rivoluzione
CARESTIA
Sab, 19/07/2008 - 09:39INDICE DEL NUMERO:
— PREFAZIONE: Carestia.
— IL MOVIMENTO OPERAIO NEGLI STATI UNITI D'AMERICA [RG99]: (V - continua del numero scorso) Riprende l’attività sindacale - Alternative illusorie - La ripresa economica degli anni ‘40 (continua).
— L’ANTIMILITARISMO NEL MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA [RG100] (X - continua dal numero scorso) Il PSI davanti al “fatto compiuto” - Parlamentarismo contro-rivoluzionario nel primo anno di guerra - Governo di unità nazionale e complicità socialista con l’imperialismo patrio - La condanna di Lenin del pacifismo borghese (Continua).
— LA QUESTIONE EBRAICA OGGI [RG98-99]: (V - continua dal numero scorso) 8. Trenta denari, tradimento o investimento? 9. Il Comunismo (fine del rapporto).
— IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE: [RG97] (II) 4. La violenza nello sviluppo e nel crollo della società schiavistica: Roma - Quadro storico-economico - 5. Lo sviluppo della legione romana - Dalla Città-Stato alla Repubblica: la legione organizzata per manipoli - Le guerre puniche - L’esercito professionale - La legione nell’età imperiale (continua).
– Dall’Archivio della Sinistra:
- Manifesto dell’Internazionale Comunista
al proletariato di tutto il mondo (6
marzo 1919).
- Dalle Tesi della Sinistra al III
Congresso del PCd’I (Lione, 1926).
PREFAZIONE: CARESTIA
Nell’Apocalisse di Giovanni, il solo libro profetico del Nuovo Testamento, si legge che, con la rottura dei Sette Sigilli del Libro irrompono sulla scena del mondo i quattro Cavalieri. Visioni e simboli costituiscono la sostanza di una forma letteraria dove non esiste alcun riferimento alla seriazione cronologica degli avvenimenti, descritti per immagini violente: passato presente e futuro si sviluppano su piani che si intersecano e si sovrappongono.
Le scienze storiche borghesi, al loro sorgere ed affermarsi e poi quella rivoluzionaria del proletariato hanno espunto dalla storia la metafora e l’irrazionale, ed in particolare la nostra scuola afferma la “razionalità” del procedere storico, cioè la sua prevedibilità nei diversi esiti possibili e la leggibilità oggettiva dei fatti. Nella sua fase decadente e finale, la borghesia ha abbandonato il fardello e il privilegio delle scienze storiche, ritorna all’ideologia reazionaria dell’inconoscibile, dell’irrazionale, o di una sterile logica dell’evento, stante l’inconoscibilità totale del processo nel suo insieme, ed ha preteso di chiudere la questione con la scienza della Rivoluzione etichettandola secondo la formula “miseria dello storicismo”.
Ma gli eventi attuali sono così minacciosi per la sua sopravvivenza che la borghesia è costretta a cercarne spiegazioni e tentare rimedi. A scadenze fisse, quindi, il mondo borghese, come rito di purificazione per le infamie che quotidianamente perpetra, convoca conferenze internazionali che di anno in anno si ripetono in stanche liturgie di inutili carrozzoni sovranazionali, i cui costi non hanno altra giustificazione che il mantenimento del teatrino delle buone intenzioni per “un mondo migliore”.
Se lo scorso anno l’attenzione era puntata sullo slombato tema dell’ecologia, dello “sviluppo sostenibile”, questa volta è un organismo dell’ONU che in gran pompa si è riunito a Roma per dibattere la questione della fame nel mondo.
Se possibile, i risultati sono stati ancora più vuoti e vergognosi del precedente summit. La discordia tra le delegazioni, tra produttori e importatori, tra paesi “poveri” e “ricchi”, è stata così alta che non sono riusciti nemmeno ad emettere un documento conclusivo di sintesi, per quel nessun valore pratico che naturalmente tutto questo avesse. Tanti e tali gli interessi contrastanti tra gli Stati nazionali, che neppure una generica concordanza sulla carta è stata possibile.
La cosa non desta in noi nessuna delusione. Rileviamo soltanto che nel migliore dei mondi possibili e praticabili, malgrado la spaventosa capacità produttiva, immensa e quasi inarrestabile alla scala del globo, il numero di quanti sono al limite o al di sotto della sussistenza, cioè muoiono d’inedia, cresce ad un tasso superiore della crescita della popolazione mondiale.
Il dato oggettivo, come è diffuso, rammenta da vicino una fondamentale previsione della nostra scuola, la crescita della massa della miseria, sempre in relazione alla ricchezza prodotta, talvolta anche in assoluto. E in questo declinante rapporto sta la condanna storica del modo di produzione capitalistico, incapace di mantenere i suoi schiavi. Si è costretti quindi a parlare impunemente di crisi alimentare, e quasi desta stupore che il termine salti fuori brutalmente e senza giri di parole dopo due secoli di borghese Scienza razionale, di borghese Democrazia politica e di borghese Progresso economico. Significa forse che i teorici del capitalismo e i paladini dello “sviluppo sostenibile”, cominciano a convenire che il processo di produzione della ricchezza tende a concentrarla in mani sempre più ristrette, in aree sempre più limitate, a dispetto della sua massa sempre crescente, sì che anche la produzione dei mezzi di sussistenza segue la stessa tendenza?
Per un mondo cinico e spietato la questione non si pone neppure. Le “spiegazioni” che sono fornite dai “teorici” dell’economia sono tutte tecniche e, ovviamente, soltanto nell’ambito delle tecniche del capitalismo, seppure “riformato” e “addomesticato”, si cercano povere o fantasiose ricette al massacro delle generazioni, alla fame che attanaglia una gran parte dell’umanità. Tutto, alla fine, si riduce al sogno di una sorta di super comitato di salute pubblica mondiale, che dovrebbe disciplinare il comportamento di Stati e mercati verso atteggiamenti più “virtuosi”; con il che si potrebbero magari anche eliminare, o almeno controllare crisi finanziarie, speculative, inflazione, e via dicendo. Programma talmente campato in aria che gli stessi che lo hanno proposto sono i primi ad affermare che è inattuabile.
Tra i tanti critici borghesi “democratici” che hanno manifestato il loro disappunto peloso sul fallimento, è venuta fuori la richiesta di sgombrare il campo dal manicheismo che continuerebbe a propalare la tesi che la crisi scaturisca dal mercato, cioè dallo scontro tra paesi ricchi ed avidi e Stati poveri: la considerazione, per altro, è affine alla nostra, che ha sempre combattuto queste tendenze “terzomondiste”, che trovano spazio nel “movimento”, che condannano l’imperialismo per salvare il capitalismo. Allo stato attuale dello sviluppo capitalistico, della sua assoluta pervasività in ogni piega dei processi produttivi mondiali, la terribile realtà della fame è una inevitabile conseguenza della produzione capitalistica di merci: grano, derrate agricole, mais, acciaio, ferro, petrolio, manufatti di ogni sorta. Nemmeno la “produzione intellettuale”, bene sui generis, sfugge a questo destino. Tutto ciò che è attività umana è sottoposto alla legge dell’accumulazione di capitale, tutto quanto è prodotto deve essere messo sul mercato per la realizzazione del profitto. Per produrre le merci occorre affamare il mondo, quanto più il mondo è ricco di merci tanto più è povero e affamato.
In particolare sulla produzione agricola grava, in regime capitalistico, il peso sempre crescente della rendita fondiaria, sia nella sua forma assoluta, sia in quella, ineliminabile, differenziale. La soggezione ai ritmi stagionali e ai tempi della crescita biologica anche spingono verso l’alto i prezzi delle derrate. Non esiste più una produzione di derrate alimentari che sul piano locale o di nazione sia bastante al consumo interno e la produzione alimentare è ormai pienamente assorbita nei vortici dell’accumulazione, della finanza, della rendita, del mercato a dimensione planetaria. Al centro di questo turbine non sono né i consumatori affamati né gli Stati – siano essi produttori o consumatori, protezionisti o liberisti – ma l’anonimo e algido Capitale Investito che, da un tabellone appeso in due solo Borse Merci, decide della vita o della morte delle moltitudini. È questa una verità ovvia, ma che gli spiriti nobili dei consessi mondiali fanno finta di ignorare.
E la crisi alimentare è solo un aspetto, l’ultimo e definitivo, delle crisi che sempre a più breve scadenza agitano il mondo capitalistico, di saturazione dei mercati, delle risorse energetiche, della finanza che fa aggio sulla produzione di beni. Non è allora paradossale che gli stessi paesi cosiddetti ricchi, che partecipano a vario titolo e percentuale al grande banchetto dell’abbondanza capitalistica, rischino una drastica riduzione del consumo, alla scala sociale, di quei beni che hanno avuto a disposizione per tutto il secondo dopoguerra e in misura crescente.
