anarchismo
Anarchismo, surrealismo e altre cose. Conversazione con Arturo Schwarz (1984)
Mer, 20/08/2008 - 22:41
Anarchismo, surrealismo e altre cose.
Conversazione con Arturo Schwarz
(1984)
di Dario Bernardi e Fabio Santin
La lettura di Fata Morgana di Breton, un libro capitatogli tra le mani quasi per caso, assume un’importanza fondamentale nella sua vita: il surrealismo diviene, per l’allora giovanissimo Arturo Schwarz, una dimensione esistenziale. Una passione che lo accompagna con lo stesso fervore anche oggi. Personaggio poliedrico e complesso, Schwarz non si è occupato solo di surrealismo. Alla fine degli anni quaranta si laurea con una tesi sull’alchimia. Altro interesse culturale che continua a coltivare. Nella prima metà degli anni cinquanta, inizia a studiare varie filosofie indiane. Nel frattempo, non cessa mai di svolgere attività politica, passando attraverso esperienze in diverse formazioni politiche di sinistra, fino ad approdare all’anarchia. “Ma in fondo mi sono sempre sentito un libertario”, confessa Schwarz, con un sorriso disarmante. Il suo percorso culturale e politico è costellato da una vasta produzione di saggi e di opere letterarie. La sua prima raccolta di poesie viene pubblicata nel 1945 in Egitto, il paese in cui è nato nel 1924. Nel 1951 pubblica a Parigi Avant que le coq ne ch’ante, da allora ha pubblicato oltre venti libri di poesia e quindici opere di saggistica. Tra queste ricordiamo: Breton, Trotskij e l’anarchia (1974), L’immaginazione alchemica (1980), L’arte dell’amore in India e Nepal (1980), Il culto della donna nella tradizione indiana (1983), L’introduzione all’alchimia indiana (1984). Per l’Incontro internazionale anarchico di Venezia, ha collaborato alla realizzazione del settore Arte e anarchia.
Tutti questi interessi culturali così diversificati significano solo che ami occuparti di più cose oppure esiste, secondo te, un rapporto tra anarchia, alchimia, tantrismo e surrealismo?
"Bisogna innanzitutto intendersi sul significato che si vuole attribuire al termine anarchia. Per me anarchia, alchimia, tantrismo e surrealismo sono diversi aspetti di una stessa idea: un’idea che mette al centro delle proprie preoccupazioni il rifiuto di ogni principio d’autorità, il rifiuto di ogni gerarchia, il rifiuto di ogni repressione e oppressione, l’esaltazione della libertà nel senso più completo. Questa concezione della libertà comporta per il surrealista, per l’alchimista, per il seguace del tantrismo e per l’anarchico, anche se non sempre nei fatti succede, il fatto che la donna è messa al primo posto delle preoccupazioni. Perché dico che al centro di queste quattro grandi avventure spirituali c’è la donna? Per una ragione semplicissima: nessun uomo può essere libero se opprime la parte più nobile di se stesso, la donna. Quindi non è un caso che in queste quattro 'teorie' la donna venga messa in primo piano e si sia cercato di rivalutarne il ruolo, la presenza e l’importanza. Nel caso dell’alchimia, il ruolo della donna è essenziale per la realizzazione dell’opera: senza l’apporto della 'soror mistica', come veniva definita la donna dagli alchimisti del medioevo, il magistero non può essere portato a termine".
A questo punto sarebbe opportuno che tu definissi cosa si deve intendere per alchimia.
"Hai ragione perché, nel linguaggio corrente, quello che si chiama alchimia è solo un momento della sua storia. Un momento secondario, sia dal punto di vista temporale, che da quello operativo. Per quanto riguarda il primo punto, perché l’alchimia che conosciamo oggi, cioè trasformazione del piombo in oro, è il prodotto della degenerazione del concetto originale di alchimia. Infatti per millenni il piombo e l’oro non rappresentavano altro che delle allegorie. Il piombo era 'l’uomo non iniziato', era l’aurum vulgum, mentre l’oro era 'l’uomo iniziato' cioè l’aurum philosophorum. Attaccato dalla lebbra del cristianesimo e dell’islamismo, il concetto originario dell’alchimia viene completamente pervertito. Questo concetto si racchiude in tre parole: conosci te stesso. Infatti, la principale preoccupazione dell’alchimista, ma lo stesso discorso vale anche per il tantrista e il surrealista, è trasformare il mondo attraverso la trasformazione dell’individuo e nessuna trasformazione è possibile se prima non c’è la conoscenza. Conoscere, dunque, per trasformare.
La scritta che era incisa sull’ingresso del tempio dell’oracolo di Delphi, 'conosci te stesso', è la parola d’ordine dell’alchimista. Questa conoscenza non viene ricercata per uno scopo astratto di autocontemplazione, ma ha un fine preciso: conosci te stesso per cambiare te stesso, e così poter cambiare la vita e infine il mondo. Questo è il concetto base dell’alchimia che, è bene ricordare, ha una storia di circa quindicimila anni. Di fronte ai quali i quattro/cinque secoli dell’alchimia medioevale, sono solo una piccola parentesi infausta. Infatti in quel periodo l’idea base dell’alchimia viene completamente pervertita: l’oro filosofale, l’uomo iniziato, diviene l’oro elemento e il piombo, l’uomo non iniziato, viene identificato nel piombo-elemento".
Ma quale relazione esiste tra questo aspetto della conoscenza dell’io con il fatto che la donna venga messa al primo posto?
"Perché la liberazione della donna non viene vista solo come la necessità di riparare un’ingiustizia. C’è una ragione più complessa. La conoscenza del sé presuppone la scoperta nell’individuo. Se è un uomo, dell’elemento femminile che lo abita, e che Jung ha chiamato anima, se è donna, dell’elemento maschile, che sempre Jung ha chiamato animus. Quindi, se non riusciamo a scoprire, a conoscere l’altro sesso che ci abita, saremo sempre incompleti e saremo portati, per una reazione del tutto naturale, a voler sottomettere, a voler strumentalizzare, a voler opprimere quella componente che rifiutiamo di riconoscere come parte integrante di noi stessi. Questa considerazione mi porta a un altro punto di contatto tra queste grandi discipline: l’amore. L’amore come momento privilegiato per la conoscenza, perché è soltanto l’amore che permette all’individuo di riconoscere in sé il sesso opposto che lo abita. Quando un uomo o una donna si innamora di un’altra persona, si identifica con la persona amata e quindi scopre il se stesso riflesso nell’altro.
Altro punto di contatto tra queste discipline è l’ottimismo. Contrariamente alle tre grandi religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo, islamismo, che vedono nella conoscenza la morte, la perdita dell’immortalità, per le prime la conoscenza significa immortalità. Vale a dire che la conoscenza dà la completezza dell’essere e dunque sono ottimiste, perché credono di poter realizzare questa condizione ottimale per l’individuo".
Ma in quale modo si colloca il surrealismo all’interno di queste visioni che hai appena finito di enunciare?
"Per una ragione evidentissima: il surrealismo vede nell’amore, nella poesia e nella rivoluzione i tre punti cardinali di un triangolo che non può esistere senza uno di essi. E anche perché il surrealismo ha esaltato l’amore e la donna come nessuna altra filosofia. E l’esaltazione della donna e dell’amore viene fatta perché questa è la via maestra verso la conoscenza e quindi verso la trasformazione del mondo".
Però il surrealismo, nella sua fase iniziale, sposa delle teorie autoritarie?
"Lo stesso Breton ha dato una risposta a questa contraddizione. Il surrealismo, spiegava Breton, è nato in un momento storico in cui moltissimi erano stati abbagliati dallo specchietto delle allodole della rivoluzione d’ottobre. Infatti, bisogna riconoscere che i surrealisti si sono lasciati abbagliare da quel mito solo fino al 1924; successivamente, si sono staccati dal partito comunista e hanno appoggiato Trotskij. Ma, anche in questo caso, si faceva riferimento al Trotskij del Rapporto della delegazione siberiana, in cui sosteneva tesi contro il centralismo democratico, per la difesa delle minoranze, contro il principio d’autorità. Infine, i surrealisti si sono sempre più avvicinati a posizioni anarchiche o perlomeno accentuatamente libertarie. E’ il mito dell’efficienza che ha abbagliato i surrealisti: la rivoluzione bolscevica sembrava allora la via più rapida per trasformare il mondo. Un errore, certo, ma un errore che io personalmente comprendo molto bene perché ho commesso gli stessi sbagli. Quando avevo diciannove anni e vivevo in Egitto, aderii all’organizzazione clandestina diretta da Curiel, cioè una formazione stalinista; ma allora mi sembrava la cosa più giusta, tanto che iniziai la mia attività editoriale pubblicando clandestinamente un libro che ritengo addirittura osceno e che si intitola 'Materialismo dialettico e storico' del famigerato Stalin. Per mia fortuna, la mia casa editrice, che si chiamava 'Progresso e cultura', pubblicava ufficialmente libri di surrealisti e debbo riconoscere che questo mi aiutò moltissimo, perché solo due anni dopo uscì con tutta l’ala sinistra del gruppo di Curiel e fondammo la sezione della Quarta internazionale in Egitto. Da quel momento inizia il mio avvicinamento all’anarchismo, che si perfezionerà negli anni sessanta, quando abbandonai il trotskijsmo".
Però i surrealisti hanno abbandonato il trotskijsmo in un periodo precedente.
"In effetti, dopo l’incontro di Breton con Trotskij in Messico, l’evoluzione dei surrealisti è stata molto più rapida. Già nel 1944 Breton scrive che i surrealisti non possono mantenere questa alleanza politica con i trotskijsti e infatti, dopo il 1945, quando Breton rientra in Francia, inizia la collaborazione con alcuni gruppi anarchici, e con il periodico 'Le libertaire'. Va però detto che la collaborazione non durò molto perché, secondo i surrealisti, gli anarchici non erano in sintonia, nei fatti, con le idee di libertà che professavano. Ma nonostante i rapporti politici si siano interrotti, Breton e i surrealisti sono rimasti anarchici. 'Libertà colore dell’uomo' amava ripetere Breton".
