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9 giugno 2007: No Bush

Comunicati / Volantini

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america latina

Conflitto di Oaxaca, Messico: scarcerato uno dei portavoce della APPO, Flavio Sosa, dopo un anno e cinque mesi di detenzione

autore:
Fabrizio Lorusso

Città del Messico. Sabato 19 aprile, è stato liberato per mancanza di prove Flavio Sosa Villavicencio, uno dei portavoce più conosciuti del movimento sociale di Oaxaca, la APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), dopo 17 mesi passati in carcere in seguito alle accuse fabbricate contro di lui per furto, danni, sequestro, lesioni, sedizione e attacchi alle vie di comunicazione.
Flavio Sosa è stato più volte ed erroneamente identificato dalla stampa messicana come il presunto leader del movimento, come se tutto il conflitto che ha coinvolto la regione di Oaxaca con manifestazioni, picchetti e scioperi di centinaia di migliaia di persone durante un anno (a partire dal maggio 2006) potesse ricondursi alla volontà di un piccolo gruppo di sovversivi che, secondo questa versione ufficiale e tendenziosa, avrebbero cooptato una massa di contadini, indigeni e poveri contro il governo locale di Ulises Ruiz. Ma la realtà nel regno di Ruiz e del PRI (Partido Revolucionario Institucional), al governo da quasi ottant’anni in questa zona, era un’altra. Sosa ha ribadito che continuerà a “camminare affianco al popolo” e che “non si tratta di una lotta personale contro Ruiz quanto piuttosto di una sfida per la trasformazione democratica delle istituzioni”, un processo incompleto in tutto il paese.
Il 4 dicembre 2006, a soli tre giorni dall’inizio del governo dell’attuale presidente messicano, Felipe Calderon, il signor Flavio Sosa venne arrestato con suo fratello Horacio e altri attivisti a Città del Messico, mentre si apprestava a partecipare ad una riunione con alcuni esponenti del Ministero dell’Interno. E’ l’attivista politico che ha scontato più mesi di carcere in seguito ai tragici eventi che insanguinarono Oaxaca per almeno sei mesi con un saldo di 25 morti, centinaia di feriti, detenuti e ripetute violazioni dei diritti umani. L’escalation di violenza contro i professori scioperanti e la APPO portò a reazioni spropositate da parte di entrambi i bandi in lotta. Queste, a loro volta, furono prese come pretesto per l’ingresso in città di 4000 membri della purtroppo nota e militarizzata PFP, Polizia Federale Preventiva, nell’ottobre 2006. Il 25 novembre, infine, gli scontri, le violazioni, i feriti e i 141 detenuti, subito isolati dal mondo e deportati a centinaia di chilometri di distanza. Accuse false, scambi di persona, violenze fisiche e psicologiche, tortura e mancanza completa di diritto e diritti segnarono quelle giornate. Anche per questi atti e per gli eccessi di brutalità si può parlare ancora infelicemente di “macelleria messicana” e lo stesso Sosa ha parlato di “politica terrorista contro la gente di Oaxaca”.
Durante mesi, è stata condotta una campagna mediatica contro i personaggi più in vista, i consiglieri del movimento sociale di Oaxaca come Florentino Lopez o la maestra Carmen Lopez, che, come suggerisce la parola “portavoce” e come riporta la stessa Lopez in un’intervista, avevano “in realtà il semplice incarico di mantenere i rapporti con la stampa all’interno di una struttura integrata da oltre mille consiglieri con diritto di voto e caratterizzata da processi decisionali democratici e votazioni su ogni punto della agenda politica”, quale è la APPO appunto. La maggiore visibilità di alcuni consiglieri dell’Assemblea per un determinato periodo è stata costantemente identificata come una leadership dalla stampa e dalle TV nazionali (divise in due catene private, TV Azteca e Tele Visa), spesso propense al sensazionalismo e alla condanna facile.
I problemi attuali della società messicana, specialmente degli stati più poveri come Oaxaca, il Chiapas, Guerrero o Veracruz, non sono stati ancora affrontati adeguatamente dalle autorità. Basti pensare al conflitto costante tra i partiti politici a livello locale e nazionale e, a Oaxaca, alla forte emarginazione sociale ed economica, al potere del narcotraffico e alla crescita delle morti violente (oltre 2600 l’anno scorso in tutto il paese) e dell’impunità a tutti i livelli.

Di Fabrizio Lorusso
(http://fabriziolorusso.wordpress.com)

Detenzione illegale e violazioni contro 52 indigeni kichwa e achuar peruviani a Iquitos, Perù

autore:
Fabrizio Lorusso
Sommario:
Detenzione illegale e violazioni contro 52 indigeni kichwa e achuar peruviani a Iquitos, Perù: silenzio stampa e contro-manifestazioni

Città di Iquitos, Loreto, Perù.
La Pluspetrol, impresa argentina che opera presso i fiumi Corrientes, Tigre, Pastaza e Macusari della regione amazzonica peruviana, suole assumere la sua manodopera tra le popolazioni kichwa e achuar della zona. Le comunità indigene di Nueva Andoas, base della Pluspetrol nella regione, hanno cercato in varie occasioni di aprire un tavolo per il dialogo con la dirigenza dell’impresa sui temi salariali e contrattuali che li riguardano. Di fatto già nel 2006 l’intransigenza del management dell’azienda aveva scatenato la reazione dei lavoratori che avevano bloccato temporaneamente la produzione. Non avendo, ancora una volta, ottenuto risposta, le comunità hanno intrapreso delle azioni di protesta lo scorso 20 marzo, occupando alcuni spazi di proprietà dell’azienda per richiedere aumenti salariali, corsi di formazione del personale e una maggiore partecipazione alle decisioni aziendali e dei programmi di sviluppo per le comunità locali.

