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Evo Morales

Bolivia, verso la secessione

autore:
Francesco Zurlo

di Francesco Zurlo
da CamminareDomandando

A un mese esatto dall’incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz.
E’avvenuto l’altro ieri nel corso di un’affollatissima (ahimè) manifestazione tenutasi al Parque Industrial di Santa Cruz de la Sierra. In mezzo a un tripudio di bandiere verde-bianco-verde, Ruben Costas, prefetto dissidente della città orientale, ha affermato coram populo che in caso di vittoria del sì nella consultazione, il governo dipartimentale della regione promulgherà una lunga serie di decreti per scavalcare le leggi e le direttive che arrivano dal Palacio Quemado.
Si comincerà con uno “sciopero fiscale” sui generis: l’IDH, l’imposta sugli idrocarburi voluta da un referendum promosso da Mas e movimenti sociali nel 2004, rimarrà in loco, negando il finanziamento de la Renta Dignidad, la pensione di vecchiaia universale istituita coraggiosamente mesi fa dal governo.
Quindi si procederà a un superamento della proibizione di esportare l’olio, misura recentemente adottata da Morales per proteggere il fabbisogno interno e combattere la speculazione. A seguire si darà il via a una serie di promesse di forte impatto popolare per le classi subalterne di Santa Cruz (perché nessuno le chiama populiste questa volta?), finanziate dalla futura autonomia fiscale e dal mantenimento in loco dell’IDH: un piano di edilizia popolare, aumenti salariali, un assicurazione sanitaria dipartimentale. Il tutto grazie a «los recursos que [el departamento] va a recuperar». Con buona pace del pauperimmo resto del paese, ovviamente.

Il carattere eversivo di queste proposte è sotto gli occhi di tutti. All’origine vi è il rifiuto di prender atto della bocciatura del referendum da parte della Corte Nazionale Elettorale di qualche settimana fa’. Il presidente di quest’ultima, Jose Luis Exeni, noto anche per la sua attività di blogger, ha infatti fatto cadere entrambe le consultazioni che erano in programma: quella “governativa” sul nuovo progetto costituzionale – per l’assenza di un clima adatto – e quella autonomista - per la sua palese incostituzionalità. Ma mentre l’oficialismo ha accettato di buon grado il verdetto della Corte, l’oligarchia cruceñista non si è rassegnata e ha deciso di portare avanti il referendum, costi quel che costi. Anche se a difenderlo – come abbiamo ricordato qui – dovranno essere le ronde neonaziste dell’UJC, la Forza Nuova locale. Il tutto mentre qualcuno continua a vedere nella cricca cruceñista la vera Bolivia democratica, ostaggio del populismo nazionalista (sic!) del governo indigenista di La Paz.

E così nell’indifferenza dei grandi media internazionali, la Bolivia, a due anni dall’elezione di Morales assomiglia sempre più al Cile pre-golpe del ’73. Pochi giorni fa un massiccio sciopero dei sindacati degli autotrasportatori – alleati a doppio filo con l’oligarchia agroesportatrice di Santa Cruz – ha paralizzato il paese, in maniera non dissimile a quanto accadde nei giorni della morente Unidad Popular cilena.
E non finisce qui. La tensione cresce infatti in tutti i dipartimenti governati dai prefetti “autonomisti”, così come a Sucre dove un pretestuoso e strumentalizzatissimo conflitto sulla Capitalia (da riportare nella vecchia ciudad blanca togliendola all’”usurpatrice” La Paz) crea non pochi grattacapi al gabinetto Morales e non pochi disordini e violenze.
Inoltre la guerra di spie scoperta qualche settimana fa’ (gli Stati Uniti pagavano studenti e borsisti nordamericani per spiare cittadini venezuelani e cubani nel paese) ha rivelato che le oscure manovre della diplomazia Usa in Bolivia non sono mai finite – anche se forse ora hanno meno incidenza che in passato.
Infine non dovrebbe rappresentare un segreto per nessuno l’evidente simpatia per gli autonomisti di tutte le multinazionali degli idrocarburi che operano nel paese, per le quali una vittoria della fronda anti-Morales potrebbe significare un rapido ripristino della situazione anteriore all’insediamento del presidente indio.

