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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

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Antiproibizionismo

"Benedetta Sapienza"

Quest’anno il Rettore dell’Università “Sapienza” di Roma, Renato Guarini, da pochi giorni protagonista dell’inchiesta “parentopoli” ed indagato per “abuso d’ufficio”, ha invitato alla solenne cerimonia per l’inaugurazione dell’anno accademico 2007/2008 che si terrà il prossimo giovedì 17 gennaio Joseph Ratzinger. Insieme al Papa reazionario tradizionalista ultracattolico saranno presenti il Ministro della Pubblica Istruzione Fabio Mussi e il sindaco di Roma e segretario del nascente Partito Democratico Walter Veltroni.
L’iniziativa ha immediatamente suscitato l’indignazione di tutto il mondo laico, fermamente convinto nel difendere l’indipendenza della ragione dalla fede e nel denunciare un ennesimo e inaccettabile tentativo di confessionalizzazione e normalizzazione della cultura.

Ultimi aggiornamenti
Devastata l'aula autogestita del collettivo di fisica.
leggi il comunicato

Annunciaziò, annunciaziò

Dopo il polverone mediatico alzato in questi giorni dai media mainstream, dopo le proteste dei movimenti, sotto consiglio dello Spirito Santo il Papa ha annunciato di dover "soprassedere" alla cerimonia cui era stato gentilmente invitato.
Gli altri invitati invece, hanno confermato la loro presenza.
anche i movimenti...

Report audio dalla Million Marijuana March

autore:
Reporter Libertario

Dal 1999 ogni primo sabato di maggio si celebra la Million Marijuana March. Attualmente sono 239 le città che in tutto il mondo aderiscono a questa iniziativa e l'italia vi partecipa dal 2001. tre sono i principali punti rivendicativi che portano per le strade migliaia di persone in tutto il mondo: 1) fine delle persecuzioni per i consumatori. 2) diritto all'uso terapeutico della Cannabis per i Pazienti 3) diritto a coltivare liberamente una pianta che è parte del patrimonio botanico del Pianeta.

> ascolta l'intervento radiofonico di Mefisto dalla Million Marijuana March 2008 di Roma http://reporter.indivia.net/archivio/materiali/mefisto...

Million Marijuana March

03/05/2008 - 16:53
03/05/2008 - 23:30
fronte 08 giallo.jpg
Indirizzo email:

Roma, Piazza Esedra ore 16

Appello per un evento antiproibizionisti dal basso il 24/aprile

autore:
Alcuni antiproibizionisti romani

Il 24 Aprile prossimo le Sezioni Unite della Cassazione daranno un'indicazione definitiv circa la possibilità di distinzione tra coltivazione tecnico/agraria e coltivazione personale di cannabis.

Negli scorsi mesi ci sono state sentenze incoraggianti ma spesso discordanti e questa volta si metterà una parola definitiva sulla possibilità di non finire in carcere per essersi coltivato qualche pianta di Marijuana.

Visto l'immobilismo totale della politica su questi temi, visto che pure se vince Veltroni è sicuro che la FiniGiovanardi ce la teniamo sarebbe necessario puntare molto su questo sentenza che è l'unica possibilità di cambiare realmente qualcosa, oltre che per il futuro, anche per le decine di persone in carcere o sotto processo per coltivazione di canapa.

FACCIAMO APPELLO A TUTT* GLI/LE ANTIPROIBIZIONIST* E GROWERS AFFINCHE' IL 24 APRILE CI SIA UNA GRANDE MOBILITAZIONE NAZIONALE DAL BASSO PER CHIEDERE CHE VENGA RICONOSCIUTA LA NON RILEVANZA PENALE DELLLA COLTIVAZIONE DOMESTICA

N.B.
Pare che i radicali stiano già organizzando qualcosa, non lasciamo al PD l'organizzazione dell'inziativa!

Alcuni antiproibizionisti romani

Scuola: la certezza (dell'istruzione? naaa, della pena!)

autore:
StudenteMediOattivista
Sommario:
Il delirio securitario e la strategia delle paura hanno fatto sentire, quest'anno più che mai, il loro peso sugli studenti e i giovani delle scuole.

Le istituzioni e gli "educatori" (professori, dirigenti scolastici, ...), che prima almeno fingevano di porsi la questione dei disagi e dell'esigenze giovanili sono passate ad un ragionamento molto più spiccio e comodo. In una follia "alla età vittoriana" chi sbaglia (si droga, ha brutti voti, fa danni, s'incazza, occupa, non studia ecc...) paga e che paga non ha un disagio sociale ma è nato criminale, e come criminale va punito perchè la scuola, si sa, deve premiare i migliori e punire i peggiori. Questa repressione pura, semplice e rivendicata come la migliore soluzione è sintomatica di una Scuola e di un "mondo adulto" che è in una incomunicabilità abissale col "mondo giovanile", in una distanza senza precedenti, di istituzioni che non ascoltano, non capiscono e non rispondono...

Il grande "Problema Della Droga Tra I Giovani" (tutto maiuscolo, eh!) prima aveva almeno una facciata di indagine sociale per cui istituzioni, genitori e professori provavano a chiedersi (in maniera sbagliata e spesso ipocrita): "Perchè?". Gli ultimi provvedimenti in fatto di sostanze stupefacenti dimostrano invece che ogni barriera è caduta. Tutte le droghe sono uguali, sono un problema, vanno distrutte. La complice è una disinformazione mediatica abnorme che è riuscita a creare il primo morto per uno spinello della storia dell'umanità sparandolo in prima pagina, per poi dimenticarsi di pubblicare i risultati dell'esame tossicologico che hanno portato alla luce che effttivamente non era uno spinello ma crack. L'abbattimento delle distinzioni legali tra sostanze stupefacenti unita all'inesistenza di un'informazione seria ha portato ad una pericolosa ambiguità tra sostanze che è causa di danni incalcolabili (come non citare Aldo Bianzino o Alberto Mercuriali).


La legge Fini-Giovanardi,
la più repressiva e antiscientifica d'Europa, oltre che pericolosa è sfacciatamente inutile, anche se i politici non sembrano accorgersene. ll rapporto annuale per il 2007 dell'International narcotics control board (Incb) segnala che in Italia c'è la più grande crescita nel consumo di cannabis dell'UE che sale di 5 punti percentuali dal 2001 al 2005 (dal 6,2% all'11,2%).

Di fronte a quest'esplosione nell'uso delle sostanze l'unica risposta che le istituzioni hanno saputo dare è stata quella di mandare i NAS (nuclei antisofisticazioni con cani antidroga) nelle scuole. Un provvedimento voluto fortemente dal ministro Livia Turco che sta costando centinaia di migliaia di euro, soldi che potrebbero essere utilizzati per una bilanciata e massiccia campagna d'informazione per la riduzione del danno derivante dall'uso di sostanze psicotrope.

Proprio in questi giorni un altro provvedimento in quest'ottica di incomunicabilità viene attuato nella provincia di Milano dove è già arrivata a molte delle famiglie con figli adolescenti la lettera con il tagliando per ritirare gratuitamente in farmacia il kit antidroga da sottoporre al pargolo, perchè ultimamente a scuola il ragazzo è un pò peggiorato e torna a casa con due occhi rossi come pomodori. La proposta è sempre piaciuta anche nel cessosinistra - pardòn centrosinistra - e Fini ha proposto di allargare la distribuzione a tutte le zone d'Italia. Un provvedimento del genere, oltre che inefficace è la dimostrazione palese e vergognosa del fallimento del ruolo educativo di un certo modello di famiglia. Genitori che vedono i propri figli tutti i giorni senza guardarli mai, che ci parlano tutte le sere senza conoscerli a tal punto da non saper affrontare un discorso franco e obbiettivo su vizi e virtù degli stupefacenti. A quando il test per scoprire se la figlia è vergine per capire se è il momento di spiegarle il giochino di pisellino, patatina e cappuccetto (bianco, rosso, lubrificato o profumato che sia)?

Inoltre kit di questo tipo vìolano la basilari regole del rapporto di fiducia genitore-figlio: se mi rubi la pipì per farla analizzare perchè non dovrei rubarti soldi per comprarmi un pò d'erba?


La distruzione della fiducia
mammà-pargoletto trova la sua più alta manifestazione nel registro elettronico che sta diventando relatà in varie città d'Italia. Grazie a questo simpatico strumento tecnolgico il genitore del 2000, attento ed esigente al suo figlio standardizzato e protetto, può essere avvisato con un SMS, ad un paio d'ore dall'orario d'entrata, se lo studente è realmente entrato in classe o se ne è andato al parco a prendere il sole, giocare a pallone o (diocenescampi!) farsi gli spinelli. Insomma quando papà è preoccupato per le scelte autonome del figlio chi può aiutarlo meglio del (grande) fratello?

medioattivista.noblogs.org

Riapre Sn.info, sportello di difesa psicoattiva

13/12/2007 - 23:21
Sommario:
Riapre Sn.info
Promotore evento:
strike spa e csoa forte prenestino
Indirizzo email:

C’è urgenza di consumatori di sostanze sempre più critici e consapevoli e di contrastare una legge repressiva come la Fini Giovanardi. Per questo giovedì 13 dicembre riapre Sn.info, sportello di difesa psicoattiva, punto informativo e di consulenza legale e psicologica, che dai prossimi mesi sarà attivo il primo giovedì del mese nel pub di Strike e l’ultimo giovedì al Forte Prenestino.
In costante evoluzione precaria in questi anni siamo cresciuti, abbiamo condiviso saperi, ci siamo contaminati con realtà e individualità che a diverso titolo operano nel controverso settore delle politiche sulle droghe.
Diffondere strumenti di difesa legale, offrire servizi di riduzione dei rischi e prevenzione, costruire una politica antiproibizionista dal basso che abbia come presupposto l’abolizione della legge Fini Giovanardi la non punibilità del consumo e delle condotte ad esso collegate, restano gli obiettivi centrali dello sportello.
Quest’anno muoviamo i nostri passi in modo autonomo, grazie alle specifiche competenze che a livelli differenti abbiamo sviluppato in questi anni. Intanto sconfiniamo da Casalbertone raggiungendo Centocelle City e il Forte Prenestino.
Invadiamo la rete, con il blog sninfo.noblogs.org e con una presenza settimanale nel palinsesto di Amisnet.org. Continuiamo a tenere ancorato a livelli di realtà il dibattito sulle sostanze attraverso momenti di incontro, scambio e informazione.
Mettiamo a disposizione le nostre conoscenze e quelle di avvocati, praticanti e psicologi per dare risposte concrete ai problemi legati ad una legge proibizionista come la Fini Giovanardi e al mondo dei consumi.