La reazione del Ministero dell’Interno del Perù (attualmente governato dal partito APRA-Alianza Popular Revolucionaria Americana del Presidente Alan Garcia) s’è concretizzata con l’invio di centinaia di poliziotti della DINOES (Direccion Nacional Operaciones Especiales) da Lima per reprimere le manifestazioni. Secondo le prime testimonianze in loco “circa due o trecento uomini sono giunti in elicottero (ricordiamo che Iquitos si trova nel mezzo della selva amazzonica del Perù dalla parte del Brasile e vi si arriva per via aerea o fluviale) e hanno cominciato a disperdere la folla con i lacrimogeni. Il costo di tale operazione potrebbe essere stato finanziato dalla stessa compagnia petrolifera”. Negli scontri sono morti tre indigeni e un poliziotto della DINOES. 52 membri della comunità locale sono stati arrestati arbitrariamente nelle loro case, accusati di terrorismo, sequestro e possesso illegale di armi. Sono stati anche deportati nelle città di Iquitos e Nauta dove si trovano attualmente privati della libertà e della possibilità do comunicare con l’esterno visto che le autorità non parlano nemmeno coi giornalisti. La stampa in generale non ha parlato di questi avvenimenti.

I detenuti sono stati separati in differenti stazioni di detenzione senza che venissero date informazioni ai familiari e, inoltre, 17 di loro parlano solamente le lingue kichwa e achuar, il che potrebbe produrre ulteriori abusi. La lista dei detenuti non è stata pubblicata dalle autorità ma viene diffusa da organizzazioni per la difesa dei diritti umani che stanno raccogliendo lettere di protesta da inviare al Ministro degli Interni, Luis Alva Castro: ministro@mininter.gob.pe e al “Gobierno Regional de Loreto”: informatica@regionloreto.gob.pe. L’opinione dei familiari e dei cittadini della zona è che “la compagnia Pluspetrol pretende di infliggere una punizione esemplare contro questo gruppo di manifestanti per prevenire future mobilitazioni delle popolazioni della regione stanche dei suoi maltrattamenti salariali e le sue dubbie pratiche ambientali”.

Il 26 e il 28 marzo scorsi, come risulta dalle testimonianze dei notiziari radiofonici peruviani (ascoltabili a questi link: (1) 29/03/08 Real Win MP e (2) 26/03/08 Real Win MP ), il Fronte Patriotico di Loreto (dal nome della regione in cui si trova la città di Iquitos) ha convocato una manifestazione cui hanno partecipato centinaia di studenti, lavoratori e dirigenti di base per esigere la liberazione dei detenuti. La marcia, controllata da un minaccioso contingente della Polizia Nazionale del Perù, anch’essa arrivata prontamente da Lima per arrestare altri manifestanti del 20 marzo, s’è conclusa presso la sede della Divisione per l’Investigazione Criminale di Iquitos con un picchetto. Inoltre, la Red Ambiental Loretana, organizzazione della società civile che sta protestando insieme al Comitè de Lucha de Loreto, (http://www.redambientalloretana.org/es/) prevede nuove mobilitazioni per il 2 aprile, una notte culturale in favore dei detenuti il 4 aprile e uno sciopero generale per il 10 aprile. (DA http://fabriziolorusso.wordpress.com )

Per saperne un po’ di più:

http://www.cnr.org.pe/index.php

http://amazoniamagica.blogspot.com/2008/03/demandan-li...

Segue la lista dei detenuti diffusa da http://www.prensaindigena.org.mx/Noti115.html

Persone detenute in CAPAHUARI-SUR LABORATORIO, il 21 marzo 2008 dalla DINOES.

1. MIGUEL ZÚÑIGA CARIAJANO (67 AÑOS)
2. SEGUNDO IMAINA SHUÑA (19 AÑOS)
3. JOSE LUIS ESCOBAR RUBIO (58 AÑOS)
4. MARCO RAMIREZ ARAHUAZANA (29 AÑOS)
5. MINER LANCHA NUMA (23 AÑOS)
6. ADOLFO RIQUELME TAPUY AHUANARI (24 AÑOS)
7. CLEBER CRUZ GUARDIA (37 AÑOS)
8. DANIEL DACHA MAINA (29 AÑOS)
9. JOHN VEGA FLORES (22 AÑOS)
10. ABELARDO MUCUSHUA TORRES (20 AÑOS)
11. MARLIN ROBER CUBAS SALINAS (25 AÑOS)
12. JUAN MIGUEL DIAZ PEREZ (17 AÑOS: MENOR DE EDAD)
13. ROLANDO USHIHUA SHUPINGAHUA (30 AÑOS)
14. FELIPE MURAYARI SAQUIRAY (37 AÑOS)
15. EDWIN GUEVARA TORRES (37 AÑOS)
16. ESPIRITU EDGAR HUALINGA SANDY (33 AÑOS)
17. SEGUNDO ABEL MAYANCHI OLIVERA (17 AÑOS: MENOR DE EDAD).
18. RICHARD DAHUA ARAHUANAZA (22 AÑOS)
19. JORGE AMILCAR CHUJE ARANDA (17 AÑOS)
20. VIDAL VALDIVIA SANDY (26 AÑOS)