Senza considerare tutte le altre condizioni critiche che avviluppano il procedere del capitalismo, basta considerare il sistema di produzione agraria che caratterizza i grandi paesi sviluppati, a capitalismo maturo, e che da parte degli Stati viene difeso con ogni mezzo protezionistico possibile contro i concorrenti – in primis i paesi cosiddetti del terzo mondo.
Benché la concentrazione della produzione agraria abbia spazzato via ogni forma parcellizzata ed il fabbisogno alimentare possa godere di una estesa rete di trasporti e distribuzione intercontinentale, nel capitalismo questo si traduce, paradossalmente, da un lato in cronica sovrapproduzione, dall’altro in aumento dei prezzi al consumo, oltre a rendere tutto il sistema drammaticamente fragile e incapace di rispondere ad una qualunque crisi, ad esempio nell’ambito dei trasporti, o a dipendere strettamente dai costi dei carburanti. La forza della forma industriale della produzione agricola sotto il regime del profitto e della rendita nasconde una intrinseca debolezza tanto che affamare la popolazione di un paese capitalista è più facile oggi di quanto non lo fosse cinquanta-sessanta anni fa. Come del resto mettere in crisi e ridurre al silenzio la meraviglia della “comunicazione globale”, che dipende da una tecnologia esasperata e fragilissima.
Di fronte all’orrore assoluto dell’Inferno in cui il capitalismo precipita l’umanità tutta, finché non sarà fermato dalla Rivoluzione, vogliamo chiudere queste righe di apertura della Rivista, che è il segno tangibile del nostro lavoro poco visibile ma coerente, con una parafrasi di quel lontano modo letterario che dicevamo per descrivere il futuro che la società del profitto sta preparando: Carestia, Guerra, Pestilenza, Morte. Il Capitalismo cavalca oggi il primo Cavaliere. Al nauseante tanfo di cadavere che s’innalza dalla società borghese, e alle sue reiterate apocalittiche minacce, si oppone, nei fatti prima che nelle coscienze e nella battaglia sociale, l’incorrotta scienza storica marxista, “ragione dialettica” e scienza per l’ultima rivoluzione rigeneratrice della storia, quella della vitale generosa e robusta classe internazionale dei lavoratori.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe e senza partito)
Mer, 09/07/2008 - 11:36PICCOLO MANIFESTO DEI COMUNISTI
(SENZA CLASSE E SENZA PARTITO)
Ritrovato da Carlo Cecchi e Cesare Garboli tra le carte della Morante, questo testo aveva una precedente stesura, poi rielaborata, compresa in una lettera non spedita, scritta presumibilmente attorno alla Pasqua del ’70 o ’71. Essa iniziava così: “Caro Goffredo, da parte dell’amico nostro Bellarmino ti mando questo” e così terminava: “Firmato: Un commensale contenuto nel Dizionario e contenente il Dizionario nell’imminenza del Ta-ta-ta”. Elsa Morante si riferiva al romanzo di Ramòn Pérez de Ayala Bellarmino e Apollonio, ristampato dalla Sansoni, fattole leggere da Goffredo Fofi, il cui protagonista è un ciabattino filosofo che sintetizza la sua “visione del mondo” nella affermazione: “Chi mangia sta di fronte al Dizionario nel parapiglia fino al Ta-ta-ta”.
1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.
2. La specie umana si distingue da quella degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.
3. Il disonore dell’uomo è il Potere. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi – sfruttati e sfruttatori.
4. L’onore dell’uomo è la libertà dello spirito. E non occorrerebbe precisare che qui la parola spirito (non foss’altro che sulla base delle scienze attuali) non significa quell’ente metafisico-etereo (e alquanto sospetto) inteso dagli “spiritualisti” e dalle comari; ma anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo.
Questa libertà dello spirito si manifesta in infiniti e diversi modi, che tutti significano la stessa unità, senza gerarchie di valori. Esempio: la bellezza e l’etica sono tutt’uno. Nessuna cosa può essere bella se è un’espressione della servitù dello spirito, ossia un’affermazione del Potere. E viceversa. Così per esempio il Discorso sulla montagna, o i Dialoghi di Platone, o il Manifesto di Marx-Engels, o i Saggi di Einstein sono belli; allo stesso modo che sono morali l’Iliade di Omero, o gli Autoritratti di Rembrandt, o le Madonne di Bellini, o le poesie di Rimbaud. Difatti tutte queste opere (né più né meno delle tante possibili azioni che le equivalgono) sono tutte, in se stesse, affermazioni della libertà dello spirito, e di conseguenza, qualunque siano le contingenze storiche e sociali nelle quali vengono a esprimersi, esse non sono determinate essenzialmente da nessuna classe e appartengono finalmente a tutte le classi. Giacché per definizione esse negano il Potere, di cui la divisione degli uomini in classi è una delle tante pretese aberranti.
5. In quanto onore dell’uomo, per definizione la libertà dello spirito sia come espressione che come godimento, è dovuta a tutti gli uomini. Ogni uomo ha il diritto e il dovere di esigere per sé e per tutti gli altri la libertà dello spirito.
6. Tale esigenza universale non può essere attuata finché esiste il Potere. Difatti è evidente che essa è negata in principio sia allo sfruttato che allo sfruttatore, sia al padrone che al servo.
7. Ne deriva l’assoluta necessità della rivoluzione, che deve liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero. Il solo fine della rivoluzione è di liberare lo spirito degli uomini, attraverso l’abolizione totale e definitiva del Potere.
8. Per una legge inevitabile (e sempre confermata dai fatti) è impossibile arrivare alla libertà comune dello spirito attraverso il suo contrario. La rivoluzione, per attuare il proprio fine di liberazione, deve porselo anzitutto come inizio e principio. Chiunque schiavizza il proprio e l’altrui spirito con una promessa di una liberazione “mistica” e postrema è lui stesso uno schiavo, e in più un truffatore e uno sfruttatore. Né più né meno dei Gesuiti e controriformisti – di Maometto che mandava i suoi “fedeli” a distruggersi in vista del “Paradiso” delle Urì – di Hitler e Mussolini che sterminavano le nazioni in vista delle “glorie nazionali” – di Stalin che castrava e martirizzava i popoli in vista del “bene del popolo” ecc. ecc. ecc.
9. Una rivoluzione che ribadisce il Potere è una falsa rivoluzione. Nessun proletariato (né più né meno che se fosse una monarchia, o aristocrazia, o teocrazia, o borghesia, o via dicendo) potrà mai attribuirsi o attuare la rivoluzione, se non ha lo spirito libero dai germi del Potere. Nessuno infatti può comunicare agli altri quello che non ha, e non si può presumere di far crescere la guarigione coi semi della peste.
10. In una società fondata sul Potere (come TUTTE le società finora esistite e oggi esistenti) un rivoluzionario non può fare altro che porsi (foss’anche solo) contro il Potere, affermando (coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) la libertà dello spirito dovuta a tutti e a ciascuno. E questo, è suo diritto e dovere di farlo a qualunque costo: anche, in ultima istanza, a costo di creparci. E’ quanto hanno fatto Cristo, Socrate, Giovanna D’Arco, Mozart, Cechov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, ecc. ecc. ecc. E’ quanto fa un bracciante che si rifiuta a un sopruso, un ragazzino che si nega a un insegnamento degradato, un insegnante idem, un fabbro che fabbrica un chiodo quadripunte contro gli automezzi nazisti, un operaio che sciopera per opporsi allo sfruttamento, ecc. ecc. ecc. Simili opere, o azioni, nell’affermare, ciascuna coi propri mezzi, la libertà dello spirito contro il disonore dell’uomo, sono tutte allo stesso titolo belle e morali. E per definizione, esse non sono distinzione e proprietà di una classe, ma dell’uomo assolutamente in quanto tale, secondo quanto è affermato ai paragrafi 2 e 4.
11. Se in nome della rivoluzione si riafferma il potere, questo significa che la rivoluzione era falsa, o è già tradita.
12. Qualunque rivoluzionario (foss’anche Marx o Cristo) che si riadatti al Potere (o assumendolo, o amministrandolo, o subendolo) da quel momento stesso cessa di essere un rivoluzionario, e diventa uno schiavo e un traditore.
13. Supponiamo adesso un individuo solo, davanti a un fabbricato in preda a un incendio. Attraverso una finestra aperta (unico adito accessibile, anche se rischioso) l’individuo scorge un bambino solo, che sta per essere investito dalle fiamme. L’uomo penetra nel vano e a proprio rischio salva il bambino. E sarebbe evidentemente un pazzo criminale, chi lo accusasse di avere commesso un atto antisociale e ingiusto, perché, nell’impossibilità di salvare gli altri abitanti del fabbricato, non ha lasciato bruciare vivo anche quest’unico bambino. L’uomo che (c.s. coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) afferma la libertà dello spirito contro il Potere, e dunque anche contro le false rivoluzioni, compie la vera Lunga Marcia, anche se rimane chiuso tutta la vita dentro un carcere. Questo ha fatto Gramsci. In mancanza di compagni o di seguaci, di ascoltatori o di spettatori, lo spirito libero è tenuto alla sua lunga marcia lo stesso, anche solo di fronte a sé stesso e dunque a Dio. Niente va perduto (v. il granello di senape e il pizzico di lievito); e, in conseguenza, chiunque schiavizza, sotto qualsiasi pretesto, il proprio spirito, si fa agente con questo del disonore dell’uomo. Doppiamente disgraziato è chi si adopera a diffondere il contagio fra gli altri e tanto più miserabile se lo fa in vista o per il gusto di un proprio potere personale.