Oltre al surrealismo, c’è un altro movimento artistico che viene spesso definito vicino all’anarchismo: il dadaismo. Per quale motivo tu non ne hai parlato?
"Per il semplice fatto che il dadaismo è anarchico solo incoscientemente. I dada vogliono la tabula rasa, ma non hanno una progettualità: la negazione per la negazione, il nichilismo per il nichilismo non sono sufficienti per cambiare, in meglio, l’uomo e la società. Riconosco però l’importanza, la necessità, a volte, di un atto distruttivo, ma ritengo che, se tutto resta in una dimensione negativa, non ci siano prospettive. Per questo motivo, non sono mai stato dadaista, mentre mi considero tutt’ora surrealista, anche se il movimento organizzato non esiste più. Il surrealista è motivato ad un livello più profondo. Agisce con cognizione di causa e con uno scopo ben preciso".
Quindi tra il surrealismo e dadaismo non ci sarebbero punti di contatto se non marginali?
"Proprio verso la fine degli anni sessanta, ho tenuto una serie di conferenze in alcune università statunitensi, in cui ho sostenuto che esistono differenze fondamentali tra surrealismo e dadaismo. Si tratta di due movimenti nati e sviluppatisi in modo totalmente indipendente l’uno dall’altro e che solo in un certo momento si sono incrociati a Parigi con Breton e Tzara, ma poi ognuno ha seguito il proprio corso indipendentemente dall’altro. Bisogna però ricordare che non tutti i dadaisti avevano solo posizioni di totale negazione. All’interno del movimento c’era anche una corrente che possiamo definire operativa ed è proprio quella che alla morte del dadaismo (avvenuta per autodissoluzione, come conseguenza logica della sua negatività) è confluita nel surrealismo. Parlo di personaggi come Arp, Ernst, Mirò, Péret e Argon che sono diventati surrealisti".
Da quanto dici tu, sembrerebbe che il lato estetico nel surrealismo sia quasi secondario, mentre comunemente, quando ci si riferisce a quel movimento, si pensa soprattutto a una corrente artistica.
"In modo riduttivo è sbagliato: il surrealismo è innanzitutto una filosofia della vita e che a essa aderiscano anche dei pittori, degli scrittori o dei poeti o delle persone che non sono né pittori, né scrittori, né poeti non ha nessuna importanza. Il surrealismo non è una scuola pittorica, né un’accademia e neppure un movimento artistico: è, come dicevo prima, una filosofia della vita".
Però, tutti i concetti postulati da questa filosofia si possono ricondurre al surrealismo come movimento artistico.
"Un pittore surrealista, per esempio, è un surrealista che, tra le altre cose che fa, dipinge e nella sua pittura è inevitabile che emergano certi concetti base del surrealismo, ma bisogna anche precisare che l’arte non è mai al servizio di un’ideologia. Perché l’arte ha una capacità autonoma di espressione. Questo vuol dire che un pittore surrealista dipinge in modo completamente diverso da un altro pittore surrealista. Cosa che certo non accade nel cubismo, nell’impressionismo, nell’astrattismo o in altre scuole pittoriche. Dal punto di vista della formula pittorica, non c’è nulla che accomuni un Tanguy a un Dalì (beninteso quello della prima maniera, cioè prima che diventasse la negazione di se stesso) o un Magritte a un Mirò, o un Ernst a un Man Ray. Questi pittori surrealisti hanno esplorato il loro territorio in modo totalmente diverso, e questo è dovuto al fatto che il surrealismo non è una scuola, ma una filosofia della vita. Perché non ci sono canoni estetici fissi: si tratta di inventare un mondo nuovo, di allargare il nostro orizzonte visivo e mentale. Proprio l’opposto di quello che fanno gli pseudo-surrealisti attuali che riproducono in modo pedissequo quello che facevano i vari Magritte, Mirò, Dalì. Questi signori applicano una ricetta stereotipata laddove, invece, c’era l’invenzione continua, la rivoluzione ininterrotta".
Un’ultima domanda. Se tu ti dovessi definire, diresti che sei prima di tutto un surrealista che è anarchico, oppure un anarchico che si riconosce nel surrealismo?
"C’è un racconto indiano che narra di un uccello mitico, Hamsa, che è l’unico capace, bevendo, di separare il latte dall’acqua, quando sono mischiati tra loro. Questo uccello mitico è la rappresentazione della conoscenza. Solo a questo livello altissimo della conoscenza si può distinguere un elemento dall’altro, ma per me anarchia e surrealismo sono un’unità indiscindibile. Non mi sento anarchico e surrealista o viceversa, anche perché l’idea di fondo di queste due filosofie della vita sono precedenti alla loro nascita storica. I loro principi sono riconducibili a una pulsione fondamentale nell’uomo e nella donna, quella di ricostituire la nostra integrità, cioè, usando un’espressione di Laing, sanando l’io diviso. Riconquistare la nostra integrità, vivere la nostra complessa, duplice natura, significa innamorarsi perché solo l’amore ti fa scoprire l’alter ego che ti abita".
[L'IMMAGINE. René-François-Ghislain MAGRITTE, La condizione umana (”La condition humaine”), 1933, olio su tela 100 x 81, Washington, National Gallery of Art. “Misi di fronte a una finestra, vista dall’interno d’una stanza, un quadro che rappresentava esattamente la parte di paesaggio nascosta alla vista del quadro. Quindi l’albero rappresentato nel quadro nascondeva alla vista l’albero vero dietro di esso, fuori della stanza. Esso esisteva per lo spettatore, per così dire, simultaneamente nella sua mente, come dentro la stanza nel quadro, e fuori nel paesaggio reale. Ed è così che vediamo il mondo: lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo d’una rappresentazione mentale di esso che facciamo esperienza dentro di noi", René Magritte]
SURREALISMO, TANTRISMO, ALCHIMIA, ANARCHISMO. QUATTRO VIE CONVERGENTI
Lun, 18/08/2008 - 21:44



www.sergiofalcone.blogspot.com
Surrealismo, tantrismo,
alchimia, anarchismo.
QUATTRO VIE CONVERGENTI
di Arturo Schwarz
L’anarchia al plurale
Per il lessico della Treccani, anarchia è sinonimo di «disordine, confusione, stato di un luogo dove ciascuno agisce a suo arbitrio e senza ordine o regola». Il dizionario Garzanti non è meno drastico: l’anarchia è una «situazione di disordine conseguente alla mancanza o alla insufficienza dei poteri governativi».
L’assimilazione della parola Anarchia a disordine/confusione è ripresa da tutti i dizionari; tuttavia, essi si limitano ad avvallare il senso che, nel linguaggio corrente, questo termine ha finito con l’assumere. Mentre invece, e siamo in presenza in questo caso di un classico ribaltamento del significato originale del termine, basta riallacciarsi alla sua etimologia per rendersi conto che anarchia (an-archos) significa «senza un capo», dove archos indica non solo il «capo, il comandante, il sovrano» ma implica anche un rapporto gerarchico, poiché, a sua volta, archos deriva da archein (rapporto di grado).
Anarchia dunque significa «senza un capo, un comandante, un sovrano» e comporta di conseguenza il rifiuto di ogni gerarchia, di ogni sistema chiuso, di ogni principio d’autorità, di ogni delega di potere decisionale. Logica conseguenza: l’anarchico è colui che rifiuta le condizioni associate al potere e a chi lo esercita: violenza e oppressione, arbitrio e distruzione.
Anarchia non è dunque sinonimo di disordine e di confusione, e meno ancora di arbitrarietà e di mancanza di regole (queste condizioni sono piuttosto il frutto dell’esercizio del potere, che si oppone all’individuo e alla collettività). Al contrario, anarchia implica un ordine superiore, fondato sull’armonia e l’amore. Un ordine che ogni individuo deve scoprire da solo e per se stesso, e nell’unico modo possibile: vivendo il rifiuto del principio di autorità e negando ogni modello precostituito.
Le quattro concezioni della vita richiamate nel nostro titolo mettono in primo piano la ricerca del sapere piuttosto che quella del potere, perché la conoscenza prefigura la libertà e l’armonia, mentre il potere è schiavitù e disordine. La loro aspirazione comune è quella di «cambiare la vita», obiettivo impossibile da raggiungere senza trasformare l’individuo, ma per potere trasformare l’individuo è necessario conoscerlo. Breton ce lo ricorda, «ogni errore nell’interpretazione dell’uomo comporta un errore nell’interpretazione dell’universo, e di conseguenza diventa un ostacolo alla sua trasformazione» (1932: 153).
«Conosci te stesso», questo incitamento, sul frontone del tempio dell’oracolo di Apollo a Delfi, è pure l’imperativo comune a queste quattro avventure spirituali. L’attività artistica, in tutte le sue manifestazioni, è uno strumento di conoscenza dunque, uno strumento di liberazione. Il Rimbaud di «cambiare la vita» era cosciente del rapporto tra l’attività poetica e la conoscenza, condizione preliminare di ogni possibile mutamento. Non a caso prese parte attiva alla Comune di Parigi.
Creare significa donare la vita a qualcosa che non esiste ancora; inventare, realizzare, immaginare, lontano dai sentieri battuti, per aprire nuove vie all’immaginazione, e scoprire nuovi territori emotivi e visivi. Ogni creazione parte dunque dalla tabula rasa e, di conseguenza, rifiuta il principio di autorità. Volente o no, cosciente o no, qualunque individuo impegnato in una attività creativa è un anarchico. Al punto che si potrebbero considerare creatore e anarchico termini intercambiabili, due sinonimi perfetti. Parlare di un creatore anarchico o di un anarchico creativo sarebbe dunque una tautologia. L’anarchismo è il modo di esistere del creatore, come il movimento è il modo di esistere della materia. In altre parole, se la materia è la dimensione del movimento, il creatore è la dimensione dell’anarchia, e viceversa.
