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Gli spin doctor italiani della rivoluzione verde iraniana

autore:
ndr

Oggi, 29 giugno il Corriere della Sera pubblica sul suo sito web e con estrema rilevanza (seconda notizia in home page) un breve articolo a corredo di un’immagine sulle proteste in Iran: http://www.corriere.it/esteri/09_giugno_28/iran_foto_s...

E’ l’immagine di una donna che mostra il dito medio ad Ahmadinejad che, in piedi dal tettuccio di un Suv, saluta la folla. E’ un’immagine fotoritoccata di un originale diffuso dall’agenzia iraniana Fars (una fonte un po’ più autorevole di Twitter, che il Corriere cita come fonte) e che mostra quella donna fare un gesto con la mano aperta di più difficile interpretazione. L'intervento grafico ha trasformato quella mano aperta in un pugno con il dito medio alzato e reso quell’immagine una “foto simbolo”.

Non importa che l'immagine risultante sia falsa. Oggettivamente quell'intervento con Photoshop riesce in qualche modo a suggerire una lettura dell'immagine che rafforza l’originale e la rende paragonabile all’immagine dello studente di fronte al carro armato di piazza Tienanmen.
Non importa che quelle di Tienanmen fossero riprese video perché la memoria è fotografica. E non importa nemmeno che nella piazza di Pechino di fronte al giovane ci fosse un inumano carro armato, mentre qui ci sia il corpo, esposto, del sovrano. Non importa che la stessa foto originale abbia sollevato dubbi di autenticità.

Quello che importa è che quella immagine è in grado di influire sulla percezione della realtà di un conflitto come quello in corso in Iran.

Tante immagini sono riuscite a farlo.
La foto di Nick Ut della bambina vietnamita che fugge nuda dal villaggio bombardato con in napal. Gli scatti amatoriali dei soldati americani nella prigione di Abu Ghraib. Le riprese di piazza Tienamnen.

In alcuni casi il successo delle immagini è dovuto alla loro forza evocativa, in altri c’è invece una più attenta regia. Come per la foto dei sei marines che issano la bandiera americana a Iwo Jima durante la seconda guerra mondiale. Un immagine che, come ci racconta Clint Eastwood in “Flag of Our Fathers”, costituì uno degli strumenti più importanti per la gestione del consenso interno durante la seconda guerra mondiale. Anche quella foto non era del tutto autentica in quanto non rappresentava la vittoria nella battaglia di Iwo Jima (la vittoria sarebbe arrivata solo settimane più tardi rispetto alla scatto fotografico) e nemmeno il momento in cui la bandiera venne effettivamente issata per la prima volta.

Ma torniamo alla nostra fotografia della ragazza iraniana con il dito alzato rimbalzata anche su siti internazionali (http://telecinco.es/informativos/internacional/noticia...). L’aspetto davvero curioso è che il fotoritocco di tale immagine sembrerebbe realizzato in Italia.

Gli autori? L’associazione per la difesa dei diritti umani Secondo Protocollo (http://www.secondoprotocollo.org/). Una onlus intorno a cui sono sorti diversi dubbi e perplessità a cominciare dal fatto che molti dei suoi impiegati nominati nel sito e particolarmente attivi sul web si sono poi dimostrati essere personaggi inesistenti con fotografie rubate da siti di incontri o da Flickr. Una serie di sospetti avvalorati da prove documentali che sono stati raccolti dal sito Primo Protocollo (http://primoprotocollo.altervista.org/) e che gettano una strana luce sull’associazione in questione.

E’ noto infatti che la manualistica delle “rivoluzioni colorate” contempli come cruciali le attività di pressione sull’opinione pubblica internazionale attraverso “agenzie” sostenute ad hoc. Tutto ciò può fare ipotizzare che tale ruolo sia svolto in Italia proprio dall'associazione Secondo Protocollo.
Anche perchè tale associazione sembra aver svolto recentemente un ruolo analogo a fianco del deputato Gabriella Carlucci nella più provinciale disputa sul famigerato disegno di legge antipirateria (http://www.webnews.it/news/leggi/10368/gabriella-carlu...).

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Sugli interessi finali delle operazioni di sostegno esterno alla rivolta in Iran rimandiamo all’articolo del Washington Post di Ken Ballen and Patrick Doherty http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2... .

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