Persone detenute nel territorio1AB-ANDOAS, il 22 marzo 2008

1. GRIMANIEL CARRASCO CARRILLO (34 AÑOS)
2. NISSER SILVANO TORRES (28 AÑOS)
3. TEDY GUERRA INDAMA (50 AÑOS)
4. FREDY VILCHES SUAREZ (19 AÑOS)
5. CLEBER VILVHES SUAREZ (21 AÑOS)
6. WALTER CISNEROS ARAHUANAZ (16 AÑOS: MENOR DE EDAD)
7. JOSE ANTONIO NOA HUAMAN (30 AÑOS)
8. JOSE DENCE FACHIN RUIZ (29 AÑOS)
9. CARLOS HUALINGA DAGUA (39 AÑOS)

Persone detenute nella comunità nativa di ANDOAS il 23 marzo 2008

1. ESTEBAN RENGIFO SOPLÍN (36 AÑOS)
2. SAULO SANCHEZ RODRÍGUEZ (26)

Persone detenute presso la BATERIA DE SAN JACINTO-RIO CORRIENTES, il 23
marzo 2008

1. GLIDEN PORTOCARRERO VILLALOBOS (23 AÑOS)
2. BERTONY CARIAJANO TAPUY (20 AÑOS)
3. CARLOS MANYA DAHUA (17 AÑOS: MENOR DE EDAD)
4. CASSELI CARIAJANO TAPUY (25 AÑOS)
5. RICARDO CANELOS SANDY (24 AÑOS)
6. LEONARDO REYES USHIHUA (53 AÑOS)
7. HUGO CARIAJANO TAPUY (37 AÑOS)
8. DUGLAS CAMPOS MNTES (26 AÑOS)
9. LIMBER CARRANZA REQUEJO (30 AÑOS)
10. GUILLERMO VENANCIO SANDY TUYTUI (30 AÑOS)

Persone detenute presso la BATERIA DE BARTRA-PLUSPETROL, il 24 marzo 2008.

1. RICARDO NUÑEZ CHUNGE (25 AÑOS)
2. ILGER CALDERÓN CUJE (26 AÑOS)
3. RICAROD RODRÍGUEZ ZAMBRANO (12 AÑOS: MENOR DE EDAD)
4. ARTEMIO SANDY USHIHUA (18 AÑOS)
5. CASIMIRO FLORES RAMÍREZ (35 AÑOS)
6. DANIEL RODRÍGUEZ ZAMBRANO (14 AÑOS)
7. BENJAMIN CARIAJANO AGUINDA (37 AÑOS)
8. EMERSON SANDY RODRÍGUEZ (29 AÑOS)
9. AROLDE RODRIGUEZ CARIAJANO (40 AÑOS)
10. LIDER ALBERTO CARIAJANO CUJE (29 AÑOS)
11. FRANKLYN TUYTUI USHIHUA (34 AÑOS)

Bolivia, verso la secessione

autore:
Francesco Zurlo

di Francesco Zurlo
da CamminareDomandando

A un mese esatto dall’incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz.
E’avvenuto l’altro ieri nel corso di un’affollatissima (ahimè) manifestazione tenutasi al Parque Industrial di Santa Cruz de la Sierra. In mezzo a un tripudio di bandiere verde-bianco-verde, Ruben Costas, prefetto dissidente della città orientale, ha affermato coram populo che in caso di vittoria del sì nella consultazione, il governo dipartimentale della regione promulgherà una lunga serie di decreti per scavalcare le leggi e le direttive che arrivano dal Palacio Quemado.
Si comincerà con uno “sciopero fiscale” sui generis: l’IDH, l’imposta sugli idrocarburi voluta da un referendum promosso da Mas e movimenti sociali nel 2004, rimarrà in loco, negando il finanziamento de la Renta Dignidad, la pensione di vecchiaia universale istituita coraggiosamente mesi fa dal governo.
Quindi si procederà a un superamento della proibizione di esportare l’olio, misura recentemente adottata da Morales per proteggere il fabbisogno interno e combattere la speculazione. A seguire si darà il via a una serie di promesse di forte impatto popolare per le classi subalterne di Santa Cruz (perché nessuno le chiama populiste questa volta?), finanziate dalla futura autonomia fiscale e dal mantenimento in loco dell’IDH: un piano di edilizia popolare, aumenti salariali, un assicurazione sanitaria dipartimentale. Il tutto grazie a «los recursos que [el departamento] va a recuperar». Con buona pace del pauperimmo resto del paese, ovviamente.

Il carattere eversivo di queste proposte è sotto gli occhi di tutti. All’origine vi è il rifiuto di prender atto della bocciatura del referendum da parte della Corte Nazionale Elettorale di qualche settimana fa’. Il presidente di quest’ultima, Jose Luis Exeni, noto anche per la sua attività di blogger, ha infatti fatto cadere entrambe le consultazioni che erano in programma: quella “governativa” sul nuovo progetto costituzionale – per l’assenza di un clima adatto – e quella autonomista - per la sua palese incostituzionalità. Ma mentre l’oficialismo ha accettato di buon grado il verdetto della Corte, l’oligarchia cruceñista non si è rassegnata e ha deciso di portare avanti il referendum, costi quel che costi. Anche se a difenderlo – come abbiamo ricordato qui – dovranno essere le ronde neonaziste dell’UJC, la Forza Nuova locale. Il tutto mentre qualcuno continua a vedere nella cricca cruceñista la vera Bolivia democratica, ostaggio del populismo nazionalista (sic!) del governo indigenista di La Paz.