L’alchimista
André Breton ha scritto che il primo surrealista è stato l’uomo che ha inventato la ruota. Si potrebbe dire con lui che si trattava anche del primo anarchico. Se Prometeo è l’archetipo mitologico del ribelle-anarchico, l’alchimista è il riflesso umano di Prometeo. L’uno e l’altro hanno la stessa ambizione, superare la nozione del principio di autorità, sfidando l’essere che la incarna: il Dio-Padre; questa sfida implica l’onniscienza da cui derivano le due qualità complementari alle quali essi hanno abdicato in favore della divinità: l’immortalità e la creatività. Così le aspirazioni dell’alchimista esprimono le pulsioni più profonde e universali dell’essere umano: ogni individuo aspira, coscientemente o no, a restare eternamente giovane, a essere libero da qualsiasi costrizione (la prima delle quali è la morte), ad essere creativo, per lasciare memoria di sé. Ma – e qui arriviamo alla caratteristica che distingue l’anarchico – diventare immortale e demiurgo comporta la duplice presa di coscienza che l’essere umano ha creato dio a propria immagine e gli ha delegato i propri poteri.
L’individuo, secondo l’alchimista, è dunque per natura immortale e creatore, dato che, come la divinità che è la sua «immagine speculare», l’essere umano è un organismo bisessuale che ha dimenticato la propria origine androgina. Il problema che affronta l’alchimista – problema ugualmente al centro delle grandi correnti dell’esoterismo orientale, e, in primo luogo, del tantrismo, sul quale torneremo – è come riprendere coscienza di questa realtà. In altri termini, come conquistare la conoscenza (l’aurea apprehensio) che lo metta in grado di scoprire la sua natura divina, poiché siamo a un tempo uomo e donna.
Nella maggior parte delle mitologie la divinità è immortale e androgina. Infatti, la divinità è immortale perché androgina. È immortale perché l’immortalità è l’attributo della perfezione, e la perfezione implica, a sua volta, una personalità completa androgina. L’uomo e la donna che ignorano questa loro doppia natura non vivono se non con la metà del proprio essere. Il mito universale della divinità androgina è la metafora esoterica della pulsione psicologica più profonda dell’uomo: l’esigenza di ricostruire l’unità della propria personalità divisa.
Per l’adepto, arrivare a un livello di coscienza più elevato significa in primo luogo acquistare l’aurea apprehensio (la conoscenza perfetta) del proprio microcosmo e del macrocosmo nel quale è situato. Questa conoscenza viene acquistata nel corso della ricerca della Pietra filosofale. Vogliamo dire che la ricerca è più importante del fine. Infatti la ricerca è il fine. L’alchimia è uno strumento di conoscenza – della conoscenza totale che cerca di aprirsi la via verso la liberazione. Soltanto acquistando l’aurea apprehensio, l’adepto riuscirà a raggiungere il più alto grado di conoscenza, prima tappa per ricostituire l’unità del proprio io diviso. Jung chiama questo processo psicologico «individuazione», e lo definisce come «i processi di centralizzazione dell’inconscio che formano la personalità».
L’individuazione, nel senso alchemico, richiede, tra l’altro, l’abolizione della dualità conflittuale uomo-donna nella personalità integrata dall’antropos gnostico ricostituito e cioè l’androgino primordiale, il mitico homo maior, il Rebis (la cosa doppia) degli alchimisti. L’individuazione implica anche la scoperta e l’accettazione dell’elemento del sesso opposto che ci abita, l’animus maschile nella donna, l’anima femminile dell’uomo. André Breton aveva sottolineato l’importanza di questo aspetto del pensiero alchemico scrivendo: «Si tratta, in effetti, più che altrove, della necessità di ricostruire innanzi tutto l’Androgino Primordiale di cui tutte le tradizioni ci parlano, e della sua incarnazione, sovranamente desiderabile e tangibile, attraverso di noi» (1953, a: 360).
L’alchimista è un sognatore che sa ciò che vuole: trasformare il mondo per trasformare la vita. «La Pietra filosofale non è altro che ciò che potrà permettere all’immaginazione dell’uomo di prendersi una rivincita clamorosa su tutte le cose», ci ricorda ancora Breton, (1930: 69) che chiudeva così il suo intervento al Congresso degli scrittori a Parigi nel 1935: «Trasformare il mondo, ha detto Marx; cambiare la vita, ha detto Rimbaud: queste due parole d’ordine per noi ne formano una sola».
Il tentativo di arrivare alla «conoscenza perfetta», porta l’alchimista ad anticipare le scoperte di Freud e di Jung riguardo alla natura bisessuale dell’organismo umano. Non dimentichiamo che uno dei nomi della Pietra filosofale è Rebis, vale a dire la res-bis, la cosa doppia, maschio e femmina nello stesso tempo. Il Rebis non è dunque l’ermafrodito – che costituisce un errore biologico, una sintesi statica dell’elemento maschile e femminile – ma l’androgino mitico, la cosa doppia («Io è un altro», ricorda ancora Rimbaud), dove gli elementi maschile e femminile non si annullano reciprocamente ma, al contrario, si esaltano in uno stato di equilibrio conflittuale. Nel Rebis l’anima e l’animus sono dunque due aspetti dello stesso essere, la cui esistenza dipende dal loro antagonismo.
Bachelard chiarisce: «L’androginia non è dietro a noi, in una lontana organizzazione di un essere biologico che starebbe a commentare un passato di miti e di leggende; è davanti a noi, aperta a ogni sognatore che fantastica di realizzare sia il sopra-femminino che il sopra-maschile. Psicologicamente le rêverie in animus e in anima assumono così un senso prospettico. Bisogna tenere conto che il maschile e il femminile, se idealizzati, diventano dei valori. E reciprocamente, se non li si idealizza, restano forse qualcosa di più che delle mere servitù biologiche» (1960: 73).
L’alchimia è pure, non dimentichiamolo, una pratica materialista (la possibilità di trasmutare un elemento in un altro, implica una visione del mondo rigorosamente monistica). L’alchimista, prototipo dell’anarchico, rifiuta così di essere creato a somiglianza di un dio poiché riconosce in sé una natura umana e di conseguenza divina. È lui che incarna dio e così può impadronirsi delle sue facoltà creatrici.
L’alchimista è altrettanto naturalmente un ateo. L’alchimia è una filosofia della vita sia esoterica che essoterica. La liberazione materiale dell’oro filosofale dal volgare metallo è soprattutto una metafora dei processi psicologici concernenti la liberazione dell’uomo dalle contraddizioni della vita. Queste contraddizioni derivano da una concezione dualistica dell’universo che postula la popolarità conflittuale di ogni fenomeno naturale; la liberazione da queste contraddizioni implica dunque un’interpretazione monista della natura.
Un’interpretazione monistica ed ecologica della natura implica che vengano riconciliate su un piano «altro» le contraddizioni che l’uomo trova sulla via che porta a uno sviluppo personale più armonioso: in senso alchemico, sulla via che lo porta all’homo maior dotato di eterna giovinezza.
Il desiderio dell’alchimista di una giovinezza «ininterrotta» implica una rivoluzione permanente (biologica e dunque psichica). L’alchimista, come l’artista, è l’archetipo del ribelle anarchico non solo perché rivendica la giovinezza degli dei e il loro potere creatore ma perché ha capito che la giovinezza è creatrice, e dunque che rivoluzione e giovinezza sono due aspetti della stessa materia. Così come lo spirito è la forma più evoluta della materia (Engels), la rivoluzione è la forma più evoluta della giovinezza. La rivoluzione è la giovinezza dell’uomo, e viceversa, a un livello collettivo e filogenetico come a un livello individuale e ontogenetico.
Breton non sbagliava quando metteva ogni sua speranza nella giovinezza: «Il Surrealismo, lo ripeto, è nato da un’affermazione di fede senza limiti nel genio della giovinezza» (1942: p.n.n.). E ricorda gli esempi di Lautréamont (morto a 24 anni), Jarry (che a 15 anni scrisse Ubu Roi), Rimbaud (che concluse la sua opera a 18 anni), Novalis (morto a 30) e Saint-Just (ghigliottinato a 27 anni). Gli avvenimenti del ’68 ne hanno dato un’ulteriore conferma.
In ultima analisi si potrebbe dire che la concezione olistica ed ecologica dell’universo è la pulsione fondamentale che informa il pensiero dell’anarchismo, del surrealismo e delle grandi correnti dell’esoterismo materialista occidentale e orientale.
Per l’anarchia questa pulsione si manifesta ad un livello politico. L’esaltante motto «né dio, né padrone», significa semplicemente che la frattura tra un principio di autorità superiore e l’individuo è colmata. Ogni individuo è il proprio padrone e il proprio dio. Per l’alchimista questa concezione olistica abbraccia il livello teologico (ogni individuo è suscettibile di conquistare le prerogative della divinità), cosmologico (unità non solo del mondo, ma ugualmente del macrocosmo e del microcosmo, l’uno essendo il riflesso dell’altro), e biologico (siamo tutti androgini).
Questa concezione olistica trova un’eco ugualmente a livello semantico. Il fatto che la tradizione esoterica designi l’alchimista col termine Artifex (artista) è rivelatore poiché questo termine implica il superamento delle dualità teoria-pratica e lavoro manuale creatore – lavoro intellettuale. Nella Grecia antica, come in India, la distinzione tra artista e lavoratore non esisteva. L’artista era chiamato indifferentemente demiurgos (creatore) o technites (tecnico). Il lavoratore che fabbricava un oggetto e il poeta erano chiamati poietes.
Ritroviamo la stessa ambivalenza semantica nelle altre parole derivanti dalla stessa radice: poiesis, creazione e/o poesia; poiema, qualcosa di fatto e/o poema. Gli appellativi demiurgos e technites si applicavano non soltanto a pittori e scultori, musicisti e poeti, ma anche a tessitori, falegnami, vasai, medici ecc.