Per parlare di tutto questo vi invitiamo giovedì 13 a Strike dalle 20 per la serata di riapertura dello sportello, con una cena verde antiprò e a seguire la proiezione del film “Mary full of grace”.

Verità per aldo

10/11/2007 - 15:00
Indirizzo email:

VERITA’ PER ALDO
Il carcere? sicuro da morire!
http://veritaperaldo.noblogs.org/

SABATO 10 Novembre Perugia Manifestazione e Assemblea*

Verità per aldo

Verità per aldo

verità per aldo
il carcere? sicuro da morire
Perugia Sabato 10 novembre
Manifestazione Nazionale
Aldo Bianzino e la sua compagna Roberta il 12 ottobre sono stati arrestai con l’accusa di possedere e coltivare alcune piante di marijuana. Trasferiti il giorno dopo al carcere di Capanne, sono stati separati. Roberta condotta in cella con altre donne, Aldo, in isolamento. Da quel momento Roberta non vedrà più il suo compagno lasciato in buone condizioni di salute.
La mattina seguente, domenica 14 ottobre alle 8,15, la polizia penitenziaria entrata nella cella, trova Aldo agonizzante che poco dopo muore. Immediatamente la ex moglie, la compagna, i figli e gli amici si mobilitano per fare chiarezza su questa ingiusta morte chiedendo verità e giustizia perchè di carcere non si può morire!
Di fatto dopo un goffo tentativo di insabbiamento da parte delle autorità carcerarie (le prime indiscrezioni sulle cause della morte si riferivano ad un improbabile infarto) famiglia e amici vengono a sapere che dall’autopsia risulta che Aldo è stato vittima di un vero e proprio pestaggio, il corpo infatti presentava una frattura alle costole, gravi lesioni al fegato, alla milza e al cervello.
Aldo Bianzino è morto ormai da più di due settimane.
Il silenzio delle istituzioni e dei rappresentanti della politica, dei cosiddetti garanti della nostra sicurezza sociale è assordante. Indaffarati a sperimentare modelli di governance escludenti, a scagliarsi contro ambulanti, lavavetri, vagabondi, non hanno trovato, non stanno trovando, non trovano il tempo per superare l’alone di impunità, per denunciare chi umilia le persone sotto custodia, infligge sofferenze fisiche e psichiche ai detenuti, uccide.
E' tempo per noi di prendere posizione, spazio e voce. Di raccontare. Di mantenere viva la memoria collettiva. Di evitare pericolosi insabbiamenti e difendere le nostre esistenze e le nostre pratiche identitarie da abusi, repressioni e pestaggi, “venduti”come atti di legalità. E’ tempo di disinnescare le “paranoie” securitarie e arrestare le aggressioni proibizioniste, disattivare le dinamiche di esclusione e di controllo sui corpi. Di resistere alla criminalizzazione degli stili di vita, alla violenza dell’intolleranza, all’esercizio arbitrario dei poteri di repressione e di controllo, alla manipolazione dell’informazione.
E’ tempo di agire, di porre interrogativi a chiunque desideri verità e giustizia per Aldo Bianzino, Giuseppe Ales, Federico Aldrovandi, Alberto Mercuriali. Marcello Lonzi. E’ tempo di reclamare la scarcerazione immediata dei 5 ragazzi di Spoleto, vittime di una perversa applicazione del 270bis, strumento di controllo e intimidazione preventiva utilizzato ormai per sedare qualunque forma di dissenso.
E’ tempo di costituirci in comitato per la verità su Aldo, di ottenere verità e giustizia sugli omicidi di stato, di abrogare la legge Fini-Giovanardi e reclamare la fine di ogni proibizionismo, di contrastare e opporci ad una società che sempre meno tollera qualsiasi espressione fuori dalla norma, di farci carico delle sorti dei processi per il g8 di Genova rispondendo ai pruriti vendicativi del potere con una manifestazione nazionale che contrasti e interrompa la costruzione di processi di oblio e rimozione collettiva.

SABATO 10 Novembre Perugia Manifestazione e Assemblea*

Un appuntamento nazionale contro tutte le intolleranze
Perchè un paese intollerante e’ tutto tranne che un paese sicuro!
Perchè per una pianta d’erba in cella non si deve finire!
Perché in carcere non si deve morire!
Verità per Aldo!

UMANITA' NOVA, SETTIMANALE ANARCHICO, N. 34, 28 OTTOBRE 2007, ANNO 87

autore:
Tanti compagni anarchici

Cpt. Suicidi di Stato

Due suicidi sono avvenuti nel Cpt di Modena, a distanza di due giorni uno dall'altro. I due ragazzi si sarebbero impiccati alla brandina della propria stanza, nel tetro squallore dei moderni campi di concentramento costruiti per i moderni paria: i clandestini. Ambedue erano stati trasferiti a Modena da un'altra città il 10 ottobre e non erano ancora stati identificati ai fini dell'espulsione.
Il primo suicidio, come il secondo, ha suscitato un moto di rivolta e di protesta tra i reclusi del Cpt, i quali hanno dato fuoco ai materassi, alle lenzuola e ad altro, dando inizio anche ad uno sciopero della fame. C'è voluto l'intervento dei Vigili del fuoco e di tutte le Forze dell'ordine (Guardia di finanza, Polizia e Carabinieri), compreso il reparto mobile di Bologna, per sedare e reprimere la rivolta spontanea. Ma quello che è accaduto realmente non ci è dato sapere, poiché coloro che hanno fornito le notizie alla stampa, sono gli stessi responsabili del Centro.
D'altra parte non è la prima volta che nei Cpt accadono cose simili, così come non è la prima volta che esplodono rivolte improvvise che rompono il muro del silenzio, imposto dallo stato e rafforzato dall'indifferenza generale, che in questo caso è stato rotto unicamente da un presidio organizzato dai compagni anarchici di Libera. È accaduto a Torino, in Puglia e a Milano. Suicidi e rivolte, così come gli atti di autolesionismo, non sono altro che espressioni, differenti tra loro, di uno stesso moto spontaneo di rifiuto e di rigetto totale ad una condizione di prigionia che degrada e umilia l'individuo. La libertà si conferma così come parte integrante della nostra natura e ogni rivolta o atto di ribellione, anche se incontrollata e violenta, contro i propri carcerieri è la volontà di riaffermare la propria umanità.
Questa, per noi anarchici e libertari, non è una riflessione finale, ma un punto di partenza attraverso cui guardare le numerose morti e rivolte che avvengono nei Cpt. Un punto di vista diametralmente opposto e contrapposto a quello dominante che vede questa gente come esseri informi, senza un volto, senza una propria dignità e una propria umanità, quasi bestie.
Questo punto di vista lo possiamo riconoscere nelle parole dei carcerieri e dei dirigenti di queste strutture. I maldestri tentativi fatti da Daniele Giovanardi, responsabile della Misericordia, che gestisce il Cpt di Modena, di nascondere e giustificare l'operato dei propri uomini e delle forze dell'ordine, sostenendo che non si aspettavano minimamente né il primo, né tanto meno il secondo suicidio, nascondono il cinismo di questi personaggi e svela invece tutta la loro disumanità. Ma la situazione è grave e rischia di sfuggir di mano, così il Giovanardi, insieme al sindaco Giorgio Pighi e al presidente della Provincia Emilio Sabattini decidono di far pressioni sul governo affinché i Ministri Amato e Ferrero procedano nella direzione già intrapresa. I Cpt non vanno chiusi, ma vanno "umanizzati". E quale è la ricetta che propongono i lor signori? Più agenti, presenza di Polizia municipale e una profonda riforma dei centri, che dovrebbero diventare strutture a due livelli, una per i "buoni" e una per gli "incontrollati", luoghi capaci addirittura di prevedere "interventi a volte anche personalizzati per gli ospiti".
La direttrice del Cpt, Anna Maria Lombardo, ha avuto addirittura il fegato di sostenere che il Centro è accogliente: "Chi è rinchiuso qui ha tutto quello di cui ha bisogno: cibo, vestiti, generi di prima necessità". E anche qualcosa di più, come un pacchetto da dieci sigarette al giorno, il giornale ogni mattina, e una scheda telefonica da 5 € ogni dieci giorni. "Chi ha qualche soldo può comprare quello che vuole, chi non li ha si accontenta di quello che forniamo noi — conclude la Lombardo — Ora speriamo solo di tornare presto alla normalità".
Nel frattempo il Cpt è stato sgomberato dai ribelli e la sua popolazione è dimezzata. I "volontari" della Misericordia raccontano che nelle stanze vuote è rimasto il silenzio e ancora si sente il puzzo residuo dell'incendio appiccato dai rivoltosi. Ma la vita del Centro deve andare avanti, così arriva già un nuovo clandestino che occuperà quelle stanze, dove affianco alle sbarre si trovano muri colorati con scritte che inneggiano alla libertà.
Riccardo Bonelli

Roma, 20 ottobre. In piazza la "cosa rossa"

Niente paura, non siamo contro il governo. All'indomani della manifestazione del 20 ottobre, tutti i rappresentanti della sinistra parlamentare si sono affrettati a buttare acqua sul fuoco per rassicurare Prodi sulle reali intenzioni che hanno animato la grande massa di militanti ed elettori che hanno affollato le strade romane. Una manifestazione che non ha voluto dare spallate al governo e dalla quale, al contrario, Prodi «esce rafforzato» per dirla con il ministro Ferrero.
Il carosello di dichiarazioni rilasciate alla stampa esprime lo stesso concetto.
L'esortazione del segretario di Rifondazione Giordano - «Prodi ascolti questo popolo» - ha però trovato nel premier una replica un tantino gelida ma assai significativa per capire come vanno certe cose: «L'ho sempre ascoltato».
Eccezionale, invece, Diliberto: «Sono comunista, ma mica scemo: non faccio una manifestazione contro me stesso». Più chiaro di così.
Non un corteo di lotta quindi, ma un corteo di governo. Una prova di forza della sinistra parlamentare per recuperare punti e consenso dopo la creazione del Partito democratico in vista del processo di costituzione di un soggetto unitario che possa far fronte alla nuova, ingombrante formazione moderata. I diversi leader dei vari partitini stanno già fremendo per capire chi si potrà candidare alla guida della cosiddetta "cosa rossa", ma, per il momento, è necessario salvare il governo per salvare se stessi. In piazza c'era anche quel gran personaggio del Ferrentino, presidente della comunità Bassa Val di Susa, che ha spiegato come sia possibile secondo lui che la politica «faccia le sue scelte partendo dal basso, dalle persone, dal territorio, da chi con quelle scelte dovrà convivere». Peccato che Ferrentino non abbia ancora capito che chi lotta per la Val Susa non vuole convivere con tali scelte perché esse significano solo devastazione per tutti e arricchimento per pochi. D'altra parte, il Movimento NO TAV aveva già declinato l'invito alla partecipazione e ciò dimostra che Ferrentino, come tutti i politicanti, parla solo per sé.
Ma la manifestazione del 20 ottobre è servita soprattutto a questo: usare le lotte che attraversano il paese per fornire al governo di Centrosinistra una legittimazione movimentista che nella realtà non ha. Sono state abbondantemente utilizzate a favore di telecamera le tematiche più urgenti e le istanze più delicate che caratterizzano oggi come oggi l'azione dei movimenti come la questione sociale legata al precariato, la questione migrante, la questione ambientale, i diritti civili. Rivendicazioni che nel paese reale significano scontro e attrito quotidiano proprio con questo governo e con questa classe dirigente, ma che attraverso il tubo catodico sono state liofilizzate e servite in una versione più gradevole e del tutto innocua. In questo senso, la manifestazione del 20 ottobre costituisce un arretramento assai significativo in termini di coscienza di classe e di capacità di mobilitazione degli oppressi e degli sfruttati. Dispiace che migliaia e migliaia di persone (studenti, disoccupati, operai, immigrati) abbiano offerto questo enorme salvagente a un governo fermamente interessato a mantenere e consolidare ingiustizie e sperequazioni insostenibili, e lo dimostrano le politiche repressive, militariste, devastatrici e squistamente liberiste attuate da questo esecutivo e dai suoi ministri. Ci auguriamo che, passata questa sbornia, il ceto politico della sinistra di governo si ritrovi da solo ad affrontare un corpo sociale libero e per nulla disposto ad assecondare queste squallide logiche di potere.
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria

