sessismo
Il triangolo nero
Sab, 17/11/2007 - 14:27``Il triangolo nero
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne''
IL TRIANGOLO NERO
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Per aderire:
http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html
Il testo si trova anche qui:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/outt...
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002443....
http://www.giugenna.com/interventi/il_triangolo_nero_n...
http://www.nazioneindiana.com/2007/11/15/il-triangolo-...
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"Ti offro questi dati affinché niente muoia, né i morti di ieri, né i resuscitati di oggi.
Voglio brutale la mia voce, non la voglio bella, non pura, non di tutte le dimensioni.
La voglio lacerata da parte a parte, non voglio si diverta, perché parlo infine dell'uomo e del suo rifiuto, del suo marcio quotidiano, della sua spaventosa rinuncia.
Voglio che tu racconti."
(Frantz Fanon)
controviolenzadonne.org
Mer, 07/11/2007 - 20:12controviolenzadonne.org che ha indetto una - Manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne a Roma il 24 novembre - condanna fermamente l'approccio securitario con cui le istituzioni stanno affrontando il caso della donna violentata e in coma da ieri, dopo aver subito un' aggressione a Roma presso la stazione ferroviaria di Tor di Quinto.
Ancora una volta la violenza maschile viene ricondotta a un problema di sicurezza delle città e di ordine pubblico, strumentalizzando a fini politici il dramma di donne che vengono stuprate e in molti casi uccise.
La violenza contro le donne continua a essere trattata come devianza di singoli o come responsabilità da addossare alla nazionalità degli aggressori e degli omicidi, mentre è strutturata all'interno della società e della famiglia, e deriva dal dominio storico di un sesso sull'altro.
L'aggressività maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente (dati Onu) per le donne in tutto il mondo.
Senza un reale cambiamento culturale e politico che sconfigga una volta per tutte patriarcato e maschilismo non può esserci salto di civiltà.
La violenza sessista contro le donne è una delle emergenze sociali e politiche più pressanti e il silenzio delle istituzioni sul tema non è più accettabile.
Le donne di tutta Italia, i Centri antiviolenza e l'associazionismo femminile e femminista che hanno aderito all'appello del sito www.controviolenza.org scenderanno in piazza sabato 24 novembre a Roma per condannare la violenza maschile contro le donne e per affermare,come protagoniste, la libertà di decidere delle loro vite nel pubblico e
nel privato.
Tor di Quinto non ci inganni, la violenza è sessista
Mer, 07/11/2007 - 20:08La montatura mediatica sul caso di Tor di Quinto, dove la violenza nei confronti della donna uccisa, è stata usata e abusata per montare una campagna mediatica e politica xenofoba contro i rumeni, ci fa capire bene come sia difficile far passare la cosa più evidente: che la violenza contro le donne avviene per il 90 per cento in famiglia. I nostri governanti ci ripropongono l'intreccio, pericoloso, tra violenza e sicurezza, dimenticando che il problema, a Tor di Quinto come nelle altre città italiane, si chiama sessismo e non ha connotazioni di etnia, perché riguarda gli uomini di tutti i paesi.
Accanto al montante clima di odio, cresce anche l'indignazione di molte donne, che non si vogliono prestare al gioco né del sindaco di Roma Veltroni, né del capo del Governo Prodi. E' anche per questa ragione che la manifestazione nazionale "contro la violenza degli uomini sulle donne", indetta per il 24 novembre da gruppi femministi romani, sarà sicuramente partecipata, perché raccoglie un sentimento diffuso di ribellione non solo verso gli uomini che maltrattano, stuprano, uccidono, ma per quella maggioranza maschile silenziosa che ancora non riesce a dire:
“è una violenza che ci riguarda, riguarda il dominio storico che il nostro sesso ha esercitato sull’altra metà della specie umana, riguarda quella che è stata considerata la cellula prima della società, cioè la famiglia, ma che per una inspiegabile, macroscopica contraddizione si è voluto che ne restasse separata, inclusa attraverso un’esclusione dalla sfera pubblica, così come la storia ha fatto con la natura, il pensiero col corpo.
Da quell’ ‘altrove’, da quel margine che la politica “ha deliberatamente lasciato a un potere patriarcale sul quale non andava messo becco” (Rossana Rossanda), considerandolo una “libertà” naturale, sono uscite, quasi quarant’anni fa, voci, saperi, movimenti di donne per dire che la lunga oppressione degli uomini sull’altro sesso comincia proprio là dove nessuno vorrebbe vederla: nell’amore, nelle relazioni sessuali, nei legami di parentela e nell’appartenenza intima a un altro essere, quale è l’unione della madre col figlio nella fase iniziale della vita.