L’unica distinzione era quella tra un’opera frutto dell’intelligenza, una creazione (demiurghia) e quella prodotta dal lavoro manuale ripetitivo (cheirurghia). La tradizione alchemica rafforza questa visione unitaria. Per l’alchimista greco la Grande Opera, il Magistero, è Poiesis, segnalando così che, per lui, l’Opus magnum è conoscenza (poesia) e pratica (di laboratorio).
Pulsioni libertarie nell’esoterismo orientale
Questa concezione unitaria del creatore-lavoratore, del lavoro intellettuale e del lavoro manuale, dell’opera d’arte e dell’oggetto fabbricato, è anticipata dal pensiero indiano. La parola sanscrita karaka, il cui significato è molto vicino a quello di technites in greco, indica sia il demiurgo, l’artista, il poeta, che l’artigiano; kauśala significa abilità di qualsiasi genere: di produrre manualmente, di fare, di imparare. Così il significato di kauśala è quasi omologo a quello primario di sophia: abilità ma anche saggezza. L’artista e il poeta sono karaka (demiurgo) e kavi (veggente). I due vocaboli tendono a evidenziare l’unità macrocosmo-microcosmo poiché l’attività creatrice è una cosmogenesi in scala umana.
L’identificazione proposta dalla tradizione alchemica occidentale tra l’Operatore e il Magistero, cioè tra l’Adepto e la Pietra filosofale, è ugualmente anticipata dall’estetica indiana che esige l’identificazione non solo tra l’artista e la propria opera ma pure quella tra lo spettatore (o ascoltatore) e l’opera stessa (Schwarz 1980: 9-15).
La visione olistica della totalità è espressa, sul piano filosofico e religioso dalla parola, advaita (non-dualità) che ci riconduce all’essenza dell’Induismo e della sua corrente tantrica. Non-dualità della dualità, dunque riconoscimento dell’unità indivisibile del macrocosmo e del microcosmo, del mondo materiale e del mondo spirituale, del principio maschile e femminile. Ardhanariśvara (Iśvara, il signore, la cui metà, ardha, è donna, nàri) è, per gli Śivaiti, la divinità che esprime la perfezione androgina del divino che è un tutto unico con l’umano. Osserviamo, tra l’altro, la stretta corrispondenza fra l’Ardhanariśvara dell’induismo e il Rebis della tradizione alchemica. Così come Ardhanariśvara personifica la conoscenza suprema (jǹana), il Rebis personifica l’illuminazione (l’aurea apprehensio) la cui espressione minerale è la Pietra filosofale. Nel quadro del nostro discorso è importante sottolineare che questa pulsione olistica si traduce, sul piano sociale, in una spinta egualitaria e libertaria, e a livello filosofico nell’assioma che la liberazione è frutto della conoscenza.
Così, tre delle quattro principali correnti dell’Induismo: Śivaismo, Śaktismo e Tantrismo, esigono una società egualitaria, nella quale non esistono più privilegiati di casta, ingiustizie economiche e autoritarismo. Per queste tre correnti il fine dell’esistenza deve essere la conquista della conoscenza che porti all’armonia interiore e alla felicità che dobbiamo conquistare qui e ora.
Questi movimenti filosofico-religiosi contestano pure l’autorità dei Veda – i libri sacri – quando fanno l’apologia della violenza e dell’ineguaglianza, e insistono sulla necessità di rispettare e venerare la donna nella quale il fedele vede la manifestazione terrestre della Śakti: energia primordiale, principio cosmico femminile e parte attiva e vitale di Śiva. Altrove (1980: 8-89, passim; 1983: 75-130, 141 passim; 1984: 72-81, passim) ci siamo ampiamente soffermati sugli aspetti del pensiero indiano e non possiamo che ribadire le idee-forza che hanno informato i nostri lavori. Aggiungeremo che il concetto che la liberazione (moksa) si identifica con la conoscenza è il Leitmotiv della tradizione filosofica e religiosa dell’induismo. Fra le altre, citiamo questa frase di Abhinavagupta, il grande filosofo Kásmiro del X secolo: «La conoscenza è la causa della liberazione poiché essa sopprime l’ignoranza, fonte di schiavitù» (Tantrasara, 98).
La dimensione libertaria del Surrealismo
Il Surrealismo ha avuto l’ambizione smisurata di darci in questo secolo posto, come nessun altro, sotto il segno della violenza e dell’odio, una poetica dell’amore e un’etica della libertà e non è un caso che questa poetica e quest’etica si ispirino entrambe a una concezione anarchica della vita. André Breton sarà il primo a riconoscerlo: «Al di sopra dell’arte, della poesia, che lo si voglia o no, sventola una bandiera rossa e nera» (1944: 24).
Otto anni dopo avere scritto queste parole, Breton si domanderà perché il Surrealismo fin dall’inizio prese la strada della collaborazione con la sinistra marxista, piuttosto che con la sinistra libertaria: «Perché non si è riusciti in quel momento a operare una fusione organica tra elementi anarchici propriamente detti ed elementi surrealisti? Venticinque anni dopo me lo domando ancora. Non c’è dubbio che l’idea di efficienza, che è stato lo specchietto per le allodole di tutta quell’epoca, ha fatto decidere altrimenti» (1952: 273).
Eppure, a diciassette anni, André Breton è già, in pectore, un anarchico, ed è così che rievoca l’emozione provata all’apparire della bandiera nera durante una manifestazione popolare: «La bandiera rossa, pura, senza simboli né scritte: riuscirò sempre a ritrovare lo sguardo che ho avuto a diciassette anni, quando, durante una manifestazione popolare, poco prima dell’altra guerra, l’ho vista moltiplicarsi a migliaia sotto il cielo basso del Pré-Saint-Gervais. E – capisco di non poterlo spiegare razionalmente – proverò di nuovo un senso di commozione al ricordo del momento in cui quel mare fiammeggiante, partendo da alcune zone ben definite, si è aperto all’ondeggiare delle bandiere nere» (1944: 20).
I suoi ricordi si spingono più lontano, all’infanzia: «Non dimenticherò mai l’esaltazione e l’orgoglio che provai, la prima volta che da ragazzo mi portarono in un cimitero – in mezzo a tanti monumenti deprimenti e ridicoli – e vidi una semplice lastra di granito incisa a caratteri rossi con quelle superbe parole: NÉ DIO NÉ PADRONE. La poesia e l’arte avranno sempre una predilezione particolare per tutto ciò che riesce a trasfigurare l’uomo come in quella intimazione senza speranza ma irriducibile che, ogni tanto, egli trova la forza di rivolgere alla vita» (idem: 23).
L’Anarchia, l’Alchimia, l’Induismo e il Surrealismo si riconoscono in una comune concezione olistica della vita e nell’esigenza di raggiungere la conoscenza che permetta all’individuo di prendere coscienza delle sue possibilità e realizzare l’unità della sua personalità divisa. Coerentemente con questa esigenza il Surrealismo, sin dal suo primo manifesto precisa che «si propone di esprimere… il funzionamento reale del pensiero» (Breton 1924: 40) e che vuole essere, soprattutto, strumento di conoscenza: «Tutto lo sforzo tecnico del Surrealismo, dalle sue origini a oggi, è consistito nel moltiplicare le vie di penetrazione degli stati più profondi della mente. "Io dico che bisogna essere veggenti, farsi veggenti": non si tratta d’altro per noi che di scoprire i mezzi per realizzare questa parola d’ordine di Rimbaud» (Breton 1935: 328). Al centro dell’alchimia e dell’induismo, ritroviamo la stessa imperiosa necessità: la conoscenza inizia dalla comprensione del proprio sé.
Per il Surrealismo, come d’altronde anche per l’alchimia e l’induismo, l’amore è la via reale che porta a questa conoscenza. L’amore è uno strumento di conoscenza perché amare significa comprendere, e dunque comprendere l’altro, che è sempre un riflesso del sé. Come ci ricorda Rimbaud: «Io è un altro». Facendoci riconoscere nell’altro il nostro doppio, l’amore ci permette di riconoscerlo in noi stessi e ci dà la possibilità di prendere coscienza della fondamentale natura androgina della nostra psiche. Per dirla con una sola parola, che prenderemo dalla tradizione tantrica, l’amore è l’illuminazione (jnana); o, in termini alchemici l’amore è la conoscenza perfetta (l’aurea apprehensio), o, per tornare ancora alla concisione orientale, l’amore è il Tao, manifestazione del dinamismo della complementarietà yin-yang e, nel medesimo tempo, la via per realizzarla in se stessi.
Come strumento di conoscenza l’amore può trasformare la vita e il mondo. Trasformare la vita significa trasformare l’individuo, e trasformare l’individuo implica prima di tutto la conoscenza di se stessi. Questo ci riporta all’anarchia, all’alchimia e al Tantrismo – corrente che all’interno dell’Induismo si fa la portatrice più coerente di questa idea dell’amore.
Queste quattro concezioni della vita hanno in comune una stessa idea dell’amore e del suo ruolo di agente di trasformazione universale. Essendo la conoscenza condizione preliminare all’azione, trasformare significa innanzi tutto conoscere e anche co-nascere – e scriviamo la parola rispettando l’etimologia originale – cioè nascere di nuovo, insieme con l’altro; quindi, amare ed essere amato. È il fuoco l’agente della trasmutazione universale, il fuoco dell’amore – e nessuna immagine è più valida di questa per l’alchimista e il surrealista (1). Alla sua luce possiamo intravedere la verità, è il suo ardore che ci rivela i contorni contraddittori del nostro essere.
La concezione surrealista dell’amore si inserisce così nella stessa visione olistica che caratterizza il pensiero alchemico e il Tantrismo. Gli amanti che si ritrovano e si uniscono in un abbraccio carnale e spirituale realizzano il mito dell’androgino e sono i due componenti di una «dualità non-duale»; sono, per riprendere le parole di Benjamin Péret: «Un essere doppio, perfetto, singolare, che forma un’entità unica di felicità umana» (1956: 49).