Iraq. La guerra parallela

Nessun povero bastardo ha mai vinto una guerra morendo per il proprio paese. L'ha vinta, facendo sì che altri bastardi morissero per il loro paese. (Generale George S. Patton)

Il 13 ottobre scorso, è stata diffusa la notizia della morte, a settantanove anni, di Bob Denard, alias Gilbert Bourgeaud, mercenario di professione con alle spalle una rilevante carriera di morte e denaro, tra conflitti, golpe e operazioni sporche di ogni genere. Per una di queste era stato recentemente condannato a quattro anni di reclusione, di cui tre con la condizionale, per "associazione a delinquere con l'obiettivo della preparazione di un crimine". Si trattava del fallito sequestro di Said Mohamend Djohar, presidente dell'ex-repubblica federale islamica delle Isole Comore risalente al 1995; un'operazione avvenuta col beneplacito dei servizi segreti francesi che, oltre ad un cambio di regime, mirava a creare una zona franca e un sistema bancario offshore.
Anche in Italia il nome di Denard non era sconosciuto: nel 2001, il procuratore della Repubblica di Verona, Guido Papalia, lo aveva accusato di reclutare mercenari negli ambienti dell'estrema destra, proprio per le sue missioni alle Comore.
In fondo però la morte di Denard sembra chiudere una pagina di storia in cui i mercenari erano perlopiù dei singoli militari di ventura pronti a vendersi al miglior offerente, mentre ormai a svolgere le mansioni che gli eserciti convenzionali non possono svolgere, oggi sono delle compagnie "di sicurezza", formalmente private ma in realtà parastatali. L'esempio più evidente ci è fornito dal crescente impiego di tali agenzie in Iraq.
Secondo il «Washington Post», a fine 2006, erano oltre 100 mila i contractor assoldati dal Pentagono, escludendo i sub-contractor, ossia i civili armati a cui le compagnie private a loro volta subappaltano parte delle loro funzioni; mentre secondo The Associated Press i contractor assommerebbero almeno a 120 mila. Alte le perdite registrate tra le loro file: secondo il filo governativo «Usa Today», al febbraio 2007, era quasi 800 i morti e circa 3.500 i feriti gravemente.
I contractor della Blackwater Security Consulting Company, come delle altre compagnie (DvnCorp International, Triple Canopy, Kellogg, Brown and Root, Titan, MPRI…) a cui è appaltata la guerra, in quanto guardie private potrebbero usare le armi esclusivamente per uso difensivo; invece costituiscono un esercito ombra, dotato anche di armi e mezzi pesanti, il cui status non è regolamentato dal diritto internazionale se non in senso negativo attraverso la Convenzione internazionale delle Nazioni Unite contro il reclutamento, l'utilizzo, il finanziamento e l'addestramento dei mercenari del 1989 e l'art. 47 del I Protocollo aggiuntivo delle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1977.
Fino al 2000, il futuro della Blackwater USA appariva alquanto incerto, ma nell'ultimo quinquennio, la modesta agenzia che affittava vigilantes nel Delaware è divenuta una multinazionale con un fatturato da vertigine, grazie ad un miliardo in contratti federali, compreso un contratto senza gara con il Dipartimento di Stato del valore di centinaia di milioni.
La natura parastatale di tale compagnia privata risulta chiaramente dalla provenienza militare non solo della gran parte dei suoi soldati, tra cui numerosi ex poliziotti, ma anche dei suoi dirigenti. L'impresa Blackwater USA fu creata da ex-ufficiali legati alla CIA ed al governo statunitense: il suo vice-presidente è J. Cofer Black, ex Coordinatore dell'antiterrorismo del Dipartimento di Stato e tutt'ora consulente della Casa Bianca; il presidente è Gary Jackson e l'amministratore delegato è il miliardario Erick Prince, entrambi generosi sostenitori delle campagne elettorali di Bush, del partito repubblicano e di Tom Delay, il capogruppo repubblicano alla Camera; d'altro canto, negli Stati Uniti la "privatizzazione della sicurezza nazionale" è stata sostenuta dai principali esponenti teo-con Dick Cheney, Donald Rumsfeld, George Shultz e Felix Rohatyn.
Erick Prince, già stagista con Bush senior ed ex Navy Seal (Forze Speciali della Marina), assieme al padre e alla sorella anch'essi ferventi cristiani conservatori, ha creato la Christian Freedom Foundation, che aiuta i "tanti cristiani che ancora vengono perseguitati in tutto il mondo".
Analogamente, la britannica ArmorGroup International, anch'essa impegnata in Iraq, risulta essere un'emanazione dei servizi segreti militari inglesi e ai suoi vertici vi sono ex-comandanti dei reparti speciali di Sua Maestà.
Per questo, le ultime uccisioni di civili compiute in Iraq dai contractor, non metteranno in discussione il ruolo di queste compagnie private, circa un centinaio, a cui è appaltata non solo la difesa armata dei convogli e delle basi, ma anche l'azione controinsurrezionale.
Come è noto, lo scorso 16 settembre uomini della Blackwater in servizio presso l'ambasciata Usa a Baghdad hanno ucciso 17 persone in piazza al Nasur; mentre il 9 ottobre vigilantes della società australiana Unity Resources Group hanno ammazzato, sempre nella capitale irachena, due donne cristiane che, con la loro auto, si erano imbattute in un convoglio di veicoli a quattro ruote motrici mentre stavano attraversando un incrocio nel distretto di Qarrada.
Il 18 ottobre a 40 km chilometri da Kirkuk, tre civili, fra cui una donna, sono rimasti feriti dalle guardie di una compagnia di sicurezza straniera che la polizia non ha saputo identificare.
Di fronte alla montante rivolta popolare, il governo iracheno ha chiesto all'americana Blackwater un risarcimento astronomico (136 milioni di dollari) per le famiglie delle vittime; ma il modo di operare della Blackwater è ben chiarito da un rapporto della Commissione di controllo sulle attività del governo Usa, secondo il quale i suoi assoldati risultano dal 2005 coinvolti in almeno 195 sparatorie e, nell'84% dei casi, questi avrebbero sparato per primi. Tra l'altro, la sua permanenza in Iraq sarebbe persino illecita, in quanto il governo iracheno aveva concesso alla Blackwater una licenza annuale nel 2005, mai più rinnovata.
Secondo una notizia circolata il 12 ottobre, il Dipartimento di Stato Usa sarebbe intenzionato a rivedere il ruolo delle compagnie militari private in Iraq, ma certo è fuori discussione la prosecuzione di questa guerra parallela, elemento centrale dell'ormai inevitabile exit strategy che gli Stati Uniti dovranno mettere in atto per tentare di "sottrarsi a una disfatta".
Altra Informazione

Verso lo sciopero generale. Una partita difficile

Un paio di anni addietro mi avvenne, nel corso della discussione su di uno sciopero autunnale, di sentire un mio compaesano di sindacato rilevare che ad autunno cadono le foglie e la CUB indice uno sciopero generale. Era, a mio avviso, una battuta graziosa e che rilevava il fatto che in quel periodo, e non solo in quel periodo, lo sciopero autunnale del sindacalismo di base è, per un verso, un impegno faticoso e, per l'altro, a rischio di banalizzazione e ritualizzazione.
Al di là di considerazioni tattiche è, però, un fatto che l'iniziativa del sindacalismo di base, al completo o quasi a seconda delle contingenze, sulla politica economica del governo va valutata non volta per volta ma in prospettiva.
Il fatto, insomma, che un cartello di soggetti sociali e sindacali mobiliti settori di lavoratori su alcuni grandi temi che vanno dalla spesa militare al salario, dalle pensioni al precariato e che tenga ritta la barra su questo pacchetto di questioni non è irrilevante ai fini dello sviluppo di un movimento indipendente dei lavoratori.
Quest'anno l'iniziativa di sciopero, fissata per il 9 novembre con manifestazioni regionali, si intreccia con due dinamiche nate su terreni parzialmente diversi ma che con la piattaforma di sciopero si intrecciano,
Mi riferisco, in primo luogo, al referendum sul protocollo sul welfare che ha visto la vittoria, scontata quanto si vuole ma esagerata nelle dimensioni, dell'apparato dei sindacati concertativi. Su questo terreno la sinistra CGIL, ed in primo luogo la FIOM, e settori di sindacalismo alternativo si sono spesi per il No senza spostare più che tanto al situazione. È tutto da vedere come si muoveranno in occasione dello sciopero questi settori della CGIL che, ma la cosa è evidente, sono in grado di orientare non pochi lavoratori. La scelta di aderire allo sciopero sarebbe un atto coerente con la battaglia referendaria e, nello stesso tempo, uno strappo rispetto alla disciplina sindacale, strappo che ritengo molti compieranno.
Vi è poi da considerare che il notevolissimo successo della manifestazione del 20 ottobre, successo che ha sorpreso per la dimensione non pochi compagni compreso lo scrivente, ha visto al centro gli stessi temi sui quali si svolgerà lo sciopero. Al di là delle ambiguità dal punto di vista programmatico della manifestazione del 20 ottobre e del fatto che tutti giuravano di sostenere il governo, è un fatto che una mobilitazione dei quella consistenza segnala una tensione sociale forte, tensione che potrebbe confluire anche nello sciopero del 9 novembre allargandone la base di adesione e la ricchezza dei contenuti.
Entrambe le dinamiche che ho ritenuto di ricordare coinvolgono settori militanti della sinistra ed hanno, di conseguenza, caratteri precisi e, per certi versi, limitati.
È evidente che la riuscita dello sciopero e delle manifestazioni del 9 novembre deriva in primo luogo dalla tensione che si va sviluppando sui luoghi di lavoro e sul territorio e, in secondo ma non secondario luogo, dalla capacità di iniziativa e dal radicamento del sindacalismo alternativo e dell'opposizione sociale.
È altrettanto evidente che perché lo sciopero del 9 abbia un impatto effettivo è necessario un salto di consistenza delle adesioni sia allo sciopero stesso che alle manifestazioni, salto che può derivare solo da un intreccio virtuoso fra sviluppo del conflitto sociale, crescita organizzativa dell'opposizione sia politica che sindacale, crisi del sindacalismo concertativo.
Su quest'ultimo argomento si è fatta, recentemente, anche troppa letteratura da parte di osservatori, giornalisti e studiosi che intravedono nella FIOM il nucleo intorno al quale si potrebbe aggregare un sindacato alternativo di dimensioni e radicamento notevolmente maggiori rispetto ad oggi.
Senza nulla escludere, quest'ipotesi mi sembra tutt'altro che di facile realizzazione. Una cosa, infatti, è dar voce allo scontento di settori di lavoratori altro è dar vita ad un'organizzazione sindacale con la sua complessa struttura e, in ogni caso, la fuoriuscita dalla CGIL non di singoli o gruppi locali ed aziendali di iscritti e militanti ma di un'area compatta e struttura non è, sebbene se ne discuta molto anche nel sindacalismo alternativo, all'ordine del giorno.