Servirsi a fini di potere degli sfruttati (anche solo del loro nome) è la peggiore forma di sfruttamento possibile. Peggio per chi lo fa a proprio beneficio personale. Proclamare il proprio amore per gli operai può riuscire un comodo alibi per chi non ama nessun operaio, e nessun uomo.
Una folla consapevole che afferma la libertà dello spirito è uno spettacolo sublime. E una folla accecata che esalta il Potere è uno spettacolo osceno: chi si rende responsabile di una simile oscenità farebbe meglio a impiccarsi.
Elsa Morante
MANIFESTE DES PETITS COMUNISTI
(SANS LA CLASSE SANS PARTIE)
Ritrovato par Carlo Cecchi et Cesare Garboli entre les cartes du Morante, ce texte avait un projet précédent, puis retravaillé, notamment dans une lettre non envoyée, sans doute écrit vers Pâques of'70 or'71. Il a commencé comme ceci: "Cher Goffredo par notre ami Bellarmin vous envoyer ce" et a pris fin: "Signé: Un commensale figurant dans le dictionnaire, qui contient le dictionnaire en vue de Ta-ta-ta." Elsa Morante visées au roman par Ramòn Pérez de Ayala Bellarmin et Apollonius, repris par Sansoni, fattole lu par Goffredo Fofi, dont le protagoniste est un philosophe ciabattino résumant sa "vision du monde" dans la déclaration: "Qui mange est en face dans le dictionnaire parapiglia jusqu'à Ta-ta-ta. "
1. Un monstre va à travers le monde: la fausse révolution.
2. L'espèce humaine se distingue de celle des autres pour vivre deux precipue qualité. Le premier est le déshonneur; l'autre, l'honneur.
3. La honte, c'est le pouvoir. Le qui apparaît immédiatement dans la société humaine, universelle et fondée et toujours fixé sur le binôme: les capitaines et les fonctionnaires - exploités et exploiteurs.
4. L'honneur est la liberté de l'esprit. Et il doit être clair ici que le mot esprit (ne serait-ce que sur la base de la science actuelle) ne signifie pas quell'ente métaphysique-ethereal (et quelque peu suspect) est entendu par "spiritualisti" et comari, mais complète plutôt la réalité, sa et naturel.
Cette liberté de l'esprit se manifeste dans d'innombrables manières différentes, que tout cela signifie la même unité, sans hiérarchies de valeurs. Exemple: la beauté et l'éthique sont ensemble. Rien ne peut être plus belle si elle est une expression de la servitude de l'esprit, à savoir une affirmation de pouvoir. Et vice-versa. Par exemple, le Sermon sur la Montagne, ou dialogues de Platon, ou le Manifeste de Marx-Engels, ou Essays Einstein sont beaux; même manière que sont la morale Iliade d'Homère, ou Autoritratti Rembrandt, ou de madones Bellini, ou les poèmes de Rimbaud. En fait, toutes ces œuvres (ni plus ni moins des nombreuses mesures que l'équivalent) sont, en elles-mêmes, l'état de la liberté de l'esprit et, par conséquent, quelle que soit l'historique et la situation sociale dans laquelle ils expriment eux-mêmes, ils ne sont pas essentiellement déterminé par toute la classe et, enfin, appartiennent à toutes les classes. Parce que, par définition, elles nient le pouvoir, que la division des hommes en classes est une des nombreuses revendications aberrantes.
5. Comme l'honneur, par définition, la liberté de l'esprit comme une expression qui est la jouissance, est due à tous les hommes. Tout homme a le droit et le devoir de demander pour lui-même et tous les autres la liberté de l'esprit.
6. Cette exigence ne peut être mis en oeuvre jusqu'à ce qu'il y ait pouvoir. En effet, il est clair qu'il est refusé en principe que les deux exploités à exploiter, à la fois le maître et le serviteur.
7. Il s'ensuit la nécessité absolue de la révolution, qui doit libérer tous les hommes du pouvoir afin que leur esprit est libre. Le seul objectif de la révolution est de libérer l'esprit des hommes, grâce à la totale et définitive abolition de pouvoir.
8. Pour une loi inévitable (et toujours confirmée par les faits), il est impossible de parvenir à la liberté commune de l'esprit par le biais de son contraire. La révolution, à mettre en œuvre la fin de sa libération, porselo doit d'abord comme le début et le principe. Toute personne schiavizza son esprit el'altrui avec une promesse de la libération "mystique" et postrema est lui-même un esclave, et plus un fraudeur et un exploiteur. Ni plus ni moins jésuite et controriformisti - celui de Mohammed a envoyé son "fidèle" de détruire en vue de "paradis" de Urì - Hitler et Mussolini sterminavano que les nations en vue de "gloire nationale" - Staline et que castrava martirizzava peuples en vue de "bien-être du peuple", etc. etc. etc.
9. Une révolution qui réaffirme Power est une fausse révolution. Non prolétariat (ni plus ni moins que s'il s'agissait d'une monarchie, ou aristocratie ou théocratie, ou classe moyenne, ou etc) peuvent jamais attribué ou de mettre en œuvre la révolution, si ce n'est l'esprit libre de germes de puissance. Nul ne peut communiquer aux autres ce qu'ils n'ont pas, et ne peut être pris à croître les germes de guérison avec la peste.
10. Dans une société fondée sur le pouvoir (comme toutes les entreprises jusqu'à présent existé et existent aujourd'hui) un révolutionnaire ne peut s'empêcher de demander (même si seulement) V, prétendant (avec les moyens et dans les limites personnelles, naturel et historique que le sont accordées) la liberté de l'esprit en raison de tous et de chacun. Et c'est son droit et le devoir de le faire à n'importe quel prix, même, en fin de compte, au prix de creparci. Et comme le Christ, Socrate, Jeanne d'Arc, Mozart, Tchekhov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, etc. etc. etc. Et «qu'est-ce que une bracciante qui refuse à un abus d'un garçon qui nie un enseignement dégradé, un enseignant idem, un forgeron qui fabrique un clou quadripunte nazis contre les véhicules, un travailleur qui sciopera de s'opposer à l'exploitation, etc. etc. etc. Ces œuvres, ou des actions, lorsque, chacun avec ses médias, la liberté de l'esprit contre la honte, sont tous de la même manière que belle et morale. Et par définition, ils ne sont pas de distinction et les propriétés d'une classe, mais il est tout à fait en tant que tel, comme il est indiqué aux paragraphes 2 et 4.
11. Si, au nom de la révolution est réaffirme son pouvoir, cela signifie que la révolution était fausse, ou a déjà trahi.
12. Tout révolutionnaire (Marx ou même le Christ) qui riadatti Power (ou le recrutement ou amministrandolo ou subendolo) à partir de ce moment cesse d'être un révolutionnaire, et devient un esclave et un traître.
13. Supposons maintenant un seul individu, en face d'un immeuble en proie à un incendie. Grâce à une fenêtre ouverte (accessible uniquement croître, même si le risque) la personne voit seulement un enfant, sur le point d'être investi par les flammes. L'homme entre dans la pièce et à ses propres risques sauver l'enfant. Et il serait évidemment un fou criminel, qui accusasse d'avoir commis un acte antisocial et injuste parce que, dans l'incapacité de mettre les autres habitants de l'immeuble, ne pas laisser brûler cette vie, même un enfant. L'homme qui (cs avec des moyens et dans les limites personnelles, naturelles et historiques qui lui sont accordés) affirme la liberté de l'esprit contre le pouvoir, et donc également contre les fausses révolutions, effectue les réels à long Mars, même si elle reste fermée tout au long de la vie dans une prison. Cela n'a Gramsci. En l'absence de compagnons ou disciples, les auditeurs ou de téléspectateurs, l'esprit libre est conservé à sa longue mars la même, même en face de lui-même et donc à Dieu. Rien n'est perdu (voir le grain de moutarde et une pincée de levure) et, en conséquence, schiavizza qui que ce soit, sous quelque prétexte que ce soit, votre esprit, vous agent avec cette honte. Doppiamente du malheureux qui s'efforce de se propager la contagion entre autres, et d'autant plus malheureux s'il le fait avec une vue ou dans l'intérêt de leur propre pouvoir personnel.
Utilisée pour l'énergie exploitées (même son nom) est la pire forme d'exploitation possible. Pire encore pour qui vous le faites à son profit personnel. Pour proclamer leur amour pour les travailleurs peuvent réussir une excuse commode pour ceux qui n'aiment pas tout travailleur, pas un homme.