Quando Breton esige «che ci sia soltanto la pena di praticare la poesia» (1924: 31-32), non è perché «la poesia si fa a letto come l’amore» (Breton 1948: 265) ma anche, secondo lui, come per gli altri sistemi spirituali che prendiamo in considerazione, perché la teoria non può essere dissociata dalla vita. Se la poesia è tanto importante per il Surrealismo è perché essa è strumento di conoscenza e dunque di trasformazione: «la poesia… si trova impegnata sulle vie di quella "rivoluzione interiore" il cui compimento perfetto potrebbe ben confondersi con quello della Grande Opera, come la intendono gli alchimisti» (Breton 1950: 271).
Nell’ottica surrealista, come pure in quella del tantrismo e dell’alchimia la conoscenza è un processo che si identifica con i suoi fini: libertà e amore. Per realizzare la pulsione irresistibile alla libertà bisogna conoscere, e per conoscere bisogna amare. La conoscenza, la libertà e l’amore non possono essere concepite se non in un reciproco rapporto. Questi tre termini sono il lato di un triangolo che non potrebbe esistere senza gli altri due. E come l’amore è a un tempo strumento di conoscenza e di liberazione, la poesia è amore e illuminazione. Così, al triangolo iniziale, si aggiunge un quarto lato – la poesia – che lo trasforma in quadrato, simbolo della pietra filosofale: la poiesis e pietra angolare della nostra vita. Le due costanti dei sistemi concettuali che abbiamo delineato sono, e lo ripetiamo per concludere, una visione olistica dell’essere e dell’Universo, e l’idea che la conoscenza attraverso l’amore diventa illuminazione ed è la via verso la liberazione.
Anarchismo, Induismo, Alchimia e Surrealismo condividono inoltre la stessa premessa: la conoscenza è la condizione preliminare alla libertà. Breton ricorderà: «È la ricerca appassionata della libertà che è stata costantemente la spinta all’azione surrealista» (1942: 68). «Il Surrealismo, all’origine, ha voluto essere liberazione integrale della poesia e, attraverso questa, della vita» (1956: 127).
Una profonda pulsione totalizzante governa l’identificazione dei tre termini della catena conoscenza-amore-libertà, così come dei due poli delle antinomie ricerca-fine, mezzo-scopo, conoscitore-conoscenza, ecc.
Per quanto riguarda queste antinomie, il Surrealismo ha operato costantemente per denunciarne il «carattere fittizio» (1930: 153). È sempre Breton che afferma che questa visione non conflittuale della realtà e della vita «traduce un’aspirazione così profonda che sarà senza dubbio essenzialmente di questa che il Surrealismo finirà con il farsi sostanza» (1942: 71).
E così, per quanto concerne la contraddizione tra il sogno e la vita, la teoria e la pratica, ricordiamo che per l’alchimia e l’Induismo l’iniziato è colui che, nella sua ricerca della conoscenza ha imparato a conciliare tutte le contraddizioni, compresa quella tra la teoria e la pratica e a colmare la distanza tra colui che aspira alla conoscenza e la conoscenza. L’estinzione della dualità tra il ricercatore e l’oggetto della sua ricerca significa che il ricercatore non è più diviso dall’oggetto della ricerca, diventa un’unica cosa con essa, egli si identifica con lo scopo della propria ricerca, egli è la conoscenza.
Breton sottolineava ugualmente che la conoscenza, la libertà, la poesia, non acquistano il loro vero significato se non vissuti dall’individuo, e nella misura in cui egli si identifica con ciascuno di questi termini, che non sono degli ideali, o dei concetti astratti, ma piuttosto pratica quotidiana e realtà carnale: «Addio… L’ordine artificiale delle idee… che ci si dia soltanto la pena di praticare la poesia» (1924: 31-32). E ancora «La libertà non soltanto come ideale ma come rigeneratore continuo di energie» (1944: 168)… «La libertà… deve essere concepita non come stato, ma come forza viva che ingenera un progresso continuo» (idem: 165).
È lo stesso filo rosso che passa attraverso questi quattro momenti della riflessione libertaria e quando questi fili si intersecano, il nodo di luce nera che ne risulta non può che diventare più abbagliante.
NOTA
(1) – Breton preciserà «non si deve confondere il fuoco (dell’alchimista) con le braci effimere alle quali alcuni si riscaldano» (1948: 25-26).
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
BACHELARD G.
1960 La poètique de la rêverie, P.U.F., Paris 1965
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1924 «Manifeste du Surréalisme», in Manifestes du Surréalisme, J.J. Pauvert, Paris 1962
1930 Second Manifeste du Surréalisme, Editions Kra, Paris
1932 Les vases communicants, Cahier libres, Paris
1935 «Situation surrealiste de l’objet», in Manifestes du Surréalisme, cit.
1942 Situation du Surréalisme entre les deux guerres, Ed. de la Revue Fontaine, Paris et Alger 1945 ripreso in La Clé des Champs, Editions du Sagittaire, Paris 1953
1944 Arcane 17, ripreso in Arcane 17/Enté d’ajours, Sagittaire, Paris 1947
1948 Poèmes, Gallimard, Paris
1948a La lampe dans l’horloge, Robert Marin, Paris
1950 «André Breton: Non mi aspetto più nulla dal comunismo per il fatto della sua identificazione con lo stalinismo» (intervista di Francis Dumont), in Combat (Paris), n. 1823, 16 maggio 1950
1952 Entretiens/1913-1952/avec André Parinaud, NRF, Paris
1952a «La Clair Tour» in Le libertarie (Paris), 11 gennaio 1952, ripreso in La Clé des Champs, cit.
1953a «Du Surréalisme en ses oeuvres vives» in Les Manifestes du Surréalisme, cit.
1956 «Le Surréalisme et la tradition» in Perspective Cavalière, a cura di Marguerite Bonnet, Gallimard, Paris 1970
1970 Perspective Cavalière, cit.
PERET B.
1956 Anthologie de l’amour sublime, Albin Michel, Paris
SCHWARZ A.
1973 New York Dada, Prestel Verlag, Munchen
1974 André Breton, Leone Trotskij, Giulio Savelli, Roma; trad. francese rivista e ampliata: André Breton, Trotzky
1975 «La machine célibataire alchemique», in Les machines célibataires, Kunsthalle, Bern/Alfieri, Venezia
1980 L’arte dell’amore in India e Nepal / La dimensione alchemica del mito di Siva, Laterza, Roma-Bari
1981 Anarchia e creatività, La Salamandra, Milano
1982 «L’amour est l’érotisme: de quelques correspondances entre la pensée surréaliste et celles de l’alchimie et du tantrisme”, conferenza alla Sorbona, ripresa (riassunta) in Melusine (Paris), n. 4 (1982), pp. 179-202
1983 Il culto della donna nella tradizione indiana, Laterza, Roma-Bari
1984 Introduzione all’alchimia indiana, Laterza, Roma-Bari
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ANARCHIST EMMA GOLDMAN
PART ONE
http://it.youtube.com/watch?v=wFoMfoQSCh8
PART TWO
http://it.youtube.com/watch?v=DJgUZbneG0c
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BOB DYLAN ON BEING AND ANARCHIST
ALB interviews the Cuban Libertarian Movement
Mer, 16/07/2008 - 17:53We’re interviewing the Cuban Libertarian Movement (Movimiento Libertario Cubano – MLC), an organization made up of anarchists in exile in different parts of the world. In these days of apparent change, of transition, as the European and North-American media would have it, it’s of interest to know first hand about what’s happening inside the island. The demise of Fidel Castro has opened up all sorts of speculation about the future of the communist regime due to the first measures the new chief, Raul Castro, has taken. Here’s the interview:
ALB – Hello compas. Let’s begin the interview with some notes on history for our readers. Could you briefly explain the history of the anarchist movement in Cuba?
MLC – Hello! Whoever wants to learn the history of our movement must begin with the work of our comrade Frank Fernandez, _Cuban Anarchism_, published in various languages. In general, the epic described is very similar to that of the anarchist movement in the rest of Latin America with the peculiarity that the late independence of Cuba finds our people involved in that struggle. The first Cuban unions likewise find many anarchists in their midst to be their main animators and such influence continues in certain production sectors until the 50’s, in open confrontation with the Batista dictatorship. Our participation in the struggles of the day came precisely from these syndicates, from the Cuban Libertarian Association (Asociación Libertaria Cubana) and in a smaller measure by comrades affiliated with the 26 of July Movement (Movimiento 26 de Julio). It is noteworthy that during the 50’s the Cuban anarchist movement was one of the most active among its peers in Latin America and took active part in different encounters such as the Anarchist Conference that took place in Montevideo in April 1957, which explicitly supported the struggle by the Cuban people against the Batista dictatorship.
ALB – Something that people in Europe and elsewhere don’t know: What was the role of the Cuban anarchists in the Cuban revolution?
MLC – As we have mentioned, we anarchists rose to the task within our possibilities and from our own revolutionary point of view in the struggle against the dictatorship. Indeed, we joined the general jubilation after the defeat of the Batista forces and the dissolution of its army. However, we also from the beginning maintained an early attitude of mistrust with towards the cult of personality, leadership, nationalist and militarist proclivities incarnated in Fidel Castro and his inner circle. This mistrust was soon justified and reinforced: for example, the direct intervention by Fidel Castro manipulating the X Congress of the Confederation of Cuban Workers (X Congreso de la Confederación de Trabajadores de Cuba) for the benefit of his group and violating the principles of the worker movement’s autonomy. From then on, Cuban anarchists became more radical in their suspicions and adopted a clear stand against the incipient centralization of political power. All this is recorded in a manifest where we openly expressed our fears of the attempts to amass control by the Catholic Church as well as by the Communist Party whose most notorious cadres enjoyed political positions and sinecures during the Batista dictatorship. We’re aware that not everybody in the international anarchist movement shared our critical attitude and not a few kept to the expectative for many years regarding a process that continued monopolizing the meaning of a revolution by then devoid of any revolutionary spirit. Today, and for a long time now, we think it’s no longer debatable that the positions of those Cuban anarchists of 50 years ago proved completely on target. In short, it was nothing but the classic position from the 1st International that revolutions are not promoted, encouraged or radicalized by “revolutionary” governments but that within them you find the bureaucratic and authoritarian germ that ends up by suffocating and annihilating the revolution and imposing itself as the new dominant class in the new State.