È, d'altro canto, vero che la riuscita dello sciopero del 9 novembre potrà accelerare o rallentare processi di chiarificazione delle posizioni nel sindacato concertativo. Non l'obiettivo, questo va da sé, dello sciopero ma un suo possibile effetto da non sottovalutare.

Cosimo Scarinzi

Torino: processo agli antifascisti. Aria pesante

Dire che l'aria si fa ogni giorno sempre più irrespirabile è ormai banale. Il fatto che al peggio non vi è mai fine appare un'affermazione scontata. È sotto gli occhi di tutti il risultato di questi ultimi anni di "guerra infinita", come sono sotto gli occhi di tutti i risultati di un progressivo impoverimento materiale delle società occidentali. Il connubio tra la paura del "nemico" e il timore reale di perdere le proprie condizioni di vita provocano reazioni viscerali la prima delle quali è la pressante richiesta, del tutto indotta artificialmente, di "legge&ordine". "L'altro" è il problema, il fastidio, il nemico; "noi" siamo diversi, a prescindere dalle nostre condizioni sociali ed economiche. Un "interclassismo dell'esclusione" che storicamente è stato uno degli elementi dei regimi fascisti e del nazismo. La "nostra" comunità, la "nostra "società è un insieme organico che si identifica per certi valori e comportamenti: chi li rifiuta o semplicemente ne ha altri, è in primo luogo sospetto e comunque potenzialmente se non realmente pericoloso. Questo atteggiamento regressivo ha per sfondo la precarizzazione avvenuta negli ultimi venti anni delle condizioni materiali e giuridiche attraverso le quali in occidente "ci si procura il pane". Alla lunga, la precarietà e l'insicurezza economica scavano dentro la società solchi nei quali il potere ha gettato il sale del "terrorismo internazionale", della "guerra preventiva", dello "scontro di civiltà", del "fondamentalismo islamico". Il venir meno di ogni pensabile alternativa alla presente struttura sociale basata sul liberismo e il liberalismo ha desertificato le nostre società e le ha private di ogni anticorpo nei confronti della democrazia autoritaria ed identitaria che si va affermando. Non stupisce che su questo sfondo si sia inserito il riaffacciarsi sulla scena della politica di gruppi e gruppuscoli dichiaratamente fascisti e nazisti. Come non stupisce che questi gruppi e partitini godano della tolleranza se non della connivenza di questure e prefetti, tanto che ormai ogni settimana arriva la notizia di una manifestazione di Forza Nuova autorizzata in qualche piazza Giacomo Matteotti sparsa per l'Italia; o di ferimenti e aggressioni a centri sociali e antifascisti da parte di qualche giovane "boia chi molla". Tutto ciò non stupisce per due motivi: il fascismo è tipico movimento regressivo capace storicamente di raccogliere e catalizzare gli umori di società impoverite e minacciate o che, almeno, si sentono tali, pescando a piene mani anche nei ceti popolari; in secondo luogo, i fascisti "in libera uscita" sono complementari e molto utili alla democrazia identitaria e autoritaria di cui dicevamo, perchè possono agire attizzando il clima sociale e politico in modo da consentire una più forte stretta repressiva. Il paradigma appena descritto ha avuto una concreta realizzazione a Torino: due anni fa un gruppo di fascisti assaltò un centro sociale, ferendo in modo molto grave due occupanti; una settimana dopo, la manifestazione antifascista di protesta fu caricata dalla polizia ed un gruppo di anarchici e antagonisti finì in galera, con l'accusa di "devastazione e saccheggio", un reato punito con la reclusione da otto a quindici anni. Il 30 ottobre terminerà il processo, durante il quale le assurde accuse sono state smentite da tanti testimoni: ma ciò non tranquillizza ancora sull'esito del processo stesso. La strumentalità della vicenda appare chiara se si pone anche mente al fatto che due anni fa Torino era in clima pre-olimpico ed evidentemente qualcuno voleva "dare un esempio". Il fatto è che in una città priva di ogni opposizione sociale, chi osa disturbare il manovratore deve sapere che rischia grosso. Non è chi non veda che quel che è successo a Torino vale da modello per l'attuale situazione del nostro paese. L'odio e la paura fomentati ad arte dal potere invocano sempre più "sicurezza" e repressione verso ogni forma di diversità; le misure legislative prontamente messe in cantiere (il "pacchetto sicurezza" del ministro di polizia Amato) stringono ulteriormente la morsa di una società liberticida ed omologata. Paura e repressione si alimentano a vicenda. I fascisti a far da battistrada alla criminalizzazione dell'opposizione sociale. La sfida è davvero come un tempo tra fascismo e antifascismo, non si può eludere il nodo: assoldato il primo dalla "democrazia della rappresentazione" (e non certo della rappresentanza) per spianare la strada ad un progetto autoritario e liberticida che del fascismo stesso ha la sostanza se non la compiuta forma politica. Il 30 ottobre è una nuova tappa di questa lotta senza quartiere. Ma, va detto ancora una volta forte e chiaro, l'antifascismo non si arresta.
W.B.

Il caso Watson. Il razzismo dei "geni"

Come sappiamo il sistema "stato" non si regge solo sul monopolio della forza o sul sistema capitalista ma anche, specialmente ai giorni nostri, sulla propaganda della sua ideologia. Il razzismo, nemmeno tanto strisciante, che in questi ultimi mesi sta appestando l'aria è diffuso a piene mani dai mezzi di comunicazione di massa, quelli che spiegano alle persone che un italiano alla guida che uccide un pedone ha un alto tasso alcolico nel sangue mentre se lo fa un extracomunitario allora è semplicemente ubriaco.
In un servizio pubblicato dal "Times on line" il 14 ottobre scorso [1], uno degli scopritori del DNA, il premio Nobel James Watson, si è lasciato andare ad uno dei suoi (non rari) ragionamenti scandalosi. L'ultima volta era successo una decina di anni orsono, quando i media avevano titolato "Abortite i nascituri che hanno i geni dell'omosessualità, afferma un premio Nobel" e all'epoca si era difeso dicendo che avevano travisato il suo pensiero, in quanto la sua intenzione era solo quella di riconoscere alla donna il diritto di abortire nel caso non desiderasse un figlio gay e non di indicare cosa sia giusto o sbagliato. Anche questa volta il quasi ottantenne scienziato ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno fatto immediatamente il giro del mondo e suscitato diverse polemiche.
In poche parole Watson ha affermato, a proposito della popolazione africana, che "tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza è uguale alla nostra, nonostante tutte le ricerche dimostrino che ciò non è vero". Questa affermazione è stata immediatamente interpretata come una dichiarazione della inferiorità intellettuale delle persone di colore ed ha subito provocato reazioni [2].
In realtà, leggendo il testo originale l'affermazione fatta è oltremodo ambigua in quanto non c'è scritto come qualcuno potrebbe pensare leggendo i resoconti che "i bianchi sono più intelligenti dei neri", ma piuttosto che "l'intelligenza dei bianchi non è uguale a quella dei neri". La cosa più grave è che a dimostrazione (sic!) di tale bizzarra idea viene testualmente affermato che "le persone che hanno a che fare con dipendenti neri sanno che questo è vero". Al che qualcuno si potrebbe legittimamente chiedere che razza di scienziato sia uno che porta come prova di una sua affermazione una chiacchiera da treno piuttosto che uno studio ricco di dati.
Solo di passaggio, vale la pena di ricordare che, ancora oggi, "l'intelligenza" è qualcosa di difficilmente definibile in modo scientificamente oggettivo e, ancor più, difficilmente misurabile in modo monodimensionale. I cosiddetti "test" di intelligenza, misurano (ammesso che funzionino) solo qualche particolare aspetto di essa ed è da sempre risaputo che essendo stati progettati e testati su una parte della popolazione funzionano (quando funzionano) solo sui suoi membri e che i risultati ottenuti da due popolazioni diverse non sono scientificamente comparabili.
Se le affermazioni di Watson si possono forse considerare solo come una trovata pubblicitaria [3] che serve ad avere un po' di spazio sui media, meno simpatiche sono tutte le discussioni di contorno che alimentano, in un certo modo, il dibattito sulla superiorità - inferiorità razziale, terreno fertile per tutti i razzisti.
Altro aspetto preoccupante è che si va propagando la certezza che tutto sia spiegabile attraverso lo studio del DNA. Sicuramente le ricerche sulla "catena della vita" sono importanti ma, altrettanto sicuramente non sono definitivi, soprattutto quando si ha a che fare con il campo della coscienza. Per esempio, sono anni che si continua ad affermare che la schizofrenia avrebbe una base genetica e lo stesso Watson ne fa cenno, ma - almeno per il momento - queste sono ancora solo delle affermazioni senza alcun serio riscontro scientifico. Se da una parte è comprensibile la speranza di trovare nel DNA la spiegazione e quindi la cura di alcune malattie, non si può dimenticare che dietro questo genere di ricerche ci sono enormi interessi finanziari, che con la salute hanno di solito poco a che vedere.
La polemica su queste dichiarazioni non durerà a lungo, visto anche che Watson ha già affermato che le frasi che gli sono state attribuite sono frutto di un fraintendimento, ma episodi del genere forniscono comunque un contributo alla costruzione dell'ideologia razzista e, per questa ragione, vanno contestate in modo determinato e radicale.