E così nell’indifferenza dei grandi media internazionali, la Bolivia, a due anni dall’elezione di Morales assomiglia sempre più al Cile pre-golpe del ’73. Pochi giorni fa un massiccio sciopero dei sindacati degli autotrasportatori – alleati a doppio filo con l’oligarchia agroesportatrice di Santa Cruz – ha paralizzato il paese, in maniera non dissimile a quanto accadde nei giorni della morente Unidad Popular cilena.
E non finisce qui. La tensione cresce infatti in tutti i dipartimenti governati dai prefetti “autonomisti”, così come a Sucre dove un pretestuoso e strumentalizzatissimo conflitto sulla Capitalia (da riportare nella vecchia ciudad blanca togliendola all’”usurpatrice” La Paz) crea non pochi grattacapi al gabinetto Morales e non pochi disordini e violenze.
Inoltre la guerra di spie scoperta qualche settimana fa’ (gli Stati Uniti pagavano studenti e borsisti nordamericani per spiare cittadini venezuelani e cubani nel paese) ha rivelato che le oscure manovre della diplomazia Usa in Bolivia non sono mai finite – anche se forse ora hanno meno incidenza che in passato.
Infine non dovrebbe rappresentare un segreto per nessuno l’evidente simpatia per gli autonomisti di tutte le multinazionali degli idrocarburi che operano nel paese, per le quali una vittoria della fronda anti-Morales potrebbe significare un rapido ripristino della situazione anteriore all’insediamento del presidente indio.

Tuttavia, come già detto altre volte, la scelta di questa strategia autonomistico-secessionista è già di per sé un ripiego. E’indubbio che fino a dieci anni fa, quando l’ortodossia del Washington Consensus non era ancora stata intaccata dal vento progressista che spazza da anni il vecchio “cortile di casa”, la situazione boliviana sarebbe stata risolta nel più classico dei modi: con un golpe militare, finanziato ad altre latitudini. Ma di questi tempi come ha detto los tesso Evo Morales tempo fa, gli autonomisti “bussano alle porte delle caserme, ma i militari hanno [...] un'altra mentalità”. Anche perché la mutata situazione internazionale – comprensiva di minacce del Venezuela di Chávez di vietnamizzare la Bolivia in caso di rovesciamento di Morales- funge da valido deterrente. Ma non scaccia gli spettri di una crisi di difficilissima soluzione. Nè quelli di una vera “balcanizzazione” del paese. Prospettiva rispetto alla quale la recente e scellerata proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo, potrebbe fungere da pericolosissimo precedente.

Insomma gli ingredienti per rendere nuovamente la Bolivia la polveriera del Sudamerica ci sono tutti. L’unica speranza è che la volontà distruttiva di qualcuno degli attori in campo (la destra moderata che spalleggia l’oltranzismo di Marinkovic e soci) venga meno prima della catastrofe.

I movimenti sociali in Messico. Prime iniziative del 2008: liberazioni nel caso Atenco e attivita' della APPO

Sommario:
Messico e movimenti sociali 2008: le iniziative della APPO a Oaxaca e la liberazione di 7 attivisti detenuti ad Atenco nel 2006

DA:
http://fainotizia.radioradicale.it/user/fabrizio-lorus...

Non mollano la presa sul Governo di Ulises Ruiz (del decadente PRI, Partido Revolucionario Institucional) a Oaxaca le migliaia di integranti del movimento sociale, la APPO, che più ha saputo innovare, discutere e perseverare negli ultimi anni in termini di lotta politica in Messico.
Questo fine settimana, una commissione dell’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO) ha consegnato alla Suprema Corte di Giustizia della Nazione messicana un rapporto preliminare sulle violazioni ai diritti umani, sulle avvenute cancellazioni del giusto processo e i pregiudizi arrecati alle garanzie individuali durante la repressione del movimento dei professori e della società sollevatasi nel 2006, secondo quanto informa Cesar Mateos Benitez, uno dei portavoce del movimento. Lo stesso Benitez ha ribadito la petizione della APPO affinché sia ripreso il dialogo tra questa organizzazione, ancora oggi tanto attiva quanto osteggiata dalle forze governative e dai sindacati avversi creati ad hoc sul territorio dello stato di Oaxaca, e il Governo Federale, in particolare con il Ministro degli Interni, il trentaseienne appena nominato Juan Camilo Mouriño.
Il rapporto di 63 pagine consegnato alla Corte contiene documenti, articoli, videoregistrazioni e fotografie come prove delle violazioni ed anche i documenti relativi al giudizio popolare, una figura giuridica ibrida che ha più che altro un valore simbolico, intentato contro il governatore Ruiz negli spazi pubblici della città da diverse organizzazioni della società civile e della APPO. Si attende quindi la convocazione dei testimoni e delle vittime delle torture e gli eccessi repressivi della polizia federale e statale – locale affinché ratifichino per iscritto le denunce. Intanto, fuori dalla sede del potere giudiziario della nazione, 150 simpatizzanti della APPO hanno realizzato un picchetto per esigere alla Corte l’emissione di una sentenza su Oaxaca che sia il più possibile vicina alla realtà ed imparziale oltre che libera da ditkat politici come è successo recentemente nel caso della giornalista Lidia Cacho, uscita sconfitta contro il potente Governatore di Puebla, Mario Marin. La posizione del movimento continua ad essere la medesima: giustizia e punizione per i colpevoli della repressione, libertà per i detenuti politici e cancellazione delle ordinanze d’arresto contro i gli integranti dell’assemblea popolare.
Su un altro fronte, quello di San Salvador Atenco e dei giudizi che erano ancora in sospeso per gli attivisti detenuti e umiliati dopo i sanguinosi scontri con la polizia del maggio 2006, è arrivata l’attesa e sospirata libertà per sette di loro dopo che il tribunale competente ha analizzato il caso. Nel maggio 2006, furono violentemente arrestati 160 manifestanti (tra cui 6 stranieri malmenati e rimpatriati senza processo) di cui ancora 19 rimangono nel carcere Molino de Flores di Texcoco, centro abitato del Estado de Mexico, la regione che circonda Città del Messico e ne integra l’hinterland urbano. Attualmente altri 167 ex-detenuti continuano nella loro difficile difesa mentre tre persone sono già state condannate a una pena severissima di 67 anni totali che stanno scontando nel carcere di massima sicurezza di Almoloya de Juarez. Gli scontri con la polizia furono cruenti e le denunce per le gravissime violazioni dei diritti umani si sono ripetute per mesi provocando l’intervento di numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani tra cui la Commissione Civile Internazionale (http://cciodh.pangea.org/), la nazionale LIMEDDH (http://espora.org/limeddh/ Liga Mexicana para la Defensa de los Derechos Humanos) ed anche la criticata e governativa CNDH (Comision Nacional para los Derechos Humanos).