ALB – Could you talk about the exile? Was there understanding, support, or on the contrary alienation?
MLC – We can’t talk in the past tense yet. We are still many Cuban anarchists in exile in many parts of the planet. Our exile is as hard as any other exile in terms of separation and alienation with the aggravation that the first comrades who got out of Cuba didn’t have any other choice but to establish themselves in such a hostile milieu as the United States; something not habitually understood but such has been the inexorable destiny to be followed, at least in principle, by Cuban refugees of all times. Most painful was to come face to face with the lack of understanding and alienation we got from certain anarchist groups of Europe and Latin America that would have liked to see us integrated in a transformation that was initially uncritically favored. Not all anarchist groups, of course, reacted the same way and we also received countless displays of solidarity that grew with the years as the Cuban political regime unveiled its true face. Today, those debates from the 60’s have been totally overcome and there isn’t one sane anarchist that still can think about a libertarian evolution coming from a political regime based on absolute control of its subjects and the super-exploitation of the workers; without autonomous organizations independent of the state acting as bulk wards in the struggle against such “super-exploitation” by the state and capital; remember that there are a multitude of capitalist enterprises based in the Spanish State, Canada, Mexico, Japan, France, Italy, etc.
ALB – Let’s talk about the present; Fidel has retired leaving in his place his brother. What has changed in Cuba?
MLC – In our last public declaration – “Something smells different in Cuba”, May 2008 – we tried to clarify that “the changes” happening in Cuba are merely cosmetic and only attempt to generate a “liberalizing” image that doesn’t change the basic functioning of the regime and the institutional power structure: State capitalism, privileges for the haute state bureaucracy and particularly for the armed forces, monopolization by the only party of all the mechanisms of self-expression and decision-making, absolute control over the population, etc. Nevertheless, what is changing is the general attitude of the people: today you can see that the people are losing their fear of repression and have begun to conquer space; the hardships of everyday life can no longer remain hidden and everybody knows it; there are the beginnings of protest more or less organized, etc. All this points the way to possible courses of action: our expectations lay on them and we harbor no illusions with respect to a summit of power that is only trying to win more time.
ALB – In Europe there are reports about the lines that Cubans have to make to buy cell phones or to get internet (among other things), are we going into a spiral of consumerism?
MLC – No, consumerism is not possible in Cuba given that the main worry is to solve the most elemental and immediate things: food, housing, transportation etc. Even more: worker’s salaries do not even cover these needs and they must recur to the rationing book with all its scarcities. What we have in Cuba is a surplus of foreign currency in possession of those who get remittances from their families abroad: this surplus allows for such “luxuries” as computers and cell phones whose purchase has only recently been permitted. The economic debacle the regime is in is of such proportions that at this moment it is quite possible that the remittances of foreign currency surpass the sum of all of the country’s salaries, without exaggeration. This also explains the fact that that approximately 20% of the population of Havana has no interest in getting jobs. Why would somebody who receives some economic help from abroad - always more than the US$20 monthly mean salary - want to work? The regime has no answers to this type of thing and continues in vain the appeals to sacrifice and labor discipline in exchange for nothing, while the ruling class have access to the best goods and services available. Paradoxically there is much unemployment among the social classes historically dispossessed that survive against the current, doing whatever it takes, street peddling, prostitution and expropriation. This – together with a strong racism – institutional and cultural – explains why Cuban jails are full of young Afro-Cubans.
ALB – Is there hope of bigger changes among the people? Are any opposition political groups mobilizing?
MLC – We think that people have lost all hopes and faced with the total prohibition of any alternative form of social and political action they continue to explore the ways to emigrate as the only recourse at hand to escape a situation of open anguish. The “visible” opposition, meanwhile, is nothing but a potpourri without a coherent project, without anything in common but a primitive and visceral opposition to Castro. On the other hand, it is necessary to distinguish the ideological-political profiles of that opposition. It is well known that within this opposition there are sectors ranging from those strongly linked to Yankee diplomacy to those who support a generally self-managed outcome. Obviously, between these two factions there can be no alliance possible. On this point, we anarchists have no choice but to put our hopes in the strengthening of the second option and its gaining larger spaces among the people itself.
ALB – How do you see Hugo Chavez’s influence in the island? He broke the blockade years ago by investing millions in Cuba. Have those investments translated into political influence?
MLC – First we must make clear that the so-called “blockade” is nothing like a commercial closing down of Cuba but a mix of positions adopted by the United States under the name of “embargo” reinforced during republican administrations –with legislation like Helms-Burton and Torricelli’s – that stupidly handicap commercial exchanges but do not stop them: lately the United States has had commerce with Cuba to the tune of US$500 million per year. Cuba’s great problem in this area is its almost non-existent ability to pay, which has made it a universal debtor, even with Latin American countries, exporting doctors, teachers, sports coaches and security advisors. This is the type of relationship Cuba has formed with Chavez’s Venezuela. It is precisely this export of doctors and teachers what explains the undeniable decay in health and education. And also the military advisors that, no doubt, are the source of proposals to start up a unique intelligence and counter-intelligence “agency” that would control and coordinate all repressive enterprises, with a network of paid informants and volunteers throughout the country to watch and control all civic activities, in the image of the feared Cuban G2, that is, Castro’s state security. The Venezuelan people have nicknamed this bad copy “Sapeo Law” - a reference to informants – and even Chavez was recently forced to abolish it. Returning to the question we also have to point out that Cuba has generated a strong dependency on Venezuela, particularly with all things related to obtaining oil. But that dependency has also extended to China’s financing, Cuba’s other large international backer. In terms of political influence we think the Cuban rulers manage it in terms of convenience and at this moment their possibilities of adaptation lean more towards a “Chinese model” than a “Venezuelan model”. However, it is obvious that Cuba will have to follow kicking and screaming Chavez’s initiatives in a Latin American context.
ALB – What about the influence of leftist populist ideas from Latin America?
MLC – The surge of populist ideas certainly gives the Cuban political regime some breathing room, but also alienates it from the most lucid and radical revolutionary and autonomous sectors since these harbor no illusions with respect to governments such as those of Chavez, Morales, Correa or Ortega and certainly Cuban diplomacy will be set against popular mobilizations in Venezuela, Bolivia, Ecuador or Nicaragua. On the other hand, one needs to place the current populist cycle in Latin America as only an attempt to develop a regional capitalism. It is a fragile cycle still subject to multiple oscillations that don’t afford the Cuban government any guarantees long term. This is one of the reasons why we understand that this government is running against the clock and playing for time. Meanwhile, the populist governments act as an ideological-political rearguard but the most pressing problem for the Cuban government isn’t that but the fact that it can’t even provide decent food for the people and it has to solve this problem before such a regional Latin American capitalist block is formed with a minimum of solvency.
ALB – For several years now news from the MLC appear in the international libertarian press. What is your relationship with other anarchists throughout the world?
MLC – The MLC aspires to better relations with the international anarchist movement. For a good period of time we have overcome diverse resistances and we have strengthened many of our alliances. Many groups have established firm priorities in terms of solidarity with Cuban anarchists such as Group of Support to Independent Libertarians and Syndicalists in Cuba (GALSIC) and Venezuela’s El Libertario, www.nodo50.org/ellibertario. Frank Fernandez’s historical work about our movement has been accepted in the Spanish State by the Anselmo Lorenzo Foundation (Fundación Anselmo Lorenzo), in Italy by Zero in Conduct (Zero in Condotta), in the United States by See Sharp Press and so on. Also, we have worked to make clear our solidarity with anarchist groups everywhere and from the most contemporary currents. This has been possible thanks to the MLC’s configuration which doesn’t exactly follow the pattern of a proper organization but rather has been developing as a coordinating network for Cuban anarchists wherever they may be, and this covers a wide gamut of positions, from anarcho-syndicalism, specifism, neo-platformism, primitivism, insurrectionalism, eco-anarchism and even anarcho-punk; no matter how contradictory or incompatible they might be since the axis or principal motif of this coordination is the solidarity with anarchist comrades, autonomous and independent syndicalists and counter-cultural collectives with the clear objective of fostering a widespread anti-authoritarian movement that will allow the continuity of anarchist ideals so brusquely pruned –but not severed – by the bourgeois dictatorship of the Castro brothers.
Probably there are comrades who still have certain reservations as there are some who still perceive the Cuban State and its governing elite as a revolutionary socialist force. But these cases today are the exception and tend to become merely anecdotic as time goes by. Sooner or later, the MLC is an integral part of the anarchist international movement at the level of any other and soon nobody will doubt it.
ALB – What do you expect will happen in the island in a few years?
MLC – We have spoken about it in previous interviews. Basically we trust in people’s capacity for autonomous organization and there we put our expectations. It’s not a matter of waiting for the ripe fruit to fall but rather to join, within our possibilities, those formative processes of revolutionary anti-authoritarian and self-managed currents inside Cuba. We believe the situation has already produced more than enough reasons for this to happen but we also know that the political regime and the elite in power have been able to act to contain such manifestations to their minimal expression. We are not ignorant of the difficulties faced by militant work in that direction and we also know too well the efficiency demonstrated by the State’s security organisms –the only efficient aspect of the regime – but we will not stop our efforts because that is our only reason for being.
ALB – Lastly, what is the MLC? What kind of people makes it up?
MLC - We have already commented on this. The MLC is a network of Cuban anarchists. As anarchists we are not different from other anarchists who face the domination relationships and the webs of power in which they exist except for the fact – certainly weird – that in our case we face a hierarchical society and a ruling class that still finds justification in the name of “revolution” and “socialism”. The MLC is made up of people who live of their work and who in our everyday lives conduct ourselves by the incorruptible desire to build relationships among free and equal men and women in solidarity. From a generational point of view, the nucleus that tries to maintain alive the anarchist ethos today is no longer composed in its majority –due to obvious biological reasons – by the first group of exiles from the 60’s that founded the MLC in the city of New York, but rather by those of us who had to leave the island in the 70’s, 80’s and 90’s.