Tuttavia, come già detto altre volte, la scelta di questa strategia autonomistico-secessionista è già di per sé un ripiego. E’indubbio che fino a dieci anni fa, quando l’ortodossia del Washington Consensus non era ancora stata intaccata dal vento progressista che spazza da anni il vecchio “cortile di casa”, la situazione boliviana sarebbe stata risolta nel più classico dei modi: con un golpe militare, finanziato ad altre latitudini. Ma di questi tempi come ha detto los tesso Evo Morales tempo fa, gli autonomisti “bussano alle porte delle caserme, ma i militari hanno [...] un'altra mentalità”. Anche perché la mutata situazione internazionale – comprensiva di minacce del Venezuela di Chávez di vietnamizzare la Bolivia in caso di rovesciamento di Morales- funge da valido deterrente. Ma non scaccia gli spettri di una crisi di difficilissima soluzione. Nè quelli di una vera “balcanizzazione” del paese. Prospettiva rispetto alla quale la recente e scellerata proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo, potrebbe fungere da pericolosissimo precedente.

Insomma gli ingredienti per rendere nuovamente la Bolivia la polveriera del Sudamerica ci sono tutti. L’unica speranza è che la volontà distruttiva di qualcuno degli attori in campo (la destra moderata che spalleggia l’oltranzismo di Marinkovic e soci) venga meno prima della catastrofe.

Bolivia: verso la strategia della tensione?

