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IN NOSTRO NOME: Comunicato di solidarietà ai compagni condannati a 7 anni a Firenze per resistenza alla guerra
Gio, 31/01/2008 - 23:16Facciamo breccia esprime la propria solidarietà ai 13 manifestanti condannati a 7 anni per resistenza pluriaggravata per i fatti avvenuti di fronte al Consolato americano di Firenze nel maggio del 1999. Sette anni a fronte di una richiesta del pubblico ministero di 4-5 anni.
Mentre Berlusconi viene prosciolto dall'accusa di falso in bilancio perchè “i fatti non sono più previsti dalla legge come reato” (dato che lui medesimo ha provveduto a cambiarla), mentre scopriamo che le truppe italiane in Afghanistan compiono la loro “missione di pace” con la palma dell’Afrika Korps hitleriano dipinta sulle jeep, a Firenze la vendetta si compie contro chi iniziò un movimento contro la guerra che avrebbe portato in piazza, sempre a Firenze, 1.000.000 di donne ed uomini nel 2002.
E’ quel movimento ad essere attaccato, ma anche quello che quel movimento avrebbe in seguito prodotto. Siamo tutt* noi.
Della sentenza di Firenze ribadiamo quanto già detto rispetto a quella dei mesi scorsi di Genova: dai processi non viene giustizia ma volontà di vendetta.
Come a Genova così a Firenze la parte lesa furono proprio le compagne e i compagni, selvaggiamente picchiate/i in piazza dalla polizia.
Dalla cronaca del tempo:
“Gli agenti si lanciano alla carica mentre alcuni manifestanti tentano di legare uno striscione sui cancelli della sede diplomatica e bruciano una bandiera Usa. La carica dell'ottavo reparto mobile è spontanea, senza nessun ordine del funzionario di servizio. Contemporaneamente il lancio di lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo e botte da orbi con inseguimenti e vere e proprie aggressioni. "Ho visto picchiare una ragazza da quattro poliziotti, lei non poteva difendersi perché era scivolata e i poliziotti le davano calci e manganellate", testimonia Marco uno del corteo. Alla fine il bilancio è di 4 feriti tra i manifestanti e tra questi Orietta Lunghi (al tempo consigliera regionale) e una ragazza, Valentina, ricoverata nella clinica oculistica per lesioni ad un occhio causate da una manganellata. Quattro gli agenti contusi.”
Il tutto è testimoniato da un video (http://it.youtube.com/watch?v=Bp70ZLG8CpQ), al tempo trasmesso anche in tv.
Fu l’assaggio di ciò che sarebbero state Napoli e Genova nel 2001.
Ricordiamo che in quei giorni l’Italia stava bombardando il Kossovo con uranio impoverito.
Chi sarebbe oggi da condannare?
La nostra solidarietà è anche il riconoscimento della comunanza di un percorso che, insieme, ci ha via via portat* ad individuare i poteri forti globali e a denunciarne le loro alleanze e strategie.
Questo pagano oggi i compagni condannati. Questo sì, anche in nostro nome. E non possiamo permetterlo!