ALB – Are there anarchists inside Cuba? How about libertarian groups in exile outside the MLC?
MLC – We know of no other anarchist groups in exile outside the MLC, but it wouldn’t bother us at all if there were, in this case we would try to find them quickly and explore the possibilities of joint actions. In the 80’s two editorial collectives co-existed, one of them around the journal Guangara Libertaria and the other with A Mayor and both co-existed as a coordinating network under the same acronym. As to the existence of anarchists inside Cuba, we can emphatically confirm that they do exist and have been doing so clandestinely and underground for the last half century. The big problem in this case is that those who remained in Cuba have been systematically suppressed each time they dared demonstrate publicly as happened with the agricultural syndicalists of the Zapata Group towards the end of the 70’s and beginning of the 80’s. This is one of the reasons why the anarchists inside have taken great care not to be identified as such and have managed to survive in the shadows. Besides, during the last few years there has been a movement by anti-establishment counter-culture youths that constitutes the ferment for the emergence of a spontaneous kind of anarchism that doesn’t yet have possibilities in the literal sense of the word or in the deeper sense of continued collective praxis. The truth is that surely there are in Cuba many more anarchists than we can even imagine: the spontaneous forms of rebellion that happen are the best breeding grounds for it. One of the immediate challenges we have is to achieve fluidity in these relationships with the “inside”, something that the “prohibitions” continue to present obstacles to.
ALB – What is your relationship with other opposition groups?
MLC – The MLC doesn’t keep formal or stable relations with any group of the so-called opposition; among other things because many of them would be our mortal enemies, if we were all active inside Cuba. It is imperative to be clear on this. The image presented by the most vociferous Cuban exiles is nothing but an attempt to re-instate capitalism – that is, to continue the task begun by the government but incorporating in it the private Cuban capital accumulation from abroad – and holding democratic elections under a parliamentary and party system. But we are anarchists and if such a project would take hold in Cuba we would also be against it. On the other hand, it is clear that there is a fraction of the Cuban exile that, without self-describing as strictly anarchist, agrees with us in vague terms defending a liberalizing and self-managed line, many times even among former socialists or members of the PCC (Cuban Communist Party), today self-described as Trotskyites, Luxemburgists etc. It is possible there wouldn’t be too many problems talking with them, but it is a diffuse and disorganized segment of the exile. Remember also that the exile, in its totality doesn’t correspond, in any way, to the image the Castro propaganda shows which only recognizes the so-called “Miami Mafia” which includes ex-batistians, anexionists, neo-liberals, narco-traffickers and ultranationalists. No! The Cuban exile is composed of a majority of working class people who survive out of the sweat of their brow. We’re talking about a noble people genuinely inspired by the establishment of a set of basic freedoms and respect for human rights inside the island: people who do not have a well defined political project but who want to simply be able to write, travel, organize freely, sing, paint, or do whatever they want without needing the state’s permission. Or simply people who want to go back, to work without exploiting anybody and live decently. With this type of people –the great majority of those in exile – we maintain fraternal relations in whatever part of the world it is our fate to live. It is not about a shared revolutionary program but about the elementary respect that honest, simple working people in Cuba or anywhere else deserve.
[Translation: Luis Jose Prat. Original in Spanish: http://www.alasbarricadas.org/noticias/?q=node/7980]
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COLLEGAMENTI WOBBLY, per una teoria critica libertaria, n. 13, gennaio-giugno 2008
Gio, 10/07/2008 - 09:43COLLEGAMENTI WOBBLY
per una teoria critica libertaria
1977-2007: trent'anni di Collegamenti
L'editoriale del primo numero e tutti gli altri testi in selezione articoli
E' uscito il n. 13, gennaio-giugno 2008, di COLLEGAMENTI WOBBLY
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Ultimo aggiornamento: 30/5/2008
L'ANARCHISMO NEL 1968
Mer, 09/07/2008 - 15:33L'ANARCHISMO NEL 1968
Edgar Morin
Mi sembra che si possa parlare allo stesso tempo di una resurrezione e di una rinascita dell'anarchia, da parte della gioventù intellettuale. Certamente, il movimento libertario che era stato costituito del resto da diversi gruppi non aveva cessato di esistere, ma la sua esistenza era ridotta e politicamente inesistente. Non so se l'anarchia all'inizio del secolo aveva un seguito tra gli intellettuali. C'era sicuramente Laurent Tailhade che ammirava i testi anarchici, ma questo atteggiamento non doveva essere molto diffuso.
Questo fenomeno di risurrezione dell'anarchismo nella gioventù studentesca è dato dal fatto che in tutti i paesi, compresa la Francia, una parte della gioventù vuole cambiare la sua vita quanto cambiare la società. I giovani vogliono essere autentici e liberi. Questo movimento ha preso dagli Stati Uniti l'aspetto "beatnik" o "hyppie", che costituiva una sorta di anarchismo selvaggio. In Francia, si è incarnato parzialmente in una resurrezione dell'anarchismo. Si è assistito a questo a Nanterre, dove alcuni giovani rifiutano di delegare la loro esistenza a degli organismi, a dei partiti politici, a degli Stati. Si tratta anche di una rinascita dell'anarchismo in quel senso che l'antico movimento libertario viveva sulle idee di Bakounine, di Proudhon, di Elisée Reclus, aveva i suoi maestri di pensiero e scomunicava Marx allo stesso modo che i marxisti scomunicavano Bakounine. Ora, c'è un revisionismo anarchico che si è manifestato prima attraverso dei piccoli gruppi di studio. E in questi gruppi di studio, c'erano studenti che integravano alla teoria anarchica degli aspetti sia del pensiero di Marx, che del pensiero di Freud. Cercando una giustificazione teorica della loro volontà di libertà e di autenticità, hanno incontrato differenti correnti di pensiero moderno ed è da quel revisionismo estremo aperto che viene la rinascita del movimento libertario.
Lo possiamo ritrovare in diversi gruppi. Per esempio, quella piccola rivista "Rouge et Noir" (Rosso e Nero), di cui il titolo del resto significa proprio questa volontà di alleanza tra il marxismo e l'anarchismo. Stessa cosa per la "Tribune culturelle des cercles libertaires" (Tribuna culturale dei cerchi libertari) che era composta in buona parte da studenti. Queste riviste erano poco conosciute perché erano molto spesso clandestine, ma pubblicavano delle analisi estremamente interessanti sui problemi della società, dell'uomo ecc.
Questa rinascita dell'anarchismo, legata al revisionismo, si è potuta fare solo grazie alle nuove condizioni del pensiero studentesco negli anni '60. Ma quali sono queste condizioni? Innanzitutto il regresso dell'influenza comunista, regresso di cui si conoscono le cause: il partito comunista giudicato sempre meno rivoluzionario, sempre meno combattivo, infangato dalle rivelazioni del rapporto Khrouchtchev e dagli avvenimenti di Ungheria, appare sempre più "in più" come una burocrazia, una potenza anonima alienante l'individuo. A favore di questo regresso del partito comunista tra gli studenti, senza i quali del resto tutti gli avvenimenti attuali restano incomprensibili, non solo sono rifiorite differenti sette trostskyste, che erano sempre esistite tra gli adulti, e che avevano sempre avuto qualche studente come aderenti; ma in questo periodo si sono anche più largamente diffuse le idee della rivista "Socialisme et Barbarie" (Socialismo e Barbarie), che era, infatti, una sintesi originale del marxismo e dell'anarchismo. Infine, si sono trovate le idee del comunismo di sinistra, del comunismo dei consigli, che erano esistiti in URSS all'inizio della rivoluzione e che erano stati schiacciati con la rivolta di Kronstadt.
Il declino dell'influenza comunista, la ricerca di qualche cosa di radicale, non solo in teoria ma anche nel modo di vivere, tutto ha favorito questo neo-anarchismo. Ma questo covava, non si manifestava. Erano gli altri gruppi studenteschi trotskysti, maoisti, che facevano i grandi manifesti sul Vietnam, su Guevara, su Cuba. Erano loro che si manifestavano nelle residenze universitarie. Non gli anarchici, dal momento che erano molto malfidati nei confronti della Cina, verso Cuba, verso tutti i paesi dove c'era un partito organizzato. E quando il 3 Maggio è spuntata la bandiera nera, ci si è stupefatti, e ci si è accorti che il lavoro della "vecchia talpa storica" di cui parlava Hegel, era anche fatto di questo versante. Ai tempi della Prima Internazionale, l'opposizione di Marx e di Bakounine aveva avuto un carattere particolare. Marx disprezzava Bakounine che, in un senso, ammirava Marx e certe sue analisi. Ma oggi, gli anarchici moderni non sono più ostili a Marx. Ha dovuto esserci, d'altronde, in seno al movimento libertario un severo conflitto generazionale per far accettare questo revisionismo.
Il neo-anarchismo, vicino a Bakounine, è considerato dagli elementi marxisti del movimento del 22 Marzo, per esempio dal J.C.R., un po' come gli anarchici erano considerati da Lénine: profondamente. Lénine sentiva che questi erano vicini. Quando Lénine ha scritto "Lo Stato e la Rivoluzione", era, infatti, per dire agli anarchici: anche io, come voi, desidero l'abolizione dello Stato, l'abolizione di tutte le costrizioni; la nostra sola divergenza riguarda il mezzo di arrivarvi - credo alla necessità di una dittatura transitoria del proletariato - ma ciononostante siamo fratelli. E questa sorta di fraternità che è esistita a volte tra leninisti e anarchici si è ritrovata all'interno del movimento del 22 Marzo. La J.C.R. era forse, in modo giovanile, l'eredità diretta di Lénine passato al trotskysmo. Quando il partito comunista staliniano non concepiva i suoi rapporti con gli anarchici che come uno sterminio.