di Francesco Zurlo
da Camminare Domandando

Anche se non ha causato nessuna vittima, l’attentato che il 24 dicembre, ha devastato la sede centrale della Cob (la Confederación obrera boliviana) a La Paz è un segnale decisamente preoccupante. Tanto più se si considera che avrebbe potuto tranquillamente avere un esito molto più drammatico. L’esplosione è avvenuta infatti vicinissimo alla camera da letto del dirigente sindacale Pedro Montes (che vive nella stessa sede della Cob), che ha quindi rischiato di rimanere colpito dall’esplosione.
“La ola de atentatodos llega a La Paz” titolava la Razon, il principale quotidiano boliviano, l’indomani. Lungi dall’essere un caso isolato, l’attacco terroristico si inscrive infatti in una lunga ed inquietante serie di episodi, che pongono una serie ipoteca sulla democraticità e la pacificità del confronto in atto nel paese tra governo ed autoproclamatisi autonomisti della media luna.
La “miccia” viene innescata per la prima volta lo scorso luglio: una bomba casalinga viene lanciata da una jeep all’indirizzo della casa del costituente del Mas Saul Avalos. Poi il 22 ottobre è la volta di due ordigni che esplodono a Santa Cruz, rispettivamente presso la residenza di alcuni medici cubani impegnati in uno dei vari progetti di cooperazione tra l’isola caraibica e il paese andino e all’ambasciata venezuelana. Tutto lascia pensare a un avvertimento contro Evo Morales e la sua politica estera nel seno dell’Alba (l’Alternativa bolivariana para las americas che vede affianco alla Bolivia, il Venezuela di Chávez, Cuba e il Nicaragua di Daniel Ortega).
Ma la “strategia della tensione” cresce di livello nel mese di dicembre dopo l’approvazione della costituzione nel Liceo Militar di Sucre e in mezzo alle scorrerie della UJC e di gruppi parafascisti vari in giro per il paese (con l’obbiettivo di sollecitare la cittadinanza boliviana, con le buone o con le cattive, ad aderire agli scioperi convocati dai prefetti della Media luna). Il 10 dicembre infatti vengono lanciate granate contro la casa dell’esponente del Mas Osvaldo Paredo: la figlia undicenne ne esce miracolosamente illesa. Il 15 è poi la volta di un attentato al sesto piano della Corte di giustizia di Santa Cruz. Infine a ridosso del Natale – malgrado la tregua invocata da Evo Morales – si registrano altri tre attentati relativamente all’Hotel “Casa blanca” di Santa Cruz (tre giorni dopo che vi avesse soggiornato lo stesso Evo Morales), all’abitazione del masista Carlos Romero e infine – come detto – alla sede della Cob di La Paz.
Attentati pressoché tutti incruenti, ma che paiono far parte, data la loro somiglianza e la loro progressione, di un’unica strategia e che molti sospettano essere riconducibili alla gia citata UJC (Union juvenil cruceñista), formazione neofascista, che rappresenta in qualche modo grupo de choque (cioè il braccio militante e – verrebbe da dire - armato) del Comitè civico di Santa Cruz, vero motore delle rivendicazioni filo-separatiste dell’ Oriente del paese
Tuttavia in molti sui media mainstream boliviani e non solo attribuiscono l’escalation ”terroristica” al clima avvelenato che si respira nel paese, che vede da una parte il tentativo del Mas di portare a termine il disegno costituzionale con una ampia vittoria al prossimo referendum e dall’altra la violenta opposizione dei dipartimenti orientali, che dallo scorso 15 dicembre si sono proclamati unilateralmente autonomi.
In questa ottica andrebbero attribuiti a questo clima avvelenato anche i più rari episodi di violenza ascrivibili a frange estremiste di sostenitori del Mas, cosi come l’attentato dello scorso agosto ai danni della sede dello stesso Comite civico di Santa Cruz . Episodi che tuttavia per la loro maggior sporadicità e minor virulenza, difficilmente possono suscitare il sospetto di una regia o di una strategia precisa come quelli ai danni di obbiettivi “governativi”.
La sfida per la vittoria referendaria è appena cominciata e non è ancora possibile dare giudizi definitivi sulla “ola de atentados” ed esprimersi definitivamente sul loro probabile inquadramento in una precisa strategia.
Allo stato attuale è difficile pensare ad una strategia realmente eversiva e golpista da parte dell’opposizione autonomista. La situazione complessiva del Sudamerica (mai come ora spostato a sinistra) ed in particolare l’alleanza del paese andino con il Venezuela di Chàvez (che ha più volte minacciato di “vietnamizzare” la Bolivia in caso di rovesciamento violento del governo di Morales), rende improbabile qualunque tentazione golpista “classica” – che pure deve aver fatto capolino nei pensieri dell’opposizione in passato. La stessa strategia autonomista è con buona probabilità da leggersi come un ripiego rispetto ai piani eversivi e golpisti convenzionali. Ma è proprio in quest’ottica che prende consistenza l'ipotesi di una strategia dietro agli attentati, volta non a sovvertire direttamente il governo boliviano, quanto a destabilizzarlo e alla lunga ad alterare il cammino verso il referendum e i risultati di quest’ultimo.
I prossimi mesi serviranno a capire la tenuta tanto del governo del Mas che della fragile democrazia boliviana. Così come le reali possibilità di cambiamento di un paese ancora vittima degli interessi di piccole oligarchie che non accettano – al di là di qualunque retorica sulla natura centripeta o centrifuga del futuro stato boliviano – la nazionalizzazione delle risorse energetiche e la radicale riforma agraria promosse dal governo di Evo Morales. Perché è inutile nasconderselo, dietro all’accelerazione subita dalle spinte separatiste nelle ultime settimane c’è il tentativo forsennato di un pugno di latifondisti di sfuggire agli effetti del famoso articolo 398 della costituzione, quello che prevede un limite – la cui entità (5000 o 10000 ettari) sarà decisa da un’ apposito referendum - alla concentrazione delle terre.

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