Une foule conscience qui affirme la liberté de l'esprit est un spectacle sublime. Et une foule qui exalte aveugle Power est un spectacle obscène: qui est coupable d'une obscénité similaires ferait mieux à la pendaison.
Elsa Morante
MANIFESTO OF SMALL COMUNISTI
(WITHOUT CLASS WITHOUT PARTY)
Ritrovato by Carlo Cecchi and Cesare Garboli between cards from the Morante, this text had a previous draft, then reworked, including in a letter not sent, presumably written around Easter of'70 or'71. It began like this: "Dear Goffredo by our friend's Bellarmine you send this" and so ended: "Signed: A commensale contained in the dictionary, containing the dictionary in view of Ta-ta-ta." Elsa Morante referred to the novel by Ramòn Pérez de Ayala Bellarmine and Apollonius, reprinted by Sansoni, fattole read by Goffredo Fofi, whose protagonist is a philosopher ciabattino summarising his "world view" in the statement: "Who eats is in front the dictionary in parapiglia until Ta-ta-ta. "
1. A monster goes through the world: the false revolution.
2. The human species is distinguished from that of other living for two quality precipue. One is the dishonour; another, the honour.
3. The disgrace is Power. The which appears immediately in human society, universally and always founded and fixed on the binomial: masters and servants - exploited and exploiters.
4. The honour is the freedom of the spirit. And there should be clear that here the word spirit (if only on the basis of current science) does not mean quell'ente metaphysical-ethereal (and somewhat suspect) is understood by "spiritualisti" and comari, but rather complements the reality, its and natural.
This freedom of the spirit manifested in countless different ways, that all mean the same unit, without hierarchies of values. Example: the beauty and ethics are whole. Nothing can be beautiful if it is an expression of servitude of the spirit, namely an assertion of power. And vice versa. For example, the Sermon on the Mount, or Dialogues of Plato, or the Manifesto of Marx-Engels, or Essays Einstein are beautiful; same manner as are the moral Iliad of Homer, or Autoritratti Rembrandt, or Madonnas of Bellini, or the poems of Rimbaud. In fact all these works (no more and no less of the many possible actions that the equivalent) are, in themselves, statement of freedom of the spirit, and consequently, whatever the historical and social circumstances in which they express themselves, they are not essentially determined by any class and finally belong to all classes. Because by definition they deny the power, which the division of men into classes is one of the many claims aberrant.
5. As honour, by definition freedom of spirit as an expression that is as enjoyment, is due to all men. Every man has the right and duty to demand for himself and all other freedom of the spirit.
6. This universal requirement can not be implemented until there is power. Indeed it is clear that it is denied in principle that both exploited to exploiter, both the master and the servant.
7. It follows the absolute necessity of revolution, which must free all men from power so that their spirit is free. The sole purpose of revolution is to liberate the spirit of men, through the total and definitive abolition of Power.
8. For a law inevitable (and always confirmed by the facts) it is impossible to arrive at common freedom of the spirit through its opposite. The revolution, to implement its end of liberation, must porselo first as the beginning and principle. Anyone schiavizza its el'altrui spirit with a promise of liberation "mystical" and postrema is himself a slave, and plus a fraudster and an exploiter. Neither more nor less Jesuit and controriformisti - that of Mohammed sent his "faithful" to destroy in view of "paradise" of Urì - Hitler and Mussolini that sterminavano nations in view of "national glory" - Stalin and that castrava martirizzava peoples in view of "good of the people" etc.. etc.. etc..
9. A revolution which reaffirms Power is a false revolution. No proletariat (neither more nor less than if it were a monarchy, or aristocracy or theocracy, or middle class, or so forth) can ever attributed or implement the revolution, if not the spirit free from germs Power. No one can communicate to others what they did not, and can not be assumed to grow the seeds of healing with plague.
10. In a society based on power (as ALL companies so far existed and exist today) a revolutionary can not help but ask (even if only) v Power, claiming (with the means and within the limits personal, natural and historic that the are granted) the freedom of the spirit due to one and all. And this is his right and duty to do so at any cost, even, ultimately, at the cost of creparci. And 'as did Christ, Socrates, Jeanne D'Arc, Mozart, Chekhov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, etc.. etc.. etc.. And 'what does a bracciante who refuses to an abuse of a boy who denies a teaching degraded, a teacher idem, a blacksmith who manufactures a nail quadripunte against vehicles Nazis, a worker who sciopera to oppose exploitation, etc.. etc.. etc.. Such works, or actions, when, each with its media, freedom of the spirit against the disgrace, are all in the same way as beautiful and moral. And by definition, they are not distinction and properties of a class, but it's absolutely as such, as is stated in paragraphs 2 and 4.
11. If in the name of revolution is reasserts its power, this means that the revolution was false, or has already betrayed.
12. Any revolutionary (or even Marx Christ) that riadatti to Power (or recruiting or amministrandolo or subendolo) from that moment ceases to be a revolutionary, and becomes a slave and a traitor.
13. Suppose now an individual alone, in front of a building prey to a fire. Through an open window (accessible only rise, even if risky) the individual sees only one child, about to be invested by the flames. The man enters the room and at its own risk save the child. And it would be obviously a criminal lunatic, who accusasse of having committed an act antisocial and unfair because, unable to save the other inhabitants of the building, did not leave burn alive even this one child. The man who (cs with means and within the limits personal, natural and historical granted to him) affirms the freedom of the spirit against the Power, and therefore also against false revolutions, performs the real Long March, even if it remains closed throughout life inside a prison. This did Gramsci. In the absence of companions or followers, listeners or viewers, the free spirit is kept to his long march the same, even in front of himself and therefore to God. Nothing is lost (see the grain of mustard and pinch of yeast), and, accordingly, schiavizza anyone, under any pretext, your spirit, you agent with this disgrace. Doppiamente wretch's who strives to spread the contagion among others, and all the more miserable if he does so with a view or for the sake of their own personal power.
Use for power exploited (even his own name) is the worst form of exploitation possible. Worse for who you do so at personal gain. To proclaim their love for the workers can succeed a convenient excuse for those who do not like any worker, and no man.
A crowd aware that affirms the freedom of the spirit is a sublime spectacle. And a crowd that exalts blinded Power is an obscene spectacle: those guilty of such an obscenity would do better to hang.
Elsa Morante
[tradotto con Google Translate]
Pigneto: Forza nuova, vecchia Italia.
Ven, 30/05/2008 - 17:15
Potrei spendere chili di parole per analizzare certi fenomeni, ma come è saputo e risaputo un'immagine parla per mille parole, poiché, lascia spazio alle analisi personali dando soltanto lo spunto di riflessione.
Questa breve nota cerca di denunciare le aberrazione sociali che sorgono dalla mancanza d'onestà politica da parte di quegli che non prendono in considerazione le voci che per un motivo di opportunità non arrivano agli uditi, chiaro sia che questa opportunità viene a mancare per un preciso disegno politico riflettuto nello status quo, e cosi ,ognuno cerca di portare avanti progetti strettamente personali a volte ingannando in pubblico altre volte tradendo in privato.
L'aggressione di Verona, Pigneto, La Sapienza, o i roghi nei campi nomadi non sono mere risse sono attitudini chiaramente fasciste, a prescindere che i protagonisti si difendono dicendosi non appartenenti ad una o altra realtà o spinti per motivi politici o apolitici.
I due soggetti che illustrano questa nota non sono degni di quello avambraccio ed è ad "equivoci" come questi che si riferiva il capo di questo (cazzo) di governo, responsabili, insieme ad una certa stampa, per quel che un'altro capo ha definito il “nuovo e gioioso clima politico”.
La Giustizia è di sinistra i Raid sono di destra!
1° Maggio 2008 O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA O PREPARAZIONE ELETTORALE
Lun, 28/04/2008 - 14:281° Maggio 2008
O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA
O PREPARAZIONE ELETTORALE
Lavoratori, compagni,
Più di un secolo è trascorso da quando il movimento operaio dichiarò il 1° Maggio giornata internazionale di lotta dei lavoratori: dalle officine, dai luoghi di lavoro le energie proletarie tendevano all’unione del proletariato mondiale. Nel frattempo, la storia ha fatto il suo corso smentendo tutte le ideologie dei movimenti falsamente operai e riproponendo in tutta la sua attualità il significato originario del 1° Maggio: Proletari di tutti i paesi unitevi!
L’illusione di un lento e graduale sviluppo verso il socialismo attraverso le schede elettorali e le riforme è affogata nel sangue di due guerre mondiali e, oggi, nella bancarotta internazionale del capitalismo, che sotto i colpi della crisi di sovrapproduzione, che forse sarà la peggiore dal 1929, si dimostra incapace di impiegare e alimentare una parte crescente della forza lavoro, determinando il flagello del precariato, della sotto-occupazione e della disoccupazione di massa.