Pepsy

Note
[1] Tutte le citazioni sono riprese dal testo integrale in inglese che si può leggere su questa pagina web
http://entertainment.timesonline.co.uk/tol/arts_and_en...
[2] Dopo l'uscita dell'articolo sono state annullate le previste tappe inglesi delle conferenze dello studioso.
[3] L'articolo "incriminato" serviva esplicitamente a promuovere il suo ultimo libro, in uscita a fine ottobre.

Assassini!

In sole 48 ore due immigrati si sono suicidati all'interno del Centro di permanenza temporanea di Modena. Due ragazzi di 23 e 25 anni si sono impiccati per porre fine alla loro esistenza segnata dalla brutalità del dominio che costringe gli immigrati a vivere in una precarietà permanente fatta di carcerazione, clandestinità, mancanza di ogni diritto fondamentale.
A dir poco agghiaccianti risultano le prime dichiarazioni di Daniele Giovanardi, presidente della Misericordia che gestisce il CPT modenese, secondo cui gli immigrati trovano ogni pretesto pur di inscenare proteste e mettere in cattiva luce la struttura nella quale sono reclusi. Come se ciò non bastasse, le incredibili posizioni espresse dal Centrodestra modenese a poche ore dalla tragedia si distinguono per infamia e insensibilità perché non fanno altro che puntare il dito contro gli immigrati invocando più polizia e più repressione all'interno del CPT.
I suicidi di Modena rappresentano forse, per gravità e vergogna, l'evento più triste e pesante nella storia delle leggi razziste italiane (Turco-Napolitano e Bossi-Fini) dopo il massacro del CPT "Serraino Vulpitta" di Trapani in cui persero la vita sei immigrati che tentavano di scappare dal lager siciliano. Oggi come allora, il paese è governato da una coalizione di Centrosinistra, e i morti di Modena sono – ancora una volta - morti che gravano sull'operato e le scelte politiche del Centrosinistra.

I Centri di permanenza temporanea si confermano luoghi abietti di internamento in cui la stessa fiducia nella vita e nel futuro viene spazzata via dalla minaccia dell'espulsione e dall'infame marchio della clandestinità che pesa come un macigno nel cuore di chi ha investito mezzi e risorse per emigrare e vivere una vita migliore.
Con i morti di Modena muore un altro pezzo dell'umana dignità, quotidianamente vilipesa dal potere dei governi, degli stati e delle frontiere. Ancora una volta si muore di immigrazione, e questa tragedia si aggiunge allo stillicidio di lutti che scandiscono da anni la normalità del razzismo di Stato che si esprime nelle frontiere, negli spazi di eccezione, nei campi di internamento, nelle espulsioni, nelle deportazioni di massa, nello sfruttamento dei lavoratori immigrati, nella criminalizzazione degli stranieri.
La responsabilità politica dei suicidi di Modena, così come di ogni tragedia legata all'impossibilità di vivere degnamente la vita a causa di leggi e normative discriminanti, va ascritta al governo italiano e a tutto l'apparato politico e gestionale che ha inventato, mantenuto e foraggiato il sistema repressivo nei confronti degli immigrati.
Per fare fronte a questo degrado è assolutamente necessario rilanciare una mobilitazione permanente e autorganizzata per l'immediato abbattimento della legge Bossi-Fini, del suo impianto originario riconducibile alla legge Turco-Napolitano, e di tutto l'apparato normativo che costringe alla clandestinità migliaia e migliaia di donne e uomini. È di vitale importanza riprendere una campagna politica, intransigente e a viso aperto, per la chiusura definitiva dei Centri di permanenza temporanea e per l'affermazione dei diritti fondamentali di ogni donna e ogni uomo a partire dalla libertà di movimento.
Ribadiamo che ogni risultato concreto nelle lotte per l'emancipazione e la giustizia sociale passa attraverso la capacità degli oppressi e degli sfruttati di agire direttamente per il miglioramento delle proprie condizioni e per la conquista degli obiettivi prefissati: l'autogestione delle lotte e l'autonomia da qualunque burocrazia partitica, autoritaria e governativa sono condizioni imprescindibili se davvero si vuole cambiare l'attuale condizione degli immigrati in Italia e in Europa.
Nell'esprimere il nostro profondo cordoglio per i morti di Modena, ribadiamo il nostro impegno nelle lotte per l'uguaglianza e la libertà di tutte e tutti, per l'autorganizzazione degli immigrati, per l'indipendenza del movimento antirazzista, contro la cultura della morte di cui sono fautori gli stati e il capitalismo.

Commissione antirazzista della Federazione Anarchica Italiana - FAI
fai-antiracism@libero.it
www.federazioneanarchica.org/antirazzista
18/10/2007

4 novembre a Novara contro gli F35.
Marcia antimilitarista

Ci avviciniamo ormai al 4 novembre: il giorno sacro per i militaristi italiani.
In questa tristissima giornata, segnata dal ricordo dei massacri della prima guerra mondiale, si è deciso di organizzare una grande manifestazione antimilitarista per protestare contro la costruzione dello stabilimento dove si vogliono assemblare i nuovi cacciabombardieri americani F35.
Gli F35 sono cacciabombardieri di quinta generazione, sono perfette macchine d'attacco al suolo. Se è necessario, possono pure trasportare armi nucleari.
Gli F35 saranno prodotti “in serie" dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin, alla quale si affiancheranno molte altre imprese per la costruzione delle diverse componenti e per l'assemblaggio finale.
La costruzione di questi cacciabombardieri è stata definita da qualcuno come la più grande impresa di ingegneria aeronautica di tutti i tempi: c'è chi prevede addirittura lo smercio di 5-6.000 velivoli da vendere, nei prossimi trent'anni, alle aeronautiche militari di mezzo mondo, per rimpiazzare i mezzi obsoleti. Non si tratta inoltre solamente di una mera questione riguardante l'innovazione tecnologica, ma pure relativa all'innovazione organizzativa e gestionale.
Per alleggerirsi di parte del peso finanziario gravante sulla produzione degli F35, gli Stati Uniti d'America hanno cercato la “collaborazione" (a diversi livelli di coinvolgimento) di alcuni paesi, loro fidi alleati: Regno Unito, Australia, Canada, Danimarca, Italia, Olanda, Norvegia, Turchia.
Per alcuni analisti di cose militari, ciò ha significato una completa sconfitta di progetti europei alternativi, come per esempio lo sviluppo ulteriore degli Eurofighter in direzione di una ristrutturazione del progetto originario verso una versione più adatta per l'attacco al suolo (e quindi concorrenziale nei confronti degli stessi F35).
Gli F35 sono cacciabombardieri multiruolo, che richiedono un solo uomo di equipaggio. Sono aerei stealth, cioè invisibili ai radar, grazie alla conformazione della loro struttura ed alle vernici che li ricoprono.
Il progetto per la loro costruzione è stato avviato nel 1996 e completato nel 2004. La prova di volo dei prototipi è cominciata nel dicembre 2006.
I promotori del programma di produzione di questo nuovo cacciabombardiere sono stati US Air Force, US Navy, US Marine Corps, UK Royal Navy.
Gli F35 possono essere costruiti in tre varianti: una a decollo ed atterraggio convenzionale (CTOL – conventional take-off and landing), una versione da imbarcare sulle portaerei (CV – carrier variant), una versione a decollo corto e atterraggio verticale (STOVL – short take-off and vertical landing).
L'assemblaggio finale negli USA si svolge presso l'impianto Lockheed Martin di Forth Worth in Texas.
In Italia è stato scelto come sito per l'assemblaggio finale (che fornirà la maggior parte degli F35 che saranno venduti in Europa) l'aeroporto militare di Cameri, che si trova a pochissimi chilometri da Novara e dove già si cura la manutenzione di F16 Falcon, Tornado, AM-X, e, da poco, pure degli Eurofighter.
Proprio a Cameri verrà costruito, a partire dal prossimo anno, un nuovo stabilimento che sarà gestito da Lockheed Martin e da Alenia Aeronautica.
L'aeroporto militare di Cameri come sede dell'assemblaggio finale degli F35 prodotti per l'Europa è stato scelto con oculatezza.
L'aeroporto militare di Cameri esiste da quasi cent'anni ed è inserito in una comunità che non ne ha mai messo seriamente in discussione l'esistenza (almeno fino ad oggi).
L'aeroporto militare di Cameri ha ospitato, nei tempi in cui era pienamente operativo, F104 e Tornado. Oggi che la sua operatività si è attenuata, contribuisce comunque a diverse imprese militaresche con la manutenzione di aerei militari e con l'offerta delle sue piste per la partenza di eroici militi italici verso le zone di guerra, per esempio verso l'Afganistan.
Vicinissima all'aeroporto di Cameri, a Bellinzago Novarese, c'è la base guidata dalla Caserma Babini. Si tratta della seconda base terrestre italiana, per estensione di superficie, nella quale si effettuano esercitazioni di diversi tipi. La Caserma Babini offre inoltre i suoi soldati per la gestione della logistica in diverse operazioni militari all'estero ed in appoggio alle truppe di pronto intervento NATO di stanza a Solbiate Olona. Si preparano, in definitiva, mezzi di trasporto e munizionamenti destinati ad alcuni dei teatri di guerra che vedono protagonisti pure i soldati italiani.
È in questo contesto di militarizzazione ambientale che si inserisce il progetto di assemblaggio degli F35.
Ma Cameri non sarà il solo luogo italiano coinvolto nel progetto Joint Strike Fighter (così si chiama appunto il progetto di costruzione dei cacciabombardieri F35). Infatti si prevede il coinvolgimento di 40 siti industriali che si trovano in 12 regioni italiane: siti nei quali si costruiranno diverse componenti del nuovo velivolo da guerra.
Da quello che si può attualmente sapere, per esempio, la Alenia Aeronautica si occuperà della realizzazione delle ali, l'Oto Melara fornirà il cannone, la Selex Communications sarà responsabile della radio UHF, la Galileo Avionica contribuirà alla realizzazione della complessa suite optronica EOTS, l'Aerea dovrebbe realizzare gli attacchi per l'armamento, la Mecaer il carrello, la Sirio Panel parte del cruscotto e dell'illuminazione dell'abitacolo.