Diritti umani in Cile: il peso della dittatura nel governo della Concertazione e nelle Leggi Antiterrorismo

autore:
Litta Soto & Fabrizio Lorusso
Sommario:
Diritti umani in Cile: il peso della dittatura nel governo della Concertazione e nelle Leggi Antiterrorismo

Diritti umani in Cile: il peso della dittatura nel governo della Concertazione e nelle Leggi Antiterrorismo
Dalle origini al caso di Patricia Troncoso, attivista del popolo indigeno dei mapuche da oltre 90 giorni in sciopero della fame

Articolo di Litta Soto Villagrán*

Traduzione all’italiano e ampliamento di Fabrizio Lorusso*

(Da www.carmillaonline.com e http://fainotizia.radioradicale.it/user/fabrizio-lorus...)

Una vez perdido el honor, sin tierra, ya no queda nada…
Una volta perduto l’onore, senza terra, non resta più nulla...

In Cile lo sciopero della fame è diventato uno dei mezzi più utilizzati come atto di protesta e opposizione contro le ingiustizie politiche, lavorative e umanitarie. In questo senso, i mapuche, discendenti delle popolazioni originarie che abitavano l’attuale territorio cileno prima della conquista spagnola, sono dovuti ricorrere a questo tipo di azione politica estrema come risposta alle misure che i diversi governi della Concertazione, l’unione di “centro sinistra” tra i democristiani e i socialisti che governa il Cile dal 1990 e la cui presidenta attuale è Michelle Bachelet, hanno implementato riguardo a quella che erroneamente si è venuta a chiamare la “questione mapuche”. Le diverse azioni di protesta cominciano senza dubbio con il processo di deportazione e separazione delle differenti comunità indigene nel periodo dittatoriale di Augusto Pinochet Ugarte (1973 – 1989). Ciononostante, la politica verso gli indigeni portata avanti dallo Stato cileno dall’epoca dell’indipendenza all’inizio del secolo XIX è stata fondamentalmente caratterizzata dalla volontà di assimilare in qualunque modo possibile le popolazioni autoctone.
Già dal diciannovesimo secolo, lo Stato favorì la realizzazione di aste pubbliche delle estensioni territoriali più grandi storicamente abitate dai mapuche, soprattutto negli anni 1873 e 1874. In quel caso, vennero svenduti lotti o parcelle di terra di 100, 200 e 400 ettari, con la proibizione, solo formale, che una persona potesse acquisire più di 2000 ettari totali. Ciononostante, alcuni latifondisti e speculatori riuscirono ad aggirare questo divieto grazie a dei prestanome con cui fecero incetta di terreni. Anche se la stessa legislazione vietava la vendita dei terreni usciti dalla divisione delle comunità per un periodo di vent’anni dal momento della formalizzazione dell’alienazione, non vennero impedite altre forme di sfruttamento come l’affitto per 99 anni che, di fatto, era una violazione dei criteri stabiliti dalla legge (1). La situazione in seguito non migliorò.
Il cruento colpo di Stato dell’undici settembre 1973 e l’adozione delle politiche economiche neo-liberiste ha segnato una chiara regressione nel riconoscimento dei diritti degli autoctoni. E’ stato il periodo più duro per le comunità che hanno visto la loro progressiva liquidazione e integrazione forzata. Dal punto di vista legale, gli indigeni sono spariti dal territorio e dal sistema nazionale grazie ai ben noti Decreti Legge 2.568 e 2.750. Malgrado il carattere oggettivamente pericoloso e discriminatorio di tali misure, molti membri delle comunità rurali si sono rassegnati alla consegna e svendita dei titoli rappresentativi della proprietà individuale della terra. Questa forma di cooptazione non ha comunque risolto il problema relativo alle modalità con cui gli indigeni percepiscono e controllano le iniziative provenienti dallo Stato wingka (=invasore in lingua mapuche) (2).
E’ così che il 28 maggio 1979 viene emanato il Decreto Legge No 2.568 sulla “Divisione delle Comunità Indigene” e, nonostante il profondo rifiuto della popolazione autoctona, la sua promulgazione e messa in atto si realizzò senza la minima considerazione di questa minoranza. La legge permette ad ogni individuo di una comunità di ottenere formalmente l’assegnazione di titoli individuali di possesso e usufrutto di appezzamenti anche dentro a una riserva territoriale che era comunitaria e di proprietà degli indigeni. In pratica, il Decreto sancisce che, dalla data in cui entra in vigore, i piccoli terreni o parcelle risultanti dalla divisione delle riserve finiranno di essere considerate come terre indigene e i loro padroni perderanno lo status di “membro della comunità indigena o abitate indigeno”. Inoltre, lo Stato iniziò ad alienare le terre distribuite dalla riforma agraria, voluta dal Presidente Salvador Allende all’inizio degli anni settanta per difendere le proprietà indigene e proteggere la loro cultura, a imprese forestali che, in seguito, avrebbero piantato in massa degli alberi di pino, prodotto commercializzabile e redditizio a sua volta protetto dallo Stato attraverso il Decreto Legge 701/1974 sul Fomento Forestale (3).
Più tardi, queste aziende furono assorbite da grandi gruppi imprenditoriali e si trovano attualmente ad operare nelle aree forestali delle regioni VIII, IX e X in cui esistono gravi conflitti ecologici e sociali tra le comunità indigene e le imprese (4).
L’eredità storica e la tradizione repressiva nei confronti di queste popolazioni, insieme all’implementazione delle citate leggi, hanno generato forti critiche da parte delle organizzazioni indigene e contadine cilene, della Chiesa e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani presenti nel paese e questo s’è tradotto in diverse forme di resistenza. Attualmente, l’attivista mapuche Patricia Troncoso sta scontando una pesante sentenza di 10 anni e 1 giorno, in base alle Leggi Antiterroriste ereditate dal regime e applicate all’occorrenza contro alcuni nemici politici. La condanna è stata inflitta a lei ed altri 4 indigeni per l’incendio del terreno privato “Poluco Podenco” avvenuto durante i movimenti di protesta del dicembre 2001. Dalla prigione della città di Victoria, la detenuta politica sta protestando contro le condizioni fortemente punitive e repressive della legislazione antiterrorista cilena e dal 12 ottobre 2007 è entrata in uno sciopero della fame che ha prodotto diverse reazioni nella società civile e negli apparati statali. Una di queste è stata la risposta, negativa, che ha dato il potere Esecutivo riguardo al caso di Patricia e alle possibilità di un intervento umanitario diretto in suo favore. Il Governo ha ribadito l’indipendenza del potere giudiziario cileno e la sua competenza in merito che già s’è esaurita in tutti i livelli di giudizio confermando la sentenza punitiva. Malgrado tutto, la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha richiesto allo Stato cileno l’informazione legata al caso e alle preoccupanti condizioni di salute attuali dell’attivista.
In tema di rispetto dei diritti umani e del lavoro, è doveroso, infine, sottolineare come il Cile non abbia ancora aderito alla Convenzione 169 della OIT (Organizacion Internacional del Trabajo), fatto che ha originato numerose polemiche interne visto che questo accordo permetterebbe il riconoscimento dei popoli originari, indigeni e delle tribù come sovrani su un territorio che potrebbe addirittura erigersi a Stato indipendente (5).
Concludiamo l’articolo invitando alla lettura delle ultime sul caso Troncoso (http://www.univision.com/contentroot/wirefeeds/50notic...) e all’ascolto delle dichiarazioni di Patricia al link: http://es.youtube.com/watch?v=Fy6_ZQgC2AY