Se la crisi economica passerà velocemente dai vecchi capitalismi ai nuovi di Cina ed India, dai paesi poveri la miseria sta sempre più debordando sui proletari dell’Occidente cosiddetto ricco, in realtà ricco solo di corruzione, inganni ed illusioni per i lavoratori. Il progressivo e difforme collasso delle economie e dei mercati, di merci e di capitali, determina la distruzione della vecchia sistemazione imperialista in un processo che porterà inevitabilmente il capitalismo al terzo macello mondiale, se non sarà la Rivoluzione ad impedirlo.
Novant’anni fa la rivoluzione d’Ottobre aveva spazzato via, sperammo per sempre, tutte le menzogne e tutti gli istituti della democrazia rappresentativa, dando luminosa conferma storica che lo Stato non si conquista dall’interno, ma lo si distrugge per erigere sulle sue rovine la dittatura proletaria, negatrice di ogni libertà politica alla vinta classe sfruttatrice.
Oggi che la democrazia è ancora presentata come un sistema di governo al di sopra delle classi, il parlamento come un organismo eterno e lo Stato borghese come una struttura capace di accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria, occorre ricordare le parole di Lenin del 1919: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori».
Nel 1920 l’Internazionale Comunista dettò il motto scolpito col sangue di troppi militanti operai caduti ingannati sul fronte della guerra di classe contro la borghesia: «Il comunismo nega il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo». Ma per i partiti del tradimento proletario, il parlamento non solo non è da distruggere, è da tenere in piedi, caso mai crollasse, con le forze dei lavoratori e, se occorre, con il loro sangue. Per essi la democrazia non solo non è più una menzogna da denunciare e disperdere, ma un "bene" da proteggere. La via che essi additano ai proletari non è più quella della conquista rivoluzionaria del potere, ma quella del gradualismo riformista, nazionale e patriottico, genuflessi di fronte a quel museo degli orrori che è Montecitorio.
Nel moderno periodo dell’imperialismo finanziario, successivo alla alla Prima Guerra mondiale, le circostanze storiche hanno portato lo Stato ad evolvere nel senso totalitario e fascista, e tutte le forze politiche del capitalismo, comprese quelle "democratiche", hanno favorito e attivamente concorso a questo sbocco. I comunisti - che non sono democratici - fin dal 1919 avversano apertamente la partecipazione alle elezioni per parlamenti, consigli e costituenti borghesi. Non lo fanno alla maniera anarchica o qualunquista piccolo-borghese, ma perché ritengono che in questi organismi non sia più possibile fare opera rivoluzionaria e credono che l’azione e la preparazione elettorale sono un ostacolo alla formazione nelle classi lavoratrici della coscienza protesa verso l’instaurazione della dittatura del proletariato e il comunismo.
I risultati elettorali non misurano la forza delle classi, che non è determinata dalle schede ma dalla reale capacità di organizzazione e di mobilitazione operaia, in opposizione al padronato e a tutta la classe borghese.
In Italia, in queste ultime elezioni del 14 aprile il dimagrimento elettorale del Partito Democratico e l'annientamento dalla Sinistra Arcobaleno non è stata una sconfitta per il movimento operaio. I lavoratori avevano già perso, qualunque fosse il risultato delle urne: hanno perso quando non hanno potuto opporsi con un fronte generale di lotta all’attacco del Capitale alle loro condizioni di vita e di lavoro, all’aumento dello sfruttamento, alla diminuzione di salari e pensioni, ai licenziamenti. I sedicenti partiti di sinistra, anche se da diverse posizioni, si sono rifiutati e si rifiutano di organizzare la lotta operaia, per puntare, come loro tradizione collaborazionista, sul gioco elettorale. Ma è proprio con l’assoggettamento del proletariato a questo gioco, alle regole democratiche, che la borghesia raggiunge il culmine del suo potere, che è sempre dittatoriale dietro la sceneggiata della colluttazione fra partiti di destra e di sinistra.
La vittoria del fronte di destra non significa quindi una svolta particolare della politica del regime, ma è la continuazione di quella azione anti-operaia in atto da decenni, e intensificata da ultimo dal governo Prodi, con il concorso diretto di Rifondazione e della cosiddetta ‘Sinistra radicale’, e che, in politica estera, porta i nomi noti di riarmo e guerre sempre più estese e senza fine e, in politica interna, riforma dello Stato sociale, delle pensioni, del lavoro, dei salari. Ossia, in termini non ambigui: riduzione dei salari (diretto e differito), aumento dell’orario, maggiore libertà di licenziamento. Ogni governo che segua queste strade, si dichiari di ‘destra’ o di ‘sinistra’, riceverà l’appoggio della Confindustria e la benedizione della Chiesa.
La stessa enfasi posta sul successo elettorale leghista serve a confondere i proletari. Il tentativo di sottomettere i lavoratori alla piccola borghesia artigiana e bottegaia del Nord, se non addirittura alla grande borghesia industriale e finanziaria che regge le file dello Stato di Roma e che in esso ha il suo comitato d’affari generale, è volto ad indebolire ulteriormente la identità della classe lavoratrice, proprio quando sarebbe più urgente un suo rafforzamento per fronteggiare il pesante attacco padronale. Dalla Lega a Rifondazione tutti sono allineati in un unico fronte antiproletario.
Con buona pace di Montezemolo, i sindacati di marca tricolore, continuatori dello spirito concertativo del sindacalismo fascista, sono oggi giunti alla tappa conclusiva del loro processo di inserimento all'interno del regime capitalista, divenendo a tutti gli effetti suoi organi di controllo e di repressione della lotta di classe.
Nell'immediato dopoguerra si adoperarono perché il proletariato si sottomettesse alle condizioni di miseria e di fame imposte dalla ricostruzione dell’apparato produttivo nazionale sotto il pretesto di un riconquistato regime ‘democratico e antifascista’, che non sarebbe stato più roccaforte degli interessi delle classi padronali e possidenti.
Nella successiva fase di ripresa economica si impegnarono a tenere sotto controllo le lotte rivendicative e a deviarle nell'illusione di riforme del sistema capitalistico e del "potere in fabbrica", acconsentendo alla politica dei partiti staliniano e socialdemocratici che indicavano l’alleanza con i ceti medi e il successo elettorale "via nazionale" per la scalata al potere delle classi lavoratrici, in realtà smantellando l’idea stessa della necessità del partito, della lotta e del sindacato classista.
In seguito alla ricaduta del capitalismo nella crisi economica e nella recessione, alla metà degli anni ’70 veniva varata la "politica dei sacrifici" e della "solidarietà nazionale". In nome dell’economia, della produttività e della competitività sui mercati del capitale nazionale bisognava rinunciare alla difesa del salario falcidiato dall’inflazione, accettare ritmi e orari più pesanti in fabbrica, cassa integrazione e licenziamenti. Tappe successive sono state l’abolizione della scala mobile (1985), l’eliminazione dell’aggancio delle pensioni alla massa salariale e dei salari all’inflazione programmata anziché a quella reale (1992), il taglio delle pensioni con il passaggio al sistema contributivo (1995), l’introduzione a tappeto di nuove forme di rapporti di lavoro precario (1997)... Fino al protocollo di luglio 2007 su "Previdenza Lavoro e Competitività".
Nelle parole di Franco Marini, ex-sindacalista nonché ex-presidente del Senato: «Nessuno può disconoscere il ruolo di equilibrio e il comportamento responsabile tenuto in questi anni nell’interesse del paese».
Parallelamente, sul piano politico, anche i falsi partiti operai rinati nel dopoguerra, il PCI e il PSI, dopo aver condotto la classe a chinare la testa, rinunciare a se stessa e sottomettersi allo Stato, hanno finito per gettare la maschera, in una serie di scissioni e contorcimenti si sono liberati anche formalmente di una scomoda tradizione e dei simboli e omologati pienamente a tutti gli altri partiti borghesi concorrenti alle poltrone di governo e ad infinite ruberie. Compito dei comunisti, oggi, non può essere che quello di denunciare apertamente tutti questi camaleonti, siano essi bianchi, verdi, neri o, peggio ancora, travestiti di rosso.
È tempo che la classe lavoratrice si opponga a tutti questi! Principale vittima del capitalismo, tanto in pace quanto in guerra, essa deve separare le sue speranze e le sue azioni dalle istituzioni della morente società del capitale. Il futuro dei lavoratori va ricercato nel passato del loro movimento: nella contrapposizione frontale al padronato per la difesa dei salari e del lavoro secondo la tradizione del sindacalismo rosso di classe. Questo inquadra nella lotta tutti i salariati indipendentemente dalle simpatie politiche, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, superando le divisioni fomentate dal regime borghese (pubblici e privati, giovani e vecchi, precari e garantiti, occupati e disoccupati, indigeni e immigrati...). Rifiuta per principio ogni tentativo di sottomettere la lotta operaia alle compatibilità del capitale, come i codici di autoregolamentazione, la registrazione dei sindacati, il riconoscimento della rappresentatività, il voto segreto, la riscossione per delega dei contributi sindacali ed anche i cosiddetti "diritti sindacali" come i distacchi e le riunioni in orario di lavoro, quasi sempre forme di corruzione, intimidazione e ricatto. Per il sindacato di classe è indispensabile una organizzazione territoriale esterna ai luoghi di lavoro, nella tradizione delle Camere del lavoro, dove possano regolarmente incontrarsi le rappresentanze di fabbrica e i singoli lavoratori dispersi in piccole unità produttive per rafforzare e coordinare le iniziative. Il sindacato di classe non si fa carico di nessuna difesa dell’economia nazionale dello Stato borghese, ma si attesta sulla difesa intransigente della classe operaia.