I governi italiani hanno deciso di partecipare a tale progetto di costruzione dei nuovi cacciabombardieri americani fin dal 1996, quando era ministro della difesa Andreatta e presidente del consiglio Prodi.
I passaggi parlamentari che hanno confermato l'impegno si sono verificati nel 1998 (governo D'Alema) e nel 2002 (governo Berlusconi).
La firma definitiva dell'accordo è del febbraio 2007, quando il sottosegretario alla difesa Forcieri (diessino) ha incontrato a Washington il suo collega statunitense Gordon England. Si tratta della decisione di partecipare alle diverse fasi di costruzione degli F35.
Il governo italiano afferma inoltre che, in futuro, sarà necessario acquistare questi nuovi cacciabombardieri perché bisogna sostituire altri velivoli obsoleti: gli AM-X, i Tornado, gli AV8-B.
Fino ad oggi l'impegno finanziario italiano per lo sviluppo del progetto è stato di 1.028 milioni di dollari. Tra breve (e per altri anni che verranno) saranno impegnati altri 903 milioni di dollari. Tutti soldi prelevati dalle tasche dei contribuenti, ovviamente.
In queste cifre non sono comprese le spese per l'acquisto dei velivoli.
Secondo quanto riferito dal sottosegretario Forcieri, ogni F35 costerà tra 45 e 55 milioni di euro. Secondo altre fonti, si potrà arrivare, tenendo conto di aggiornamenti di prezzi e di allestimenti di armamenti probabili, anche oltre i 100 milioni di euro ciascuno.
Anche se la decisione definitiva di acquisto per l'Italia dovrà essere presa solo a partire dal 2013 (anno dell'uscita dalla fabbrica di Cameri dei primi F35) o poco prima, si ritiene già che il nostro paese acquisterà circa cento velivoli. I conti sono presto fatti: un carico per i contribuenti di almeno dieci miliardi di euro.
Tutti soldi che saranno sottratti ad altri impieghi sicuramente preferibili: investimenti industriali sostenibili, innovazioni nel campo energetico, spesa sociale, ricerca per la protezione dell'ambiente.
Ma di cose del genere poco ci si cura, di fronte all'opportunità di partecipare all'ennesima impresa militarista.
Né si fa troppo caso al fatto che l'aeroporto di Cameri confina con il parco regionale del Ticino, un sito che ha già subito, negli ultimi anni, attacchi d'ogni genere. Non è difficile immaginare che cosa potrebbe significare, quanto ad impatto ambientale, il volo di centinaia di aerei che partiranno da Cameri per i collaudi ed i primi voli di prova.
Ogni inconveniente derivante dalla produzione bellica viene fatto digerire alle popolazioni dei territori dove si vogliono installare gli stabilimenti per la produzione di armi promettendo la creazione di nuovi posti di lavoro.
Anche in quest'occasione si è recitata la solita tiritera, prospettando, in un primo momento, addirittura diecimila nuovi posti di lavoro, presto ridottisi ad un migliaio scarsi (duecento per la produzione degli F35, ottocento nell'indotto).
Non è molto interessante né molto corretto seguire la solita logica produttivistica. Tuttavia, restando all'interno di un tale modo di ragionare (o, meglio, di sragionare), non si può fare a meno di notare che con il medesimo volume di capitale fisso impiegato in una qualsiasi produzione d'armi da guerra si potrebbero generare sicuramente molti più posti di lavoro investendo in settori produttivi non legati all'industria bellica.
E comunque non si vede perché i lavoratori debbano rassegnarsi, in nome di pochi miserabili posti di lavoro, ad essere complici delle politiche aggressive ed imperialiste degli Stati.

L'opposizione alla costruzione dello stabilimento per l'assemblaggio degli F35 è cresciuta sul territorio ed ha coinvolto soggetti di diverso genere, accomunati tuttavia da un sentimento di rigetto nei confronti di ogni impresa militarista, seppure mascherata da missione di pace o umanitaria.
Il successo della manifestazione contro gli F35 e contro tutte le guerre, che si è svolta a Novara il 19 maggio scorso, dimostra la praticabilità di un'opzione radicale e netta. Nonostante la blindatura della città ed il terrorismo mediatico dei giorni che hanno preceduto il corteo, circa duemila persone hanno percorso pacificamente le vie del centro cittadino per rendere pubblico il dissenso contro ogni politica di riarmo e contro tutte le guerre alle quali il nostro paese partecipa.
Ora è il momento di marciare in direzione dell'aeroporto militare di Cameri. È il momento giusto, a pochi giorni dall'inizio dei lavori per la costruzione della fabbrica della morte, per rendersi ancor più visibili: l'appuntamento è per mezzogiorno del 4 novembre a Novara, in piazza Garibaldi (stazione FS), da dove si partirà proprio in direzione di Cameri.
Il capogruppo di Forza Italia in occasione di una recente seduta del consiglio comunale di Novara, come pure un alto ufficiale dell'Aeronautica Militare Italiana nel corso di una cerimonia svoltasi un paio di mesi fa a Cameri, hanno lamentato il crescente clima antimilitarista che circonda l'aeroporto militare di Cameri e che fomenta l'opposizione contro gli F35. Un pericoloso clima che demoralizzerebbe le forze armate di stanza nel novarese.
Prendiamo le parole di questi due soggetti come uno dei migliori riconoscimenti nei confronti della lotta intrapresa. Possiamo inoltre considerare le parole dei medesimi soggetti sopra citati come il migliore auspicio per la riuscita del corteo del 4 novembre.
Si tratterà di un'ulteriore tappa di un difficilissimo percorso, che, si spera, porterà al rigetto del progetto di costruzione degli F35 ed all'inizio del consolidamento di un movimento antimilitarista di massa.
Dom.

inform@zione

Vicenza: chi semina raccoglie

Come previsto, nelle prime ore del 17 ottobre, è stata avviata clandestinamente la bonifica dell'area del Dal Molin, indispensabile prima fase per l'inizio dei lavori di costruzione della nuova e contestata base militare Usa. Infatti, durante la Seconda guerra mondiale, Vicenza fu pesantemente bombardata dagli aerei anglo-americani; tra le innumerevoli bombe - circa 700 - che furono sganciate sull'aeroporto, si calcola che almeno 40/70 siano rimaste, inesplose, nel terreno sino ad oggi.
Così, dopo oltre sessant'anni, i comandi Usa hanno finanziato un'operazione di bonifica del territorio che loro stessi saturarono di bombe, causando oltre 500 vittime tra la popolazione, ma non certo per salvaguardare tardivamente la sicurezza della comunità vicentina. I lavori sono stati affidati alla ditta ABC sas di Firenze.
Il commissario straordinario nominato dal governo, Costa, ovviamente ha fatto del suo meglio per tenere nascosto alla cittadinanza l'inizio dell'intervento, a dimostrazione che il suo ruolo non è tanto quello di mediatore ma di esecutore delle direttive del governo stesso, intenzionato ad andare avanti nel progetto contestato da una larga e convinta opposizione popolare a questa ulteriore e devastante servitù militare.
D'altronde, appena pochi giorni, il 10 ottobre, Dario Franceschini, ritenuto il vice di Veltroni alla guida del Partito Democratico, in visita elettorale a Vicenza era stato assai chiaro a riguardo: "La città avrebbe dovuto fare valere le sue ragioni di opposizione alla nuova base con il governo precedente, o con l'amministrazione locale. Allo stato attuale non è più possibile alcuna marcia indietro e bisogna abbandonare atteggiamenti ideologici".
In realtà a Vicenza tutti sanno che le decisioni riguardanti il Dal Molin tra l'amministrazione Bush e i due governi italiani, prima con Berlusconi poi con Prodi, sono state prese segretamente e del tutto sopra la testa dei vicentini che da quando il progetto è stato reso noto non hanno mancato occasione di far sentire la propria contrarietà, chiedendo invano almeno una consultazione referendaria. Così, sia il governo di centrodestra che quello di centrosinistra, hanno fornito un'impareggiabile lezione sull'ideologia democratica che li pervade, sottolineata da un sempre più pesante clima da stato di polizia e dalla tensione alimentata dalle continue dichiarazioni del sindaco Hullweck contro chi manifesta e dissente.
Il prossimo 15 dicembre, giornata scelta per la manifestazione unitaria internazionale contro il Dal Molin, la caserma Ederle e la militarizzazione del territorio, scadrà il termine per la conclusione della gara d'appalto per le ditte italiane che dovranno costruire la nuova mega-base per la 173ª Brigata aerotrasportata Usa. Alla domanda "perché Vicenza?", il commissario Costa ha risposto che gli Usa hanno preferito trasferire 2 mila soldati dalla Germania all'Italia piuttosto che 4 mila dall'Italia alla Germania. Quindi, secondo la tabella di marcia fissata dai comandi statunitensi, i lavori dovrebbero partire agli inizi del 2008 per concludersi nel 2011; ma tale previsione non sembra tenere conto dell'opposizione sociale al progetto che è già riuscita a far slittare di sei mesi il calendario a suo tempo ipotizzato dai militari.
Un'opposizione che, fin da ora, non intende stare a guardare, come dimostra la crescente mobilitazione contro il Dal Molin e la caserma Ederle.
Sabato 20 ottobre, infatti, si è svolto un sit-in davanti alla caserma Ederle organizzato dal Comitato Vicenza Est, a cui hanno attivamente partecipato anche tre disertori dell'esercito Usa, mentre il Presidio Permanente, che aveva dichiarato la propria non-adesione alla manifestazione filogovernativa di Roma, ha promosso una prima protesta davanti alla rete dell'aeroporto Dal Molin a cui ha partecipato un centinaio di persone.
UN reporter

Gorizia: manifestazione per il diritto d'asilo

Continua la mobilitazione contro il centro di permanenza temporanea di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), così come prosegue l'appoggio ai richiedenti asilo nella rivendicazione dei propri diritti. Venerdì 19 ottobre i richiedenti asilo, insieme ad alcuni attivisti antirazzisti, hanno manifestato davanti alla prefettura di Gorizia, per chiedere che vengano garantiti loro basilari diritti e per consegnare le richieste per l'ingresso nel piano nazionale asilo.
Mercoledì 17 ottobre, in un'assemblea tenuta nella piazza del paese, i richiedenti asilo avevano accolto con entusiasmo la proposta di manifestare e avevano preparato striscioni in inglese per esprimere le proprie rivendicazioni. Sabato, dopo essersi trovati in piazza a Gradisca, in 80 circa hanno raggiunto Gorizia e davanti alla prefettura, sede della commissione che decide sul diritto d'asilo, hanno srotolato gli striscioni, intonato canti e ballato sulla piazza.
Una delegazione è stata fatta entrare in prefettura, a parlare con la commissione e con il prefetto, per spiegare le proprie motivazioni.
La situazione burocratica e di vita per i richiedenti asilo è disastrosa: i colloqui con la commissione hanno tempi d'attesa lunghi e, una volta finiti, è necessario aspettare ancora per la risposta. Intanto mancano vestiti e beni di prima necessità, che dovrebbero essere forniti dalla cooperativa sociale Minerva, che gestisce il cpt, ma non vengono distribuiti.
La situazione all'interno del cpt diventa ogni giorno più drammatica: le rivolte interne e i tentativi di fuga si susseguono, così come le azioni repressive da parte della polizia. Sapere esattamente cosa succede nel cpt è molto difficile (la zona riservata ai richiedenti asilo è separata dall'altra da un muro) ma alcune notizie riescono a filtrare ugualmente.
La lotta contro il cpt però continua: i gruppi e le singole persone che da anni si stanno battendo per la chiusura di quel terribile luogo si stanno organizzando per costruire nuovi momenti di mobilitazione.
Rv