La cancellazione della sessualità femminile, conseguente alla riduzione della donna a madre -luogo della continuità della specie, garanzia di sopravvivenza e di piacere per l’uomo-, l’inevitabile adattamento a una visione del mondo dettata da un unico protagonista, le gravidanze indesiderate e gli aborti clandestini, avevano fatto dire allora che, per una donna, “è già violenza”, sia pure “invisibile”, quella che passa attraverso l’interiorizzazione di modelli imposti, nell’apprendimento e nella trasmissione della stessa lingua , degli stessi saperi che ti hanno cancellata, nell’aver confuso il sacrificio di sé con l’espressione più alta del proprio essere.
La costruzione lenta e faticosa di una individualità femminile “autonoma” da una rappresentazione del mondo interiormente ammessa -come ebbe a scrivere già un secolo fa Sibilla Aleramo- e poi compresa per virtù di analisi”, mi piace pensare che, al di là degli esiti diversi che ha avuto nella storia del femminismo italiano, sia oggi il felice ‘antecedente’ della libertà con cui generazioni venute dopo possono oggi guardare con lucidità alla violenza manifesta –stupri, omicidi-, senza cadere nell’inganno di chi ancora vorrebbe oscurare il luogo, la cultura, l’immaginario, da cui trae da millenni il suo alimento, e cioè la famiglia ‘naturale’, l’eterosessualità normativa, la centralità contraddittoria della donna madre e maestra, costretta suo malgrado a far da tramite a una socializzazione funzionale al potere maschile, a una comunità storica di uomini.
La forza innovativa di quella che Edda Billi, della Casa internazionale delle donne di Roma, ha chiamato un “sommovimento”, destinato a segnare una ripresa del femminismo, sta proprio nell’aver sfatato una “evidenza invisibile”, verità sotto gli occhi di tutti ma così inquietanti da accecare: che sono gli uomini a far violenza alle donne - non il ‘barbaro’ straniero o lo psicopatico-, che il luogo in cui si consumano maltrattamenti, stupri, omicidi, violenze psicologiche, è proprio quello insospettato che sta in cima agli affetti, ai valori, ai richiami della religione e della politica -la casa, la coppia, la famiglia.
Non era scontato che nel confuso, irrazionale bailame sociale e politico in cui siamo immersi, dove si agitano ‘minacce’, ‘insicurezze’ enfatizzate ad arte, nuovi e vecchi razzismi, difese identitarie, smania di ‘pulizie’ etniche, sessuali, o semplicemente desiderio di quieto vivere, riuscisse a farsi strada una ragione lucida, sgombra da pregiudizi, vicina all’esperienza personale, alla quotidianità, quanto alle vicende della vita pubblica, capace di muoversi fuori da astratti dualismi tra sentimenti e leggi, pratiche di movimento e forme organizzate della politica.
“Sommovimento” mi sembra che esprima bene il rinascere di un desiderio che ‘accomuna’, che cerca il simile nella diversità, una condivisione che non ignora le differenze, che sa andare alla radice nell’individuare le cause, senza perdere di vista la superficie, l’emergenza, la necessità di esserci nel ‘qui’ e ‘ora’ del contesto in cui viviamo.
Le due assemblee, che ci sono state a Roma, presso la Casa internazionale delle donne, il 21 e il 27 ottobre 2007, in preparazione della manifestazione, presenti donne da diverse città d’Italia, sono state ignorate come sempre dall’informazione che insegue l’ultima esternazione, l’ultima bega dei leader politici, e non sa riconoscere i segnali dei cambiamenti effettivi che avvengono nella coscienza di una società, di un’epoca, di una generazione.
Eppure avrebbero avuto molto da imparare, sia le masse che si fanno prendere dalla ‘democrazia’ demiurgica e anestetizzante di Walter Veltroni, sia quelle che hanno sfilato il 20 ottobre per chiedere “più giustizia sociale”, mentre ancora stentano a dire che la società è fatta di uomini e donne, legati da un secolare, perverso rapporto di amore e odio.
Avrebbero capito che ripensare la politica a partire dalla vita, da tutto ciò che oggi la incalza per modificarla o distruggerla, vuol dire riconoscere la pluralità dei protagonisti che operano nello spazio pubblico, imparare a parlare la stessa lingua, pur nella diversità delle storie di singoli, gruppi, partiti, movimenti; vuol dire liberare la democrazia dai ceppi della ritualità, delle gerarchie precostituite, dei personalismi, delle decisioni calate dall’alto e passate per ‘volontà di popolo’.
Se il comunicato stampa trasmesso dal sito www.controviolenzadonne.org , per convocare la manifestazione nazionale del 24 novembre, sta diffondendosi e raccogliendo adesioni con una velocità incredibile, è perché nel linguaggio immediato, essenziale, che definisce le ragioni dell’iniziativa, molte donne sentono la corposità e la forza di un pensare e decidere insieme, rispettosi dell’esperienza singola e della collettività.