Stracciare la scheda elettorale costa poco. Invece costa molto, ma è il prezzo che si deve pagare per vincere, lavorare per il ritorno ai princìpi secolari del marxismo rivoluzionario, perché senza princìpi non c’è vita per la classe ma solo sbandamento e sottomissione ai princìpi del nemico. Né c’è possibilità di emancipazione senza l’incontro della classe con il suo partito, espressione militante del programma storico del comunismo.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
I FATTI DEL TIBET, CONTROPROVA DEL CONFORMISMO NAZIONALCOMUNISTA
Ven, 04/04/2008 - 03:50Da "il programma comunista", n. 7/1959
L'articolo è datato ma fornisce la base essenziale per impostare correttamente l'analisi rivoluzionaria dei fatti attuali.
I FATTI DEL TIBET, CONTROPROVA DEL CONFORMISMO NAZIONALCOMUNISTA
Mentre scriviamo, la rivolta del Tibet appare domata. Il Dalai Lama, che agli occhi della stampa atlantica è assurto a nuovo simbolo della lotta contro il "materialismo ateo", ha raggiunto il territorio indiano. Il Budda vivente, il Grande Oceano incarnato, è salvo! I conformisti di tutto il mondo, resosi improvvisamente consci della importanza che riveste il lamaismo nella lotta per i "diritti dell’anima", hanno tratto un sospiro di sollievo. Di che meravigliarsi? La borghesia occidentale, pur di servirsi della influenza della chiesa cattolica, ha rinnegato tutte le tradizioni di pensiero anti-ecclesiastico che, bene o male, permisero lo sviluppo di potenti strumenti intellettuali, come quelli forgiati dalla rivoluzione scientifica del darvinismo, e nella ricerca affannosa di argini da opporre alla marea proletaria si è buttata in ginocchio davanti ai Papi cattolici. Ma ora nemmeno il cattolicesimo basta più: ed eccola prosternarsi al papa dei tibetani!
La malafede della stampa occidentale è provata a sazietà dal comportamento, del tutto opposto, che osserva nei confronti delle rivolte dei “popoli di colore” oppressi dal colonialismo bianco. La spedizione nell'al di là di qualche migliaio di monaci tibetani, abituati come i religiosi di tutte le latitudini a vivere alle spalle del popolo, ha avuto il magico effetto di accendere passioni umane nei cuori di granito che assistono impassibili al massacro del popolo algerino e alle repressioni della polizia colonialista del Camerun, nel Congo, nel Nyassa. La “barriera di colore” è improvvisamente caduta. Il razzismo degli illustri prostituti intellettuali che scrivono nel “Popolo”, nel “Corriere dalla Sera”, nel “Tempo”, nel “Secolo”, ha dall'oggi al domani concesso un esonero all'aristocrazia feudale tibetana. Coloro i quali predicono che “L'Africa, abbandonata dai civilizzatori, ricadrebbe ineluttabilmente nelle tenebre della barbarie, e forse nel cannibalismo” scoprono “il diritto delle popolazioni del Tibet a svolgere il proprio tipo di civiltà!”. Sotto la scusa gesuitica che si debba evitare ogni incrinatura nel blocco della Nato, il giornalismo borghese giustifica in un modo o nell'altro la dominazione coloniale, ma si converte all'anticolonialismo non appena le agenzie di informazioni di Ciang Kai-scek – altro campione della “libertà dei popoli”! – diramano la notizia della rivolta dei monaci tibetani. Tuttavia, se la borghesia occidentale è pronta ad afferrare, con assoluta mancanza di scrupoli, qualsiasi occasione le permetta di denigrare il comunismo come un ammasso di contraddizioni, bisogna pur dire – e non saremo certo noi a tirarci indietro – che il sordido lavoro della propaganda borghese è enormemente facilitato dagli effetti delle storture teoriche e dell'operato opportunista dei partiti che si richiamano al “comunismo” predicato da Mosca e a Pechino.
Nei giorni seguiti alla diffusione del comunicato del governo di Pechino che dava conferma della rivolta tibetana, è sorta una polemica tra l'”Unità” e l'”Avanti!”. Il giornale socialista, che dall'epoca della rivolta ungherese si è dedicato alla critica dei metodi seguiti da Mosca nei paesi “satelliti”, sosteneva la tesi legalitaria, secondo cui la rivolta sarebbe scoppiata per non avere il governo di Pechino rispettato l'accordo cino-tibetano del 25 maggio 1951. In forza di tale accordo il Tibet riconosceva il fatto compiuto dell'occupazione militare cinese iniziato nell'ottobre dell'anno precedente, mentre la Cina si impegnava a rispettare l'autonomia del Tibet e la sua struttura sociale. Orbene l'”Unità” rispondeva che la iniziativa della rottura dell'accordo era partita dagli esponenti della teocrazia feudale tibetana. Tesi non meno legalitaria ed antirivoluzionaria perché giustificava la repressione della rivolta non sul terreno della lotta di classe e dell'illegalità rivoluzionaria, ma su quello ultra-borghese del diritto internazionale. Io, potenza dominante, ti occupo e ti costringo a firmare un trattato con cui riconosci la mia sovranità, elargendo però una certa autonomia amministrativa. A un certo punto tu, potenza soggiogata, non stai ai patti? Ebbene, io ti sparo addosso, e nessuno può accusarmi di ingiustizia, perché la mia azione è legale...
Ahimè! Avete già dimenticato, voi che vi vantate di aver messo fine al vergognoso periodo dell'asservimento della Cina, che non diversamente ragionavano i briganti imperialisti pagati dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Giappone, dalla Germania, e oggi dagli Stati Uniti, che venivano a tagliarsi larghe fette del territorio nella Cina dei Manciù o di Ciang Kai-scek? Avete dimenticato che ogni sopruso fatto subire alla Cina, a cominciare dalla guerra dell'oppio per finire con la fondazione dello Stato-fantoccio del Manciu-kuò, era presentato immancabilmente dalla diplomazia imperialista come un atto di espiazione della malafede e disonestà cinese? Per un intero secolo la Cina ha dovuto pagare per non aver “rispettato i patti”, e il calvario non è ancora finito. Forse che l'imperialismo statunitense non tende a giustificare l'occupazione militare di Formosa sbandierando i trattati che si è fatto firmare della marionetta Ciang?
Nella polemica tra l'”Avanti!” e l'”Unità”, noi non possiamo prendere posizione né per l'uno né per l'altro, perché nessuno dei due parla un linguaggio rivoluzionario. Non è questione di sapere chi abbia stracciato il trattato del 1951, se le autorità cinesi o il governo del Dalai Lama. Il fatto è che la firma del patto fu di per sé un atto anti-rivoluzionario. Proponendo quel patto, che sanciva l'occupazione militare cinese e garantiva la conservazione di strutture sociali ultra reazionarie perpetuanti i privilegi feudali della chiesa lamaista, si veniva a firmare null'altro che un patto coloniale. Questo l'”Unità”, che soltanto oggi scopre che il Tibet è rimasto indietro di 1.500 anni – ed È VERO – non vorrà mai confessarlo. Ma tutta la storia del colonialismo narra che non altrimenti si impiantò in Africa e in Asia il regime coloniale, che appunto tendeva a conciliare gli interessi della potenza occupante con la conservazione delle strutture sociali indigene, cioè dei privilegi delle caste locali dominanti (maharajà, sultani, emiri, ulema, e via dicendo). Se proprio si vuole cercare lo spergiuro che ha mancato di parola, bisogna allora indicarlo nel “comunismo” cinese che, arrivato in armi nel Tibet, si astenne dal liberare dei montanari che da secoli vivevano sotto il giogo di strutture sociali arcaiche. Col trattato del 1951, il “comunismo” cinese, calpestando ogni tesi di quel marxismo che dice di seguire, si accordava con l'aristocrazia feudale tibetana di cui ora, a nove anni di distanza, “scopre” la malafede.