Torino: presidio di solidarietà ai Rom
Dopo l'incendio doloso che ha completamente distrutto il campo Rom di via Vistrorio (cfr. UN 33 '07), la reazione in città è stata molto tiepida: la disinformazione di massa attuata dai media cittadini e nazionali non ha fatto che alimentare il clima di sospetto e il disprezzo razzista verso i rom. Lunedì 15 ottobre si è svolto un presidio di solidarietà con i rom che hanno rischiato di morire tra le fiamme: vi hanno preso parte circa una cinquantina di persone, in gran parte anarchici. I rom, che avevano inizialmente annunciato la propria presenza, spaventati dal clima di odio che li circonda, all'ultimo hanno preferito non partecipare.
Il clima a Barriera di Milano, nella zona a nord di piazza Derna, è particolarmente difficile e l'ostilità nei confronti dei rom è molto forte. Alcune persone rifiutavano i volantini e svicolavano: una donna passando ha inveito gridando che avrebbe voluto che si riaprisse Auschwitz. Fortunatamente molti altri si fermavamo a leggere i volantini e ad ascoltare gli interventi dal microfono. Si tratta di una strada in salita, ma è necessario continuare perché, come diceva il volantino distribuito dalla FAI torinese "Occorre rompere le frontiere dell'odio o l'Europa di oggi diverrà troppo simile a quella in cui migliaia di rom sono stati inghiottiti dalle camere a gas. La politica dei nostri governanti è improntata all'esclusione ed è la faccia legale dei vigliacchi che cercano di ammazzare i bambini."
onan

Bologna, laboratorio di repressione

La Bologna del sindaco sceriffo Cofferati si tinge di nero e reprime indiscriminatamente la libertà di espressione. La sera del 13 ottobre la polizia ha aggredito e pestato cinque giovani che cercavano di impedire un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) di una ragazza che dormiva per strada. Ben sei pattuglie sono intervenute, i giovani identificati come anarchici, pestati e arrestati. La notte successiva alcuni altri giovani che stavano scrivendo sui muri la loro indignazione e la loro solidarietà agli arrestati sono stati a loro volta fermati. Per tutti sono scattate imputazioni per reati comuni (nel primo caso, danneggiamento e rapina: al momento degli arresti sarebbero sparite manette e una radio portatile della polizia...; nel secondo caso, danneggiamento di monumenti di rilevanza storica) e processi per direttissima. Durissimo l'esito del processo per il presunto danneggiamento di muri "di valore artistico": dieci mesi senza la condizionale, perchè i rei, dice il giudice, benchè incensurati, è prevedibile che tornerebbero a commettere il reato (cioè riscriverebbero sui muri...). È evidente che ci stiamo avvicinando pericolosamente alla figura della "colpa d'autore", tristemente nota alla dottrina giuridica sopratutto per le sue applicazioni da parte del regime nazista: si è colpevoli per quel che si è, non per quel che si è commesso. Lo stesso pubblico ministero che ha sostenuto l'accusa ha dovuto ammettere che non ci sono precedenti di questa durezza per fatti di questo tipo. Ormai, evidentemente, la cieca furia repressiva ha completamente obnubilato i cervelli, facendo sì che si sia persa ogni congruità tra beni giuridici tutelati, fatti lesivi e condanne. Ribaltando il discorso, potremmo chiederci: se un muro vale dieci mesi di reclusione, quanto bisogna dare ad un padrone che ammazza i suoi operai con le sostanze tossiche o perchè risparmia sulla prevenzione? Peccato che nessun padrone finisca in galera per omicidio. La presente vicenda si inserisce e va letta nel clima pesantissimo che si respira in città. Va ricordato che da mesi a Bologna ogni forma di manifestazione del dissenso anche attraverso semplici volantinaggi e affissioni viene duramente repressa con denunce, multe e processi e ad essere colpiti sono in particolare gli anarchici. Per non parlare di sgomberi e divieti di manifestare. Naturalmente, la stampa locale e nazionale mistifica i fatti, descrivendo una città "sotto assedio" da parte di orde di "delinquenti asociali" e poveri poliziotti costretti a difendersi da barbare e proditorie aggressioni. Intanto, un'aggressione fascista in un liceo occupato è caduta nel silenzio più totale degli organi di stampa, della politica e degli organi della repressione, questura, prefettura, giudici. Per non parlare del fatto che a Bologna sono avvenuti cinque stupri negli ultimi dieci giorni e nessuna particolare reazione è venuta dagli zelanti "tutori dell'ordine" o dalla stampa e dalla politica "benpensante". La reazione non è però mancata da parte degli antifascisti bolognesi che in una manifestazione molto partecipata e in un due assemblee hanno denunciato l'evidente tentativo che sta avvenendo in città di lasciar mano libera ai fascisti e di reprimere ogni forma di dissenso politico utilizzando gli strumenti del diritto penale comune. Come sempre, i primi ad essere colpiti sono i più acerrimi nemici dello stato, cioè gli anarchici. Tentativo certo non nuovo, ma che si inserisce a pieno titolo nella stretta repressiva che sta colpendo l'insieme del paese e che cerca di stroncare con gli strumenti del diritto penale, processi e galera, ogni voce critica e libera...
Il cronista

Vaticano. Beati i franchisti

Fra poco festa grande in Vaticano. E anche in Spagna non saranno in pochi, c'è da crederci, a festeggiare. A fine mese, infatti, Benedetto XVI, per non essere da meno del predecessore, primatista incontrastato nella specialità del "santo triplo", promuoverà un'altra inforcata di santi e beati spagnoli – si parla di cinquecento – tutti, non c'è bisogno di dirlo, "vittime incolpevoli" anche se spesso armate di tutto punto, del popolo spagnolo, che cercò di liberarsi, estirpando il male alla radice, dell'influenza sulla vita del paese esercitata dal clero più retrivo, oppressivo e feroce dell'Europa intera.
Stando a quanto si è potuto leggere nei giornali, tale dichiarata intenzione di santificare questi cinquecento preti e religiosi uccisi nei primi giorni della vittoriosa risposta alla sollevazione di Franco e dei suoi macellai, si inserisce provocatoriamente all'interno di una crisi, per ora latente ma pronta a manifestarsi più apertamente, tra il governo Zapatero e la Conferenza episcopale spagnola. Crisi che si sta manifestando anche nella decisione governativa di cancellare la memoria di Franco e del franchismo dalla toponomastica, rendendo, per decreto, illegittima ogni intestazione di strade o aree pubbliche al passato regime.
Come si sa, da un punto di vista formale, e non solo formale ovviamente, il "movimiento" dei generali fu un'operazione, del tutto illegittima, che trovò le sue ragioni soprattutto nell'insopprimibile istinto di conservazione di una casta ottusa e chiusa, non solo a qualsiasi accenno di progresso, ma anche a qualsiasi forma di umanità. Chi, all'interno dello schieramento reazionario, era mosso da qualcosa che non fosse solo il più gretto interesse, ma da quello che, con benevolo eufemismo, potremmo definire "ideale", intendeva per tale solamente l'oscuro desiderio di riportare l'intera società sotto la efficace cappa tenebrosa delle gerarchie ecclesiastiche, per le quali cilicio e scapolari rappresentavano il massimo di ogni aspirazione.
Naturale quindi che tale sollevazione, ancorché illegittima, venne benedetta, appoggiata e santificata da tutti i vescovi spagnoli – solo uno fra loro si astenne - giustamente terrorizzati all'idea di vedere in pericolo non solo onori e prebende ma anche il ruolo fino a quel momento di loro competenza. Si parlò di "crociata" e certo non a caso, sapendo bene di quali efferatezze siano state testimoni le crociate nella storia. Altrettanto naturale, di conseguenza, che un proletariato cosciente, definitivamente emancipato dalla mefitica influenza clericale, abbia cercato, e in un primo momento ci sia felicemente riuscito, a neutralizzare radicalmente i tentativi di ricacciare nel buio l'intera società.
La guerra civile spagnola, così come la rivoluzione che prese corpo in quegli anni, fu indubbiamente uno degli episodi più tragici, in perdite umane, della storia di questi ultimi secoli. Non v'è bisogno di ricordare quanto sia stata alta la posta in gioco, quanto dura la lotta fra gli aneliti di libertà e solidarietà, di cui gli anarchici e i libertari furono sinceri sostenitori, e le feroci trame oppressive del potere che aveva ininterrottamente soggiogato la Spagna. E quanto fu "definitiva" la volontà, da una parte e dall'altra, di impedire la vittoria del nemico. Non poteva essere diversamente, quindi, che questa volontà si esprimesse come una forza incontenibile e sconvolgente: da una parte un popolo che finalmente riprende in mano, armi in pugno, il proprio destino e la propria libertà, troppo a lungo delegati a cacicchi e señoritos, e dall'altra un potere oligarchico e feudale determinato a soffocare in un bagno di sangue la "rivolta degli straccioni".
L'intenzione vaticana di innalzare alla gloria degli altari i religiosi caduti combattendo militarmente, e quella governativa – che vorremmo, ma non possiamo, giudicare in buona fede - di stabilire per decreto cosa è legittimo e cosa no, non sono che la manifestazione speculare di uno stesso disegno, che pur partendo da prospettive opposte, alla fin dei conti insegue lo stesso fine: la mistificazione e cancellazione del portato rivoluzionario e antiautoritario che caratterizzò, a differenza di tutte le altre guerre civili, la guerra civile spagnola. Ci sembra perfettamente naturale, dunque, che l'impeto antiautoritario che mise con le spalle al muro potere laico e potere religioso, potere dello Stato e potere della Chiesa, continui a turbare i sonni di quanti rappresentano oggi, a distanza di settant'anni, le stesse istanze di allora. Quelle che, in una parentesi straordinaria, furono cancellate in nome della libertà.
MoM