Un esempio prezioso per quella ‘sinistra’ che vorrebbe rifondarsi “unita e plurale”, ma che ancora annaspa tra contenziosi antichi e diplomatiche trattative di segreterie di partito.
Buju Banton si arrende
Sab, 15/09/2007 - 01:00Vittoria per la campagna per i diritti gay la star del reggae blocca
le canzoni omofobiche
· Buju Banton si impegna dopo anni di pressioni
· Canzoni che incitano a sparare e bruciare omosessuali
Uno dei più noti personaggi omofobici della musica reggae e dancehall a
deciso di non cantare più canzoni violente contro i gay.
Buju Banton la cui hit del 1990 "Boom bye bye" incitrava a sparare ai gay
ha aderito al "reggae compassionate act" promosso dal Gruppo di
attivisti per i diritti dei Gay "Stop Murder Music" dopo tre anni di
campagna per portarlo a questa scelta, il gruppo lo annuncia oggi.
Banton è l'ultimo di una serie di artisti di alto profilo, inclusi
Beenie Man e Sizzla, a sottoscrivere la dichiarazione dopo le proteste
mondiali di gruppi per i diritti dei gay, la cancellazione di centinaia
di concerti e la perdita di sponsor, costate agli artisti 2,5 milioni di
pound (circa 3,75 milioni di euro).
Con la sua firma, Banton si impegna a non fare affermazioni omofobiche
in pubblico, lanciare nuove canzoni omofobiche o autorizzare nuove
uscite delle precedenti canzoni omofobiche. L'atto sancisce: Nessuno
spazio nella comunità musicale per odio e pregiudizi, inclusi spazi a
razzismo, violenza, sessismo o omofobia. E aggiunge che gli artisti
reggae hanno sempre combattuto contro ingiustizia, diseguaglianza,
povertà e violenza.
Peter Tatchell, del gruppo dei diritti gay Outrage! Coordinatore della
campagna, dice che questa mossa rappresenta un grande passo avanti
nella furiosa battaglia fra gli attivisti per i diritti dei gay e
numerosi artisti delle dancehall durata quindici anni. E afferma: "La
nostra prima priorità deve essere fermare la musica assassina".
Banton è finito al centro dell'attenzione degli attivisti gay dopo il
rilascio di Boom Bye Bye, in cui canta di sparare in testa ai gay,
versargli addosso acido e bruciarli vivi. In precedenza aveva affermato
di aver scritto Boom Bye Bye da tennager e di non essere omofobico, ma è
stato filmato l'anno scorso mentre cantava Boom Bye Bye in un concerto
a Miami.
Ieri, Dennis Carney, vicepresidente di Black Gay Men's Advisory Group, a
detto: “Questi artisti mandano un messaggio chiaro alle lesbiche e gay
che hanno diritto di vivere liberi da paure e persecuzioni, sia qui in
UK che in Jamaica.”
Vincent Nap, un artista reggae inglese, dice che c'e un problema di
omofobia nella musica delle dancehall, ma attaccare gli interessi
commerciali degli artisti non risolve il problema, lui dice, "se
continuano ad attaccarci, noi ci difenderemo", "se tentano di fermare la
nostra musica noi dovremo difenderci".
Altri sono più pragmatici sulle azioni di Banton. Mark Richards,
conosciuto come DJ Kemist dell'etichetta reggae Xtremis records, dice:
"posso capire perchè lo fa. Non vuole compromettere tutta la sua carriera
per poche canzoni. Ma questo non significa che sta cambiando le sue
opinioni."
Così come continueranno a controllare le azioni degli artisti che hanno
firmato la petizione, gli attivisti si impegnano a continuare la
campagna contro gli artisti che non l'hanno fatto: Elephant Man, TOK,
Bounty Killa and Vybz Kartel.
La notizia della firma di Banton è stata ben accolta dai gruppi per i
diritti dei gay in Jamaica, dove gli attacchi contro persone gay sono
comuni ed essere gay è illegale. Carl Edmonson, del gruppo dei diritti
gay Jamaicano J-Flad, dice: "Spero realmente che le sue azioni siano
sincere e non dettate dalle pressioni internazionali che colpiscono le
sue tasche. Speriamo che sia un impegno sincero e che si fermi la
violenza omofobica."
tradotto da :http://www.guardian.co.uk/gayrights/story/0,,2132463,00.html
E' in arrivo un bastimento carico di...
Gio, 26/04/2007 - 14:17La campagna di boicottaggio contro i concerti sessisti ed omofobici
che si terranno nelle prossime settimane a Roma,
http://nonsoloreggae.noblogs.org
sta procedendo, sostenuta dalla stragrande maggioranza dei centri
sociali e delle strutture politiche, romane e non, da collettivi
femministi e GLBTQ, ma anche da molte singolarita'.
continua su http://nonsoloreggae.noblogs.org
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