Che cos’era il Tibet quando le armate di Mao-Tse Tung vi misero piedi? Per saperlo, leggiamo un brano dell’articolo "Tibet: società feudale immutata nei secoli", apparso ne l'"Unità" del 31-3-59, lo stesso numero che contiene la nota polemica contro l'”Avanti!”:
«Ancora oggi, dopo l’accordo del 1951, questo paese (il Tibet) che si estende per circa un milione di chilometri quadrati sul più elevato altopiano del mondo, è retto autocraticamente dai monaci buddisti. È una società feudale, organizzata rigidamente a piramide, al vertice della quale è il Dalai Lama e alla cui base sono i servi della gleba. Tutto il potere emana dai monaci dei tre grandi monasteri di Drebung, Sera e Ganden, ed è tra essi che vengono scelti sia i membri del Casiag, il governo responsabile verso il Dalai Lama, che i funzionari Lama (...) La suprema autorità è, come si è detto, il Dalai Lama, il "Grande Oceano", che, per i credenti lamaisti, è l’incarnazione di Cerenzi, il signore della Misericordia, dio patrono del Tibet (...) Esiste tuttavia un’altra somma incarnazione, quella di Opame, il Budda della Luce smisurata, ed è il Pancen Lama, o comunemente chiamato anche il Figlio, rispetto al Padre che è il Dalai Lama, e divide col Dalai l’autorità spirituale e temporale, quando non è diviso da esso da insanabili contrasti, come è accaduto in più di una occasione nella secolare storia del Tibet».
Dopo averci erudito circa la struttura politica del "misterioso" paese e il fatto che la chiesa lamaica accentra nelle sue mani il potere spirituale e temporale, il governo delle anime e dei corpi, l'"Unità" passa a descrivere le condizioni sociali del paese. Potremmo ricavarle da qualsiasi testo di geografia, ma preferiamo che sia l'"Unità" ad informarcene: «Monaci e proprietari fondiari posseggono tutta la ricchezza del Tibet, se di ricchezza si può parlare, in una società di tribù nomadi ed in perenne guerriglia tra di loro. Una parte dei proventi di allevamento (del bestiame) debbono essere versati ai monasteri e al governo centrale, e i lamasteri e i notabili sono stati fino a qualche anno fa la sola fonte di credito, dato a tassi di interesse esorbitanti, per i contadini e i pastori (...) Il contadino tibetano è press'a poco al livello di tredici secoli fa, quando il contatto con la Cina della dinastia Tang gli insegnò ad usare i primi strumenti agricoli. Il suo aratro è ancora quello, rudimentale, di legno a chiodo, così leggero da poter essere portato a spalla».
Questo è il Tibet del 1959, anno della conquista cinese. Certo, e chi potrebbe dubitarne?, le condizioni in cui si trovavano i paesi europei invasi dalle armate napoleoniche all’inizio del secolo scorso, erano di gran lunga più avanzate di quelle tuttora esistenti nel Tibet. Ma la conquista francese, benché non immune da tendenze nazionaliste, condusse energicamente la sua missione di diffondere la rivoluzione democratica nell’ostile mondo feudale che attorniava la Francia. Perciò, i comunisti non hanno mai nascosto l’ammirazione per le imprese napoleoniche: lo stesso Marx, come è noto, definì Napoleone I "eroe della rivoluzione".
Tale valutazione del bonapartismo, o almeno delle conseguenze che esso ebbe fuori dalla Francia, è in perfetta coerenza con la dottrina marxista della violenza rivoluzionaria. Il comunismo lotta anzitutto, come è detto nel “Manifesto”, contro la borghesia del proprio paese, ma l'obbiettivo finale della sua lotta è la distruzione della dominazione internazionale della borghesia. La rivoluzione comunista ha il diritto di difendersi contro i nemici interni e esteri: anzi, tale distinzione è per essa senza significato, perché lo Stato Operaio tende alla distruzione dello Stato nazionale borghese e alla sua sostituzione con la dittatura unitaria della Internazionale Comunista. Ciò significa che, una volta preso il potere in un paese, i comunisti cercheranno con tutti i mezzi, non esclusa la conquista militare, di allargare la base territoriale dello Stato operaio, e quindi il campo della rivoluzione anticapitalista.
L'ipocrisia borghese accusa il comunismo di tendere alla dominazione mondiale. E quotidianamente assistiamo allo spettacolo dei partiti “comunisti” capeggiati da Mosca e da Pechino che si affannano, ostentando indignazione, a respingere l'”accusa”. Infatti, per il “comunismo” moscovizzato lo Stato mondiale del proletariato ha cessato di essere il massimo caposaldo del programma politico comunista: è diventato una “accusa”, una “calunnia” dei “circoli oltranzisti della guerra fredda”. In nome della “coesistenza pacifica”, essi rinnegano una posizione fondamentale del comunismo marxista. Ma ecco che accadono fatti come la rivolta feudale del Tibet, e allora appare alla luce del sole il groviglio di contraddizioni tra la declamazione dei principi marxistici e la condotta pratica dei partiti e governi “comunisti”.
Ripetiamo, noi respingiamo energicamente le posizioni piccolo-borghesi difese dal variopinto schieramento democratico e socialdemocratico, di cui l'”Avanti!” si è fatto portavoce. La rivoluzione non ha “patti” da rispettare, che non siano quelli che ha stretto, sul terreno della dottrina e della azione, nei riguardi della classe rivoluzionaria. La legalità borghese, di cui il diritto internazionale è un aspetto, pensino a difenderla i servi della borghesia dominante. La rivoluzione proletaria non esiterà, se necessario, a passare in armi i "sacri confini" nazionali, propagando l’incendio sociale. La campagna militare contro la Polonia reazionaria, scatenata nel 1921, dalla Russia leninista resta per noi un’esperienza valida. All’epoca appoggiammo con entusiasmo l’azione dell’Armata Rossa e da allora nessun dubbio ci ha sfiorati. Dal punto di vista della lotta di classe, il comunismo aveva tutte le ragioni di portare l’attacco militare alla Polonia, sostenuta ed aizzata dall’imperialismo occidentale. Il bolscevismo russo e l’Internazionale agivano in perfetta coerenza coi principi marxisti e gli interessi della classe operaia sforzandosi di portare la rivoluzione fuori dai confini che i rapporti di forza assegnavano alla Russia rivoluzionaria. Allora non si predicava certo la "coesistenza pacifica" col capitalismo e apertamente si dichiarava che la "dominazione mondiale" del comunismo – già dominazione mondiale del proletariato sulla borghesia mondiale – era la finalità suprema dell’azione rivoluzionaria comunista. Certo, l'”Avanti!”, e gli altri fogli che ne dividono le posizioni legalitarie, oggi deprecherebbero l'”aggressione” alla Polonia del 1921. Noi invece non respingiamo nemmeno il termine di “aggressione” perché la rivoluzione è sempre “aggressione” alla classe dominante, alla violenza imposta alla classe sfruttata dall'oppressione in cui vive. Ci doliamo soltanto, ancor oggi, a quasi quarant'anni di distanza, che l'aggressione rivoluzionaria alla Polonia agraria e nazionalista non sia stata coronata dal successo.
Per tornare al Tibet, e dare all'”Unità” quanto le spetta, noi non avremmo certo criticato l'attacco armato cinese del 1950, se la conquista militare avesse avuto l'effetto di portare la rivoluzione antifeudale nel nido della più arcaica reazione asiatica. Ma l'adeguarsi alle ideologie legalitarie piccolo-borghesi, il bisogno di tenersi buoni gli ideologi alla Nehru e alla Sukarno, che restano pur sempre gli esponenti asiatici delle false dottrine borghesi, la paurosa degenerazione teorica, hanno indotto il “comunismo” cinese a rispettare l'”autonomia” del Tibet. E il limitarsi a prendere possesso del territorio ha voluto dire lasciare intatte le strutture ultra-reazionarie, di cui soltanto oggi l'”Unità” si avvede. Ecco dove porta il rinnegamento dei principi e la pretesa di “machiavellizzare” il comunismo, se al termine “machiavellismo” si dà il significato improprio di arte dello inganno e dello intrigo. Si comincia col dichiarare che l'azione rivoluzionaria è superata dai tempi, che è più produttiva una politica “multiforme”, contro la quale la borghesia capitalistica lotterebbe con difficoltà: poi si finisce col comportarsi politicamente esattamente come la borghesia.
Né si può affermare che, a repressione compiuta, il Tibet sia arrivato ad una svolta della sua storia. Intanto, si è continuato a riconoscere l'autorità teocratica accettando che sul trono di Lassa, abbandonato dal Dalai Lama, si assidesse il Pancen Lama. Il minimo che il governo cinese potesse fare, per essere coerente coi principi rivoluzionari, era la separazione dei poteri e la riduzione dei Lama a mere autorità ecclesiastiche. Invece, il Tibet resta una monarchia teocratica, il governo politico resta tuttora nelle mani di quei monaci che si sono dichiarati ossequenti a Pechino. Diventando repubblica democratica, il Tibet non si sarebbe certo avviato al socialismo, come non si avvia al socialismo il resto della Cina. Avrebbe solo compiuto il primo passo sul terreno della rivoluzione antifeudale, partecipando al movimento rinnovatore che interessa tutta l'area afro-asiatica e in modo particolare la Cina “comunista” dove si sta portando avanti la rivoluzione democratica – non socialista – che l'occupazione semi-coloniale aveva per oltre un secolo impedita.
