 2009

11) The Times, 07 May 2009

Morire di giugno al Mercato dove il motociclista non c’è…

autore:
Doriana Goracci

Non è la prima volta che si muore al mercato come nella
mattina del 26 giugno 2009, dove a Baghdad, sono rimasti senza vita
almeno in 19: un attentato. Stavolta “la bomba era stata piazzata su
una motocicletta lasciata in mezzo al mercato – dove si vendono appunto
motocicli – nell’area di Bab el Sheikh, al centro della capitale
irachena. L’attentato è avvenuto a pochi giorni dal programmato ritiro
delle truppe americane dalle città irachene, previsto per il 30 giugno”.

25 giugno 2009 - con la stessa motivazione- la scena si ripeteva con effetti assai pù devastanti: “
Sono 72 morti e oltre 127 feriti il bilancio provvisorio di un
attentato dinamitardo verificatosi in un mercato del pollame nel
quartiere sciita di Sadr City nella parte orientale di Baghdad. Secondo
una fonte, la bomba sarebbe stata posizionata su un carretto a mano
motorizzato e poi coperta da frutta e verdura. Il carretto è esploso
nel mezzo del mercato del quartiere, ex roccaforte dell’Esercito al
Mahdi, la milizia del leader radicale sciita Muqtada al Sadr. Si tratta
di uno degli attentati più gravi dall’inizio dell’anno”.

Indietro, sempre a giugno e in un mercato, la cronaca del 10
c.m. recita così: ” E’ salito a 30 morti e 70 feriti il bilancio di un
attentato in un affollato mercato della cittadina di al Batha, vicino
Nassirya del grande ayatollah Ali Sistani…”

Ci si sposta in Pakistan, dove il 14 Giugno “un ordigno è
esploso in mattinata al mercato di Dera Ismail Khan, nel nordovest del
Pakistan, causando al morte di otto persone e almeno una ventina di
feriti. Un agente di polizia locale, Bahawal Khan, ha specificato che
al momento non è chiaro se si sia trattato di un attentato kamikaze”.

Un piccolo balzo all’ indietro e andiamo al 5 febbraio
del 1994, quando fece storia l’episodio peggiore della guerra in
Bosnia-Erzegovina: “Una bomba esplode nel mercato principale di
Sarajevo, provocando 68 morti e oltre 200 feriti tra la popolazione
bosniaco musulmana”.
In un’intervista rilasciata quest’anno, Luisa Muraro
diceva: “C’è molta gente che, magari in modo inconsapevole, va al
mercato della felicità. Senza dubbio non sappiamo contrattare e
rivendicare con forza quel che davvero vale. Ma la spinta alla felicità
è insopprimibile, e si esprime anche nella frustrazione per i mancati
consumi, oggi non più alla portata. Dal che poi vengono infelicità e
delusione. Occorre imparare a cercare quel che ci serve: relazioni,
accoglienza, pienezza di vita. Senza sviamenti”.

Certo che la felicità non la darà un orologio di lusso, introvabile negli anzidetti mercati, come l’ Aviator di
Yeslam Bin Ladin, che ricorda e non solo per il nome l’introvabile
motociclista Obama…L’ hanno visto il Bill Laden, ora in Pakistan, ora
in Afghanistan, ora in Iraq, ora quì e ora là, dove si odora puzza di
attentato e furto di vita.

E allora mi sorge un dubbio, che possa essere molto vicino a noi italiane e italiani, lui, il maledetto motociclista.

Si dice che ” i Carabinieri di Civita Castellana hanno
fermato un uomo per il furto di una bicicletta. Si tratta di un
vagabondo, a bordo di una bici che non era sua, con zaino, sacco a pelo
e coperte. L’uomo è stato portato alla caserma dei Carabinieri di
Civita Castellana e denunciato in stato di libertà per furto e possesso
ingiustificato di chiavi inglesi e grimaldelli”.

Che c’entri qualcosa con questo terrorismo internazionale?

Noi, poveri ladri di biciclette, che ne possiamo sapere di questi Mercati e Motori?

Al massimo gli uomini cercano donne e felicità, passeggiando e facendo Prove di Portata,
per un Fiore del cielo, che mandiamo lassù, per scendere giu giù, fino
in un anonimo e oscuro mercato, una casbah, da dove non se ne esce se
non cooperando a braccetto, per la Terza Generazione.

Doriana Goracci

http://www.reset-italia.net/2009/06/27/morire-di-giugn...

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