Ricordando... Gianpaolo Verdecchia

La notte del 13 ottobre 2007, a Firenze, muore a 57 anni, Giampaolo Verdecchia. Cremato il 16, sabato 20 le sue ceneri sono disperse in Arno, all'Indiano.
Ho conosciuto Giampaolo a fine '68. È iniziata un'intensa attività politica e si è creata un'amicizia duratura. Dopo un'iniziale formazione marxista, aderisce all'anarchismo. Facevamo la staffetta fra scuole superiori e università, sempre sulla sua moto. Ha partecipato a varie situazioni studentesche e operaie in area fiorentina. Geometra con breve esperienza universitaria (studente di Cerrito), aveva lavorato come stradino. Anarco-sindacalista, ha intessuto duraturi rapporti con quanti potevano politicamente fare un tratto di strada insieme. Le lotte degli anni Settanta lo vedono in prima fila, in un percorso interrotto da vicende giudiziarie quando è arrestato per inesistente fiancheggiamento ad organizzazioni armate.
Dal carcere mi scriveva: "... in 32 (trentadue!) ore di interrogatorio continuato non mi hanno "pestato" ed io credo al solo scopo di non scuotermi, contando invece di fiaccarmi in modo più raffinato: colpendomi sugli affetti- (la Grazia incinta di 7 mesi dichiarata in arresto, perquisizioni ad amici carissimi di Milano e Venezia, minacce di rudi perquisizioni ai miei genitori ecc.)".
La lettura delle sue lettere mi riporta al clima dei giorni del primo arresto in notturna, brutale violento, nato dal convincimento del procuratore Vigna di avere davanti a sé uno tosto, che non tradiva né cedeva. Vera definizione. In realtà i suoi comportamenti ispirati a solidarietà internazionale, senza altro interesse, lo rendevano automaticamente inviso allo Stato. Pertanto, sulla base di una montatura, trascorre oltre un anno in carcere, perde il lavoro, gli viene minato l'equilibrio familiare.
Non si è perso d'animo. Si è re-inventato un lavoro da odontotecnico, creando un luogo di incontro di compagni e di amici verso i quali è sempre stato leale e generoso. Assiduo lettore, amava musica e teatro. Negli anni successivi all'esperienza del carcere partecipa alla rinascita del Movimento Anarchico fiorentino. Appassionato e polemico, in costante contatto con i compagni, non si lasciava scappare le occasioni che potevano creare dibattito e attrarre interesse verso l'anarchismo: presentazioni di libri e attività politica dentro l'amato-odiato Vicolo del Panico. Legante fra anime e contesti, ottimo cuoco intrattenitore, faceva diventare le cene un momento di progettazione, senza appesantirle, ma anzi esaltandone la funzione sociale.
Ricordo quando volle partecipare, con una consistente donazione, alla pubblicazione di Futuristi e Anarchici. Con lo stesso criterio, o con la vendita militante e la divulgazione, ha partecipato a tante altre esperienze editoriali.
Appassionato di mare, l'Isola d'Elba divenne con lui un "luogo" ancora più caro. L'estate a Rio Marina diventava un momento di rinforzo di legami di amicizia, di raccordo fra compagni.
Nell'aprile del 2000 un cancro lo colpisce. Lotta strenuamente, riesce a superare una lunga operazione e anni di difficoltà. In questo periodo prende forma, col GETEM, sua creatura quasi personale, una nuova stagione di impegno. Con il Social Forum a Firenze del 2002, attraverso la gestione di uno spazio nella Fortezza da Basso, crea poi le condizioni per far nascere il Collettivo Libertario Fiorentino che sfocerà nella realizzazione della serie di Vetrine dell'Editoria.
L'Archivio Berneri ha da poco pubblicato un volume per ricordare Aurelio Chessa dove Giampaolo scrive:

(...) mi raccontò di essere stato per anni un artigiano e mi mostrò il frutto del suo lavoro. Era un oggetto che ormai non si usa più . Era una stecca di legno duro lunga cinquanta centimetri e di una sezione di tre per due. (...) Era veramente un oggetto bellissimo e grande fu il mio stupore quando nel salutarmi me lo consegnò dicendomi di considerarlo un suo regalo. Quel mezzo metro di legno è stato per anni sulla mia scrivania e, guardandolo, spesso mi ricordavo del compagno Aurelio. Chissà durante quale trasloco si è nascosto. Fortunatamente si possono perdere gli oggetti, non i ricordi.

Il male si è ripresentato inesorabile. Il giorno della morte, Fiamma Chessa mi racconta che Gori, il figlio del proprietario della ditta di metri di cui parla Giampaolo, non sapendo della morte, le chiede l'indirizzo, perchè vuole spedirgli il mezzo metro.
Nonostante la fase terminale, molti non si erano accorti di quanto stava avvenendo. Con fatica e sofferenza, in settembre riesce a presentare due magliette anticlericali alla 3ª Vetrina.
(Alberto Ciampi)

Il laboratorio dentistico di Giampy, a ridosso della Sinagoga, tra il mercato di Sant'Ambrogio e quello dell'usato di piazza dei Ciompi, è nell'ultimo ridotto del popolare quartiere di S.Croce arresosi all'inarrestabile mercificazione che ha spianato la comunità civile fiorentina. Hanno ceduto il quartiere e quel ridotto ma non il suo laboratorio. Gestito con il fratello Stefano e, finché è vissuto, con il padre Valentino (altra bella e dolce figura di uomo libero) è stato ed è una sorte di porto rifugio (come si dice tecnicamente in mare) per tutta la gente del quartiere, e non solo per problemi di denti. Il fatto è che Giampy usava il suo umorismo tra l'allegro e il nero, la capacità di sdrammatizzare e mettere a proprio agio, per nascondere la profonda, sofferta solidarietà per chiunque si trovasse nel tritacarne della scarsità di mezzi, delle malattie, dei soprusi. Una solidarietà la sua non fatta di belante evangelismo ma fattiva, calda e dignitosa, rispettosa. Così nel quartiere ha fatto più lui per il prestigio dell'anarchismo di quanto avrebbero fatto migliaia di conferenze, manifesti, ecc. Se ne è andato con non comune dignità e coraggio. Lascia Birgitta e Roberto, il fratello Stefano, la mamma anziana, Olivia e sua madre Grazia, tutti per fortuna di grande stoffa, alla quale hanno dovuto fare continuo ricorso in questi ultimi maledetti mesi.
(Gigi Di Lembo)

Senza Frontiere. Brevi dal mondo

Polonia: azioni antimilitariste

Tra il 13 e il 14 ottobre in Polonia sono state compiute diverse azioni contro l'installazione di una base militare statunitense nel nord del paese, che dovrebbe comprendere strumenti di difesa anti-missile. Benché solo poche persone partecipino alle manifestazioni e alle azioni contro questa base, la maggior parte della popolazione polacca è contraria alla costruzione: sono state raccolte decine di migliaia di firme contro lo scudo missilistico e per chiedere un referendum.
Il 13 e il 14 ottobre, gli anarchici e le anarchiche della Federazione Anarchica Polacca, del collettivo La Lucza, del gruppo anarchico CKLA e di Food Not Bombs hanno compiuto azioni in diverse città: a Varsavia teatro di strada, a Torun e Redzikowo presidi per incontrare la popolazione locale e raccogliere petizioni contro la base.
Per la prossima primavera stanno organizzando una manifestazione internazionale.

Spagna: sgomberi e rivolta

Il 18 ottobre a Madrid decine di poliziotti in assetto antisommossa sono entrati nel quartiere di Canada Real, per effettuare lo sgombero di decine di persone che vi abitavano e abbattere un edificio abusivo.
Il quartiere di Canada Real è abitato da circa 30.000 persone, quasi tutte immigrate, che vivono in circa 2.000 appartamenti, tutti abusivi. Gli abitanti hanno però reagito allo sgombero, innalzando barricate e lanciando diversi oggetti dai balconi e dai tetti. La polizia ha risposto con manganelli, lacrimogeni e granate stordenti. Circa 23 agenti sono rimasti feriti negli scontri. Feriti anche molti immigrati, che però hanno evitato di venire ricoverati per non essere denunciati.
Il giorno dopo nel quartiere si è svolta una manifestazione di solidarietà con gli abitanti, mentre continua la mobilitazione contro la tragica situazione abitativa di Madrid e di tutta la Spagna.

A cura di Raffaele
Fonti: www.ainfos.ca; www.indymedia.org; http://news.infoshop.org; http://cia.bzzz.net/english_news; http://madrid.indymedia.org/

La Turchia scende in campo. Per la patria e per il petrolio

La situazione al confine tra la Turchia e il Kurdistan, formalmente appartenente all'Iraq, ma di fatto indipendente dal 1991 quando la Prima Guerra del Golfo sancì il divieto per le truppe dell'allora dittatore Saddam Hussein di attaccare i partigiani del Partito Democratico Curdo e dell'Unione Patriottica Curda, i due gruppi che dagli anni Sessanta guidavano la resistenza della popolazione contro i governi iracheni. Come tutti sanno, la Seconda Guerra del Golfo, con il suo epilogo nell'occupazione dell'Iraq, ha avuto conseguenze pesanti per il nord dell'Iraq e per lo stesso Kurdistan: la guerriglia curda, ormai strutturata come un esercito regolare, ha partecipato all'offensiva americana perseguendo i propri obiettivi e cioè: occupare l'area di Mosul e Kirkuk, storico Vilayet (distretto) curdo all'epoca dell'Impero Ottomano, imporvi il proprio potere e costruire una struttura statale dotata di tutte le sue tipiche prerogative.
L'importanza dell'area di Mosul e di quella di Kirkuk non è solo legata alle radici storiche del popolo curdo che da queste città fu parzialmente cacciato solo nel corso degli anni Ottanta dell'ultimo secolo a seguito della politica di arabizzazione forzata messa in pratica dalla dirigenza irachena, ma anche al fatto che sotto i piedi degli abitanti della zona giace un mare di petrolio tuttora poco sfruttato.
La dirigenza curda, con il beneplacito degli occupanti americani, per i quali i curdi sono l'unica forza interna al paese della quale possano fidarsi totalmente dal momento che essi non hanno sostanzialmente altri amici in tutto il Medio Oriente, ha messo in atto una vera e propria pulizia etnica nei confronti degli arabi sunniti stabilitisi nell'area nel corso degli anni Ottanta e dei turcomanni, storicamente abitanti in loco. Tale pulizia etnica è chiaramente finalizzata a stabilire una maggioranza curda in tutta l'area rivendicata come Kurdistan e dimostra come corra poca differenza tra le politiche stragiste condotte contro i curdi dalla dirigenza di Saddam Hussein , e quelle appena meno sanguinarie che oggi la dirigenza curda conduce contro gli arabi e i turcomanni; entrambi i gruppi di potere avevano un fine p