Il legame tra i vecchi anarchici e il neo anarchismo è sicuro. C'erano tra i vecchi anarchici dei personaggi straordinari, dei veterani dell'inizio secolo, che erano stati dall'inizio disertori, ecc. D'altra parte mi sembra che la sola veritiera Internazionale della solidarietà si trovi tra gli anarchici e i giovani che si sono avvicinati al movimento libertario hanno dovuto essere molto sensibili a quel clima di fraternità che esisteva tra gli anziani. Infine, c'è stata tutta l'eredità spagnola: l'esplosione straordinaria in Catalogna, in Aragona, o nei villaggi, dove spontaneamente i paesani trasformavano la chiesa in luogo di riunione, bruciavano i titoli bancari, decidevano di sopprimere il denaro e di mettere tutto in comune. Questa epopea anarchica ha dovuto avere una grande influenza.
Oggi, diverse vie portano all'anarchismo. Per esempio quella dei "beatnik", quella degli hippy. Anche la cultura di massa se ne occupa: Bonnie e Clyde, la riapparizione del romanticismo della "Banda a Bonnot", del film e della canzone. Un'altra via è la critica politica della burocrazia, questa ricerca comunista che si vuole collettivista, ugualitaria, autogestionaria e per la quale l'autorità è sempre delegata e sempre revocabile. Tutte queste correnti portano ad una sorta di anarchismo moderno che sarebbe forse più giusto definire comunismo libertario.
L'anarchismo, essendo ben inteso che è sempre stato molto flessibile, aveva ad una delle sue estremità una tendenza puramente individualista, predicante lo sbocciare dell' "io", il cameratismo amoroso, ecc. e all'altra estremità, dei gruppi organizzati che volevano lottare contro la società, che erano decisi a fare saltare tutto con un'aggressività stupefacente.
Oggi, i giovani comprendono questa aggressività e la riprendono a loro modo. Nel movimento neo anarchico, inoltre, ci sono quantità e tendenze. Mi sembra che un limite del suo pensiero, è che non vede il dramma che impone il problema del potere. E' come se il potere fosse qualche cosa di artificiale, imposto all'uomo dallo Stato, e che si possa sopprimere come una sorta di tumore. Fatta questa riserva, i giovani anarchici hanno ai miei occhi una superiorità considerevole: non sono prigionieri di una scolastica dogmatica, come è il caso di molti militanti che si reclamano di partiti ufficialmente marxisti, trotskysti o maoisti. Sono meno prigionieri di quadri di pensiero rigidi. Dal momento che gli anarchici leggono Marcuso, non si chiedono, a priori, se ciò che scrive Marcuso è pericoloso, se Marcuso non neghi il ruolo storico del proletariato, se non manchi ai suoi scritti un concetto giusto dello spirito del partito, ecc. Non hanno questa sorta di ricerca ossessiva del difetto, della carenza, della deviazione. Sono considerevolmente più aperti.
Non bisogna dimenticare anche che il pensiero neo-anarchico è stato irrigato dal situazionismo, ultimo ramoscello uscito dopo la guerra dal grande tronco surrealista e che il surrealismo aveva una componente libertaria molto profonda. L'accettazione della violenza del pensiero anarchico, il loro rifiuto di categorie del bene e del male, del crudo e del cotto, l'audacia del loro pensiero, fanno scandalo. Le barricate sono un fenomeno molto spontaneo; è la strada, i giovani nel loro insieme, che le hanno costruite, ma infine era la combattività degli anarchici che ha sollevato i giovani. Al momento in cui i manifestanti reclamavano l'amnistia per gli studenti e i lavoratori, francesi o stranieri, che erano stati arrestati durante i primi giorni di maggio, un anarchico reclamava ugualmente l'amnistia per i suoi saccheggiatori. Affermava che i saccheggiatori, a loro modo, confusamente, esprimevano anch'essi la loro rivolta contro la società dello sfruttamento. Una tale formula - che si sia d'accordo con lei o no, poco importa - dimostra che essi non hanno paura delle idee, che rifiutano di essere scandalizzati. Ed è questo che fa scandalo.
Anarchia, nella coscienza popolare, significa innanzitutto disordine, caos, fine del mondo, scarsità di essenza, piuttosto che referenza al movimento anarchico. E' dell'anarchia come caos che la borghesia ha avuto paura più che del movimento anarchico libertario. Ha sicuramente detestato la bandiera nera come la bandiera rossa, ma non più a lungo. I due fenomeni importanti sono, innanzitutto, l'apparizione della bandiera nera che ha stupefatto e, dall'altra parte, l'alleanza del rosso e del nero. Cohn-Bendit con i J.C.R. all'interno dello stesso movimento. Lo stupefacimento è stato così grande, a destra come a sinistra, che la bandiera nera è stata perfino ammessa nei cortei dei sindacati ufficiali.
(Tratto dal Magazine littéraire, n. 19, Giugno 1968; tradotto da Simona Cappellini)
Feminist Self-defense: No God! No Master! No Sexist Aggressions!
Gio, 05/06/2008 - 23:54This society bases itself on a sexual hierarchy that socializes women in fear, consent, obedience, adaptation-resignation and total surrender to others. The assumption of this submission has devastating effects on our self esteem, and makes us blame ourselves for the discomfort and the frustration that we feel in our lives. Whether we assume these roles or we fight against them, we feel guilty, and that’s were the trick is. This feeling provokes certain attitudes of passivity and victimization that blocks our rage, so necessary for change. The obedience to some forced roles lead to failure.
To fight against this obedience that kills our autonomy, alienates and forbids us to defend ourselves at the same time it favors the established social order, we propose the feminist self-defense which consists of the following:
- To be aware of how fear and submission has built up in our lives will let us build our confidence, physical and emotional self-esteem, and the security us women have, both collectively and personally, to face a system that ignores and submits our lives to patriarchal and capitalist interests. By “physical self-esteem” we mean the recovery and application of the tools our bodies supply us through work out (constant or specific), that will let us to respond to an attack when this one suggests a threat to our physical integrity. This self-esteem generates the confidence and security in ourselves that will allow us to be calm, situate ourselves and decide with clarity how to react to a situation in the best possible way, because it’s not always necessary to have physical confrontation. Besides, this will provide us with the emotional comfort to break the established physical barriers.
- To adopt an attitude that prevents, protects and allows an answer to violence. To acknowledge fear and accept it, liberates anger and prepares us for action. Therefore we claim for rebelliousness as the mechanism of protection and action necessary to step up against anything that threatens us.
- Mutual support. We cannot trust or rely that the institutions (judges, police officers, soldiers, politicians…) will resolve patriarchal violence because they are the ones that practice it, need it and legitimize it. The moral and legal authority blames the victim (rape, harassment, abuse…), criminalizes liberties (abortion…) and forbids freedom in our own lives. From personal and collective conscience as women in this society, we want to overcome individualism and develop mutual support as a way to relate to one another. Because we look for ways that offer a more efficient resistance, as well as a creative organization of or intense realities.
- Feminist, distinguishing it from the feminine self-defense that limits itself to self-defense without affronting or questioning the cause of such violence.
Against patriarchal terrorism… Feminist self-defense!!!
[This was extracted from Spanish publication MUJERES PREOKUPANDO, Valencia, 2004]
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º Ideas you can use when you’re walking alone in the streets or find yourself in any situation that makes you feel insecure or threatened:
You can always carry any self-defense object such as PEPPER SPRAY. When this Spray is applied over the eyes, it causes momentary blindness. It’s sold in a variety of laces, and it usually comes in a spray bottle so small it easily fits your pocket and it has a security button that controls whether the gas can be sprayed or not. The spray is very effective but it can be very dangerous if it is not used with the necessary precautions for its effective use. Never use the pepper spray indoors or when the wind blows against you, because the gas expands 10 feet around and it can harm you. When you’re going to apply it, fully extend your arm so you reach close to the aggressor’s eyes and move away from the place. If you have to remain there, use a handkerchief to cover your nose and mouth so you don’t inhale the gas. Do not show it, pull it out just when you’re sure you’ll use the spray it, because the aggressor might use it against you if he notices you’re carrying one. If you plan on advising someone about the use of pepper spray never forget to mention this information.
With a STICK or an EMPTY BOTTLE in hand, angry drivers and pedestrians fear for their security and their car’s, because they can suppose you’re drunk.
Ride a BIKE. Riding a bike gives us a sense of autonomy and because it doesn’t pollute the air it provides us with good health. Besides, there’s a huge difference between going through a place alone at night walking and in a bike. You can always go by places you feel are insecure faster when you’re riding a bike.
KEYS. If you have to hit the aggressor, hold the keys with you closed fist and place one of them between the middle finger and the ring finger so that it sticks out.
SCREAMING. Don’t ever be embarrassed to ridicule your aggressor exposing him in public and making people notice that he’s bothering you.
SCREAMING, FIRE! If we ask for help common sense is very cruel to women y usually we don’t receive any help. Fire generally awakes more curiosity en people and the fear of some of their property burning makes them react and help quicker.
If you find yourself in an abuse situation in a car that’s running KEP YOUR WINDOW A LITTLE OPEN. When facing any violent situation you can open the glove box in front of the front seat and take all the legal documents and threaten to throw them out of the car. You can also use these documents as a source of information about your aggressor so you can denounce hem. Another place where these papers are usually kept s in the back of the seat mirror of the front seat and in the pocket on the driver’s door.
If you plan to hitchhiking, never go out with a pocket knife under your sleeve, which the police could easily assume to be part of camping equipment.
MAKE UP AN STD. when the aggressor begins to talk to you about sex and becomes persistent and insinuating about it, you can tell him that since you got ill you do not have sexual intercourse with anyone, and probably, because of prejudices, ignorance and social exclusion towards people who have STD’s, the aggressor will no longer talk to you about that subject, and will be afraid to touch you.
º To different kinds or aggressions, different reactions.
If you know the attacker:
-Say NO!
-Don’t stay still or silent while you’re being abused. If you can’t do anything because you’re afraid of being hit o simply because something inside paralyzes you, at least be aware of what’s happening to you.