NOTE
 E’ giornalista e ricercatrice cilena, Master in Studi Latinoamericani e dottoranda della UNAM, Città del Messico.
 E’ accademico e giornalista italiano, Master e Dottorato in Studi Latinoamericani alla UNAM, Messico (http://fainotizia.radioradicale.it/user/fabrizio-lorus...).
(1) Per riconosciuti studiosi come Aylwin e Castillo, la “nuova forma di proprietà della terra imposta dalla legge, oltre ad essere contraria ai costumi ed usi mapuche, viene a impedire decisamente la loro sussistenza economica e culturale. Nei fatti, il processo di separazione attuato dalle norme cilene non ha rispettato gli spazi comuni che per secoli erano esistiti nella terra indigena, come quelli destinati alle cerimonie religiose o al riposo dei defunti”.
(2) Conviene inoltre far notare che la prospettiva antropologica (cioè quella che parte dalla categorie, interpretazioni e strategie proprie degli indigeni) risulta assente dalla maggior parte degli studi sociali e giuridici che trattano la natura e gli impatti delle politiche “indigeniste”.
(3) Un’altra modalità di espulsione degli indigeni è avvenuta con la colonizzazione straniera a partire dal 1874 ed è continuata fino al periodo della dittatura militare in cui s’è rinforzata. Il Governo ha sviluppato un sistema di reclutamento degli emigranti da mandare in Cile e ha promulgato leggi che favorivano le operazioni di compagnie private di colonizzazione. La legge del 4 agosto 1874 sui colonizzatori stranieri favoriva gli immigranti europei con terreni gratuiti, tolti ai popoli indigeni del sud del Cile, e il pagamento del biglietto dal porto d’origine alla colonia cilena.
(http://www.atinachile.cl/content/view/116455/Una_Suger...)
(4) Documento sulle politiche territoriali della CONADI (entità governativa per lo sviluppo indigeno http://www.conadi.cl).
(5) Ringrazio Litta, amica e compagna di Dottorato, per l’invio e il lavoro svolto con questo report dal Cile con la speranza che si possa diffondere al massimo l’informazione anche in Italia.

Speciale Messico e Narcotraffico

autore:
Fabrizio Lorusso
Sommario:
Il narcotraffico in Messico: dalle origini alle politiche attuali di Felipe Calderon