Il Coordinamento Facciamo Breccia
Bergamo 2007: dopo la Uno Bianca, la Panda Nera (I raid antimmigrati dei carabinieri)
Mar, 01/01/2008 - 17:37BERGAMO — La chiamavano la «caccia grossa» con la Panda nera. Carabinieri e vigili urbani usavano un’auto con una targa rubata e, secondo l’accusa, ogni venerdì sera davano vita a raid punitivi contro extracomunitari. Prima il briefing in caserma a Calcio, nella Bergamasca, poi via. Ma su quella Panda c’era una microspia. E ora le conversazioni concitate, i pestaggi degli stranieri, le urla durante perquisizioni «dure» a caccia di droga (che talvolta spariva con denaro e cellulari dei fermati) sono finite in un dossier della Procura. Il gruppo aveva scelto il venerdì probabilmente per poter apparire sui giornali della domenica. Perché il giorno dopo, ai cronisti, raccontavano di arresti e di «brillanti operazioni antidroga». Solo dopo sono emersi i metodi usati. Una «banda » — così la definiscono gli inquirenti — di 21 persone (una dozzina i carabinieri), cinque delle quali accusate di associazione per delinquere. Qualcuno è ancora ai domiciliari, altri sono stati sospesi, altri ancora trasferiti. Eppure sono stati rimpianti dagli abitanti di Calcio: poco dopo gli arresti dello scorso luglio, sono comparse scritte del tipo: «Rivogliamo i nostri carabinieri», «Deidda sindaco» e via così. Ora, a sei mesi dagli arresti, arrivano le prime richieste di patteggiamento: un carabiniere di Calcio, Danilo D’Alessandro (1 anno e 8 mesi) e un vigile di Cortenuova, Andrea Merisio (3 anni). Molti hanno chiesto il rito abbreviato, compreso il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant», come lo soprannominavano gli altri della banda. «Il capo indiscusso » del gruppo, per i pm di Bergamo. Un tipo dai modi spicci, carismatico. È l’ex comandante della stazione di Calcio, che in questi giorni, fino alla fine del processo (prevista per il 14 febbraio) è stato autorizzato a tornare ai domiciliari proprio nella stazione che comandava.
Le violenze. Per l’accusa era tutto studiato, a partire dalla Panda recuperata prima di essere demolita sui cui era stata piazzata una microspia. E dalle vittime: preferibilmente extracomunitari clandestini che difficilmente avrebbero trovato il coraggio di denunciare. Invece qualcuno lo ha fatto. Agivano armati, scrive nella sua ordinanza il giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino, in «un clima di violenza, di esaltazione collettiva e di autocompiacimento», in un paese di neppure cinquemila anime, Calcio (sindaco leghista), dove le parti si sono invertite: i carabinieri sono diventati delinquenti e i marocchini i loro accusatori. A una vittima viene rotto il naso. A un’altra il timpano. A un’altra ancora i denti. La voce di Deidda, con marcato accento sardo. «Tu sei troppo agitato, mo ti piazzo un cazzotto in testa. Da chi hai comprato? Ti porto in caserma e ti sfondo a mazzate ». Parla di un altro controllo: «Uno di Martinengo… poi si è messo a sputare i denti e l’ho mandato via… perché appena gli ho dato un destro, caz…, ha cominciato a sanguinare, ha sputato i denti». Quando un marocchino, per sfuggire a un inseguimento, si butta da un tetto quelli commentano: «Perché anziché finire nelle nostre mani preferiscono suicidarsi?».
Gli adepti. La banda cercava anche nuovi adepti. La filosofia era questa: «Più siamo più danni facciamo », si spinge a dire Andrea Merisio, vigile di Cortemilia a un aspirante «picchiatore». L’8 giugno esordisce nel raid uno studente di 29 anni. Merisio e Deidda sono compiaciuti del nuovo acquisto: «Ci ha chiesto perché non lo abbiamo picchiato quello con la camicia bianca… La mentalità c’è». L’obiettivo della «caccia grossa » era spesso quello di aumentare le statistiche degli stupefacenti sequestrati. Per il capitano Massimo Pani (che non ha partecipato ai raid), allora comandante della Compagnia di Treviglio, e nel frattempo promosso maggiore, i numeri erano una fissa. Tanto che Monacelli avrebbe mostrato a colleghi un sms di Pani, in cui lo invitava a sequestrare «almeno 25 chili di droga, in modo da poter battere il record del suo predecessore». Avrebbe fatto pressioni su due subordinati, minacciando di farli trasferire perché non testimoniassero contro Monacelli, sospettato di procurata evasione e cessione di droga. Ultimo guaio: avrebbe restituito un chilo di hashish a uno spacciatore che minacciava di raccontare certi metodi.
Il razzismo. L’odio per gli extracomunitari emerge nelle conversazioni del gruppo. Mauro Martini, carabiniere di Calcio, al telefono con la fidanzata è esplicito: «’Sti marocchini, li ammazzerei tutti, non muoiono mai». Deidda non è da meno: «... Me ne sbatto i c. e ’sti marocchini di merda mi hanno veramente rotto i c.».