Al contrario, il governo di Pechino, per difendersi dalla massiccia campagna scatenata dalla propaganda occidentale, non ha saputo far altro che proclamare ancora una volta la sua intenzione di rispettare l'”autonomia” tibetana. Era tempo di prendere misure rivoluzionarie e arrecare un colpo mortale al feudalesimo tibetano? Si è preferito ancora una volta, ergersi a paladini della legalità internazionale e della “coesistenza”.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
VIVA CUBA!
Dom, 02/03/2008 - 11:34Il CDR/Roma promuove due giorni di approfondimento sul rapporto tra media e Cuba e sulla condizione femminile a Cuba. Saranno inoltre proiettate tre videoinchieste realizzate, sempre dal CDR, a Cuba nel novembre del 2007.
Una non notizia diventa scoop
Lun, 11/02/2008 - 16:13"Il fantasma della critica percorre Cuba di Raúl Castro", "Giovani cubani criticano la dittatura". "Vogliono vedere il mondo reale", "Lo sguardo critico di Silvio", "Il giornale comunista critica il Partito Comunista", "La palla di neve della critica arriva a Cuba perfino nei circoli ufficiali", "Intellettuali cubani si aprono alla critica senza sotterfugi"... così, nelle ultime settimane, titolano vari media del mondo le notizie sul dibattito interno nella società cubana rimbalzando dispacci di corrispondenti stampa accreditati a L'Avana.
Si è tergiversato tanto la realtà di Cuba che qualunque variazione nel nostro modello di condotta pubblica muove analisti, giornalisti e uccelli del malaugurio alla ricerca della notizia "dell'ora finale della Rivoluzione".
A Novantanni dalla Rivoluzione d'Ottobre
Dom, 03/02/2008 - 04:073478509212
VENERDI 8 FEBBRAIO- ROMA
ALLE 17.30 PRESSO LA LIBRERIA "ANOMALIA"
VIA DEI CAMPANI, 73-QUARTIERE SAN. LORENZO
CON
Ruggero Mantovani (Responsabile formazione quadri, PdAC)
Francesco Ricci (Comitato Centrale, PdAC)
Valerio Arcary (Pstu, Brasile, Consejo Editorial de Outubro, Revista del Istituto de Estudios Socialistas)
coordina
Luca Bonomo (PdAC, Roma)
proiezione di un filmato inedito su Trotsky e la Rivoluzione d'Ottobre
per informazioni tel 347 85 09 212
Dalla prefazione:
Chi si pone il compito gigantesco di rovesciare il mondo capitalistico troverà nella rivoluzione d'ottobre e nell'azione dei bolscevichi una miniera di insegnamenti. Certo la Russia del 1917 è diversa dall'Italia odierna. Ma le differenze tra l'imperialismo di allora e quello odierno riguardano singoli aspetti della società e della produzione: nelle sue linee generali, nella sua essenza, il sistema sociale che abbiamo di fronte è il medesimo.
Così pure è rimasto uguale il modo - l'unico che finora la storia ci ha dimostrato essere valido - per rovesciare il capitalismo: una rivoluzione.
Una rivoluzione che non avverrà da sola ma che necessita di un partito, e non un partito qualsiasi ma basato sui tratti essenziali di quel partito che Lenin e Trotsky diressero alla conquista del potere novant'anni fa.
Questo libro nasce da un seminario europeo, organizzato a Otranto nell'estate 2007 dal Partito di Alternativa Comunista insieme alle altre sezioni europee della Lit (Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale).
I saggi presentati sono sei e toccano tutti i temi principali necessari alla comprensione della rivoluzione russa, con un angolo di visuale che coniuga la storia e l'attualità. [...]
- Agenda
- notificato
L'attualità dell'opzione comunista in Italia
Dom, 20/01/2008 - 12:52Lunedì 28 – ore 18.00 – Roma
Libreria Rinascita [L. go Agosta, 36]
“IL NOSTRO OTTOBRE”
e l’attualità dell’opzione comunista in Italia
Nel corso dell’iniziativa sarà presentata la Rivista "Il Nostro Ottobre" (Ed. “La Città del Sole”, Napoli)
a cura del Centro Studi sui problemi della Transizione al Socialismo
Interverranno:
Andrea Catone
Direttore Centro studi sui problemi della Transizione al Socialismo
Sergio Manes
Direttore Casa Editrice La Città del Sole
Alessandro Höbel
Direttore Centro studi movimento operaio
Renato Caputo
Coordinamento per l’Unità Comunisti
Sergio Cararo
Rete dei comunisti
Gianluigi Pegolo
Deputato PRC-SE (L’Ernesto)
Marco Rizzo
Deputato PdCI
Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Milano. Marker, Godard, Resnais ed altri, Le joli mois de mai
Mer, 16/01/2008 - 21:491968 immagini visioni documenti di un desiderio di rivoluzione e di eguaglianza proiezione di
LE JOLI MOIS DE MAI
un film di Criss Marker, Alain Resnais, Jean Luc Godard.
Copia unica in pellicola del Maggio Francese. Introduce Enrico Livraghi della Cineteca Obraz.
MERCOLEDI' 16 GENNAIO ORE 21
AL CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA
VIALE MONZA, 255 MILANO.
Le jolie mois de mai (t.l. Il dolce mese di maggio)
di Chris Marker, Jean-Luc Godard, Alain Resnais e altri. (Francia 1968, 25 minuti, 16 mm, b/n)
Immagini in presa diretta del maggio 1968 a Parigi, nelle strade del quartiere Latino e nelle assemblee di massa (alla Sorbona). Alla macchina da presa soprattutto il grande film-maker Chris Marker, ma anche Jean Luc Godard, Alain Resnais e altri operatori non identificati. Qualche camera in 16 mm di vecchia fattura, ma soprattutto le pesanti 35 mm, portate a spalla, danno l'idea del coraggio e della determinazione di questi cineasti esposti al rischi degli scontri, tra lacrimogeni, molotov, sanpietrini e cariche dei CRS (i celerini francesi).
Si tratta di un materiale unico, almeno in Italia, che documenta la rivolta forse più esplosiva (e certamente la più celebre) di quell'anno cruciale in cui tutto è cambiato nel profondo del tessuto sociale. Un'esperienza di antagonismo così intensa da non poter essere duratura (e infatti, al contrario che in Italia, il conflitto sociale nella Francia degli anni Settanta si è ben presto spento).
Chris Marker, semi-sconosciuto in Italia se non tra gli addetti ai lavori, è uno dei massimi esponenti del cosiddetto "cinema-verità". Jean Luc Godard, oggi ultrasettantenne, è il regista che più ha contribuito a rendere famosa la Nouvelle Vague francese degli anni Sessanta-Settanta, e soprattutto è colui che ha rivoluzionato il cinema moderno. Alain Resnais è oggi un classico della Settima Arte, ma lo era già allora, avendo creato film come Hiroschima mon amour e L'anno scorso a Manrienbad.
Mercoledì alle 21 al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa
Il '68 francese raccontato da Jean-Luc Godard
Si guarda «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta dal regista oggi ultrasettantenne insieme ad Alain Resnais e Chris Marker
«Sul quarantennale del '68 è gia cominciato un chiacchiericcio reducistico da un lato e dall'altro un revisionismo che tende a cancellare i veri valori di quegli anni, così abbiamo deciso di partire dal film di Jean-Luc Godard, Alain Resnais e Chris Marker che è una pietra miliare nella discussione». Così Mauro Decortes, portavoce dello storico Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, presenta una vera e propria chicca per storici e cinefili, «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta nel maggio del '68 a Parigi. Il film, copia unica in pellicola, verrà proiettato mercoledì 16 alle 21 nella sede del circolo, in viale Monza 255. Alla macchina da presa, una 35 millimetri portata a spalla nelle strade del quartiere Latino e nella assemblee della Sorbona, in quel maggio '68 si alternarono Godard, oggi ultrasettantenne regista della Nouvelle Vague, Resnais, celebre per film come «L'anno scorso a Marienbad» e Marker, uno dei massimi esponenti del cinema-verité.
VALORI - «Partiamo da questo film, intitolato in italiano "Il dolce mese di maggio" - spiega Decortes - per introdurre nel dibattito sul '68 un documento storico di riflessione su quell'anno cruciale in cui tutto cambiò nel tessuto sociale. Perché ci interessa sottolineare come valori quali la solidarietà e l'eguaglianza, che oggi qualcuno vorrebbe cancellare, furono le vere molle di quella rivoluzione che coinvolse milioni di giovani». La serata è introdotta da Enrico Livraghi della Cineteca Obraz, storica sala dove il film fu proiettato nel '75. Il film è in lingua originale senza sottotitoli, ma - spiega ancora Decortes - «molto comprensibile a tutti, anche per l'assoluta eloquenza delle immagini».
Corriere della Sera, Vivimilano, 14 gennaio 2008