Nel 2007, il Presidente del Messico, Felipe Calderón (del conservatore PAN, Partido Accion Nacional), stabilì come priorità per il suo Governo la lotta al crimine organizzato su cui sarebbero ricaduti “tutto il peso e la forza dello Stato”. L’ambizione presidenziale era quella di poter ridurre significativamente i cosiddetti delitti contro la salute, cioè, fuori dalla terminologia giuridica, le attività di spaccio e commercio di sostanze stupefacenti illegali, soprattutto cocaina, droghe sintetiche e marijuana.
Storicamente il fenomeno del narcotraffico cominciò ad apparire nel Messico del boom economico degli anni sessanta (periodo del desarrollo estabilizador) e settanta (periodo del desarrollo compartido) nel contesto di una relazione perversa e occulta con lo Stato. Grazie alle risorse generate dall’industria petrolifera e dalla crescita economica oltre che al sistema di governo autoritario centrato sul PRI come partito egemonico a tutti i livelli, il potere politico riuscì a imporre certe regole di condotta che vietavano al crimine organizzato la partecipazione nella gestione politica, proibivano l’introduzione massiccia di droghe nel mercato interno mentre tolleravano l’esportazione e, infine, esigevano una certa obbedienza alla volontà statale.
Negli ultimi 10 anni, l’indebolimento dello Stato, l’alternanza nel potere politico e la crescente, anche se non completa, democratizzazione delle istituzioni a livello nazionale e regionale hanno condotto alla rottura delle precedenti reti fiduciarie tra la politica e il mondo del narco. In un sistema federale come quello messicano, il progressivo aumento delle competenze dei governatori locali, eletti direttamente dai cittadini in ogni singolo stato, ha favorito l’ulteriore frammentazione dei livelli di gestione della relazione con il crimine organizzato che ha spinto verso l’incremento del consumo locale e la violenza come metodo di intimidazione contro la popolazione, le forze dell’ordine e i politici non graditi.
Ad ingigantire il potere strategico, già alto per la vicinanza agli USA, dei cartelli del narcotraffico messicano è stata anche la lenta ma costante ritirata dei loro omologhi colombiani che, dopo la morte di Pablo Escobar e la dissoluzione del potente cartello di Medellin nel 1993, hanno perso il monopolio della distribuzione verso il mercato statunitense, il più grande del mondo per tanti prodotti tra cui gli stupefacenti. Inoltre, il controverso Plan Colombia, implementato nel 2000 dall’allora Presidente colombiano Andres Pastrana. Questo piano è stato poi ripreso, insieme ad altre durissime e costose operazioni militari, spesso alternate e confuse con l’antiguerriglia, anche dall’attuale Capo di Stato Alvaro Uribe ed ha comportato un impegno economico, tecnico e militare diretto degli Stati Uniti in Colombia che ha costretto alla difensiva i signori della droga anche se non ha fermato la violenza e il commercio illecito.
Sul fronte messicano, per combattere il narcotraffico il Presidente ha ordinato un anno fa il dispiegamento di quasi 30mila soldati inizialmente nel suo Stato natio, il Michoacan, e poi in altri 7 stati dominati dai cartelli della droga, soprattutto nel nord del paese. Poi in realtà gli uomini inviati nei territori dell’operazione sono stati circa 10mila e la loro distribuzione è risultata abbastanza arbitraria e ha generato risultati tuttora in discussione ed evoluzione. Le politiche di controllo della domanda e del consumo nazionale, le ipotesi di liberalizzazione parziale oppure la sensibilizzazione dei think tanks e dei decisori statunitensi sul medesimo tema sono tutti elementi poco considerati e troppo spesso rinviati indefinitamente dalla classe politica e dalla stessa società civile (e non solo in Messico…).
Ed è proprio in questa carenza che sta il nucleo del problema: s’è adottata una strategia aggressiva basata sull’induzione del terrore nella gente via spot radiofonici e TV e sull’estirpazione dell’offerta attraverso l’intervento militare massiccio, maggiori controlli doganali e distruzione di coltivazioni come in Colombia. Il risultato è che s’è demonizzato il narco come fosse un nemico esterno alla società, un cancro che nulla a che vedere, per esempio, con il “buon messicano” padre di famiglia o con lo studente, target principali del bombardamento mediatico in corso, e s’è ignorato il lato importantissimo del consumo interno e delle politiche per ridurre la domanda anche negli USA. Dagli anni ottanta, quando Ronald Reagan dichiarò guerra alle droghe nel suo paese (e nel resto del mondo), l’azione repressiva è stata rivolta quasi solo contro l’offerta nei paesi produttori tra cui spiccavano la Colombia, il Messico, il Perù e la Bolivia. Questa prospettiva, osteggiata da una parte del mondo accademico e dagli anti-proibizionisti, implicava una sorta di diritto naturale d’ingerenza negli affari interni di numerosi paesi latinoamericani da parte della potenza del nord tramite l’imposizione di finanziamenti discrezionali, somministrazione di “assistenza tecnica”, istruzione e presenza effettiva di tipo militare. Perciò, mentre cadeva il muro di Berlino e la URSS collassava, la lotta alle droghe stava diventando uno dei nuovi pilastri che, insieme alla migrazione e al terrorismo, avrebbero sostituito il “pericolo comunista” e legittimato discorsi e azioni degli USA negli anni a venire.
Ora, un po’ più a sud al di là del Rio Bravo, dopo un sessennio perduto in cui l’ex Presidente Vicente Fox ha lasciato mano libera alla delinquenza, i costi delle principali droghe sono diminuiti drasticamente nel mercato interno e le esportazioni verso gli USA sono cresciute. Oggi un grammo di cocaina costa solamente 2 dollari in Colombia e 7,8 in Messico mentre la marijuana costa rispettivamente 80 e 40 centesimi di dollaro per ogni 10 grammi. Secondo uno studio della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, il business totale legato al narcotraffico coinvolge circa 250mila persone e raggiunge la cifra di 15 miliardi di dollari ai quali possono sommarsi ragionevolmente i 9 miliardi di dollari prodotti dal traffico di armi e controllati in gran parte dagli stessi cartelli della droga. E’ chiaro che le dimensioni mastodontiche di questo giro d’affari sono l’aspetto evidente e quantitativo di un sottofondo culturale più nascosto, complesso e qualitativo che è fatto di proibizionismo, bigottismo, compartecipazione ai guadagni e connivenza da parte del potere, difficili scelte di vita della gente comune e di gruppi criminali che sono “Stati nello Stato”.
In risposta a tutto ciò, s’è deciso di militarizzare il conflitto e seguire, così, il tipo di lotta promosso, senza grandi risultati, da Reagan oltre vent’anni fa e dal colombiano Uribe ancora oggi. L’iniziativa del presidente messicano, denominata inizialmente “Operativo Michoacan”, ha portato a risultati discutibili sul piano pratico anche se la propaganda ufficiale s’è sforzata di giustificarla e di promuoverne gli eventuali vantaggi per la società intera: quello che importa è l’aspetto quantitativo e le cifre da sfoggiare sul sequestro della droga e gli arresti mentre non interessa molto se i processi non si concludono e se i politici coinvolti non hanno sanzioni. Per esempio, si diffondono abbondantemente i dati incoraggianti sulle oltre 50 tonnellate di cocaina sottratte al mercato e ai circa 100 capi mafiosi estradati negli USA ma si tralasciano gli aumenti nei consumi interni e il record di 2360 esecuzioni (500 in più rispetto al 2006) registrate nell’ultimo anno e che sono legate, in gran parte, al narcotraffico e alla diffusione illegale delle armi da fuoco .
Un altro elemento da considerare è la dissoluzione progressiva delle reti sociali comunitarie e degli usi e costumi (sociali, giuridici e politici) dei villaggi rurali che vengono intimiditi dalla presenza militare e osteggiati nello svolgimento naturale delle loro pratiche abituali con il fine d’imporre unilateralmente lo Stato di diritto e la legge ordinaria a scapito delle tradizioni. La caccia alle streghe lanciata contro qualunque cosa che odori di “protesta sociale” o, sull’altro fronte, di narco, così come l’incarcerazione indiscriminata (tanto per far numero) hanno condotto a una serie di abusi correlati e discriminazioni sofferte dalle mogli, dai figli e, in generale, dalle famiglie e comunità dei presunti colpevoli di delitti contro la salute oppure, ed è il caso di Atenco e Oaxaca nel 2006 , dei simpatizzanti dei movimenti sociali i quali subiscono gli eccessi di un sistema basato sulla cultura giuridica della “presunzione di colpevolezza” . In questo modo il discorso di George Bush sulla “sicurezza nazionale statunitense” si trasforma, in Messico, nella retorica anti-narco e anti-dissenso sociale mascherata dagli slogan della lotta al terrorismo, includendo in questa definizione un gran numero di fattispecie interpretabili con una flessibilità giuridica piuttosto pericolosa che non garantisce i diritti del cittadino .
In mezzo a mille polemiche, nell’ottobre scorso è stata infine suggellata la strategia governativa grazie all’approvazione di un aiuto straordinario, incluso nel cosiddetto Plan Merida, di 1,4 miliardi di dollari per 4 anni da parte del Parlamento USA affinché il Messico compri, da imprese statunitensi, materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceva, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana è che l’intervento, seppur indiretto, di un paese straniero come gli Stati Uniti, così interessato al destino della cocaina in transito nel Messico ma così poco attento, per esempio, alle esigenze dei suoi migranti, possa costituire una parziale restrizione alla sovranità nazionale nel momento in cui gli aiuti finanziari e tecnici vengano subordinati all’adozione di politiche interne prestabilite oppure all’ingresso di personale militare straniero. Calderon ha garantito che non avverrà nulla di quanto vaticinato dall’opposizione ma i dubbi restano tra chi ha ribattezzato il Plan Merida con il nome di Plan Mexico, in analogia con il più contestato e ormai decennale Plan Colombia . Nonostante gli sforzi fatti e alcuni risultati, quantitativamente significativi, i sette cartelli che operano nel paese hanno intensificato le loro reazioni e i loro avvertimenti perpetrando omicidi e decapitazioni intimidatorie tanto di agenti delle forze dell’ordine come di giornalisti e membri di bande rivali in quasi tutte le 30 entità statali (sulle 32 del Messico) in cui sono presenti.
Rimangono le incertezze rispetto all’evoluzione futura del conflitto interno che il paese vive silenziosamente da decenni e che è esploso rumorosamente alla fine del governo Fox: l’applicazione dal 2008 degli aiuti USA con il Plan Merida, il rispetto dei diritti umani, la situazione delle carceri, il ruolo dell’esercito nella sicurezza interna, le connessioni narco – politica, la riforma della giustizia (approvata pochi giorni fa dalla Camera) e l’auspicabile formulazione di proposte integrali e incrociate USA – Messico e domanda – offerta per inquadrare il problema in modo coerente e rispettoso delle differenti esigenze nazionali.

Note:

Lista cartelli messicani: Cartel de Tijuana dei fratelli Arellano Felix, Cartel de Colima degli Amezcua Contreras, il Cartel de Juarez fondato da Amado Carrello Fuentes, il Cartel de Sinaloa del Chapo Guzman e del Guero Palma, il Cartel del Golfo, quello di Oaxaca e quello del Millennio dei Valencia. http://www.cronica.com.mx/nota.php?id_nota=218320
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002485.... e El almanaque mexicano 2008 di Sergio Agauyo Quezada, p. 167.
http://www.viaggiareliberi.it/oaxaca_situazione_politi...

Sulla discriminazione delle famiglie dei narcos e presunti tali, il libro di Corina Giacomello, “Rompiendo la zona del silenzio”, http://www.jornada.unam.mx/2007/08/26/index.php?sectio...
http://www.jornada.unam.mx/2007/05/12/index.php?sectio...
http://www.jornada.unam.mx/ultimas/2007/10/23/soberani...

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